La riapertura del Cerchio di Legno: novità, progetti e tanta voglia di fare di nuovo arte insieme

In meno di due anni di vita, il Cerchio di Legno, laboratorio teatrale nel cuore della provincia veronese, fondato e profondamente voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz, ha conquistato tanti cuori e tanto affetto, da chi lo frequenta come studente sino a chi semplicemente ne sostiene il percorso artistico e creativo. E così, durante il lockdown, questo piccolo grande luogo di cultura e aggregazione è mancato moltissimo a tutti.

Finalmente, non appena è stato possibile, e naturalmente applicando tutte le misure di sicurezza richieste, il Cerchio ha riaperto e nel mese di luglio ha accolto di nuovo le studentesse del corso over 14, che, lo ricordo,  prevede un programma di studio delle tre principali discipline del teatro musicale (recitazione, canto e danza) e fornisce gli strumenti necessari per prepararsi agli esami di ammissione per accedere alle migliori accademie di musical in Italia e all’estero.

La parentesi estiva si è chiusa domenica 26 luglio, dopo tre settimane di recupero intensivo, con una speciale esibizione per pochi spettatori selezionati, in cui le ragazze hanno recitato un estratto da La casa di Bernarda Alba di Federico Garçia Lorca e interpretato brani tratti da Sister Act, Sweeney Todd, Wicked e West Side Story.

Abbiamo pianto, riso, lavorato sulle emozioni più nascoste e riflettuto sul difficile mestiere del performer.

Sono ricominciati anche i weekend aperti a stagisti esterni e uditori:  il 18 e 19 luglio è stata la volta del fine settimana  dedicato a Mary Poppins e sono già aperte le iscrizioni per il prossimo incontro, che si svolgerà il 29 e 30 agosto 2020, per concludere in bellezza l’estate, con uno studio del musical Mamma mia!                         Come docente di canto corale, tornerà, ormai per la terza volta, Elisa Dal Corso.

La scuola si prepara anche a un autunno ricco di novità e progetti per tutte le età. Le lezioni dell’anno accademico 2020/2021 riprenderanno il 21 settembre 2020, quasi a due anni esatti dall’inaugurazione, e oltre al corso per adulti, sono previsti anche corsi di musical per bambini, il laboratorio teatrale Junior (dai 9 ai 13 anni) e il laboratorio teatrale Baby (dai 6 agli 8 anni).

Per tutti i corsi e l’incontro di fine agosto, è possibile iscriversi e avere informazioni scrivendo a: cerchiodilegno@aol.com

Punta a prenderti il cielo” canta Mary Poppins e al Cerchio di Legno si punta sempre verso l’alto. Altre sorprese e tante belle idee sono in serbo per il futuro. La passione e la speranza che brillano negli occhi dei docenti e dei loro allievi ci ricordano che, soprattutto in questo momento di incertezza e confusione, l’Arte non è un lusso secondario, bensì una risorsa essenziale. Durante il lockdown, è stata proprio l’Arte, in tutte le sue forme, a sostenere, aiutare, nutrire le nostre emozioni e le nostre menti messe a dura prova. E l’Arte è fatta di persone e anche di scuole come il Cerchio di Legno. Dovrebbe essere scontato ma credo valga la pena ripeterlo.

(Fotografie tratte dalle pagine Instagram e Facebook del Cerchio di Legno

Grafica delle locandine di Luca Giacomelli Ferrarini)

Jekyll & Hyde: la BSMT e il primo musical al tempo del distanziamento sociale

Lasciando il Teatro Comunale di Ferrara, la sera del 9 febbraio, ignoravo che avrei potuto tornarci solo dopo cinque mesi. La mia prima volta di nuovo a teatro, dopo il lockdown, è avvenuta in un infuocato pomeriggio di luglio, proprio dove tutto si era fermato. Difficile descrivere l’emozione di ritrovarmi finalmente lì, in attesa di entrare, e poi nel foyer, e su per le scale, fino al palchetto. Azioni che prima erano abituali, ora hanno un sapore diverso,  straordinario. E un po’ tutto, l’11 luglio, è stato straordinario, in verità.

Straordinaria davvero, per esempio, la trasformazione del teatro: la platea, privata delle poltrone, è divenuta il palcoscenico, l’orchestra dal vivo è stata spostata sul palco, con il pubblico presente solo nei palchetti e in loggione. Un cambio radicale e affascinante, sia per chi recitava che per chi assisteva, l’azione di colpo centrale e circolare e per molti versi più immersiva. Certo si tratta di una soluzione praticabile solo per i teatri con questa tipologia di struttura, ma indubbiamente può rappresentare una sfida stimolante sia a livello registico che coreografico, portando a un totale ripensamento degli spazi, dei movimenti scenici, del rapporto tra performer e spettatori.

E a proposito di sfide, la BSMT di Bologna – prestigiosa scuola di teatro musicale diretta da Shawna Farrell e da sempre sinonimo di produzioni di qualità – quest’anno ha effettivamente fronteggiato la notevole impresa di portare in scena il primo musical ai tempi del distanziamento sociale. Va detto che il titolo proposto si prestava bene all’occasione: dopotutto la trama di Jekyll & Hyde, noto musical creato da Frank Wildhorn e Leslie Bricusse, offriva già di suo, trattando di scienza, medicina, bene e male, la possibilità di essere trasportata nel nostro presente, nel pieno degli eventi d’attualità e dell’emergenza da Covid-19, giustificando così l’uso di mascherine e guanti da parte dei personaggi e anche la mancanza di contatti fisici. Di grande effetto e sinceramente emozionante, il momento in cui, attraverso uno dei numerosi delitti di Hyde, è stata citata la morte di George Floyd. Ho apprezzato l’accostamento del lato violento e razzista della nostra società a quello oscuro e malvagio dell’animo umano, incarnato nella figura di Hyde.

Non si possono ovviamente adattare tutte le storie con le stesso espediente, ma le idee e la capacità di mettersi in gioco sfoderate dal regista Mauro Simone e dal coreografo Giorgio Camandona dimostrano che il coraggio dell’innovazione c’è,  che il cambiamento si può tentare, lavorando sull’immaginazione. E mi auguro che valga per altri allestimenti futuri, anche molto diversi. In un momento storico così strano e incerto, in cui il settore del teatro annaspa, rischiando di restare stritolato tra gli ingranaggi delle varie normative anti-covid, vale la pena di pensare anche a un rinnovo degli schemi, cercare strade differenti, magari spiazzanti, bizzarre, curiose, stimolanti. Del resto l’Arte è proprio questo: evoluzione, movimento, mutazione, apertura.

Una sfida decisamente vinta, quindi, quella della BSMT, grazie anche a un gruppo di giovanissimi performer di livello altissimo, tra cui va citato doverosamente Andrea Meli, nel ruolo tutt’altro che semplice del protagonista Henry Jekyll e del suo doppio, Edward Hyde. Bellissima voce, notevole capacità espressiva, ha superato brillantemente la prova e non dubito lo attenda un percorso ricco di soddisfazioni. Dovrei davvero nominare tutto il numeroso cast, però, tanti ragazzi e ragazze con gli occhi accesi dalla grinta e dalla passione per il palcoscenico. Si sono guadagnati ogni applauso. Il mio colpo di fulmine è stato per Valeria Cozzolino, che interpretava Lucy, il mio personaggio preferito di sempre di questo musical. L’ho trovata luminosa e toccante, la sua voce mi ha conquistata e mi sono commossa nei suoi assoli. Spero di poterla rivedere, prossimamente, in altri ruoli importanti. Segnalo anche la bella performance di Martina Fornasari, nei panni di Emma, e anche fra gli assistenti alla regia. La direzione musicale era di Stefania Seculin e Valentino Corvino ha diretto i componenti dell’Orchestra della Città di Ferrara e del Conservatorio Frescobaldi.

Nonostante tutto, la BSMT si è impegnata a non fermarsi. Dopo Jekyll and Hyde, in questi giorni sta portando in scena a Bologna City of Angels, per la regia di Fabrizio Angelini e Francesca Taverni, mentre ad agosto, sempre a Bologna sarà la volta di Oklahoma diretto da Saverio Marconi. Altre sfide da vincere, voglia di guardare avanti, anche con la mascherina, anche a distanza.

Prendiamo esempio, lasciamoci ispirare. E, comunque, dovunque, torniamo a teatro.

(Fotografie di Giulia Marangoni, dalla pagina Instagram di BSMTProductions)

L’Ascensore: il mio grazie a una storia che non può finire

Ci sono storie che parlano direttamente alle nostre emozioni più profonde.

Storie che ci seguono fuori dai teatri, dai cinema, dai libri. Le portiamo con noi, continuiamo a rievocarle, a discuterne, a ipotizzare svolte e finali, a vederci significati nuovi. Sono le storie migliori, non smettono mai di vivere.

L’Ascensore è una di queste storie. Il suo secondo tour si è appena concluso, ma il racconto vive, il suo cuore batte.

Un unico atto, senza tregua per attori e spettatori, in cui l’imprevedibilità della natura umana, con la complicità di un ascensore che si blocca, mescola come carte da gioco i destini di Emma e John, coppia in crisi, e di Mark, un giovane che la vita ha appena spinto sull’orlo del baratro. Una trama misteriosa dal ritmo intenso e un respiro romantico e crudele.

Rimangono nel cuore e nella testa, questi personaggi, così reali e veri. Restano negli occhi il blu cupo e le essenziali linee metalliche sul palcoscenico. Tutto deve essere immaginato eppure c’è, tangibile. Non se ne vanno dalla mente le canzoni, che ci si ritrova poi spesso a citare, perché qualcuna di quelle note, di quelle strofe, risuona anche nelle nostre vite.

Un’atmosfera cinematografica unita alla magia unica del teatro. Come un film, nell’arco dei due brevi – troppo brevi!!- tour che, da aprile 2019 a gennaio 2020, hanno portato L’Ascensore in giro per l’Italia, ho rivisto lo spettacolo più e più volte e davanti ai miei occhi i personaggi sono divenuti via via più nitidi, autentici, il coinvolgimento, l’intimità, il pathos sempre maggiori. Penso a dove potrebbe arrivare, a quanto potrebbe donare, in termini di qualità ed emozioni, una piccola perfetta opera come questa, se avesse l’opportunità di continuare a crescere, a essere diffusa, a consentire ai suoi attori di approfondire ancora e ancora i loro ruoli. Sarà possibile?

Chissà. In Italia non è mai semplice… Io ci spero, ma, vada come vada, ringrazio il coraggio e la lungimiranza di un produttore giovane come Giuseppe Di Falco per aver portato L’Ascensore dalla Spagna ai nostri palcoscenici. Ci ha creduto e si è circondato di talenti giovani come lui, dal regista Matteo Borghi a Luca Peluso che ha creato i suggestivi movimenti scenici così importanti per la trama.

Ma in particolare vanno ringraziati i quattro artisti che per oltre un’ora non abbandonano mai il palco, immersi dal primo all’ultimo secondo nella partita a carte col destino dei personaggi. A partire da Eleonora Beddini, lì a sostenere dal vivo tutto lo svolgersi della vicenda con la sua musica e i fantastici passaggi sonori, da lei appositamente realizzati, che accompagnano l’andare avanti e indietro nel tempo della narrazione.

E poi loro.

Danilo Brugia e il suo tormentato John, preso nella trappola di se stesso: un personaggio per nulla semplice, costruito su note dissonanti, con una crescita notevole nell’interpretazione, replica dopo replica.

Elena Mancuso e la sua appassionata, irrequieta Emma, che regola la temperatura emotiva dell’intero spettacolo, specchio e misura degli stati d’animo di compagni di scena e spettatori: un’attrice dolce e raffinata che sono felice di aver scoperto.

Infine il meraviglioso Mark: meraviglioso perché, con la sua solitudine e il suo smarrimento, con la sua normalità di ragazzo qualsiasi, è il più vicino a tanti di noi. Un piacere vedere Luca Giacomelli Ferrarini in un ruolo tanto intimo: con la sua sensibilità di interprete che ben conosco dona a Mark sfumature così intense, sia nel recitato che nel cantato, da farlo arrivare dritto al cuore.

Grazie, dunque, a tutti.

Il tour è finito ma io ho parlato al presente di questo spettacolo, come se fosse ancora in scena, anche adesso. Di certo sta ancora andando in scena nella mia fantasia. Ci sto persino scrivendo sopra una serie di racconti. Capita così con le storie davvero potenti. Ci rimangono dentro, ci ispirano sogni. Sono le storie che non finiscono mai.

(Video tratti dalle pagine social di L’Ascensore-Un thriller sentimentale

Fotografie tratte dai video)

L’Arte è uno specchio: due giorni al Moulin Rouge con il Cerchio di Legno

L’Arte è uno specchio.

C’è un volto da studiare. Un ritmo da seguire. Solo poche ore per entrare in sintonia con i passi. Solo una notte per raccontare un ruolo. Poi ecco la magia: le frasi si combinano, le parole diventano storie e si legano ai gesti e alla danza. Tutto coincide, i tempi sono perfetti, come un vestito su misura. Ecco Parigi, ecco il Moulin Rouge. Davanti allo specchio tante anime uniche e imperfette. Nate in un pomeriggio eppure già autentiche.

L’Arte è uno specchio.

Il volto riflesso è anche il nostro, quello del pubblico. Si può essere spettatori passivi e non andare oltre la sedia su cui si è seduti, guardare senza vedere, non riconoscersi in quel riflesso. Ma si può anche imparare ad essere spettatori attivi, a vedere, a superare la superficie dello specchio. A percepire la fatica, l’adrenalina, la passione. A comprendere le lacrime. E allora è un viaggio nella meraviglia.

Succedeva tutto questo una settimana fa, in occasione del workshop dedicato da Il Cerchio di Legno al musical Moulin Rouge. Una delle più belle esperienze artistiche e creative che io ricordi. Per questo ringrazio i due incredibili Maestri Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz e tutti i fantastici allievi, che con tanta generosità hanno condiviso due giorni di crescita e bellezza. Una volta di più, il mio sguardo da profana sul Teatro ne esce modificato, con maggiore consapevolezza. Con rinnovato rispetto.

Se volete capire cosa intendo, il Cerchio di Legno vi aspetta il 21 e il 22 dicembre 2019 con un weekend tutto natalizio ispirato a Nightmare Before Christmas.

L’Arte è uno specchio e al Cerchio di Legno, se siete pronti a farvi prendere per mano, quello specchio si attraversa.

cerchiodilegno@aol.com

http://www.ilcerchiodilegno.com

(Fotografie, riprese e video di Luca Giacomelli Ferrarini)

Sweeney Todd: un musical in nero che non teme di essere meravigliosamente differente

Lo chiarisco subito, questo non è un musical qualsiasi. Immaginate un tuffo nella migliore tradizione gotica, con ingredienti come sangue, morte, stupro, follia, ossessione, ma anche amore e passione, poi aggiungeteci una partitura di particolare complessità, ricca di duetti e quartetti impossibili, dissonanze, cambi di ritmo. Con Sweeney Todd, quarant’anni fa l’autore Stephen Sondheim ha dato vita a una struttura musicale e narrativa davvero innovativa e bizzarra, molto vicina – almeno nella mia personalissima percezione- alle suggestioni vocali e tecniche dell’opera lirica. Qualcuno potrebbe definirla strana o difficile, ma, come mi ha detto in questi giorni una persona ben più esperta di me di teatro e musical, il pubblico italiano deve imparare a misurarsi con il difficile, con l’insolito, con il differente. Non potrei trovarmi più d’accordo e quindi il regista Claudio Insegno e la produzione di Dimensione Eventi si meritano un applauso già solo per avere raccolto la sfida di portare nel nostro paese – sempre un po’ affetto da eccessiva cautela – un musical come questo. Una sfida necessaria, che sono stata felice di sostenere, assistendo alle due repliche andate in scena una settimana fa, il 31 ottobre e l’1 novembre 2019, al teatro Colosseo di Torino.

Cosa mi ha colpita di più?

Il cast. Un gruppo di attori molto affiatato e motivato, andati in scena in tempi brevissimi e messi a confronto con pezzi che io – da profana- trovo tecnicamente spaventosi. Non è casuale che Claudio Insegno li definisca i suoi Avengers.

Al comando di questa squadra di supereroi, nei panni vendicativi del protagonista Sweeney Todd, un conte di Montecristo in versione dark, c’è Lorenzo Tognocchi, la cui giovane età mi aveva lasciata inizialmente piuttosto perplessa. In generale però trovo che abbia superato la prova: la presenza scenica c’è e la voce, con una punta di tonalità scura, acquista forza lungo il percorso. Mi ha convinta al momento di Epiphany (che aspettavo) e la sua interpretazione si è fatta sempre più efficace e solida.

Al suo fianco, una vera regina del nostro musical, ovvero Francesca Taverni, in uno dei ruoli femminili più memorabili del teatro musicale, quel piccolo capolavoro di ironia e letale, psicotica tenerezza che è Mrs Lovett. Fantastica e anche bellissima, specie nel costume del secondo atto. L’ho amata molto in By the sea.

Il giudice Turpin di Simone Leonardi mi ha conquistata (artisticamente parlando): il suo Mea culpa è uno dei brani più inquietanti dello spettacolo, una sorta di cantilena ossessiva, che ricorda il movimento lento ma pericoloso di un serpente. È un cattivo molto british, costruito per sottrazione e anche con un tocco ironico. Arriva dove deve arrivare con studiata eleganza. Chapeau.

Un personaggio che nell’adattamento cinematografico di Tim Burton avevo trovato piuttosto insignificante era il marinaio Anthony Hope. Per fortuna nella versione teatrale di Sondheim ha un ruolo più ampio e significativo e Luca Giacomelli Ferrarini ne incarna perfettamente lo spirito positivo (forse l’unico davvero tale nella storia) e la fresca, entusiasta passionalità. Anthony rappresenta la speranza, come sottolinea il suo nome, e l’aria d’amore che dedica alla bionda Johanna – con voce sempre sorprendente!- è speculare a quella oscura del giudice: laddove Turpin esprime una bramosia disturbante, il canto di Anthony è lirica pura e comunica sano desiderio. Ad Anthony e Johanna (Federica De Riggi, timbro cristallino, molto promettente) tocca in sorte anche Kiss me, impressionante duetto (che poi diventa quartetto) di estrema difficoltà. Bravissimi!!

Vanno ricordati anche gli ottimi Annalisa Cucchiara e Michelangelo Nari, entrambi in due ruoli apparentemente di contorno ma in realtà fondamentali come quelli della mendicante e di Tobias. E anche il malvagio messo Bamford di Vitantonio Boccuzzi e il delizioso Pirelli di Domenico Nappi. Completa il cast l’ensemble pieno di energia, formato da Francesco Bianchini, Sofia Caselli, Chiara Di Girolamo, Elisa Dal Corso, Ciro Salatino, Manuela Tasciotti, Michel Orlando e Niccolò Minonzio. Tutte voci notevoli, tanto più se si considera che la traduzione in italiano ha forse aumentato le insidie tecniche dei brani.

Sebbene io abbia citato i titoli delle canzoni sempre in originale, va infatti precisato che lo spettacolo è interamente tradotto, da Emiliano Palmieri. E qui si pone l’amletica eterna questione: tradurre o non tradurre? Di norma preferisco che gli spettacoli non vengano tradotti, ma capisco l’esigenza di farlo in questo caso, anche per un maggiore coinvolgimento del pubblico. Conoscendo piuttosto bene i testi originali di Sweeney Todd e consapevole dell’impossibilità di una traduzione letterale, direi che il lavoro di Palmieri è ben riuscito e mantiene i significati e la ritmica dei brani.

Di pregio i costumi di Lella Diaz e suggestive le scene di Francesco Fassone. La scenografia, con i pannelli mobili a ghigliottina e lo sfondo che cambia colore, riesce ad essere luminosa nonostante la cupezza della storia. L’orchestra dal vivo aggiunge sempre potenza e aumenta l’emozione.

In ultima analisi, dal mio punto di vista di spettatrice, la regia di Claudio Insegno funziona. Avendo visto diverse versioni americane e inglesi di Sweeney Todd, posso dire che quella italiana si fa onore, conservando un gusto gotico, da favola in nero, che affascina e trasporta tra le pagine dei penny dreadful ottocenteschi. Si freme, si ride, si sogna.

Ora, dopo la data zero di Montecatini e il debutto torinese di Halloween, Sweeney Todd è felicemente approdato al teatro Olimpico di Roma, dove resterà in scena fino al 10 novembre. Poi sarà la volta del teatro Nuovo di Milano, dal 14 al 17 novembre, quindi seguiranno Verona, il 7 e 8 dicembre e Asti, il 31 dicembre. Sono attese anche altre date per il 2020. E, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi auguro di essere riuscita ad accendere il vostro interesse.

Io sicuramente lo rivedrò. Amo il teatro coraggioso, gli artisti che non temono le sfide. E sostengo la meraviglia del difficile e del differente, sempre.

(Fotografie di Marco Borelli, Vincenzo Turello e Sergio Cippo)

I Weekend del Cerchio di Legno: una nuova opportunità per fare arte insieme

Fare arte insieme.

Sono belle parole, vero? Trasmettono un’idea non esclusiva dell’Arte, disponibile alla condivisione.

Un concetto molto caro a Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz, che hanno ideato una nuovissima serie di incontri aperti a tutti, uditori compresi, presso il Cerchio di Legno, il loro laboratorio teatrale in provincia di Verona.

Si tratta dei Weekend del Cerchio, workshop intensivi della durata di due giorni dedicati di volta in volta a un tema legato al mondo del musical. Il primo incontro, incentrato sui musical ispirati alle opere di Shakespeare, si è svolto due settimane fa, il 21 e il 22 settembre 2019.

Bella e accogliente l’atmosfera, come sempre: soprattutto ciò che mi ha colpita è stato l’entusiasmo contagioso dei docenti.

Penso alla lezione di danza della domenica mattina – che posso solo definire pazzesca! – in cui Cristian Ruiz ha saputo generare uno scambio di energia pura con le allieve e persino con noi uditori che stavamo seduti, dando vita a una coreografia e a uno spirito di gruppo davvero coinvolgenti. Alla fine l’applauso di tutti è stato liberatorio e spontaneo.

Ed è sempre un grande piacere ascoltare Luca Giacomelli Ferrarini in veste di insegnante, specie quando si addentra nei segreti narrativi di un’opera e nei meccanismi di uno spettacolo. Di particolare interesse il suo approfondimento delle figure di Giulietta, della balia e di Tebaldo e il parallelo tra i contesti di Romeo e Giulietta e West Side Story.

Di età e livelli diversi le allieve, ma tutte piene della stessa grinta e voglia di imparare. Ho respirato aria di coesione e sincero divertimento.

Questo era solo l’inizio. Il prossimo Weekend del Cerchio è previsto per il 23 e 24 novembre 2019 e sarà dedicato al musical Moulin Rouge.

Per prenotazioni e informazioni su questo e i prossimi weekend e anche sulle altre attività del Cerchio, potete scrivere a
cerchiodilegno@aol.com e visitare il sito http://www.ilcerchiodilegno.com/ .

Chi può non si lasci scappare l’occasione. Fare arte insieme fa bene: alla salute, all’umore, al cervello e soprattutto all’anima.

(Fotografia della lezione tratta dalle pagine social di Il Cerchio di Legno

Grafica promozionale di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografia di apertura di Franca Bersanetti Bucci)

Buon compleanno al Cerchio di Legno: un anno fa nasceva una scuola davvero speciale

Esattamente un anno fa – 9.9.18, suggestivo insieme di numeri- quel nastro bianco veniva tagliato e quella porta blu si apriva. Nella foto, ancora chiusa, la porta blu riflette il cielo, o forse, mi dico guardandola, lo contiene. Forse il cielo in realtà sta già dentro. Suono troppo poetica?

È che sono davvero affezionata al Cerchio di Legno, questo piccolo luogo prezioso creato e voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz. E ricordo con sincera emozione quella calda domenica in provincia di Verona, i sorrisi luminosi, l’entusiasmo, la gioia dell’inizio. Assistere a un inizio ha sempre un sapore particolare. Qualcosa nasce lì davanti a noi, prende il volo. Dentro c’è tutto un mondo di possibilità da realizzare, vasto quanto quel cielo riflesso.

Al Cerchio, in questo primo anno di vita, tante di queste possibilità sono state esplorate e vissute e molte altre ancora sono da scoprire. Ecco una ragione del perché amo questo posto, anche se non ne faccio parte: è un luogo di cultura, di educazione dell’anima, di passione per l’Arte e i suoi creatori l’hanno fatto nascere in un momento in cui cultura, educazione e arte vacillano, pericolanti. In cui anima e passione languono. Ci vuole coraggio e anche un po’ di follia. Una visione di questo tipo va protetta, sostenuta, abbracciata. È un rifugio, un angolo di speranza.

Tra una settimana, il 16 settembre 2019, il Cerchio riprenderà le proprie attività e come potete vedere, grazie a queste grafiche, le iscrizioni sono aperte. Luca Giacomelli Ferrarini, Cristian Ruiz e gli altri insegnanti, Valentina Ragno e Antonio Torella, sono pronti a ricominciare. Non dubito che abbiano in cantiere anche tante novità.

Walt Disney diceva che si possono immaginare, creare e costruire luoghi meravigliosi ma che occorreranno sempre le persone perché un sogno diventi realtà. E questo è il Cerchio di Legno: un cerchio di persone che fanno arte insieme e insieme costruiscono sogni da rendere reali.

Perciò buon compleanno, caro Cerchio di Legno: ti auguro di continuare a crescere e di riuscire a diffondere sempre più arte, cultura e bellezza.

#cerchiAMO

(Fotografia a colori e grafiche promozionali di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografia in bianco e nero di Alessandra Lovati)

Bad Cabaret: le cattive ragazze vanno… a lavorare con Walt!

Si dice che, se le brave ragazze vanno in paradiso, quelle cattive invece vanno dappertutto. Le cattive Disney… beh, loro vanno a lavorare con il mitico Walt, che è come andare dappertutto e anche più in là. Dentro i sogni!

E così, in un ideale cabaret misto a talk show trash, gli instancabili performer e docenti Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz le hanno immaginate, celebrate e prese un po’ in giro. Se infatti, col loro corso romano di teatro musicale ad andare in scena erano state le confessioni delle principesse disneyane, nello spettacolo finale del corso tenuto in collaborazione con la Art3 di Bergamo le protagoniste sono diventate le cattive più famose del repertorio Disney.

Una settimana fa, il 28 luglio 2019, sul palco del Teatro Albegno di Treviolo si sono avvicendate Grimilde e Malefica, Maga Magò e Madame Medusa, la Regina di Cuori e Yzma, Lady Tremaine con Anastasia e Genoveffa, Madre Gothel e Ursula. Più un’infiltrata, la principessa Aurora, alle prese con il problema di rimanere sveglia. Tutte insieme a sviscerare tra canzoni e risate gli onori e gli oneri dei loro ruoli leggendari.

Qualche inciampo a livello di drammaturgia e alcune battute andate un po’ perse per essere state dette troppo in fretta, forse a causa della comprensibile emozione, ma in generale due repliche ben riuscite, che hanno testimoniato il percorso fatto, l’impegno, la dedizione e la passione delle allieve e degli insegnanti.

Particolarmente degno di nota il lavoro sui personaggi: grazie anche ai costumi, davvero ben confezionati, tutto il cast sembrava direttamente uscito dalle pellicole Disney e ho molto apprezzato le singole caratterizzazioni e la cura dei piccoli dettagli. Ad esempio mi è piaciuta tantissimo Madre Gothel, con il suo accento tedesco, e ho trovato fantastico il trucco di Ursula (che in quanto ad accento, mi sembrava provenire, anziché dagli abissi oceanici, dai mari e dai fiumi di casa mia). Lo illustrano bene anche i divertenti e coloratissimi ritratti fotografici realizzati da Luca Giacomelli Ferrarini, di cui pubblico qui un collage per ragioni di spazio.

Devo anche aprire una doverosa parentesi (piccolissima, per non sottrarre spazio alle legittime protagoniste) sulla partecipazione di una specialissima guest star, ovvero l’ombra di Peter Pan, che parlava in lingua ombrese, con traduzione simultanea di Madre Gothel : la bravura di chi le prestava la voce (chi sarà stato mai?) ci ha indotti a guardare tutti la sedia vuota dell’ombra come se ci fosse veramente qualcuno seduto sopra. Chapeau e chiusa parentesi.

Quando si cerca di costruire qualcosa di bello, tutti insieme, non è mai facile. Tante teste, tanti caratteri, che per forza di cose devono andare all’unisono… Non è facile ma è proprio quando le cose sono difficili e tortuose che la soddisfazione è maggiore

Queste le parole di Barbara Munda, che con Michela Polacchini e Roberta Pasetto, dirige la Art3 e che direi rendono al meglio il significato e la profondità di quella che per docenti, allieve e organizzatrici è stata – ed è ogni anno – una grande avventura, vissuta e portata a termine in gruppo, faticando e imparando gli uni dagli altri.

E con il ricordo e le emozioni di Bad Cabaret ancora vivissimi, una nuova avventura è pronta a cominciare ai primi del prossimo ottobre. Seguite Art3 su Facebook, Instagram e Twitter, per avere tutte le news e le informazioni sul nuovo corso di teatro musicale alle porte. Dopo averci fatto conoscere meglio le cattive Disney, quale storia ci racconteranno l’anno prossimo? Io sono curiosa e voi?

(Locandina di Luca Giacomelli FerrariniFotografie di scena di scena di Marzia PozzatoRitratti di Luca Giacomelli FerrariniFotografia di gruppo tratta dalle stories Instagram di Cristian Ruiz)

Il bacio della donna ragno: un bacio che non uccide ma regala magia

Un sogno, una visione, possono salvarci. E anche ucciderci. Allo stesso tempo fonte di speranza e punto di non ritorno. La linea di demarcazione è minima, l’equilibrio fra una possibilità e l’altra fragilissimo.

Questo ho pensato lo scorso 23 giugno 2019, una settimana fa, mentre assistevo alla più recente – e veramente strepitosa- produzione della BSMT di Bologna, in collaborazione con il Teatro Comunale (luogo meraviglioso, fra l’altro).

Di Il bacio della donna ragno, romanzo di Manuel Puig, conoscevo solo l’adattamento cinematografico del 1985, ma ignoravo (mea culpa!!) che ne fosse stato tratto anche un musical, creato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally e vincitore di vari Tony Awards e anche di un Olivier Award. Una versione – qui con la regia di Gianni Marras e l’adattamento di Andrea Ascari – che, lo ammetto senza esitazione, mi ha totalmente ammaliata. Un allestimento di qualità, partitura potente e soprattutto una visionaria storia di amore, dolore e coraggio.

Impossibile resistere a Molina, uno dei personaggi più delicati e struggenti che ricordi, interpretato da un grande Gianluca Sticotti, incantevole, capace di divertire, commuovere ed arrivare al cuore.

Il vetrinista omosessuale dalla vestaglietta colorata che combatte la durezza e i soprusi del carcere fantasticando sui suoi film preferiti, come quando da bambino giocava e sognava nel cinema dove l’adorata madre lavorava. È grazie ai film, dice, che può ancora credere che esistano bellezza, gentilezza e amore. E sono le sue fantasie sgargianti a contaminare il dramma carcerario fino a farlo sbocciare in un fiore di glamour dai ritmi latini e dalle atmosfere della vecchia gloriosa Hollywood. Al centro lei, la sua musa e figura ispiratrice, la bellissima Aurora, interprete di mille eroine che Molina venera, e anche della inquietante Donna Ragno, l’unica che lo spaventa, perché è come un oscuro presagio e con un bacio porta la morte.

Un ruolo affascinante, perfetto per la sempre unica e inarrivabile Simona Distefano: i costumi (di Massimo Carlotto) degni di una diva dei tempi che furono (l’uccello del paradiso, irresistibile!) ne hanno esaltato la bellezza, le coreografie (di Gillian Bruce) e i brani le hanno permesso di dimostrare una volta di più l’indubbio talento nella danza e nel canto e le svariate incarnazioni di Aurora le hanno consentito di spaziare tra differenti registri recitativi, passando dalla sensualità all’ironia (Russian Movie, momento delizioso!). Soprattutto, nei panni della Donna Ragno, ha attraversato l’intero spettacolo come una magia tenebrosa: tutti noi spettatori siamo rimasti ad attendere con il fiato sospeso il suo famigerato bacio fatale.

E poi Valentin, il prigioniero politico, convinto dissidente, che farà innamorare Molina e segnerà il suo destino: nel ruolo un ottimo Brian Boccuni, che ho molto apprezzato in questa veste drammatica e che ha strappato anche un entusiasta applauso a scena aperta per la trascinante interpretazione di The day after that.

Molto piacevole ritrovare in scena anche Caterina Gabrieli e Francesca Taverni, rispettivamente Marta, fidanzata di Valentin, e la madre di Molina. Poche apparizioni, le loro, ma tutte significative, in particolare in due delle canzoni più emozionanti, Dear one e I do miracles.

Va ricordato anche Raffaele Latagliata, un direttore del carcere veramente bravo a farsi odiare. Di livello molto alto comunque tutti i componenti del cast, dell’ensemble, del coro e del corpo di ballo (una menzione speciale per i ballerini nel Morphine Tango). Devo citare anche le suggestive proiezioni da un’idea originale di Andrea De Micheli e l’orchestra del Comunale diretta da Stefano Squarzina.

Un peccato che un allestimento di tale pregio sia stato prodotto per soli cinque giorni. Spero che possa essere riproposto. Sono riuscita a rendere l’idea dell’effetto che mi ha fatto?

Un po’ come se mi avesse davvero baciata la donna ragno, ma è stato un bacio fatale in senso buono, portatore di magia.

Concludo con un pensiero per Molina: amico, alla fine non hai fallito. Hai sempre agito per sincero amore. E questo fa di te un vincitore.

(Fotografie di scena di Rocco Casaluci

Fotografia della ragnatela tratta da una storia Instagram della BSTM)

Il Diavolo veste Disney: sognare non è semplice ma per favore non smettete

Far ridere è difficile e necessario》- Cristian Ruiz

I sogni son desideri, dice una celebre canzone disneyana, ma secondo un vecchio adagio bisogna stare attenti a ciò che si desidera e sogna perché potrebbe anche avverarsi… E così, in un improbabile talk show che fa il verso ai programmi di Maria De Filippi e al Grande Fratello, ecco le principesse Disney (e anche qualche principe) sfogarsi e confessare delusioni, frustrazioni, insicurezze e via dicendo. Insomma, lavorare per la fabbrica dei sogni del mitico Walt non è tutto rose, fiori e cuoricini come si potrebbe credere.

Per il consueto spettacolo di fine anno del corso di teatro musicale della L.C.Art di Roma, i due geniali docenti Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz hanno confezionato un copione e una messa in scena spumeggianti e irriverenti, pieni di divertita ironia. D’altronde si riesce a dissacrare con grazia solo ciò che si ama davvero e Il Diavolo veste Disney non è stata soltanto un’occasione per ridere ma anche un modo brillante per riflettere sui sacrifici e le incertezze che comporta lavorare con i sogni. O con l’arte. Perché, alla fine, le problematiche dei personaggi Disney in sostanza non sono molto diverse da quelle degli artisti, nella vita vera. Alimentare sogni è una gran fatica.

Un prodotto raffinato e ben scritto, quindi, di livello professionale, anche nelle soluzioni sceniche e nei costumi. Vogliamo parlare della sirenetta Ariel e dei suoi capelli che fluttuavano legati ai palloncini?

Fantastica.

Splendidi anche i ritratti fotografici dei singoli personaggi realizzati da Luca Giacomelli Ferrarini: per ragioni di spazio ne posso offrire solo un assaggio sotto forma di collage, ma è possibile vedere le fotografie originali sulle pagine Facebook e Instagram dell’autore e della L.C.Art.

Lo scorso 16 giugno 2019, nelle due repliche sold-out sul palco del Teatro Centrale Preneste di Roma, gli allievi della L.C.Art hanno reso onore a quanto creato con tanta cura dai loro insegnanti e ai dieci mesi di studio e costruzione dello spettacolo. Si sono dimostrati all’altezza del ritmo veloce dei testi, dei tempi comici, delle coreografie, delle canzoni e dei complicati cambi di scena. Buonissima anche la sintonia di gruppo: diciassette attori sempre tutti presenti sul palco, con un copione così ricco di battute e movimenti scenici, devono saper gestire spazi, tempi e ruoli come gli ingranaggi di un orologio e posso testimoniare che loro ci sono riusciti.

Soddisfatto, felice, commosso ed emozionato… Grazie》- Luca Giacomelli Ferrarini

Palpabili ed evidenti l’orgoglio e la felicità dei due insegnanti/registi e anche di Cristiana Corongiu e Paola La Rocca, colonne portanti della L.C.Art. Impossibile il contrario: Il Diavolo veste Disney è oggettivamente uno spettacolo ben riuscito, con un cast che ha dato il meglio di sé.

Il mio ricordo personale?

Un momento delle prove. I ragazzi che sul palco imparavano anche la pazienza delle lunghe attese e dei tempi tecnici, la figura in ombra del regista davanti a loro e, in un angolo, tra gli oggetti di scena, un piccolo mazzo di fiori gialli, che risaltava grazie alle luci blu. Una sorta di immagine pittorica che un po’ mi pento di non aver catturato in una foto. Però è sicuramente fotografata nella mia memoria, la creatività e l’impegno e il giallo di quei fiori vivo come i sogni che da decenni Walt Disney e i suoi personaggi ci donano. Magari sognare e dare vita ai sogni non è sempre semplice, a volte è faticoso, a volte si vorrebbe mollare… E invece no, vale sempre la pena di sognare, di crederci. Non smettete, non smettiamo.

Di certo non si smetterà di sognare alla L.C.Art: consiglio di seguire le sue pagine social, già sono in arrivo a breve interessanti novità.

(Locandina e ritratti di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografie di scena di Andrea Romagnoli)