La riapertura del Cerchio di Legno: novità, progetti e tanta voglia di fare di nuovo arte insieme

In meno di due anni di vita, il Cerchio di Legno, laboratorio teatrale nel cuore della provincia veronese, fondato e profondamente voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz, ha conquistato tanti cuori e tanto affetto, da chi lo frequenta come studente sino a chi semplicemente ne sostiene il percorso artistico e creativo. E così, durante il lockdown, questo piccolo grande luogo di cultura e aggregazione è mancato moltissimo a tutti.

Finalmente, non appena è stato possibile, e naturalmente applicando tutte le misure di sicurezza richieste, il Cerchio ha riaperto e nel mese di luglio ha accolto di nuovo le studentesse del corso over 14, che, lo ricordo,  prevede un programma di studio delle tre principali discipline del teatro musicale (recitazione, canto e danza) e fornisce gli strumenti necessari per prepararsi agli esami di ammissione per accedere alle migliori accademie di musical in Italia e all’estero.

La parentesi estiva si è chiusa domenica 26 luglio, dopo tre settimane di recupero intensivo, con una speciale esibizione per pochi spettatori selezionati, in cui le ragazze hanno recitato un estratto da La casa di Bernarda Alba di Federico Garçia Lorca e interpretato brani tratti da Sister Act, Sweeney Todd, Wicked e West Side Story.

Abbiamo pianto, riso, lavorato sulle emozioni più nascoste e riflettuto sul difficile mestiere del performer.

Sono ricominciati anche i weekend aperti a stagisti esterni e uditori:  il 18 e 19 luglio è stata la volta del fine settimana  dedicato a Mary Poppins e sono già aperte le iscrizioni per il prossimo incontro, che si svolgerà il 29 e 30 agosto 2020, per concludere in bellezza l’estate, con uno studio del musical Mamma mia!                         Come docente di canto corale, tornerà, ormai per la terza volta, Elisa Dal Corso.

La scuola si prepara anche a un autunno ricco di novità e progetti per tutte le età. Le lezioni dell’anno accademico 2020/2021 riprenderanno il 21 settembre 2020, quasi a due anni esatti dall’inaugurazione, e oltre al corso per adulti, sono previsti anche corsi di musical per bambini, il laboratorio teatrale Junior (dai 9 ai 13 anni) e il laboratorio teatrale Baby (dai 6 agli 8 anni).

Per tutti i corsi e l’incontro di fine agosto, è possibile iscriversi e avere informazioni scrivendo a: cerchiodilegno@aol.com

Punta a prenderti il cielo” canta Mary Poppins e al Cerchio di Legno si punta sempre verso l’alto. Altre sorprese e tante belle idee sono in serbo per il futuro. La passione e la speranza che brillano negli occhi dei docenti e dei loro allievi ci ricordano che, soprattutto in questo momento di incertezza e confusione, l’Arte non è un lusso secondario, bensì una risorsa essenziale. Durante il lockdown, è stata proprio l’Arte, in tutte le sue forme, a sostenere, aiutare, nutrire le nostre emozioni e le nostre menti messe a dura prova. E l’Arte è fatta di persone e anche di scuole come il Cerchio di Legno. Dovrebbe essere scontato ma credo valga la pena ripeterlo.

(Fotografie tratte dalle pagine Instagram e Facebook del Cerchio di Legno

Grafica delle locandine di Luca Giacomelli Ferrarini)

La ragazza del Moulin Rouge: come in un romanzo, lei visse danzando

Ognuno fa come può il proprio ingresso nel mondo!

E che ingresso quello di Jane Avril! Anzi, non solo quello, tutta la sua vita è degna di un romanzo. Sembra uscita dalla penna di Hugo o dal libretto di un’opera lirica. Nasce illegittima, nel dolce mese di giugno, il mese delle farfalle, da un marchese italiano che non si cura granché di lei, e da una cortigiana parigina, che si rivela una madre crudele, probabilmente affetta da una qualche forma di malattia mentale. La stessa Jane, appena adolescente e vittima dei maltrattamenti materni, finisce ricoverata nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrière per isteria. Proprio come l’eroina sventurata di tanti romanzi classici, arriva anche a meditare il suicidio, gettandosi nella Senna, ed è una prostituta a distoglierla dal tragico proposito.

Soprattutto a salvarla e a dare una svolta alla sua esistenza, è la danza.

Non appena cominciò il ballo, scandito dal ritmo trascinante di un’orchestra indiavolata, uno slancio irresistibile mi travolse, sebbene l’intima lotta tra tentazione e timidezza mi facesse battere il cuore a mille! Ed eccomi lì a danzare e saltare, come un capretto evaso dalla stalla, o meglio ancora come la pazza che senz’altro dovevo essere, almeno in parte.

È così in effetti che la chiamano al Moulin Rouge, uno dei luoghi che più amerà in assoluto, Jane la folle. Follia che lei definisce “una presenza dolce e consolatoria, che mi ha aiutato a vivere e di cui rimango una schiava entusiasta“.

Quello che più colpisce di queste sue memorie, scritte una decina d’anni prima di morire, è la sua joie de vivre, l’entusiasmo candido e disarmante con cui racconta l’epoca bohemienne del Moulin Rouge e delle Folies Bergère, anni sfavillanti e scandalosi, all’ insegna dell’arte più sublime e dei vizi più sfrenati.

Non mi è mai più ricapitato di vivere anche in piccola parte quella nobile sensazione di euforia collettiva.

Una sarabanda di luci e ombre da cui la sua voce emerge incredibilmente pura e pulita. Parla di amanti e corteggiatori con una semplicità quasi fanciullesca. Vive libera, in maniera estremamente moderna, sempre con grata meraviglia.

Posso dire di essere stata veramente molto amata. E anche io ho amato, ogni volta in maniera diversa. A tale riguardo spero di essere giudicata con clemenza, per quanto in fondo la cosa non mi preoccupi un granché. Tuttavia conservo un ricordo prezioso dei miei amori e nutro ancora un’autentica tenerezza verso coloro che seppero ispirarmi affetto. Nessun amore, però, è stato mai tanto assoluto da farmi sacrificare la danza.

Sempre la danza, al centro di tutto. E l’Arte, quella con la A maiuscola. Jane incontra, conosce e frequenta tanti degli artisti di quegli anni incredibili e passa alla storia come musa di Toulouse-Lautrec, che la immortala in vari celebri dipinti e manifesti. Lei lo definisce un caro amico geniale con uno splendido e dirompente talento, un invalido che dissimulava una profonda malinconia con una pungente prontezza di spirito.

A un certo punto, Jane diventa anche madre e poi, cedendo a uno dei suoi innamorati più insistenti e determinati, si sposa. Ma il suo spirito libero e folle non si assopisce mai davvero, traspare da ogni riga, da ogni ricordo, accompagnato da quella vena d’inquietudine che è così tipica delle persone abituate a sentirsi diverse, fuori dagli schemi.

Sola… ma non lo sono sempre stata, in fondo? I miei sogni sono stati così lontani dalla realtà! D’altronde chi può mai davvero illudersi e sperare di essere compreso dagli altri?

Non so se ti ho compresa, ragazza del Moulin Rouge, ma leggere le tue memorie è stato come vedere un quadro di Toulouse-Lautrec che prendeva vita e finirci dentro, coinvolta insieme a te dal vortice della danza, dalla voglia di vivere e di eccedere di un tempo unico e irripetibile.

Mi capita a volte di sognare di ballare ancora. Posando lievemente e solo di rado la punta dei piedi a terra, m’involo leggera e tutti coloro che ho amato mi sorridono dal basso.

Grazie, deliziosa Jane.

(Edizione 2015: Castelvecchi

Traduzione di Massimiliano Borelli

Pagine 92)

Buon compleanno al Cerchio di Legno: un anno fa nasceva una scuola davvero speciale

Esattamente un anno fa – 9.9.18, suggestivo insieme di numeri- quel nastro bianco veniva tagliato e quella porta blu si apriva. Nella foto, ancora chiusa, la porta blu riflette il cielo, o forse, mi dico guardandola, lo contiene. Forse il cielo in realtà sta già dentro. Suono troppo poetica?

È che sono davvero affezionata al Cerchio di Legno, questo piccolo luogo prezioso creato e voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz. E ricordo con sincera emozione quella calda domenica in provincia di Verona, i sorrisi luminosi, l’entusiasmo, la gioia dell’inizio. Assistere a un inizio ha sempre un sapore particolare. Qualcosa nasce lì davanti a noi, prende il volo. Dentro c’è tutto un mondo di possibilità da realizzare, vasto quanto quel cielo riflesso.

Al Cerchio, in questo primo anno di vita, tante di queste possibilità sono state esplorate e vissute e molte altre ancora sono da scoprire. Ecco una ragione del perché amo questo posto, anche se non ne faccio parte: è un luogo di cultura, di educazione dell’anima, di passione per l’Arte e i suoi creatori l’hanno fatto nascere in un momento in cui cultura, educazione e arte vacillano, pericolanti. In cui anima e passione languono. Ci vuole coraggio e anche un po’ di follia. Una visione di questo tipo va protetta, sostenuta, abbracciata. È un rifugio, un angolo di speranza.

Tra una settimana, il 16 settembre 2019, il Cerchio riprenderà le proprie attività e come potete vedere, grazie a queste grafiche, le iscrizioni sono aperte. Luca Giacomelli Ferrarini, Cristian Ruiz e gli altri insegnanti, Valentina Ragno e Antonio Torella, sono pronti a ricominciare. Non dubito che abbiano in cantiere anche tante novità.

Walt Disney diceva che si possono immaginare, creare e costruire luoghi meravigliosi ma che occorreranno sempre le persone perché un sogno diventi realtà. E questo è il Cerchio di Legno: un cerchio di persone che fanno arte insieme e insieme costruiscono sogni da rendere reali.

Perciò buon compleanno, caro Cerchio di Legno: ti auguro di continuare a crescere e di riuscire a diffondere sempre più arte, cultura e bellezza.

#cerchiAMO

(Fotografia a colori e grafiche promozionali di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografia in bianco e nero di Alessandra Lovati)

Un giorno al Cerchio di Legno: reportage dalla scuola in cui si continuano i sogni

Incontrare ragazzi che vogliono fare arte, aiutarli nel loro percorso, imparare insieme e disimparare insieme. Tutto questo è il Cerchio di Legno.

Parola di Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz.

Hermann Hesse scriveva che dove si continua un sogno là opera la vita. E decisamente al Cerchio di Legno si continuano sogni. Che, se ci pensate, è una delle cose più faticose al mondo: semplice concepire un sogno, è gratis, ma continuarlo e mantenerlo vivo invece costa. Richiede tenacia, pazienza, dedizione. I sogni non continuano da soli.

Dall’indimenticabile inaugurazione del 9 settembre 2018 è trascorso un intero anno scolastico ed ora, per allievi e insegnanti della piccola grande scuola in provincia di Verona, è tempo di esami e di tirare le somme di questo primo pezzo di strada condiviso. Mesi intensi di lezioni basate su un programma simile a quello delle accademie di teatro e musical, incontri formativi con professionisti del settore, serate culturali a teatro e anche un viaggio didattico a Londra.

Noi veniamo dal musical ed ovviamente qui ne facciamo molto, ma questo è un laboratorio di teatro e vogliamo che l’imprinting sia un imprinting teatrale a 360 gradi

mi ha detto Cristian Ruiz.

Ci teniamo che la formazione che diamo ai ragazzi sia completa, molto specifica per ogni settore, in modo da renderli molto forti in tutti gli ambiti. Poi saranno loro, con le giuste basi tecniche, a fare il lavoro di mettere insieme.

Paola, una delle allieve, mi ha confermato l’apprezzamento per questo percorso così impegnativo e gratificante e ha sottolineato l’importanza dell’ascolto e dell’osservazione, di come guardando le prove dei propri compagni si possa imparare e lavorare su se stessi.

Ho visto questi ragazzi applicarsi per ore, una lezione dietro l’altra, fino a concludere, quasi a mezzanotte, con una sessione intensiva di danza: solo una breve pausa, per cena, seduti per terra (in cerchio!), sui volti la determinazione e la serenità di chi si trova esattamente dove vuole essere.

Loro sono la mia ricarica di energia

ha detto Luca Giacomelli Ferrarini, nella voce una nota di orgoglio.

Il loro genuino entusiasmo è rigenerante.

Ma, devo dirlo, se il Cerchio di Legno trabocca di questa forza positiva è perché i primi a trasmettere entusiasmo genuino sono proprio i suoi creatori, Luca e Cristian.

Entrare in questa scuola è come entrare in una casa. Lo avevo sperimentato già ai tempi dell’inaugurazione, ma adesso, con l’ambiente arricchito di dettagli, di ulteriore calore, l’effetto è ancora più vivido: dietro ogni particolare c’è una scelta precisa, ogni oggetto presente – dalla collezione di locandine all’antico pianoforte – ha una storia e gli occhi dei padroni di casa si illuminano nel raccontarla. È davvero un cerchio, costruito con cura, passione e sincero amore per l’arte: al centro questi due infaticabili artisti, che ne sono il cuore e l’anima.

Uno dei momenti più incredibili?

Quando Luca Giacomelli Ferrarini ha fatto una vera e propria magia e, grazie al buio, a un paio di faretti e alla grande tenda doppia che divide il laboratorio, ha ricreato l’effetto palcoscenico: un’autentica esperienza sensoriale, in cui è possibile comprendere che cosa prova un performer quando si apre il sipario! Che impressione! Ora da spettatrice in platea avrò ancora più rispetto per chi si trova sul palco!

Insomma, il Cerchio e i suoi abitanti sono davvero molto speciali. Bisogna entrare in punta di piedi, se possibile togliersi le scarpe e godersi l’atmosfera, senza sovrastrutture, pulita, onesta e solida.

Io non posso che ringraziare gli insegnanti – anche Valentina Ragno e Antonio Torella, che non erano presenti – e gli allievi per avermi concesso il privilegio di assistere alle lezioni e per avermi fatta sentire parte del loro mondo per un giorno. Chi ha il talento e le potenzialità per farne parte davvero non si perda questa possibilità. Se volete seriamente intraprendere la strada dell’Arte, con tutta la sua bellezza e tutti suoi sacrifici… casa vostra è a Mozzecane, in provincia di Verona.

I sogni non continuano da soli, dicevo. Al Cerchio di Legno si continuano insieme.

(Fotografie di Chloé Car)

**Potete trovare tutte le informazioni utili sul Cerchio di Legno sulle sue pagine social o alla mail ilcerchiodilegno@aol.com

Giulietta e Romeo di Monteverde: il fascino senza tempo della reinvenzione

Il leggendario amore impossibile di Romeo e Giulietta è stato rivisitato e reinterpretato in mille modi e attraverso le più diverse espressioni artistiche. Qualche mese fa, il 29 marzo, al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara, ho avuto modo di assistere ad una delle sue rielaborazioni, nell’ambito della danza, più originali e innovative: quella del coreografo Fabrizio Monteverde, già un classico, considerando che debuttò nel 1989, eppure a tutt’oggi, nell’attuale versione presentata dal Balletto di Roma, ancora di una sconvolgente modernità.

La partitura è quella sontuosa e avvolgente di Sergej Prokof’ev, l’ambientazione è spostata dall’antica Verona a un sud Italia post bellico, che si rifà al cinema neorealista. Gli abiti però, soprattutto quelli maschili, rievocano anche West Side Story, così come il ballo a casa Capuleti, con quei velluti rosso scuro e quelle maschere e l’accompagnamento sensuale della celeberrima Danza dei cavalieri, ricorda quasi le atmosfere di Eyes Wide Shut.

La scenografia è fissa, un muro disastrato dalla guerra, in alto una nicchia che illumina un piccolo angelo. Un muro che si apre su di un’oscurità foriera di cattivi presagi e nella scena del balcone si divide invece in una breccia di luce, attraverso cui è Giulietta a scendere da Romeo e non viceversa. Perché è Giulietta, come sottolinea il titolo, con il suo nome per primo, lo spirito ribelle dell’interpretazione monteverdiana: Romeo è quello sedotto, conquistato, trascinato, lei è la forza motrice del loro amore, piccola e sottile ma furiosamente passionale e decisa. Mi è piaciuto che nella loro prima e unica notte insieme, sia Giulietta a scoprire il corpo di Romeo, pudicamente nascosto da un lenzuolo, come se fosse lei a spogliarlo dell’innocenza.

Monteverde elimina anche le figure paterne: in questo pulsante, sanguigno racconto il potere è matriarcale e di grande impatto risulta soprattutto Lady Montecchi, confinata su una sedia a rotelle e nonostante ciò la più forte, la più dominante. È lei stessa a portare in scena, all’inizio, il pugnale che, passando di mano in mano e seminando morte, giungerà fatalmente a Giulietta. Quella sedia a rotelle rende lady Montecchi a tratti anche sinistra, come il personaggio di un film horror e le sfumature dark sono in effetti un’altra caratteristica distintiva di questa versione di Monteverde. Un buon esempio è il frate, senza identità, il volto nascosto dal cappuccio di un saio rosso sangue che lo fa assomigliare più a un satanista che a un religioso. Nella scena in cui offre a Giulietta la mistura che le procurerà la morte apparente, è a torso nudo e si sta flagellando.

Poi penso alla impressionante morte di Mercuzio, con il sangue che gli esce dalla bocca o l’evidente panico di Giulietta che si risveglia nella tomba e batte i pugni contro il muro cercando impaurita di fuggire. O sempre lei, lady Montecchi, e le altre donne, in lutto, tutte con il viso completamente avvolto in un velo nero. Di primo acchito davvero una visione da incubo.

In definitiva questo Giulietta e Romeo dopo ben tre decenni colpisce ancora e ancora stupisce, mantenendo l’attenzione dello spettatore per entrambi gli atti, in una narrazione danzata fluida e seducente, che mescola tenebra e luce. Il fascino di una reinvenzione che credo resterà intatto e continuerà a resistere al tempo, tanto quanto l’opera shakespiriana da cui nasce.

Se vi capiterà l’occasione di vederne una replica, non perdetela!

Fotografia dalla pagina Facebook del Balletto di Roma