Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

L’Assassino Cieco: un viaggio appassionante lungo tre storie

L’unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non verrà mai letto.

A parlare è Iris, ormai anziana, consapevole che la morte si avvicina. Scrive non sa per chi (ma in realtà sì, lo sa) e ricostruisce la propria lunga vita, sin dall’infanzia, soprattutto il rapporto con la sorella minore Laura.

Da bambina, Laura chiedeva: in Paradiso che età avrò?

Laura, particolare, fragile e ribelle. Morta suicida da giovane e divenuta poi famosa per via della pubblicazione postuma di un suo romanzo. Alle memorie di Iris si alternano quindi stralci di questo libro, che ruota intorno agli incontri clandestini di due amanti senza nome. E, come in una matrioska narrativa, nel romanzo lui racconta a lei la storia che sta scrivendo, una variopinta trama fantasy che ha per protagonista un assassino cieco.

Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio e l’ultimo, e dice sempre la verità. Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l’uomo che non poteva vedere si innamorarono.

Quindi, in pratica, L’assassino cieco è il racconto di un uomo misterioso, dentro il romanzo di una suicida, dentro i ricordi di un’anziana donna. Un intreccio complesso che poteva facilmente sfuggire di mano, diventare dispersivo, smarrire per strada l’attenzione del lettore. Ma se l’autrice è Margaret Atwood allora succede che ne esce un’opera poderosa ed intima allo stesso tempo, fluida, scorrevole, avvolgente. Seguire le tre vicende è un’avventura, scoprendo via via quanto profondamente – molto più di quel che si poteva presumere all’inizio – siano legate l’una all’altra.

Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio.

È così che ho conosciuto la scrittura pungente e affilata di Margaret Atwood: non ho ancora letto il famoso Racconto dell’Ancella di cui proprio in questi giorni è uscito l’attesissimo seguito, I Testamenti, ma ho trascorso buona parte della primavera e dell’inizio dell’estate in compagnia della lucida, amara ironia di Iris e delle disincantate conversazioni dei due amanti, in luoghi e tempi sempre diversi, avanti e indietro negli anni e nei sogni, fuori e dentro dalla realtà e dalla fantasia.

I francesi se ne intendono di tristezza, ne conoscono di tutti i tipi. È per questo che hanno i bidè.

Amabilmente corrosivo lo stile dell’autrice, mi ha fatto innamorare di lei: nessuna banalità, nessuna retorica romantica, il suo sguardo sugli affetti, il matrimonio, il sesso, la maternità, la natura umana, è diretto e sincero, senza filtri e abbellimenti. Nessuna concessione, la vita è questa, lettore, vediamo di farcene subito una ragione.

Mi sento sempre più come una lettera – depositata qui, raccolta là. Ma una lettera senza destinatario.

In particolare ho amato il modo in cui Iris parla della proprio vecchiaia, con tutti i sentimenti contrastanti che genera, le paure, le frustrazioni.

Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e pericolosi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Proprio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una gamba, all’improvviso il corpo ha altre cose da fare.

Così brutalmente chiara, Iris, di fronte al mondo che cambia, agli errori, alle verità mai dette e che vanno finalmente rivelate, forse a tutti, forse a nessuno, soprattutto a se stessa. Consapevole del valore e del potere della parola.

Le cose scritte possono fare molto male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto.

Può non essere una lettura semplice, sono pur sempre più di cinquecento pagine, ma si tratta di un lungo viaggio di cui non ci si pente. Perlomeno per me ne è valsa la pena. E alla fine mi è dispiaciuto separarmi da Iris, era diventata una voce amica. So dove ritrovarla.

Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando leggerai quest’ultima pagina, quello – se mai mi troverò da qualche parte è l’unico posto in cui sarò.

(Editore: Ponte Alle Grazie

Traduzione di Raffaella Belletti

Pagine 552)

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)

Addio fantasmi: il mistero della memoria e dell’assenza

Passiamo l’esistenza a sbattere le ciglia e poi un battito, uno fra i tanti, cambia direzione e scompiglia ciò che siamo.

Me lo sono sempre chiesto, guardando programmi televisivi, ascoltando vecchie storie: come si convive con la scomparsa di una persona amata?

La scomparsa letterale: un padre, una moglie, un figlio, qualcuno a cui teniamo, che amiamo, un giorno esce di casa e svanisce nel nulla. Non ne conosceremo mai la sorte, non avremo mai un motivo, una conclusione, una tomba, un’elaborazione del lutto. Se lutto si può definire. Sembra più un tradimento, un abbandono senza possibilità di appello.

Come si convive con un evento tanto atroce? Lo si supera mai?

Nadia Terranova indaga su questi interrogativi con il suo bellissimo Addio fantasmi. Afflitto da depressione, Sebastiano Laquidara una brutta mattina svanisce senza più fare ritorno. Lascia sospese nel vuoto di quel mistero sua moglie e la figlia tredicenne Ida. Adesso, ventitré anni dopo, Ida, da Roma, torna a Messina, deve aiutare la madre a sistemare la casa di famiglia che la donna ha deciso di vendere: un ritorno che la metterà a confronto con quell’assenza priva di ragioni che ha risucchiato la sua libertà emotiva, la libertà di sperare.

Avevo tredici anni e non sapevo quanto si è piccole a tredici anni, quanto si creda di essere grandi; le fiabe cadute alle spalle non ti avvisano, non ti consegnano strumenti in eredità: quali sono le avvisaglie che un regno sta per finire?

Mi ritrovo in queste parole. Anche per me un regno è finito a quell’età: la prima grande perdita della mia vita, la stabilità incrinata, tutto diverso, tutto cambiato, un lutto con conseguenze che si sono diramate nel futuro per anni. L’infanzia conclusa bruscamente, l’adolescenza resa ancora più fragile, sebbene io abbia avuto un perché, un addio, una tomba su cui portare fiori.

Ma la vita poi ci insegna che le forme di perdita e di dolore sono tante, così come sono tanti i modi di affrontarne o fuggirne il fardello. In Addio fantasmi non ci sono solo i fantasmi di Ida: ritornando a Messina, da quella madre con cui è più facile arrabbiarsi per evitare di capirla, in quella casa dove troppe cose si sono fermate come un orologio bloccato sull’ora fatidica, lei si renderà conto che esistono anche i fantasmi degli altri, spettri di sofferenze che non aveva sospettato o a cui non aveva prestato attenzione, specchi di ferite sconosciute, a volte inguaribili, che però possono mostrarci anche i riflessi dei nostri traumi, più nitidi e chiari.

Realizzerà che la memoria è fatta di dettagli che spesso teniamo nascosti e rielaboriamo. Chiusi in una scatola, come una capsula del tempo. Aprirla può essere sorprendente, magari un’opportunità di riprendersi la libertà di sperare.

La felicità non esiste ma esistono momenti felici

Edizione: Einaudi (2018)

Pagine: 208

L’Arminuta: il mare senza approdi dell’abbandono

… oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Sono figlia unica, cresciuta in una casa molto grande, con tanto spazio a disposizione e una solitudine tutta mia che non mi è mai dispiaciuta. E ho avuto una madre – purtroppo già da molto tempo perduta- a cui mi legava una complicità profonda.

Stando a queste premesse, credo sia facile comprendere lo sconvolgimento interiore che mi ha procurato L’Arminuta. Una storia in cui all’inizio si entra confusi e sconcertati, quasi quanto la giovanissima protagonista, e poi via via se ne viene catturati, in un susseguirsi di onde emotive, che a volte travolgono, a volte schiaffeggiano, a volte restituiscono relitti a cui aggrapparsi.

Il mondo che avevo conosciuto precipitava intorno, pezzi di cielo si abbattevano su di me come scenografie leggere.

Come ci si può sentire, a soli tredici anni, nello scoprire che i propri genitori in realtà sono cugini di quelli veri? E nel venire rispediti alla famiglia originaria come un pacco, senza alcuna spiegazione, ritrovandosi in una vita del tutto diversa?

Me lo sono chiesto e non ho trovato risposta, solo smarrimento e impotenza.

L’arminuta (in dialetto abruzzese significa ritornata) passa dall’essere una figlia unica che frequenta corsi di danza e nuoto e va alle feste con le amiche, ad una casa povera, affollata di fratelli, dove regnano metodi violenti e per lo più rozzi e ignoranti. Traumatico, anche per il lettore.

In questa storia gli adulti non ne escono bene. A parte alcune figure a margine, come l’insegnante o la signora Bice, ci si trova di fronte a uomini e donne incapaci di comunicare, di assumersi la responsabilità di affrontare una bambina. Fa riflettere, questo libro, sull’egoismo di certi adulti, su quanto spesso si tende a scordare che i figli non hanno chiesto di essere messi al mondo, e che avendoli voluti e fatti nascere si ha il dovere di pensare ai loro diritti prima che ai nostri.

In contrapposizione a questi adulti così manchevoli, la trama delinea personaggi di grande impatto tra i fratelli della protagonista. Dal piccolo Giuseppe, con una forma di ritardo mentale, per cui lei avrà da quasi subito e per sempre un debole e un istintivo senso di protezione, al selvaggio e ribelle Vincenzo, con cui nasce un’attrazione che sfiora l’incesto. A lui sono dedicate alcune delle pagine più struggenti. E poi la sorella, minore di pochi anni, Adriana, il personaggio che più colpisce e conquista.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.

Adriana, così forte e così matura, così tenace, sempre paragonata a una gatta. Il suo rapporto con la sorella è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere. Una piccola boa che non affonda nel mare in tempesta.

Continuo a citare il mare perché in effetti la scrittura di Donatella Di Pietrantonio mi fa pensare all’acqua, in certi momenti dura, in altri dolce. Di certo ha il dono del saper raccontare. Sembra scontato in uno scrittore ma non lo è.

Ed è un mare oscuro il suo racconto. Un mare senza approdi, l’abbandono. Un moto ondoso inquietante l’assenza di risposte, di una vera appartenenza. Del sentirsi voluti. È un naufragio la parola madre, quando perde il suo significato. Si è destinati a non ritrovarsi più davvero.

Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. (…) Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.

Onda su onda, fino a due bambine che si ancorano l’una all’altra al limite delle acque sicure.

Nella complicità ci siamo salvate.

Edizioni Einaudi

Pagine 162