La Ricamatrice di Winchester: le donne di Tracy Chevalier non si arrendono mai

A volte basta un filo a cambiare la trama.

Provo un affetto particolare per questo libro. Chi lo sa, forse se lo avessi letto in un altro momento mi avrebbe fatto un effetto diverso. Invece ha finito con l’essere il mio compagno fidato di diverse notti insonni durante il lockdown. E ricordo con piacere anche gli scambi di opinioni con chi me l’aveva consigliato. Se penso a La Ricamatrice di Winchester mi viene da sorridere.

Consideratemi un canovaccio ancora vuoto, senza punti da disfare.

C’è da dire che mi è piaciuta tanto la protagonista, Violet. Per gli standard dell’epoca in cui vive, tra le due guerre mondiali del secolo scorso, viene considerata una donna in eccedenza, nubile e difficilmente destinata a sposarsi. Ha perso il fidanzato nel primo conflitto bellico e, ormai vicina ai quarant’anni, il suo destino pare segnato: dato che il padre e un fratello sono morti e l’altro fratello è sposato con prole, ci si aspetta che tocchi a lei restare a occuparsi della madre, autoritaria e anafettiva. Ma questo è un romanzo di Tracy Chevalier e praticamente mai i suoi personaggi femminili fanno quello che il mondo si aspetta dalle donne.

Ma è questo che ci si aspetta da noi donne, no? Dobbiamo dare, dare, e aiutare gli altri, qualunque sia il nostro stato d’animo. È stancante e ingrato, a volte. Vorrei poter fare come te, salire sulla torre e non pensare ad altro, non sentire altro che il suono delle campane che vibra dentro di me. Penso che mi sentirei in Paradiso.

Non sempre sono stata d’accordo con lei, ma ho amato lo spirito ribelle di Violet. Che cade però si rialza, che spesso non può evitare di sentirsi in colpa anche se non dovrebbe. Perché a noi donne capita, il mondo ci spinge a dubitare di noi stesse, della validità dei nostri desideri. Eppure Violet non molla. Vuole l’indipendenza, una vita sessuale, la possibilità di fare esperienze, di innamorarsi, di valicare limiti. Dall’inizio alla fine del libro, l’ho vista compiere uno dopo l’altro tanti piccoli, grandi, a volte immensi, atti di libertà. Per certi versi mi è quasi parso che l’autrice qua e là le abbia fatto pagare pegno, ma Violet ne è uscita vincitrice. Una donna che si è rifiutata di restare dentro la casella assegnata dalla società.

Naturalmente aveva sentito parlare di quel tipo di donne e delle amicizie carnali che venivano attribuite alla scarsità di uomini, un tentativo disperato di fuggire dalla solitudine. Però guardando Gilda e Dorothy non si aveva quella sensazione: sembravano semplicemente fatte l’una per l’altra.

Inserendo nella trama anche la storia omosessuale di Gilda e Dorothy, Tracy Chevalier ha guadagnato ai miei occhi  almeno mille punti. Colpisce allo stomaco  leggere della convinzione  che l’attrazione fra donne fosse dovuta alla mancanza di uomini… La stessa Violet, quando realizza l’inclinazione dell’amica Gilda, sembra sulle prime non riuscire a crederla reale. Un tipico effetto del pensiero patriarcale, purtroppo. Ma, proprio come Violet, anche Gilda e Dorothy sono donne che non si piegano e lottano per difendere e mantenere il loro legame, vero e meritevole di essere considerato tale come qualsiasi altro amore. Peccato solo che la loro sia una vicenda secondaria.

Al di là delle vicissitudini  dei personaggi, si sa che ogni libro di Tracy Chevalier è anche una festa di dettagli storici curati e affascinanti. In questo caso, oltre alle tetre ma dovute riflessioni sul nazismo che si stava tristemente affermando, si parla dell’arte del ricamo e di quella campanaria. Il ricamo, lo ammetto, non fa per me, anche se mi piacerebbe vedere i cuscini ricamati della cattedrale di Winchester,  ma i concerti di campane mi hanno veramente conquistata. Le scene in cima al campanile sono tra le mie preferite. 

Violet guardava gli uomini in movimento e ascoltava i rintocchi delle campane, e per qualche istante suoni e gesti diventarono una cosa sola. Era come guardare un balletto e allo stesso tempo ascoltare un concerto.

Il ricamo comunque è alla base della storia. Le nostre vite sono un disegno complesso e, come recita il titolo originale, basta un filo, un unico filo per modificare l’intera immagine. Questo ha fatto Violet, questo hanno fatto Gilda e Dorothy. Hanno osato ricamare in libertà.

E poi ecco una splendida coincidenza: proprio quando io sto divorando tutta la produzione di Tracy Chevalier, per festeggiare i vent’anni del suo più grande successo, La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza da oggi, 3 settembre, ripubblica i suoi romanzi con una nuova veste grafica e le copertine realizzate da gatsby_books, già autore anche della bellissima copertina di La Ricamatrice di Winchester.

L’illustratore – seguitelo su Instagram, fa cose stupende! – ha raccontato di avere avuto la consulenza e l’approvazione di Tracy Chevalier in persona per i dettagli di ogni singola copertina. Io conto di collezionarle tutte e di recensirvi i titoli per farvele ammirare meglio.

Per chi non conosce questa autrice è il momento giusto per scoprirla. Magari iniziando proprio da La Ricamatrice di Winchester.

Edizione gennaio 2020 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 289

Le confessioni di Frannie Langton: del nero e del bianco, del rosso come il sangue, dell’amore, che ha più sfumature

E cosa fanno due donne in una stanza tutta per loro? Non è forse questa la domanda che turba di più i miei accusatori?

C’è qualcosa di molto seducente in questa storia. Una seduzione di stampo gotico, oscura e insieme dolce. Quel senso di passione profonda che  rievoca velluti e intimità nascoste, mescolato all’inquietudine generata da ciò che è corrotto e deviato. Me ne sono innamorata.

Un uomo scrive per distinguersi dalla storia collettiva. Una donna per poterne far parte. Quali sono le mie intenzioni nello scrivere queste pagine? La risposta è semplice: si tratta della mia vita, e voglio essere io stessa a metterne insieme i pezzi.

Incontriamo Frances Langton nel carcere londinese di Newgate. Sta per essere processata per omicidio plurimo, rischia la condanna a morte. Su richiesta del suo avvocato difensore, in cerca di appigli per aiutarla, si mette a scrivere la propria verità, racconta di se stessa, sin dall’infanzia. È nata schiava ma è istruita e con un passato molto più complicato di quel che si potrebbe credere.

Le confessioni di Frannie Langton è quindi un thriller storico? Una storia di delitti, sangue e misteri?

Questa però è una storia d’amore, e non solo la cronaca di un assassinio, anche se non so se è la storia che ti aspetti.

Sì, questa è anche, forse soprattutto, una storia d’amore. Un amore proibito in praticamente tutti i modi possibili, tragico sin dall’inizio. Nella Londra del primo Ottocento, la passione nasce fra due donne, una mulatta e una bianca, una cameriera che è stata schiava e la sua padrona. Una presunta omicida e la sua vittima. Nessun incauto spoiler da parte mia: il lettore sa fin dalle prime pagine che Frances è accusata di avere ucciso la sua Madame. E sa che lei l’amava.

Io avevo un ago di felicità nel petto, un dolore così acuto che temevo potesse uccidermi, la mente ancora infuocata da ciò che Madame e io stavamo facendo fino a pochi minuti prima.

Ho amato molto questa relazione già segnata, priva di equilibrio eppure così perfetta. Frances, impetuosa, introversa, indurita dall’esistenza ma anche capace di un amore spontaneo, affamato, sfacciato nella sua purezza. E Meg – Madame – affascinante e fragile, colma di contraddizioni e vuoti da riempire, bella e interessante come il quadro di un pittore ribelle, come il demonio. E come il demonio, pare, altrettanto dolce. Separate dalle origini e dalle circostanze, ma anche ugualmente prigioniere della loro condizione, del loro genere, degli obblighi e della solitudine. Sara Collins ha saputo costruire fra loro qualcosa di carnale, delicato e intossicante. Qualcosa che, nel bene e nel male, assomiglia all’oppio, da cui entrambe le donne sono dipendenti.

Prima che cominci a divorarti dall’interno, l’oppio è come una fiamma. È pura energia, e nello stesso tempo calma assoluta. Contrae le maglie del cervello. La gioia si trasforma in estasi. Ma la cosa migliore è che fa defluire via il mondo.

In questo libro, però, oltre alla passione e al mistero, ci sono anche disturbanti, acuti spunti di riflessione sul razzismo e sulla diversità. Si parla di sperimentazioni sulle persone di colore per scoprire e confermare differenze fisiche, cerebrali e cognitive, e sono pagine davvero inquietanti. Il velo di mistero sulle atrocità a cui Frances ha dovuto assistere in Giamaica le rende ancora più spaventose e aberranti. Bastano pochi dettagli, barlumi di procedimenti indicibili nel segreto di un capanno e la pelle si accapona, il senso di orrore è inevitabile.

Sapevo anche troppo bene che gli occhi hanno solo due scelte. Aprirsi o chiudersi. Quando si spalancano troppo e diventano troppo neri, è perché non possono fare spazio a tutto ciò che hanno visto.

Le confessioni di Frannie Langton è, alla fine, la storia dolorosa e struggente di una donna, la cui voce ci raggiunge attraverso il tempo e le pagine e ci racconta cosa significa essere tutto ciò che il mondo e gli uomini ritengono sbagliato. Merita di essere ascoltata.

Ebbene, la mia colpa è questa: sono una donna che si è innamorata di un’altra donna, il peggiore tra i peccati femminili, insieme alla sterilità e al raziocinio.

(Edizione gennaio 2020: Einaudi

Traduzione di Federica Oddera

Pagine 432 )

L’uomo senza inverno: la storia romanzata dell’arte e della vita di Gustave Caillebotte

Fatevelo dire: esprimete una disperazione che lì fuori nessuno ha capito》

Nasceva oggi, il 19 agosto del 1848, Gustave Caillebotte, pittore francese, uno tra i meno noti fra gli Impressionisti, eppure fondamentale per la nascita e la crescita di questa dirompente corrente artistica, di cui fu anche mecenate e collezionista. È quindi il giorno giusto per parlare di L’uomo senza inverno, che lo scrittore Luigi La Rosa ha dedicato proprio alla figura, sfuggente e discreta, di Caillebotte. Preciso che si tratta di un romanzo e non di una biografia: l’autore stesso lo puntualizza nella prefazione, spiegando che la storia narrata, pur nel rispetto cronologico degli eventi, è opera di invenzione, in particolare per quel che riguarda le vicende personali e sentimentali dell’artista e alcuni personaggi.

La sconosciuta alla finestra, come pure la severa Céleste, e l’uomo in cilindro a passeggio in un giorno di pioggia, e i piallatori, i canottieri, tutti i personaggi che erano usciti dal suo pennello evitavano di guardare dritto negli occhi. Erano tutti alla ricerca di un punto di fuga, un altrove che non si poteva più dire cittadino né umano.

È un’opera di fantasia, certo, ma, credetemi, ha un respiro storico talmente potente e realistico da farci immergere con tutti i nostri sensi e i nostri sogni in un’epoca di incredibile fermento artistico e nel percorso creativo di Caillebotte. La genesi di ogni suo quadro, la nascita degli Inpressionisti, le loro prime mostre, i legami d’arte e d’amicizia tra il pittore e leggende come Monet, Manet, Degas, Renoir e soprattutto l’italiano De Nittis… Tutto questo ci scorre davanti agli occhi capitolo dopo capitolo, come se fossimo lì in persona ad assorbirne colori, suoni, profumi. La Parigi descritta da La Rosa – che molto chiaramente la conosce benissimo- pulsa di vita ed emerge tridimensionale dalle pagine, ma ci sono anche la campagna francese protagonista di molta  pittura impressionista e la terra di fiume tanto amata da Caillebotte, dove si dilettò nella sua passione per il canottaggio.

Una nuova certezza si faceva strada dentro di lui, e più l’altro parlava, più tale certezza guadagnava forma e solidità, ossia che quel quadro sarebbe stato il suo capolavoro, pertanto lo avrebbe difeso e sostenuto anche a dispetto del mondo.

Partecipiamo anche alla creazione di I piallatori di parquet, l’opera probabilmente più straordinaria di Caillebotte. Ho sempre amato tutta la sua produzione ma i suoi piallatori sono un’assoluta meraviglia, qualcosa di inarrivabile. E Luigi La Rosa ci fa immaginare, sognare, intuire come possano aver preso vita. Ci invita a ipotizzare che uno di loro, il più giovane, sia stato l’amante di Caillebotte, mutando il nostro modo di guardarli e percepirli. Arriviamo davvero a credere di vederli attraverso lo sguardo appassionato e tormentato del pittore. Personalmente so che d’ora in poi i piallatori (e anche molti altri quadri di Caillebotte) avranno per me un significato anche più speciale. E devo dare atto a La Rosa della gentilezza e dell’empatia con cui ha tracciato la mappa degli affetti, degli amori e delle difficoltà emotive ed esistenziali di Caillebotte. Ha reso plausibili e concreti il rapporto complesso con i genitori e quello strettissimo col fratello Martial, l’omosessualità vissuta in modo contrastato, lo sforzo di veicolare ed esprimere emozioni, vuoti, desideri attraverso la pittura. Per quanto liberamente interpretato, Gustave Caillebotte attraversa il libro vivo e vibrante e ci tocca il cuore.

Quando riaprì gli occhi, nel cuore della notte, la sola cosa che vide fu la tavola di un cielo buio, senza più confini e senza stelle. Non riusciva ad orientarsi, a comprendere dove fosse finito. Quando i battiti si placarono scese un’immensa pace. Per la prima volta ebbe il sospetto di essere già morto.

Gustave Caillebotte nasceva oggi e non ha avuto una lunga vita, meno di cinquant’anni. I protagonisti delle sue opere guardavano sempre altrove, ma lui, nel suo autoritratto, ci fissa dritto negli occhi. I suoi sono profondi, contengono mondi non condivisi, abissi di riservatezza. Forse è stato davvero un uomo senza inverno, senza quella che secondo Stéphane Mallarmé è la stagione serena e lucida dell’arte. Forse così doveva essere e per questo nei suoi quadri resta un senso di mistero e grazia sospesi. Forse per certi artisti esiste una sola, intensa, indimenticabile stagione.

(Edizione febbraio 2020: Piemme

Pagine 448)

La via dei pianeti minori: tra il passato e il futuro ci sono le stelle, le cose non dette e l’emozione dell’attesa

Che cosa vedevano tutti loro lassù che li teneva incollati oltre l’ora del sonno?

Nel mese di luglio, la cometa Neowise ha attraversato il nostro cielo e anche al centro di La via dei pianeti minori c’è una cometa, che, con il suo viaggio siderale, fatto di ritorni periodici, scandisce le vite di un gruppo di astronomi e delle persone ad essi legate, per venticinque anni. Un quarto di secolo in cui uomini e donne invecchiano e muoiono, figli nascono e crescono, amori iniziano e matrimoni finiscono. Venticinque anni di scelte, cambiamenti ed errori, che si aprono e si chiudono su un’isola tredici giorni nel passato. Sì, avete letto bene: un’isola in cui il calendario gregoriano non è mai stato accettato e quindi si trova tredici giorni indietro rispetto al nostro tempo. Su quest’isola la cometa è stata scoperta e lì, in una notte di osservazione del 1965, accadrà un tragico incidente determinante per il futuro.

Che strano che le cose possano rivoltarsi così su se stesse a posteriori, pensò. Che il futuro sia sempre così inevitabile, e che il passato continui a cambiare forma.

Di nuovo, Andrew Sean Greer ha saputo conquistarmi. Mi aveva finora abituata a storie con pochi personaggi e dal ritmo piuttosto serrato ed ecco che invece questa volta mi sono ritrovata immersa in una trama insolitamente corale e dilatata nel tempo. All’inizio questo mi ha un po’ spiazzata ma poi lentamente sono scivolata nel flusso di tutte quelle esistenze intrecciate tra loro, cadenzate dai passaggi di una cometa. Perché, nonostante l’approccio narrativo appaia differente, l’abilità di Greer nel tratteggiare i sentimenti e i caratteri è sempre la stessa. Ha una delicatezza particolare nei confronti dei suoi personaggi, un’empatia profonda che si trasmette anche ai lettori. Non siamo solo spettatori di queste vite, riusciamo a comprenderle, a non giudicarle. E poi in questo caso ha parlato di stelle e di passione per l’astronomia. Un invito a nozze per me, inevitabile amarlo ancora di più.

Noi siamo sordi a ciò che la vita ci prepara.

È una storia dal retrogusto amaro, questa, anche piuttosto triste. Il senso di estraneità del cielo, lassù, è ben calibrato con quello di precarietà quaggiù. Le cose che capiamo troppo tardi, i fraintendimenti, quella mano che non ci siamo decisi a toccare, quella persona che aspettiamo, che forse aspetteremo sempre, sul sentiero. Comete, mondi, altre galassie ruotano sopra le nostre teste, in tempi e velocità che la mente stenta a contenere, e noi siamo qui, impegnati a non capirci, a inseguirci sbagliando le svolte, cercando la porta giusta per una chiave, per poi volare via verso il mare, come polvere.

Aveva sempre sperato che ci fosse tempo a sufficienza, che si potesse condurre una certa vita e poi, quando si fosse appannata, scambiarla con quella che avevi sempre desiderato; ma il tempo era finito. Era andato in fumo.

Però non crediate che sia una lettura deprimente. In realtà, in questo periodo così insolito, che aumenta le nostre insicurezze, può essere una lettura invece necessaria. Spinge a riflettere, a ricordarci che il tempo scorre e troppo spesso lo lasciamo passare senza impiegarlo davvero. Senza esporci. Sembrano concetti scontati, ma sappiamo tutti che la quotidianità ci distrae e ci fa mettere da parte anche ciò che è ovvio.

Nel mio cuore di lettrice, comunque, resterà l’immagine di un ragazzo che, pieno di emozione e ansia crescente, resta ad aspettare che la porta di casa si apra. La porta da cui deve entrare l’uomo che ha scelto. Un’attesa che contiene già tutti i futuri possibili di un amore e di una vita insieme. Voglio credere che per lui, lì, trepidante, con il cuore a mille per la gioia e la paura, si tratti dell’attesa giusta.

No, l’amore non era quello che gli avevano mostrato. Non il cortese accumulo di affetto. Non la sedimentazione del cuore. Era qualcosa che ti mette in grave pericolo e, come nel caso di Josh quando si sedette di nuovo a fissare la porta, che ti si annida nel cuore come una molla compressa.

(Edizione maggio 2019: La nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 395)

La riapertura del Cerchio di Legno: novità, progetti e tanta voglia di fare di nuovo arte insieme

In meno di due anni di vita, il Cerchio di Legno, laboratorio teatrale nel cuore della provincia veronese, fondato e profondamente voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz, ha conquistato tanti cuori e tanto affetto, da chi lo frequenta come studente sino a chi semplicemente ne sostiene il percorso artistico e creativo. E così, durante il lockdown, questo piccolo grande luogo di cultura e aggregazione è mancato moltissimo a tutti.

Finalmente, non appena è stato possibile, e naturalmente applicando tutte le misure di sicurezza richieste, il Cerchio ha riaperto e nel mese di luglio ha accolto di nuovo le studentesse del corso over 14, che, lo ricordo,  prevede un programma di studio delle tre principali discipline del teatro musicale (recitazione, canto e danza) e fornisce gli strumenti necessari per prepararsi agli esami di ammissione per accedere alle migliori accademie di musical in Italia e all’estero.

La parentesi estiva si è chiusa domenica 26 luglio, dopo tre settimane di recupero intensivo, con una speciale esibizione per pochi spettatori selezionati, in cui le ragazze hanno recitato un estratto da La casa di Bernarda Alba di Federico Garçia Lorca e interpretato brani tratti da Sister Act, Sweeney Todd, Wicked e West Side Story.

Abbiamo pianto, riso, lavorato sulle emozioni più nascoste e riflettuto sul difficile mestiere del performer.

Sono ricominciati anche i weekend aperti a stagisti esterni e uditori:  il 18 e 19 luglio è stata la volta del fine settimana  dedicato a Mary Poppins e sono già aperte le iscrizioni per il prossimo incontro, che si svolgerà il 29 e 30 agosto 2020, per concludere in bellezza l’estate, con uno studio del musical Mamma mia!                         Come docente di canto corale, tornerà, ormai per la terza volta, Elisa Dal Corso.

La scuola si prepara anche a un autunno ricco di novità e progetti per tutte le età. Le lezioni dell’anno accademico 2020/2021 riprenderanno il 21 settembre 2020, quasi a due anni esatti dall’inaugurazione, e oltre al corso per adulti, sono previsti anche corsi di musical per bambini, il laboratorio teatrale Junior (dai 9 ai 13 anni) e il laboratorio teatrale Baby (dai 6 agli 8 anni).

Per tutti i corsi e l’incontro di fine agosto, è possibile iscriversi e avere informazioni scrivendo a: cerchiodilegno@aol.com

Punta a prenderti il cielo” canta Mary Poppins e al Cerchio di Legno si punta sempre verso l’alto. Altre sorprese e tante belle idee sono in serbo per il futuro. La passione e la speranza che brillano negli occhi dei docenti e dei loro allievi ci ricordano che, soprattutto in questo momento di incertezza e confusione, l’Arte non è un lusso secondario, bensì una risorsa essenziale. Durante il lockdown, è stata proprio l’Arte, in tutte le sue forme, a sostenere, aiutare, nutrire le nostre emozioni e le nostre menti messe a dura prova. E l’Arte è fatta di persone e anche di scuole come il Cerchio di Legno. Dovrebbe essere scontato ma credo valga la pena ripeterlo.

(Fotografie tratte dalle pagine Instagram e Facebook del Cerchio di Legno

Grafica delle locandine di Luca Giacomelli Ferrarini)

Jekyll & Hyde: la BSMT e il primo musical al tempo del distanziamento sociale

Lasciando il Teatro Comunale di Ferrara, la sera del 9 febbraio, ignoravo che avrei potuto tornarci solo dopo cinque mesi. La mia prima volta di nuovo a teatro, dopo il lockdown, è avvenuta in un infuocato pomeriggio di luglio, proprio dove tutto si era fermato. Difficile descrivere l’emozione di ritrovarmi finalmente lì, in attesa di entrare, e poi nel foyer, e su per le scale, fino al palchetto. Azioni che prima erano abituali, ora hanno un sapore diverso,  straordinario. E un po’ tutto, l’11 luglio, è stato straordinario, in verità.

Straordinaria davvero, per esempio, la trasformazione del teatro: la platea, privata delle poltrone, è divenuta il palcoscenico, l’orchestra dal vivo è stata spostata sul palco, con il pubblico presente solo nei palchetti e in loggione. Un cambio radicale e affascinante, sia per chi recitava che per chi assisteva, l’azione di colpo centrale e circolare e per molti versi più immersiva. Certo si tratta di una soluzione praticabile solo per i teatri con questa tipologia di struttura, ma indubbiamente può rappresentare una sfida stimolante sia a livello registico che coreografico, portando a un totale ripensamento degli spazi, dei movimenti scenici, del rapporto tra performer e spettatori.

E a proposito di sfide, la BSMT di Bologna – prestigiosa scuola di teatro musicale diretta da Shawna Farrell e da sempre sinonimo di produzioni di qualità – quest’anno ha effettivamente fronteggiato la notevole impresa di portare in scena il primo musical ai tempi del distanziamento sociale. Va detto che il titolo proposto si prestava bene all’occasione: dopotutto la trama di Jekyll & Hyde, noto musical creato da Frank Wildhorn e Leslie Bricusse, offriva già di suo, trattando di scienza, medicina, bene e male, la possibilità di essere trasportata nel nostro presente, nel pieno degli eventi d’attualità e dell’emergenza da Covid-19, giustificando così l’uso di mascherine e guanti da parte dei personaggi e anche la mancanza di contatti fisici. Di grande effetto e sinceramente emozionante, il momento in cui, attraverso uno dei numerosi delitti di Hyde, è stata citata la morte di George Floyd. Ho apprezzato l’accostamento del lato violento e razzista della nostra società a quello oscuro e malvagio dell’animo umano, incarnato nella figura di Hyde.

Non si possono ovviamente adattare tutte le storie con le stesso espediente, ma le idee e la capacità di mettersi in gioco sfoderate dal regista Mauro Simone e dal coreografo Giorgio Camandona dimostrano che il coraggio dell’innovazione c’è,  che il cambiamento si può tentare, lavorando sull’immaginazione. E mi auguro che valga per altri allestimenti futuri, anche molto diversi. In un momento storico così strano e incerto, in cui il settore del teatro annaspa, rischiando di restare stritolato tra gli ingranaggi delle varie normative anti-covid, vale la pena di pensare anche a un rinnovo degli schemi, cercare strade differenti, magari spiazzanti, bizzarre, curiose, stimolanti. Del resto l’Arte è proprio questo: evoluzione, movimento, mutazione, apertura.

Una sfida decisamente vinta, quindi, quella della BSMT, grazie anche a un gruppo di giovanissimi performer di livello altissimo, tra cui va citato doverosamente Andrea Meli, nel ruolo tutt’altro che semplice del protagonista Henry Jekyll e del suo doppio, Edward Hyde. Bellissima voce, notevole capacità espressiva, ha superato brillantemente la prova e non dubito lo attenda un percorso ricco di soddisfazioni. Dovrei davvero nominare tutto il numeroso cast, però, tanti ragazzi e ragazze con gli occhi accesi dalla grinta e dalla passione per il palcoscenico. Si sono guadagnati ogni applauso. Il mio colpo di fulmine è stato per Valeria Cozzolino, che interpretava Lucy, il mio personaggio preferito di sempre di questo musical. L’ho trovata luminosa e toccante, la sua voce mi ha conquistata e mi sono commossa nei suoi assoli. Spero di poterla rivedere, prossimamente, in altri ruoli importanti. Segnalo anche la bella performance di Martina Fornasari, nei panni di Emma, e anche fra gli assistenti alla regia. La direzione musicale era di Stefania Seculin e Valentino Corvino ha diretto i componenti dell’Orchestra della Città di Ferrara e del Conservatorio Frescobaldi.

Nonostante tutto, la BSMT si è impegnata a non fermarsi. Dopo Jekyll and Hyde, in questi giorni sta portando in scena a Bologna City of Angels, per la regia di Fabrizio Angelini e Francesca Taverni, mentre ad agosto, sempre a Bologna sarà la volta di Oklahoma diretto da Saverio Marconi. Altre sfide da vincere, voglia di guardare avanti, anche con la mascherina, anche a distanza.

Prendiamo esempio, lasciamoci ispirare. E, comunque, dovunque, torniamo a teatro.

(Fotografie di Giulia Marangoni, dalla pagina Instagram di BSMTProductions)

Cospirazione Medici: alla ricerca di un perfetto (o quasi) Giuliano De Medici

《Se ti rendessi Giuliano, cesserebbero le tue vendette?》

Nell’estate 2017, tre anni fa, trascorsi quattro indimenticabili giorni a Firenze, dedicati al teatro, all’amicizia e all’arte. Lo scopo principale del viaggio fu  La Congiura, in scena al Teatro del Maggio: un musical creato dal noto e ormai purtroppo scomparso compositore Riz Ortolani e ispirato al celebre complotto con cui la famiglia Pazzi, insieme ad altri illustri complici, tentò di rovesciare il potere dei Medici, il 26 aprile 1478. Devo a  quello spettacolo, il mio interesse  per la figura di Giuliano De Medici. Caduto vittima dei congiurati in quell’oscuro giorno, ancora giovanissimo, di lui restano la tomba nelle Cappelle Medicee, i versi e le parole che il poeta Poliziano gli dedicò, alcuni ritratti, le tracce della sua passione per la bellissima Simonetta Cattaneo Vespucci, il suo sangue in un figlio che non conobbe mai e che  diventò Papa. Questo e poco altro. Pare fosse molto amato e benvoluto, ma è passato alla storia soprattutto per la sua morte. La saggistica si concentra sul ben più famoso fratello maggiore, Lorenzo il Magnifico, e sulla loro controversa, ambiziosa famiglia. La narrativa spesso lo racconta in maniera approssimativa e storicamente inesatta. Esiste anche un’opera lirica di Leoncavallo, di cui è protagonista, ma considerata fra i lavori minori dell’autore. È una sorta di splendore  velato, quello del giovane Medici, una luce nell’ombra. Nemmeno io gli avevo mai prestato la dovuta attenzione, almeno fino a che Riz Ortolani e il suo interprete in teatro, Luca Giacomelli Ferrarini, mi hanno permesso di scoprirlo e da allora continuo a cercarlo tra pagine, musiche e fotogrammi.

Docile burattino nelle mani sagaci del Magnifico che arrivavano dovunque, e non risparmiavano nessuno, doveva attenersi a un preciso ruolo da interpretare nella costruzione della grandezza dinastica. Un ruolo da gregario, naturalmente.

In un saggio letto un paio di anni fa, mi colpì il fatto che i due autori si soffermassero sulle modalità della morte di Giuliano, massacrato con tale violenza che uno dei suoi assassini, il famigerato Francesco Pazzi, finì con l’autoinfliggersi una grave ferita a una gamba. L’aggressione avvenne a tradimento, Giuliano non ebbe neppure il tempo di provare a difendersi né fu possibile tentare di salvarlo, quindi perché tanto accanimento? Specie se si pensa che il bersaglio principale e  fondamentale  del complotto, Lorenzo, veniva nel frattempo attaccato con molta meno decisione ed efficacia e riusciva a sopravvivere. Quell’eccesso di ferocia nei confronti di Giuliano induce quindi a sospettare che le motivazioni di Francesco Pazzi avessero anche  sfumature personali e non solo politiche.

Plausibile, come idea. In effetti già suggerita anche nello spettacolo di Ortolani. Ed ecco che scopro che uno dei due autori del saggio sopra citato, Barbara Frale, ha costruito un romanzo proprio intorno a questa ipotesi. In Cospirazione Medici (certo si poteva trovare un titolo migliore…) l’autrice individua le radici dell’odio nella passione che legò Giuliano a  Simonetta Cattaneo Vespucci, musa del Botticelli, ammirata dall’intera Firenze, che morì all’improvviso due anni prima della Congiura. Due anni esatti prima, per essere precisi, proprio il 26 aprile 1476. Una coincidenza temporale che tuttora ha un sapore tragico e suggestivo. Difficile resistere alla tentazione di fantasticare su qualcosa che già la realtà ha reso speciale. Diversi testi fanno riferimento anche a ciò che accadde durante la Giostra in Piazza Santa Croce del 1475, che Giuliano vinse e dedicò a Simonetta e che fu poi celebrata in versi dal Poliziano: quel giorno Giuliano era riccamente – persino troppo- bardato e nella foga del torneo perse per la piazza vari ornamenti, in particolare numerose perle, a cui la tradizione popolare attribuisce un significato infausto. I superstiziosi, col senno di poi, non si sbagliarono.

La perla viene dall’acqua e dalla luna, e secondo qualcuno possiede un arcano rapporto con le lacrime.

È storicamente assodato che Giuliano abbia sofferto molto per la morte della splendida Simonetta, così come si sa che, poco prima della Congiura, stesse preparando il matrimonio con Semiramide Appiani, parente di Simonetta stessa. E Barbara Frale ha collegato i due fatti, aggiungendo allo scenario anche Francesco Pazzi. Sembra infatti che Semiramide assomigliasse parecchio alla defunta Simonetta e non è irrealistico supporre che Giuliano possa essersi invaghito di lei rivedendovi le sembianze dell’amata perduta. Ma nella trama costruita dall’autrice, Semiramide è già promessa a Francesco Pazzi e sarà la rottura del fidanzamento ad alimentarne il furore vendicativo. Va ricordato che all’epoca le unioni matrimoniali avevano una natura soprattutto patrimoniale e finanziaria, per cui il fallimento di tali accordi  non implicava solo un’onta a livello morale ma anche economico. La bella Semiramide, con buona pace dei romantici, non era una pedina contesa solo a livello passionale.

Lo ammetto, almeno secondo i miei gusti, le scene tra Giuliano e Semiramide scivolano spesso nel melenso, il linguaggio in generale tende a risultare verboso e le mie aspettative sulla rappresentazione di Giuliano continuano ad essere più alte e non completamente soddisfatte, ma il testo ha una sua solidità, rappresenta una buona ricostruzione storica e per una volta il Magnifico viene messo in secondo piano a favore del fratello. La prova del nove era la  morte di Giuliano, che mi è capitato di ritrovare in altri casi eccessivamente romanzata o infarcita di dettagli improbabili: qui per fortuna è resa in modo  molto vicino a quella che è la descrizione riportata dalle testimonianze del tempo.

Lei non era il futuro, non era l’amore di una vita, ma aveva ricevuto dagli dei un dono misterioso: teneva lontana la morte.

C’è anche lei, ovviamente. Fioretta. Nel musical di Riz Ortolani aveva lo stesso ruolo di Semiramide nel libro. Ed è presente, insieme a Simonetta, anche nell’opera di Leoncavallo. Sia nel musical che nell’opera lirica, così come nella maggioranza delle fonti storiche, viene chiamata Fioretta Gorini o Gori. Barbara Frale invece la chiama Flora “Fioretta” di Giovanni e la ritiene nipote del pittore Masaccio. Sia come sia, nella vita vera di Giuliano fu la madre del suo unico figlio, futuro Papa Clemente VII, nato un mese esatto dopo la morte del padre, il 26 maggio 1478. Un’altra notevole coincidenza temporale. In questa versione della vicenda appare poco, però la sua presenza aggiunge un tocco struggente e delicato, specie nel finale.

In definitiva una lettura che vale la pena e che comunque, nonostante qualche riserva, consiglio.

Concludo tornando a un ricordo dello scorso gennaio. Era sera tardi e camminavo sola per Firenze, diretta verso l’albergo: persa nei miei pensieri mi sono resa conto solo all’ultimo momento che stavo passando davanti alle Cappelle Medicee, silenziose e addormentate. Niente turisti a quell’ora, solo pace, solo riposo. Mi sono fermata per un attimo e ho detto “Ciao Giuliano”.

Edizione ottobre 2019 Newton Compton

Pagine 284

Quando cadono gli angeli: certi libri sono inattesi colpi di fulmine

Se ho il vuoto intorno sono terrorizzata, se sono in mezzo alla gente sono terrorizzata. In poche parole non c’è  un posto che mi vada bene  – sono sempre o troppo vicina o troppo lontana dal fuoco.

Con i libri accade come con le persone. Ci si incontra. A volte è un incontro che abbiamo cercato, un’attrazione o una simpatia nate spontanee che assecondiamo. A volte le nostre strade si incrociano per caso, un giorno in cui eravamo usciti per cercare altro. Oppure si tratta di incontri combinati. Qualcuno di cui ci fidiamo ci presenta un libro sconosciuto e, nonostante la diffidenza per gli appuntamenti al buio, cediamo alla curiosità e… Sorpresa! Scatta un inatteso colpo di fulmine! Esattamente quello che mi è accaduto con Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier.

Pensavo che volessi fare l’astronoma ma adesso so che mi sbagliavo. Basta che tu faccia qualcosa, non mi interessa cosa. Fuorché la moglie. Ma questo non dirlo a papà.

È stato un incontro al buio in cui la curiosità andava di pari passo con una certa dose di pregiudizio. Dopo avere letto davvero troppi anni fa il celeberrimo La ragazza con l’orecchino di perla, avevo acquistato almeno altri tre titoli di Tracy Chevalier lasciandoli nella pila dei libri ancora da aprire. Nel tempo mi ero fabbricata un’idea preconcetta su di lei, la pensavo la classica autrice di romance storici (non che ci sia niente di male negli storici puramente romance ma è un genere che ho gradito in passato e poi abbandonato). A proposito di Quando cadono gli angeli ricordo una citazione un po’ riduttiva del Corriere della Sera che parlava di “amore e morte ai tempi delle suffraggette“.

Sembrava che tutti stessero dicendo: “Botte alle nonne”. Solo alla terza volta ho capito che dicevano: “Il voto alle donne!”

Chiarisco: non è che l’amore, la morte o la suffragette non c’entrino. C’entrano, eccome, ma non nella maniera e nelle forme in cui ci si potrebbe aspettare. Sono tutte cause ed effetti di un insieme più complesso. La cosa più affascinante  è  l’approccio narrativo adottato dall’autrice, che fa sembrare un intreccio molto ricco e profondo quasi semplice, almeno alla prima occhiata.        La trama copre dieci anni dell’esistenza di due famiglie (vicine di casa e di tomba), dalla morte della regina Vittoria, nel 1901, a quella di suo figlio, re Edoardo, nel 1911. Tracy Chevalier alterna le voci dei tanti personaggi in prima persona, in veloci capitoli brevi (alcuni addirittura di una sola riga), scritti con un tono colloquiale, spontaneo, ironico e moderno, che prende le distanze dalla classica narrazione sotto forma di diario o dialogo epistolare tipica di molti libri d’epoca. Nella traduzione italiana di Luciana Pugliese, specie quando a esprimersi sono i bambini o la servitù, viene usato un linguaggio “parlato”, con evidenti “libertà” grammaticali, che rende perfettamente le singole età, personalità, educazioni. Se in principio questo mi ha spiazzata, poi è diventato  la motivazione principale del mio innamoramento: mi ha spinta ad apprezzare ogni personaggio, anche quelli ben poco simpatici, perché ho comunque conosciuto i loro intimi punti di vista, esposti così come li pensavano, naturali, imperfetti, autentici. Kitty, Maude, Simon, Ivy May… Alcuni hanno conquistato un posto speciale nel mio cuore, ma davvero sono in generale una carrellata di personaggi memorabili.

Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.

Vite tutto sommato ordinarie, sembra non succedere niente e poi invece succede tutto. Si ride anche, molto. E si soffre, all’improvviso. Gli angeli cadono quando, distratti, si sta guardando altrove. Angeli di pietra, come quelli del cimitero al centro della storia, dove nascono e muoiono amicizie, amori, destini e delicati legami silenziosi, più forti delle parole. Angeli di fuoco, che se ne vanno via trovando la libertà nella scia di una cometa.

Il cielo è bello, visto da due metri e mezzo più in basso.

Ringrazio chi mi ha “presentato” questo libro. Quanto è prezioso un consiglio che cancella un pregiudizio?

(Articolo aggiornato con la copertina di gatsby_books della nuova edizione settembre 2020 Neri Pozza

Traduzione di Luciana Pugliese

Pagine 363)

La fabbrica delle bambole: non chiudetele in una cornice, le donne vogliono uscire dalla tela e dipingerla

Sono viva: la mia vita è iniziata solo adesso.

Non sorprende che una delle citazioni all’inizio di questo libro sia di Mary Wollstonecraft, filosofa madre di Mary Shelley, considerata tra le figure fondamentali per la nascita del femminismo liberale. Questa infatti è una storia che racconta la forza femminile, il bisogno di libertà, di autoaffermazione, della possibilità di prendere in mano la propria vita, in un mondo in cui troppo spesso ancora oggi le donne vengono considerate oggetti idealizzati da possedere. Tanto più nella contraddittoria epoca vittoriana, con le sue luci e i suoi angoli oscuri.

Siamo nel 1851 e a Londra sta per essere inaugurata la Grande Esposizione. La giovane Iris lavora in un negozio di bambole insieme alla sorella gemella Rose ma sogna di diventare pittrice. La sua modesta esistenza senza prospettive le sta stretta: delle due gemelle, lei, nata con una malformazione alla clavicola, era considerata la più sfortunata, poi la sorella Rose è rimasta sfigurata dal vaiolo ed ora i loro destini sono legati dal senso di sacrificio e dal rancore. Di colpo, la svolta: Iris incontra Louis Frost, un componente della famigerata Confraternita dei Preraffaeliti, che le propone di essere la sua modella per un dipinto importante ed è disposto anche a farle da insegnante. È una decisione epocale per la ragazza, un punto di non ritorno: lasciare il negozio ed essere associata ai Preraffaeliti significa essere allontanata dalla famiglia e macchiare la propria reputazione, ma il desiderio di poter essere finalmente se stessa e dipingere è più forte. Pur con mille dubbi, Iris non può rinunciare a questa occasione.

Ognuno conduce la propria vita, e ora lei si trova lì. È con degli artisti, e non se ne rammarica neanche un po’.

In quei giorni Londra pulsa di arte e innovazione, ma sotto pelle, lungo i vicoli, nei meandri dei bassifondi, serpeggia la sua controparte buia e sordida. La povertà, la prostituzione, la morte che si presenta improvvisa e senza distinzione. Da questa zona d’ombra emergono la vitalità e la grinta del piccolo Albie, monello di strada amico di Iris, ma anche l’energia negativa dell’inquietante tassidermista Silas. Iris, presa a conquistarsi un futuro nuovo, non si accorge di lui, ma lui invece sviluppa nei suoi confronti una sinistra ossessione. Un personaggio tra i più disturbanti di cui abbia mai letto.

Se guardi dentro capirò che sei mia. Capirò il tuo messaggio, che di lui non ti importa nulla e che vuoi che io continui a sorvegliarti.

Un esordio potente, questo di Elizabeth Macneal. Una ricostruzione minuziosa e sul filo di una tensione sempre crescente, con una Londra che esce dalle pagine, viva, dorata e sporca, affascinante e repellente. Il mondo attraverso lo sguardo di Iris è fatto di colori, pennellate, tonalità mescolate, sfumature, bozzetti, ispirazione. C’è l’amore romantico declinato nel più classico stile ottocentesco, ma c’è anche l’orrore, la minaccia dello stalking, così moderna e al contempo così antica. Soprattutto c’è un intelligente ribaltamento degli ideali di amore cavalleresco, di donzella in pericolo. Vengono denudati, messi allo scoperto, esposti alla brutale realtà.

…la vera faccia della prigionia: poco più di un maiale nel trogolo, non certo il viso idealizzato del dipinto, pallido e immacolato, rivolto alla luce.

Una curiosità: se nel libro compaiono i veri pittori preraffaeliti Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais, William Holman Hunt e anche la musa Lizzie Siddal, il coprotagonista Louis Frost è fittizio (ma vi assicuro comunque molto ben scritto). Tutto il resto è così vero che sentirete le ruote dei carri scricchiolare e penserete di trovarvi lungo le vie londinesi, accanto a una ragazza troppo alta con le dita imbrattate di pittura, che ormai non teme di andarsene in giro con i capelli sciolti.

Lei comincia a vedere il mondo come una tela.

Edizione ottobre 2019 Einaudi

Traduzione di Giovanna Scocchera

Pagine 400

Due donne alla Casa Bianca: un amore che splendeva nell’ombra

Tu mi vedi. Mi vedi tutta e non credo che tu possa amare tutto quello che vedi. Io lo spero, ma ne dubito. Però mi vedi. La mia persona per intero. Non solo te riflessa nei miei occhi. Non soltanto la persona che ti ama. Io.

La lunga relazione tra Eleanor Roosevelt e Lorena Hickok non è stata una novità per me. Ne avevo letto già diversi anni fa in un libro di Laura Laurenzi, dedicato ad alcune delle più famose storie d’amore omosessuali del Novecento. Eleanor fu una delle first lady più leggendarie, amatissima paladina dei diritti civili e dei più deboli. Lorena, detta Hick, era una giornalista di successo, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il loro legame, molto discusso, durò trent’anni. Amy Bloom lo ricostruisce dal punto di vista di Hick, compresa una digressione sulla sua vita prima dell’incontro con Eleanor. In una nota, l’autrice precisa, che pur basato su documenti storici, il libro è un puro lavoro di finzione, ma per quanto possa esserlo, restituisce comunque una realistica mappa emotiva di un rapporto davvero accaduto e vissuto. Nonostante pare che Hick abbia distrutto le missive più esplicite, resta comunque una mole impressionante di lettere scambiata fra le due donne, a testimoniare la loro forte intimità.

… quando dall’altra parte della stanza, le si accendevano gli occhi, quando si toccava con la punta delle dita la base della gola, per indicare il mio posto, per indicare se stessa, pensavo che non c’era sacrificio che non avrei fatto per lei…

La prospettiva di Lorena – che visse alla Casa Bianca e venne anche chiamata la First Friend– racconta bene le sue difficoltà nel rimanere accanto a una donna che non era soltanto la moglie di un presidente, ma anche e soprattutto una figura pubblica che apparteneva al mondo e mai sarebbe potuta essere solo e semplicemente sua. Un sacrificio personale e professionale che Lorena scelse e affrontò, rinunciando alla carriera e all’affermazione fin lì guadagnata, non potendo più garantire l’imparzialità dei propri articoli, e restando sempre un passo indietro, a supportare nell’ombra il percorso di Eleanor. Una strada non facile, terminata tristemente appena sei anni dopo la morte della ormai ex first lady. In questo senso la chiusura del libro è una sorta di ultima, poetica e consolatoria dichiarazione d’amore.

Un approccio non scontato, quello di Amy Bloom: mentre la Storia con la S maiuscola scorre sullo sfondo con i suoi personaggi più o meno importanti, come il controverso e carismatico Franklin Delano Roosevelt, l’autrice si sofferma sulle istantanee di momenti rubati e personali, in un rimescolarsi di scene avanti e indietro nel tempo, viaggi insieme, dialoghi notturni, scambi di sguardi con dentro interi mondi, carezze condivise. E ad arrivare più di tutto, a conservarsi anche dopo la lettura, sono il calore, la tenerezza sensuale, la carnalità appassionata e gioiosa, che quasi si riescono a toccare e traboccano tra le righe. Spero che per Hick e Eleanor sia stato davvero così.

Dicevamo sempre: non siamo due bellezze, perché era impossibile dire la verità. A letto eravamo due bellezze. Eravamo dee. Le ragazzine che non eravamo mai state: amate, impertinenti, felici e deliziose.

Edizione agosto 2019 Fazi

Traduzione di Giacomo Cuva

Pagine 252