Mr Zuppa Campbell, il pettirosso e la bambina: un’irresistibile favola per addolcire i pensieri

Non è incredibile come un uccellino così piccolo sia riuscito a cambiare così tante vite?

Prima premessa: Jack, l’adorabile uccellino al centro di questa storia non è un pettirosso, come invece indicato nel titolo italiano, bensì un cardinale, uno di quei bellissimi esemplari rossi, con il ciuffo, che spesso appaiono nelle illustrazioni natalizie. In effetti il titolo originale del libro è A redbird Christmas e la vicenda narrata dura un anno, cominciando e finendo nel periodo natalizio ( io ovviamente l’ho letta a Pasqua!).

Seconda premessa: leggendo, munitevi di fazzolettini di carta e immaginate la sottoscritta che versava copiose lacrime sul kindle, borbottando “Franca, ma sul serio? Smettila!” e intanto continuava a lacrimare.

A questo punto sareste anche autorizzati a dirmi “ma come? Mentre siamo in quarantena, ci proponi una storia che ci farà piangere?” E avreste anche ragione, ma dopotutto parliamo di un libro di Fannie Flag: se avete letto il suo celeberrimo Pomodori verdi fritti o visto l’omonimo film, sapete che una buona dose di commozione è compresa nel pacchetto. Quindi sì, è possibile che vi trasformerete in una gelatina lacrimosa come me, però ne varrà la pena, perché questa è una piccola favola dolce, non solo natalizia ma per tutte le stagioni, piena di buoni sentimenti e speranza. Un po’ come certi film di una volta, sul genere di La vita è meravigliosa. Un tipo di atmosfera che, diciamolo, ora come ora male non può farci.

Fin dal principio si era sempre sentito come un paio di calzini bianchi e scarpe marroni in una stanza piena di smoking.

Fannie Flagg ci racconta di tre anime diverse, fuori e dentro, senza un posto nel mondo, che si incontrano, si trovano tra loro e trovano anche finalmente una casa, un luogo fisico e del cuore a cui appartenere. Il maturo Oswald, orfano a cui hanno dato il nome di una zuppa, da sempre segnato da problemi polmonari, fallimentare nei rapporti e nelle scelte. La piccola Patsy, nata con una malformazione a un’anca e abbandonata dal padre. E Jack, uccellino ferito quando era ancora implume, che non può più volare. I loro percorsi accidentati si incrociano a Lost River, in Alabama. Terra di fiume, che ha molto in comune con casa mia. Certo qui non abbiamo un clima altrettanto ideale, ma i momenti di pace, in cui Oswald si perde ad osservare gli aironi e ad ammirare il tramonto, mi sono molto familiari.

Oswald restava lì a guardare la sera cambiar colore e le correnti disegnare lenti cerchi sull’acqua, finché alle sue spalle sorgeva la luna.

Lost River è anche una comunità calorosa e allegra, popolata di personaggi ben caratterizzati e peculiari, che dopo un po’ sembrano vicini di casa che conosci da una vita. Persone generose che accoglieranno in diversi modi e momenti Oswald, Patsy e Jack. Fra tutti ho amato in particolare Roy, il negoziante che si prende cura di Jack e lo tiene con sé. Alcune delle sue scene sono tra le più toccanti del libro.

Non temete però un eccesso di melassa: questa è semplicemente una storia buona, che racconta di brave persone e parla di amicizia e solidarietà. Ed è soprattutto la storia di un uccellino buffo e rosso che abita in un negozio e corre su una ruota con i campanellini, della bimba che si innamora di lui e che un giorno vuole diventare veterinaria e dell’uomo che si scopre artista e dipinge il loro ritratto. Irresistibili. Io li ho conosciuti grazie all’ottimo consiglio di qualcuno di cui mi fido molto. Se vi fidate altrettanto di me, li presento anche a voi.

Edizione 2009: Bur Rizzoli

Traduzione di Olivia Crosio

Pagine 235

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83

La figlia del Re Ragno: un libro che mantiene quello che promette

Lasciate che vi racconti una storia, che parla di un gioco che si chiama Frustrazione.

Questo libro inizia con una scena forte e crudele. Te lo rende chiaro da subito, che non sarà il libro che ti aspetti, forse neanche quello di cui hai bisogno, ma di certo non ti annoierai. Così vai avanti, con un po’ di comprensibile turbamento e molta curiosità.

Superava tutti gli altri quasi di una testa, e aveva una luce che quelli non hanno.

Il libro ti porta in Nigeria, insieme alle due voci narranti. Lei, Abike, ha diciassette anni ed è figlia di un potentissimo e ricchissimo uomo d’affari (del tipo con la villa blindata e le guardie armate all’ingresso). Lui, diciotto anni, è un venditore ambulante che fa del suo meglio per mantenere la sorellina e la madre in preda alla depressione, dopo la morte del padre. Si incontrano, si notano, si piacciono. Se non fosse per quell’inizio piuttosto spiazzante, potresti considerarla una svolta classica: due ragazzi di estrazione sociale diversa, una casualità improbabile che si trasforma in destino ed ecco un giovane amore un po’ shakespiriano, pronto a sfidare le convenzioni e ad andare contro tutto e tutti… Però appunto c’è quell’inizio, che ti mette la pulce nell’orecchio e continui a leggere con una punta di legittimo sospetto e una vaga tensione sotto pelle.

Sono uscito da quella casa sentendomi ingannato e manipolato. Volevo la mia sceneggiatura.

Capitolo dopo capitolo, il libro diventa un vaso di Pandora da cui, tolto il coperchio, emergono segreti e intrecci del passato, scelte fatte e ancora da compiere, l’ombra a due facce della vendetta. Soprattutto ad affascinare è lei, Abike. L’ambulante è un personaggio ben scritto, ben costruito, lo capisci e non hai difficoltà a empatizzare con le sue emozioni e i suoi dilemmi. Ma Abike, la figlia del Re Ragno? È come suo padre? Lo diventerà? È differente? Qual è la sua vera natura? Devi amarla, detestarla, cercare un sentimento nel mezzo?

È Abby, adesso, Abike non c’è più. Insiste affinché la chiami così, e non mi risponde quando mi dimentico e uso il “nome vecchio”. Abike è sempre lì, ma questa nuova personalità salta fuori sempre più di frequente.

A prescindere dalle risposte, tu, lettore, ormai sei irretito, non puoi staccarti dalle pagine. Hai sempre in testa quell’inizio brutale e quasi un po’ ti aspetti che tutto, uguale e diverso, possa ripetersi. Il gioco a cui stai assistendo, Frustrazione, dovrà pur avere un vincitore. O no?

“Perché tu piangi?” Perché sarò sola in questa casa.

Come detto, comunque, questo è un libro onesto, ti aveva avvertito di non essere banale. Ne avrai conferma, sino all’ultima riga. E forse non sarà come te lo aspettavi, forse neanche è quel che ti serviva in questo momento, ma ti piacerà. Ti piacerà parecchio.

Per un attimo vacillo, ma è solo un momento. Lui avrebbe voluto così.

Edizione settembre 2019: Fandango Libri

Traduzione di Chiara Brovelli

Pagine 298

Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

L’Assassino Cieco: un viaggio appassionante lungo tre storie

L’unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non verrà mai letto.

A parlare è Iris, ormai anziana, consapevole che la morte si avvicina. Scrive non sa per chi (ma in realtà sì, lo sa) e ricostruisce la propria lunga vita, sin dall’infanzia, soprattutto il rapporto con la sorella minore Laura.

Da bambina, Laura chiedeva: in Paradiso che età avrò?

Laura, particolare, fragile e ribelle. Morta suicida da giovane e divenuta poi famosa per via della pubblicazione postuma di un suo romanzo. Alle memorie di Iris si alternano quindi stralci di questo libro, che ruota intorno agli incontri clandestini di due amanti senza nome. E, come in una matrioska narrativa, nel romanzo lui racconta a lei la storia che sta scrivendo, una variopinta trama fantasy che ha per protagonista un assassino cieco.

Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio e l’ultimo, e dice sempre la verità. Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l’uomo che non poteva vedere si innamorarono.

Quindi, in pratica, L’assassino cieco è il racconto di un uomo misterioso, dentro il romanzo di una suicida, dentro i ricordi di un’anziana donna. Un intreccio complesso che poteva facilmente sfuggire di mano, diventare dispersivo, smarrire per strada l’attenzione del lettore. Ma se l’autrice è Margaret Atwood allora succede che ne esce un’opera poderosa ed intima allo stesso tempo, fluida, scorrevole, avvolgente. Seguire le tre vicende è un’avventura, scoprendo via via quanto profondamente – molto più di quel che si poteva presumere all’inizio – siano legate l’una all’altra.

Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio.

È così che ho conosciuto la scrittura pungente e affilata di Margaret Atwood: non ho ancora letto il famoso Racconto dell’Ancella di cui proprio in questi giorni è uscito l’attesissimo seguito, I Testamenti, ma ho trascorso buona parte della primavera e dell’inizio dell’estate in compagnia della lucida, amara ironia di Iris e delle disincantate conversazioni dei due amanti, in luoghi e tempi sempre diversi, avanti e indietro negli anni e nei sogni, fuori e dentro dalla realtà e dalla fantasia.

I francesi se ne intendono di tristezza, ne conoscono di tutti i tipi. È per questo che hanno i bidè.

Amabilmente corrosivo lo stile dell’autrice, mi ha fatto innamorare di lei: nessuna banalità, nessuna retorica romantica, il suo sguardo sugli affetti, il matrimonio, il sesso, la maternità, la natura umana, è diretto e sincero, senza filtri e abbellimenti. Nessuna concessione, la vita è questa, lettore, vediamo di farcene subito una ragione.

Mi sento sempre più come una lettera – depositata qui, raccolta là. Ma una lettera senza destinatario.

In particolare ho amato il modo in cui Iris parla della proprio vecchiaia, con tutti i sentimenti contrastanti che genera, le paure, le frustrazioni.

Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e pericolosi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Proprio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una gamba, all’improvviso il corpo ha altre cose da fare.

Così brutalmente chiara, Iris, di fronte al mondo che cambia, agli errori, alle verità mai dette e che vanno finalmente rivelate, forse a tutti, forse a nessuno, soprattutto a se stessa. Consapevole del valore e del potere della parola.

Le cose scritte possono fare molto male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto.

Può non essere una lettura semplice, sono pur sempre più di cinquecento pagine, ma si tratta di un lungo viaggio di cui non ci si pente. Perlomeno per me ne è valsa la pena. E alla fine mi è dispiaciuto separarmi da Iris, era diventata una voce amica. So dove ritrovarla.

Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando leggerai quest’ultima pagina, quello – se mai mi troverò da qualche parte è l’unico posto in cui sarò.

(Editore: Ponte Alle Grazie

Traduzione di Raffaella Belletti

Pagine 552)

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)

Addio fantasmi: il mistero della memoria e dell’assenza

Passiamo l’esistenza a sbattere le ciglia e poi un battito, uno fra i tanti, cambia direzione e scompiglia ciò che siamo.

Me lo sono sempre chiesto, guardando programmi televisivi, ascoltando vecchie storie: come si convive con la scomparsa di una persona amata?

La scomparsa letterale: un padre, una moglie, un figlio, qualcuno a cui teniamo, che amiamo, un giorno esce di casa e svanisce nel nulla. Non ne conosceremo mai la sorte, non avremo mai un motivo, una conclusione, una tomba, un’elaborazione del lutto. Se lutto si può definire. Sembra più un tradimento, un abbandono senza possibilità di appello.

Come si convive con un evento tanto atroce? Lo si supera mai?

Nadia Terranova indaga su questi interrogativi con il suo bellissimo Addio fantasmi. Afflitto da depressione, Sebastiano Laquidara una brutta mattina svanisce senza più fare ritorno. Lascia sospese nel vuoto di quel mistero sua moglie e la figlia tredicenne Ida. Adesso, ventitré anni dopo, Ida, da Roma, torna a Messina, deve aiutare la madre a sistemare la casa di famiglia che la donna ha deciso di vendere: un ritorno che la metterà a confronto con quell’assenza priva di ragioni che ha risucchiato la sua libertà emotiva, la libertà di sperare.

Avevo tredici anni e non sapevo quanto si è piccole a tredici anni, quanto si creda di essere grandi; le fiabe cadute alle spalle non ti avvisano, non ti consegnano strumenti in eredità: quali sono le avvisaglie che un regno sta per finire?

Mi ritrovo in queste parole. Anche per me un regno è finito a quell’età: la prima grande perdita della mia vita, la stabilità incrinata, tutto diverso, tutto cambiato, un lutto con conseguenze che si sono diramate nel futuro per anni. L’infanzia conclusa bruscamente, l’adolescenza resa ancora più fragile, sebbene io abbia avuto un perché, un addio, una tomba su cui portare fiori.

Ma la vita poi ci insegna che le forme di perdita e di dolore sono tante, così come sono tanti i modi di affrontarne o fuggirne il fardello. In Addio fantasmi non ci sono solo i fantasmi di Ida: ritornando a Messina, da quella madre con cui è più facile arrabbiarsi per evitare di capirla, in quella casa dove troppe cose si sono fermate come un orologio bloccato sull’ora fatidica, lei si renderà conto che esistono anche i fantasmi degli altri, spettri di sofferenze che non aveva sospettato o a cui non aveva prestato attenzione, specchi di ferite sconosciute, a volte inguaribili, che però possono mostrarci anche i riflessi dei nostri traumi, più nitidi e chiari.

Realizzerà che la memoria è fatta di dettagli che spesso teniamo nascosti e rielaboriamo. Chiusi in una scatola, come una capsula del tempo. Aprirla può essere sorprendente, magari un’opportunità di riprendersi la libertà di sperare.

La felicità non esiste ma esistono momenti felici

Edizione: Einaudi (2018)

Pagine: 208