Trascurate Milano: Luca Ricci e le declinazioni delle decadenza

La vita di sopra non è fatta per noi, io sono quella di sotto, quella della metro.

Da Roma a Milano, dall’autunno al Natale, la mia – personalissima – impressione è che Luca Ricci abbia intrapreso una sorta di discesa nelle viscere del male di vivere. Noi lettori siamo Dante e l’autore un Virgilio che ci accompagna a frugare nelle pieghe delle anime stanche.

Dopo il ritmo lento della caduta delle foglie e della spirale oscura di una passione immaginaria in Gli Autunnali, questa volta la discesa è letterale e concreta, nel sottosuolo milanese, sino alle linee della metropolitana, dove i protagonisti vanno in cerca di un contatto idealmente trasgressivo e proibito che riempia il loro vuoto esistenziale. Idealmente perché nel mondo di oggi anche la trasgressione è una mera illusione. Il senso del proibito è stato sdoganato e svalutato insieme a quello del pudore ed è diventato un cimelio vintage come le immagini delle pin up anni Cinquanta. La trasgressione oggi ha quasi un rugginoso sapore romantico, tenero, come il vecchio che, anche se scoperto, la mano dal didietro della sciura non la vorrebbe togliere e preferirebbe lasciarla lì fino alla fine dei suoi giorni… tanto quanto potrà mai mancare?

Ma la paura che fa novanta, la stanchezza delle dinamiche umane non è solo una questione di età che avanza, di tempo che scivola via: lo testimonia il personaggio di Martina, che è giovanissima eppure già così simile al vecchio che non vorrebbe togliere la mano.

Se la discesa proseguirà, quanto in profondità si spingeranno le declinazioni della decadenza di Luca Ricci? Usciremo a rivedere le stelle?

Come sempre attendo curiosa. E aggiungo che, fra tutti i personaggi di questo racconto, il mio preferito è stato Toto, che riempie quadernetti a centinaia come il killer del film Seven. Uno con del potenziale.

Concludo con una mia oziosa riflessione riguardo alla lista delle cose più odiose delle feste natalizie, che compare nel racconto, in cui vengono citate le lucine degli alberi perché escono dagli scatoloni sempre fulminate rispetto all’anno prima.

Sulle prime sono rimasta perplessa, perché tutti sanno che la vera tragedia delle lucine è che escono dagli scatoloni aggrovigliate. Tu le hai riposte con meticolosità chirurgica e l’anno dopo misteriosamente le ritrovi in un groviglio tale che cominci a credere negli extraterrestri. Questa è una delle grandi terribili leggi natalizie.

Poi però mi sono detta che in una storia di anime decadenti, anche le lucine devono esserlo e quindi inseguire la loro privata illusione trasgressiva, dicendo no al groviglio e fulminandosi.

Tutto torna. Penso alla matrioska infinita citata in Gli Autunnali e capisco che in fondo l’uomo e la ragazza della metropolitana, il vecchio con la mano morta, forse anche Toto e i suoi quadernetti, stanno facendo quello che fanno le lucine. Cercano un modo per uscire dagli scatoloni, fulminati da una scossa di vita.

(Edizione: La Nave di Teseo

Pagine: 86)

Less: come si fa a non amarlo?

Sia benedetto Arthur Less, davvero. Quante risate, dolci e amare, mi ha regalato. Abbiamo trascorso insieme alcune notti, in giro per il mondo, con i nostri bagagli scomodi non poi molto dissimili e la conseguente scia di voli pindarici e inevitabili, patetiche riflessioni.

Assomiglia un po’ a un romanzo di viaggi ottocentesco, Less, uno di quelli in cui i personaggi partivano per lunghe peregrinazioni nelle città d’arte europee e intanto, tra carrozze e crinoline, si sviluppavano intrecci, educazioni sentimentali, epifanie esistenziali.

Anche se non oso immaginare a quali pasticci e traversie sarebbe andato incontro Arthur Less viaggiando nell’Ottocento…

proprio perché ha paura di tutto, nulla gli risulta più difficile di qualcos’altro. Fare il giro del mondo non lo terrorizza più che comprare un pacchetto di gomme. La dose quotidiana di coraggio.

Ho amato Arthur perché è uno di noi. Noi, gli eterni insicuri, quelli che convivono per tutta la vita con il senso di inadeguatezza, con la paura di sbagliare, con l’ansia. Noi che siamo goffi e ci complichiamo il percorso anche su una strada sgombra e diritta. Non possiamo farne a meno. E siamo anche piuttosto ciechi, con i paraocchi come i cavalli da tiro: raramente ci accorgiamo dello sguardo di chi riesce ad apprezzarci. Se ce ne rendiamo conto spesso non ci crediamo, perché ci aspettiamo sempre la fregatura nascosta (o un ago nel piede, fate voi). Less si crede un inetto. Un cattivo scrittore, un cattivo amico, un cattivo amante. A un certo punto lo convincono pure di essere un cattivo gay (e ammetto che sul giardino dei cattivi gay ho riso per dieci minuti, perché davvero solo lui poteva immaginarsi un luogo simile). Non è nessuna di queste cose in realtà, ma non lo sa.

La città della giovinezza, la campagna dell’età avanzata. Ma in mezzo dove sta vivendo ora Less, in questa periferia residenziale dell’esistenza? Com’è che non ha mai imparato ad abitarla?

E l’ansia del cinquantesimo compleanno. Non ci sono poi tanto lontana nemmeno io e quindi, caro Less, quanto ti ho capito anche in questo. Tutta quella strada alle nostre spalle, passata incredibilmente in fretta, e l’incognita del percorso che ci attende, noi che abbiamo ancora l’incertezza dei ragazzini ma non lo siamo più.

Less ha vinto il Pulitzer 2018: non scelgo i libri in base ai premi, né seguo granché i criteri con cui vengono assegnati, ma posso dire che Andrew Sean Greer ha scritto una storia che mi ha sinceramente divertita, mi ha fatto riflettere e che mi è dispiaciuto di aver finito giunta all’ultima pagina. Una storia che mi fa questo effetto per me ha già vinto tutto.

E a proposito del finale – che non svelo- resta uno dei più delicati e teneri che mi sia capitato di leggere da molto tempo. E anche inaspettato, perché, trascinata dalle peripezie tragicomiche di Arthur, ed assomigliandogli molto, proprio non avevo capito qualcosa che il resto del mondo, tranne noi due, forse aveva intuito dall’inizio.

Insomma è stato davvero bello viaggiare con Less, principe ereditario dell’innocenza. Che, a dispetto di tutti i difetti veri e presunti, non rinuncia mai a sognare. Un sognatore, uno vero, magari vestito di blu (blu lessiano!), come si fa a non amarlo?

(Edizioni: La Nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292)

Gli Autunnali: lo sguardo della m(ed)usa

E gli autunnali ? Come sono gli autunnali?》chiese Gittani impaziente.

Hai davvero il coraggio di domandarmelo? Gli autunnali siamo noi》.

È stata la copertina a farmi decidere di leggere Gli autunnali. Non conoscevo nulla della trama ma ho visto il titolo, il colore rosso e poi quella foto davvero seducente, una donna stesa a terra che, schermandosi gli occhi con una mano, guarda di tra le dita l’uomo che la sovrasta. Non so di preciso perché ma tutto questo mi ha fatto pensare ad un altro libro, Fantasma d’amore di Mino Milani, e ho scoperto in seguito che questo spontaneo collegamento mentale non era poi tanto ozioso, dato che entrambe le storie si svolgono in autunno e ruotano intorno ad un’ossessione amorosa.

Questo preambolo per dire che a volte un libro ci arriva così, per istinto e per un intreccio casuale di immagini, colori e ricordi. Cosa penserebbe Gittani di tutto ciò? Forse ci tossirebbe sopra.

Chi è Gittani?

L’amico del protagonista, l’unico personaggio che io abbia trovato davvero simpatico, nell’intero libro (oltre al gatto). Il che non rappresenta un fattore negativo. Non sempre i personaggi di un libro devono piacerci, in certi casi il nostro interesse è mantenuto e stimolato proprio da ciò che ce li rende fastidiosi. Tolti Gittani e il gatto, quindi, cosa mi disturba di tutti gli altri e soprattutto del protagonista?

Tante cose e nessuna. Si tratta di una sensazione sotto pelle, di origine non ben identificata. Forse è quel senso diffuso di decadenza emotiva, quella stanchezza generale, il vuoto esistenziale di significati che conduce al cinismo e contro cui mi ribello con energia, nonostante la mia non più verdissima età. Ma, gradevole o no, potevo io non trovare morbosamente affascinante un uomo che si innamora di una fotografia? Potevo non appassionarmi a un’ossessione che sprofonda sempre più in una spirale oscura e autodistruttiva?

Se scrivo una storia d’amore e di fantasmi, posso dare una spiegazione razionale solo ai fantasmi.

Nel libro è citato Guy De Maupassant e vengono in mente anche Poe e Baudelaire e certi vecchi racconti gotici incentrati su donne amate e defunte (non sempre in quest’ordine). E Fantasma d’amore, come dicevo. O ancora Il ritratto di Jennie, dove un pittore ritrae una ragazza e se ne innamora, per poi scoprire che è morta da tempo. Attrazione a tinte fosche, poesia delirante dal sapore rosso profondo e nero come un frutto marcito.

Nel caso di Gli Autunnali, l’oggetto del desiderio, sotto forma di fotografia, è nientemeno che Jeanne Hebuterne, musa e amante di Modigliani, che conquista e incanta uno scrittore di mezza età, svuotato di emozioni, interessi e motivi, in cerca di un sentimento totalizzante che non trova più nel suo matrimonio ormai in stato vegetativo. Di colpo lei, dal fondo di quella foto, diventa tutto. E ha perfettamente senso, a pensarci: a questo servono le muse.

Dunque amavo una foto piegata in quattro che tenevo in tasca, e per giunta pretendevo di esserne ricambiato? Tutto sommato era una condizione più solida di tante altre coppie che incrociavo per la strada.

Luca Ricci, autore soprattutto di racconti, convince pienamente anche nel romanzo. Pur attingendo, come detto, a una tematica ben nota se non abusata, ha il pregio di non indugiare nel già visto e rivisto o nel romanticismo tragico sino a banalizzarlo, ma costruisce una vicenda bizzarra che morde con la dose giusta di sarcasmo e anche autoironia, surreale e allo stesso tempo così realistica da farvi pensare che potreste davvero incontrare Gittani, con il suo loden, girato l’angolo. E non punta ad assolvere il suo protagonista, anzi gli fa toccare il fondo a più riprese senza misericordia. Quasi mi pare di vedere la bocca di Jeanne, nella fotografia incriminata, consumata e sbiadita, che si piega in un vago, lusingato sorriso un po’ inquietante. Caro il mio scrittore io mi sarò pure buttata da una finestra per Modì, ma tu per me ti sei ridotto peggio. Sono soddisfazioni.

Eccolo lì, lo sguardo della musa. Anzi della medusa. Se lo ricambiate, come lo scrittore del romanzo, potreste precipitare in una spirale di febbrile follia romantica.

Non scordiamo la copertina, però (per inciso un’opera fotografica di Saul Leiter del 1947, dal titolo Sunday morning at the Cloisters): lì è la figura femminile a proteggersi gli occhi e lo sguardo che incombe è quello dell’uomo. Anche il nostro, di noi che la guardiamo attraverso lui. Ed è questa l’essenza dell’ossessione amorosa, no?

La medusa ci fissa e noi stessi diventiamo medusa. Il riflesso che ci pietrifica a vicenda, che confonde chi desidera con chi è desiderato, li mischia, li scambia.

Pare che Ricci intenda scrivere una quadrilogia “stagionale” e che quindi in futuro arriveranno, non si sa ancora in quale ordine, altri tre libri, sugli estivi, gli invernali e la mia categoria, ovvero i primaverili: dire che sono curiosa è un eufemismo, ma sono piuttosto certa che tutto sarà sorprendente e per nulla scontato.

Nell’attesa dedico a Luca Ricci una strofa tratta dalla canzone Dancing barefoot, che Patti Smith scrisse proprio ispirandosi a Jeanne Hebuterne e Modigliani e che ben sintentizza anche l’anima narrativa di Gli Autunnali: The plot of our life sweats in the dark like a face.

La trama della nostra vita trasuda dal buio come un viso.

Già.

Edizioni La nave di Teseo

Pagine 212