La classe operaia va in paradiso: un viaggio nel lavoro, attraverso le epoche e le arti

Oggi ci sono più di trenta gradi, è decisamente estate, ma appena un mese fa, lo scorso 12 maggio, era una domenica fredda e scura, di pioggia gelida e vento che ribaltava l’ombrello. Novembre in pratica. E non posso scordare quel giorno, perché, lottando contro le intemperie, ho raggiunto Ferrara e il suo splendido Teatro Comunale Claudio Abbado, per vedere La classe operaia va in paradiso.

Chiuso fuori il maggio impazzito, eccomi al sicuro nel loggione, catapultata per quasi tre ore in un viaggio sospeso tra teatro e cinema, passato e presente, declinazioni varie ed eventuali di una realtà – quella del lavoro – che non è poi tanto cambiata. Dal cottimo al precariato, passando per scioperi e sindacati, forse sono cambiati i termini usati, ma le problematiche restano le stesse. Forse rispetto agli anni Settanta, la nostra è una società più stanca e indifferente, aggressiva sulla carta ma meno pronta a manifestare per un ideale. Probabilmente a molti è proprio l’ideale che manca. Lo stipendio da portare a casa, con cui vivere e pagare le tasse, la ricerca della dignità e di un proprio posto nel mondo invece sono i medesimi.

Interessanti la regia di Claudio Longhi e l’idea di non limitarsi a un semplice remake teatrale dell’omonimo film di Elio Petri. Lo spettacolo racconta in effetti la vicenda dell’operaio Lulù Massa ma al contempo ne indaga le motivazioni e la costruzione della drammaturgia, abbatte la quarta parete e narra anche delle reazioni di chi lo ha visto al cinema nel corso dei decenni. Accompagna il film attraverso i mutamenti di costume, stili di vita, punti di vista degli italiani. Noi, diversi e uguali.

Perché gli anni passano ma sul palco c’è quella catena di montaggio che continua ad arrotolarsi su se stessa, a condurre sogni, speranze, drammi, illusioni e disillusioni.

Un allestimento complesso e ambizioso, quindi, non sempre facile da seguire ma avvincente, sostenuto da un cast solido e coinvolto. Ovviamente ha spiccato in particolare Lino Guanciale, nel ruolo di Lulù Massa, nell film interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté. Ammetto di conoscere poco Guanciale come attore, ho solo una vaga idea dei suoi ruoli televisivi, ma di certo in teatro mi ha sorpresa e impressionata, dando vita a una performance anche fisicamente impegnativa (ha recitato tutto il tempo modificando pesantemente la voce) e trasformandosi in maniera radicale rispetto alla tv. All’inizio confesso che non l’avevo proprio riconosciuto. Bravo davvero.

Voglio ricordare anche Diana Manea (nel ruolo che fu di Mariangela Melato) e Franca Penone (il folle – ma non poi tanto- Militina), fantastiche entrambe. Ma il cast merita di essere citato per intero, da Donatella Allegro a Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri, da Simone Francia e Eugenio Papalia a Simone Tangolo e Filippo Zattini.

Ci hanno creduto e mi ci hanno fatto credere. Ho lasciato il teatro con la sensazione di portarmi via ricordi di un’epoca lontana solo in apparenza. E con la consapevolezza di cose che già sapevo ma su cui spesso per comodità evito di soffermarmi.

Fuori di nuovo la primavera travestita d’autunno. È passato un mese. Il freddo e la pioggia quasi mi pare di averli sognati. La classe operaia va in paradiso no, è ancora ben presente nella mia memoria, reale e concreto. Una scelta che sono felice di aver fatto.

(Fotografia tratta dalla pagina Instagram di Emilia Romagna Teatro)

La memoria della cenere: la vita trova sempre il modo per accorciare la distanza

La distanza. Una delle sue forme, delle declinazioni possibili. La prima, a ben vedere. La distanza posta tra me e la vita per navigarla, non esserne mangiata viva, restituirla. La distanza messa di traverso tra me e gli altri per farlo: io dentro, voi tutti fuori a farvi guardare, mancare. Perché io qui sono sola e voi invece insieme stretti uniti sulla superficie dei nostri mondi.

Una scrittura che si dilata nel dentro e nel fuori, quella di Chiara Marchelli. Scende nel profondo dei sentimenti e dei pensieri dei personaggi ma sa spingersi anche all’esterno, in descrizioni di realistico impatto. Non tutti gli scrittori ne sono capaci, non con lo stesso grado di intensità e coinvolgimento. Qui tutto ha il medesimo potere di presa sul lettore.

Il dentro, un aneurisma che arriva a cambiare la vita di una scrittrice italiana, Elena, da anni newyorchese d’adozione insieme al compagno francese. Da quel brusco, pauroso cambiamento fisico si innesca una catena di cambiamenti emotivi ed esistenziali. Chiunque si sia confrontato anche in minima parte con la malattia, la consapevolezza della mortalità, del tempo che si accorcia e non ritorna, conosce bene la confusione psicologica che ne deriva.

Il fuori, un vulcano, poco distante dal paese del compagno di Elena, in Francia, che eruttando costringe la coppia e i genitori di lei a una convivenza forzata, a riflessioni scomode, a scoprire il non detto e il taciuto.

Dentro e fuori che si sovrappongono, si mescolano, si scambiano. Quel dentro che Elena vorrebbe riuscire a riversare sulla carta, tornando a scrivere, poche pagine alla volta. Quel dentro che deve guarire, trovare l’aria da respirare, liberarsi, in qualche modo anche assolversi. E quel fuori così vivido e vero, tanto che leggendo si sente la cenere nell’aria e lo spettacolo dell’eruzione è davanti ai nostri occhi, come se davvero potessimo affacciarci alla finestra e trovarlo lì, magnifico e terribile.

La memoria della cenere mi è parsa una storia sulla distanza. Quella che si mette tra noi e le nostre origini, le nostre scelte, la paura, le persone a noi più vicine, per non ammettere le loro e le nostre fragilità, per protezione, per mille e mille motivi che ognuno può adattare alla propria esperienza.

Poi la vita – un aneurisma, un vulcano, tutto può essere – cambia i parametri, accorcia questa distanza accuratamente spianata, ci imprigiona a stretto contatto con ciò che temiamo, che non avevamo considerato o non vogliamo guardare troppo nei dettagli.

Vivo da sempre nello stesso posto ma non serve andarsene per poter comprendere il senso della distanza. Io lo conoscevo già da molto piccola, l’ho coltivato consapevolmente. Per questo ho riconosciuto anche qualcosa di mio in Elena, nella cenere, in quella pagine da riempire.

Anche io ho le mie.

Tutto si ripete simile a se stesso per non confonderci troppo》 aveva sorriso quel pomeriggio 《anche se poi ci confondiamo ugualmente》

Edizione: NNEditore

Pagine 296

Un giorno al Cerchio di Legno: reportage dalla scuola in cui si continuano i sogni

Incontrare ragazzi che vogliono fare arte, aiutarli nel loro percorso, imparare insieme e disimparare insieme. Tutto questo è il Cerchio di Legno.

Parola di Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz.

Hermann Hesse scriveva che dove si continua un sogno là opera la vita. E decisamente al Cerchio di Legno si continuano sogni. Che, se ci pensate, è una delle cose più faticose al mondo: semplice concepire un sogno, è gratis, ma continuarlo e mantenerlo vivo invece costa. Richiede tenacia, pazienza, dedizione. I sogni non continuano da soli.

Dall’indimenticabile inaugurazione del 9 settembre 2018 è trascorso un intero anno scolastico ed ora, per allievi e insegnanti della piccola grande scuola in provincia di Verona, è tempo di esami e di tirare le somme di questo primo pezzo di strada condiviso. Mesi intensi di lezioni basate su un programma simile a quello delle accademie di teatro e musical, incontri formativi con professionisti del settore, serate culturali a teatro e anche un viaggio didattico a Londra.

Noi veniamo dal musical ed ovviamente qui ne facciamo molto, ma questo è un laboratorio di teatro e vogliamo che l’imprinting sia un imprinting teatrale a 360 gradi

mi ha detto Cristian Ruiz.

Ci teniamo che la formazione che diamo ai ragazzi sia completa, molto specifica per ogni settore, in modo da renderli molto forti in tutti gli ambiti. Poi saranno loro, con le giuste basi tecniche, a fare il lavoro di mettere insieme.

Paola, una delle allieve, mi ha confermato l’apprezzamento per questo percorso così impegnativo e gratificante e ha sottolineato l’importanza dell’ascolto e dell’osservazione, di come guardando le prove dei propri compagni si possa imparare e lavorare su se stessi.

Ho visto questi ragazzi applicarsi per ore, una lezione dietro l’altra, fino a concludere, quasi a mezzanotte, con una sessione intensiva di danza: solo una breve pausa, per cena, seduti per terra (in cerchio!), sui volti la determinazione e la serenità di chi si trova esattamente dove vuole essere.

Loro sono la mia ricarica di energia

ha detto Luca Giacomelli Ferrarini, nella voce una nota di orgoglio.

Il loro genuino entusiasmo è rigenerante.

Ma, devo dirlo, se il Cerchio di Legno trabocca di questa forza positiva è perché i primi a trasmettere entusiasmo genuino sono proprio i suoi creatori, Luca e Cristian.

Entrare in questa scuola è come entrare in una casa. Lo avevo sperimentato già ai tempi dell’inaugurazione, ma adesso, con l’ambiente arricchito di dettagli, di ulteriore calore, l’effetto è ancora più vivido: dietro ogni particolare c’è una scelta precisa, ogni oggetto presente – dalla collezione di locandine all’antico pianoforte – ha una storia e gli occhi dei padroni di casa si illuminano nel raccontarla. È davvero un cerchio, costruito con cura, passione e sincero amore per l’arte: al centro questi due infaticabili artisti, che ne sono il cuore e l’anima.

Uno dei momenti più incredibili?

Quando Luca Giacomelli Ferrarini ha fatto una vera e propria magia e, grazie al buio, a un paio di faretti e alla grande tenda doppia che divide il laboratorio, ha ricreato l’effetto palcoscenico: un’autentica esperienza sensoriale, in cui è possibile comprendere che cosa prova un performer quando si apre il sipario! Che impressione! Ora da spettatrice in platea avrò ancora più rispetto per chi si trova sul palco!

Insomma, il Cerchio e i suoi abitanti sono davvero molto speciali. Bisogna entrare in punta di piedi, se possibile togliersi le scarpe e godersi l’atmosfera, senza sovrastrutture, pulita, onesta e solida.

Io non posso che ringraziare gli insegnanti – anche Valentina Ragno e Antonio Torella, che non erano presenti – e gli allievi per avermi concesso il privilegio di assistere alle lezioni e per avermi fatta sentire parte del loro mondo per un giorno. Chi ha il talento e le potenzialità per farne parte davvero non si perda questa possibilità. Se volete seriamente intraprendere la strada dell’Arte, con tutta la sua bellezza e tutti suoi sacrifici… casa vostra è a Mozzecane, in provincia di Verona.

I sogni non continuano da soli, dicevo. Al Cerchio di Legno si continuano insieme.

(Fotografie di Chloé Car)

**Potete trovare tutte le informazioni utili sul Cerchio di Legno sulle sue pagine social o alla mail ilcerchiodilegno@libero.it

La figlia femmina: una storia che disturba, conquista e brucia

《Io il diavolo ce l’ho qua》. Si alzò in piedi e si indicò il petto. 《Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così》

È stato un rapporto controverso, quello fra me e questo libro. L’ho voluto da subito, appena ho visto la bellissima copertina con il discusso quadro di Balthus, eppure sono trascorsi mesi e mesi prima che lo comprassi, in una specie di inseguimento. Entravo nelle librerie e non lo trovavo, mi ripromettevo di ordinarlo ma succedeva sempre qualcosa per cui non lo facevo.

Poi finalmente eccolo, mio. E l’ho letto d’un fiato, come accade con certi liquori molto forti, che non si possono bere a piccoli sorsi ma devi mandarli giù in un colpo solo, sentendo le viscere che ti vanno a fuoco e anche con qualche lacrimuccia agli occhi. Ti riscaldano, però, ti danno una sferzata, ti risvegliano.

Ciò che mi ha conquistata di La figlia femmina è come Anna Giurickovic Dato abbia affrontato il tema estremamente rischioso e difficile della pedofilia senza scadere nei suoi aspetti più crudi e morbosi, senza cercare il facile sensazionalismo. Il suo approccio è più sottile e intimo, passa attraverso gli occhi di una moglie e madre che, come capita spesso, non vede o non vuole vedere quello che sta accadendo, sino a che la realtà non le viene sbattuta in faccia con violenza. L’autrice non giudica, non nasconde moniti fra le righe: con semplicità entra nei ricordi e nel presente della sua protagonista – divisi tra un Marocco splendidamente rievocato e Roma – e ne narra la cecità, l’inadeguatezza, i rimorsi, la confusione, la difficoltà ad affrontare la figlia, prima bambina di cui non ha colto il silenzioso grido di aiuto, poi adolescente distorta dal trauma.

Fino a una cena surreale, in cui ho stentato a comprendere cosa fosse vero e cosa invece un’interpretazione deviata e rielaborata dai sensi di colpa, dalle paure più profonde, dal peso di due vite strappate che non possono essere più le stesse.

Il silenzio che sento non è solo intorno, ma mi viene da dentro e mi paralizza. Sono io stessa il silenzio.

Alla fine si è sorpresi dalla disturbante consapevolezza che potrebbe accadere anche a noi. Che poco conta dirsi io lo avrei capito, me ne sarei accorta. Forse no, invece.

Un esordio potente, quindi, disturbante, lucido, umano. Che, da quel che ho letto seguendo il profilo Instagram di Anna Giurickovic Dato, è stato anche trasformato in copione teatrale. Attendo news a questo proposito e spero di avere prima o poi la possibilità di vedere La figlia femmina sul palcoscenico. È in effetti una trama perfetta per il teatro.

Soprattutto è un libro veramente ben scritto. Se non lo avete ancora fatto, leggetelo. Brucerà ma vi farà pensare.

(Editore: Fazi

Pagine: 191)

Appiccicati-Un musical diverso: la vita a volte ci incastra ma forse ci fa un favore

Lui, lei. Un incontro fugace di sesso occasionale tra sconosciuti, ma… ops! Succede che i due rimangono incastrati! Sì, mentre consumano, avete capito. L’unica, imbarazzante soluzione pare ovviamente il pronto soccorso, ma i malcapitati si ritrovano in uno strano ospedale dove il tempo non passa mai. Anche perché l’orologio è finto, come spiega l’unica – molto poco collaborativa- infermiera, che peraltro fin dall’inizio ha reso subito chiaro al pubblico che questo è un musical. Infatti il dottore in realtà è il pianista (o invece il pianista è in realtà il dottore? Uhm…)

Insomma non c’è dubbio che Appiccicati-Un musical diverso sia davvero diverso. Arriva dalla Spagna – creato da Ferran Gonzales, Alicia Serrat e Joan Miquel Perez – e dello stile iberico ha tutto il sapore squisitamente e allegramente carnale, privo di inibizioni e censure. Ma non solo questo. È infatti interessante che la versione italiana sia una produzione del Teatro dei Filodrammatici di Milano, un palcoscenico dedito soprattutto alla prosa: grazie all’espediente del dialogo diretto con gli spettatori, lo spettacolo, diretto da Bruno Fornasari, smonta le regole del musical e sembra quasi parodiarlo, prenderlo in giro, ma, in maniera ironica e sottile, fa anche l’opposto, sbeffeggiando chi guarda solo ai grandi classici e piagnucola sul vero teatro ormai morto. Una dissacrazione intelligente di certi stereotipi e noti pregiudizi e anche un divertito omaggio ai piccoli allestimenti, che vanno in scena con pochi mezzi (e, aggiungo io, sono spesso per questo dotati di maggiori genio e inventiva).

Nei ruoli dei due amanti appiccicati ci sono Marta Belloni e Cristian Ruiz, entrambi impegnati in una performance fisicamente e vocalmente non semplice, affrontata però con piacevole leggerezza. Lei – che ha anche tradotto le liriche insieme a Fornasari e Daniele Vagnozzi – mi ha colpita per l’espressività e la grinta: incarna una ragazza tosta e decisa, con le idee molto chiare, che non lascia emergere facilmente dolcezza e incertezze, ma poi… Ruiz invece si dimostra sempre a proprio agio nel registro della commedia ed esprime anche una goffa, simpatica vulnerabilità, con cui conquista ben presto l’affetto del pubblico (e dopo un po’ ammorbidisce pure la sua appiccicata compagna).

Chi mi ha sorpresa è stato Antonio Torella, il pianista/dottore (o dottore/pianista?): mi erano già ben note le sue notevoli doti di musicista e sempre in quelle vesti lo avevo visto esibirsi finora, ma in Appiccicati ho scoperto anche il suo lato comico. E, ehi, è bravo anche in quello!

E poi c’è lei, la famigerata infermiera, la ciliegina sulla torta, il fiore all’occhiello, la scheggia impazzita, tutto questo insieme, ovvero Stefania Pepe (mai cognome fu più azzeccato): fantastica, la ringrazio per le sincere risate. Ma dovete vederla in azione, descrivere quello che combina sarebbe riduttivo.

E se appunto volete vederli, tutti loro, avete tempo ancora per una decina di giorni. Dopo aver debuttato lo scorso 7 maggio, Appiccicati resterà in scena al Teatro dei Filodrammatici fino al 26 maggio 2019, quindi sbrigatevi e andate a scoprire come andrà a finire per i due appiccicati. Vi farete un sacco di risate e anche qualche piccola riflessione.

Perché la vita, si sa, ci incastra, ma a volte, facendolo, ci offre insospettabili occasioni.

Ah… dimenticavo: evitate di tossire!

(Fotografie di Laila Pozzo e tratte dalla pagina Facebook del Teatro dei Filodrammatici)

L’Ascensore: un debutto che ha lasciato il segno

Ho visto L’Ascensore poche ore fa, al suo debutto assoluto in Italia al Teatro Cestello di Firenze. Quindi questa è di certo la recensione più a caldo che abbia mai scritto in vita mia. Lo spettacolo è ancora lì, sospeso tra i circuiti del mio cervello e le fibrillazioni del cuore, non ancora assimilato. Continuo a sentire la tensione nei muscoli e, invece di dormire, sono qui a cercare le parole per raccontarlo.

Come si evince dalla bellissima – e molto cinematografica- locandina, L’Ascensore è un thriller, quindi non parlerò della trama, per non rovinare la visione ai futuri spettatori. Di solito sono la regina degli spoiler ma in questo particolare caso sono stata molto felice di essermi impegnata ad evitarli. È stato esaltante addentrarmi nella storia e nelle vite e nei sentimenti dei personaggi come in un labirinto, in cui dovevo trovare il filo della comprensione degli eventi.

Mark, Emma, John. Tre destini che si incrociano in quei modi sorprendenti e un po’ bastardi che a volte la vita ci riserva. Non posso e non voglio dire di più, dovete andare a teatro e saranno loro a presentarsi e a farsi conoscere, amare o odiare, un pezzo alla volta.

Senza scendere in dettagli, mi aspettavo parecchio dall’intreccio di José Masegosa perché conosco l’abilità degli spagnoli nel creare costruzioni narrative originali e spiazzanti ed in effetti non sono rimasta delusa. Quella che potrebbe essere una vicenda tutto sommato semplice assume toni completamente diversi grazie al gioco di incastri con cui è sviluppata.

L’Ascensore rappresenta una felice commistione di musical e prosa, in cui si privilegia sempre il tessuto della storia, attraverso ottimi dialoghi e brani di grande complessità tecnica ( tradotti da Nino Pratticò e accompagnati al piano dalla bravissima Eleonora Beddini). Un’aria in particolare, affidata alla sempre straordinaria voce di Luca Giacomelli Ferrarini (Mark), ha strappato forti applausi a scena aperta. Ho amato anche l’assolo di Emma (Elena Mancuso).

Gli attori si sono donati molto. Danilo Brugia e Elena Mancuso rappresentavano una novità, per me. Lui, nel ruolo di John, ha in dote un personaggio non facile (per motivi che devo tacere) e se l’è cavata più che bene, credo abbia ancora parecchio spazio di manovra per farlo crescere. Lei ha dimostrato grande passione, riuscendo a trasmettere le fragilità della sua Emma.

Su Luca Giacomelli Ferrarini, che invece ben conosco, che dire che non sia già stato detto?

È bravo, con la b e tutto il resto delle lettere maiuscole. Sempre così vero, così calato nella parte, che ti dimentichi che è lui e ti perdi nel personaggio.

Veramente affascinante la regia di Matteo Borghi: attraverso la scenografia, le luci, i fantastici movimenti scenici di Luca Peluso, ha dato vita a una bolla pulsante di mistero e inquieta emozione. Unico neo: il fumo, va dosato meglio. A un certo punto, durante un dialogo, ho faticato a vedere gli attori.

Vi rammento che dopo il 27 e il 28 aprile a Firenze, poi lo spettacolo andrà in tour, a Roma (2 maggio), Trevi (3 maggio), Spello (4 maggio), Milano (10 maggio), Torino (11 maggio) e infine il 18 e il 19 maggio a Villafranca di Verona, nel teatro che porta il nome di Alida Ferrarini, grande soprano madre di Luca. Ma già si rumoreggiano altre date…

E mi auguro che davvero tante se ne aggiungano. Perché L’Ascensore mi è piaciuto (si era capito?), proprio tanto. E forse domani o fra qualche giorno avrò parole migliori e più ragionate per descriverlo, ma volevo farlo adesso, con la mente e il cuore accesi e in subbuglio, sperando di farvi arrivare la sensazione ancora fresca, un po’ scombinata ma genuina che sto provando, mentre scrivo nel buio di un albergo di Firenze.

Ci sarò riuscita?

(Fotografie di Franco Emme)

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)