La bisbetica domata: Caterina la dolce e le verità dentro la farsa

《Signori, questa è una donna》

Così proclama Petruccio, al culmine di una scena tra le più ambigue e misteriose mai scritte da Shakespeare.

Però quella che indica, sua moglie Caterina, a dirla tutta non è una donna, dato che a interpretarla è un uomo.

Uno dei tanti felici paradossi di La Bisbetica Domata nella bellissima versione del regista Andrea Chiodi, che questa sera, 5 aprile 2019, proprio mentre scrivo, sta concludendo a Firenze la sua seconda stagione di repliche.

Io ho potuto assistervi il 31 marzo, al Teatro comunale di Ferrara, e me ne sono follemente innamorata. Ci sto pensando da giorni e quando questo succede significa che la macchina creativa teatrale ha centrato il bersaglio e acceso la mia mente. E il gioco continuo di specchi tra farsa e verità di questo allestimento è stato in tal senso davvero stimolante.

Un gruppo di gentiluomini annoiati decide di far credere ad un ubriacone qualunque di essere un gran signore, reduce da un sonno lungo quindici anni. Danno vita per lui a una recita e a quel punto la scena diventa un grande spazio azzurro – lo spazio dell’immaginazione, del sogno, dove si inventa e tutto può essere oppure no. Gli attori hanno sui vestiti neri il proprio nome e un numero, come i giocatori di calcio (Petruccio ovviamente è il 10) e, se si considera la rete di inganni e finzioni che diversi di loro mettono in piedi pur di conquistare la bella Bianca (l’unica – anzi l’unico, anche lei uomo- in abito colorato), il tutto assomiglia sul serio a una partita. Una competizione in cui emerge e irrompe lei, Caterina, la giocatrice libera, con la sua maglietta con la scritta Girls support girls e le calze rosse. Bisbetica? No, solo diversa, fuori dagli schemi. Al di là del genere: Caterina non rappresenta soltanto una donna di forte, dirompente personalità, ma anche tutti coloro, donne o uomini, che sono considerati differenti, che non entrano nelle caselle prestabilite e che di solito la società vuole correggere come errori o isolare come anomalie. Un messaggio ulteriormente rafforzato dal fatto che ad interpretarla sia un uomo, senza particolari travestimenti. Caterina è lei, lui, loro. Noi. Tutti quelli che con gli standard non vanno d’accordo.

Caterina la dolce? Anche, sì. Possibile? Lei, che deve essere domata? Ma io la sua dolcezza l’ho vista. Nelle anomalie la dolcezza c’è sempre ma non è gettata via. È preziosa. Penso a Caterina che dice a Petruccio che prova vergogna a baciare e poi gli concede il bacio, con pacata ed elegante dignità. E la sfrontatezza di Petruccio per un attimo cede, spiazzata.

Petruccio che, anche quando lo prenderesti volentieri a mazzate, ha una nota di originale fragilità, che stempera il suo machismo e gli conferisce a tratti un atteggiamento insicuro e più accessibile. Simpatico, anche, parecchio. Un’altra personalità sopra le righe, che si scontra con quella di Caterina, producendo scintille – e molte riflessioni inaspettate per entrambi.

Va detto che l’adattamento realizzato da Angela Demattè ha rispettato Shakespeare con al contempo un ritmo moderno e colloquiale che ha reso immediato e molto godibile il testo, messo in risalto da un cast davvero di grande livello. Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira, Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore: tutti bravissimi, chiaramente uniti da una complicità palpabile, impeccabili nel rimbalzarsi le battute come gli ingranaggi di un orologio e con una particolare cura per i dettagli, nei piccoli gesti, che ho molto apprezzato. Piaciuti tantissimo anche negli intermezzi musicali (Perry Como ed Elvis Presley!)

Da questo gruppo affiatato emergono ovviamente Angelo Di Genio (Petruccio) e Tindaro Granata (Caterina) che posso solo definire meravigliosi. Avessi potuto, li avrei rivisti anche altre dieci volte.

L’avevo detto che mi sono follemente innamorata, no?

E come accade in certi bei libri o certi film, ritorno all’inizio, che poi è la fine. Quella scena sorprendente in cui Caterina subisce un cambiamento drastico e misterioso. La giocatrice libera indossa l’abito della moglie domata e sottomessa e in un monologo che si fatica a dimenticare ricorda alle donne i motivi per cui devono obbedire agli uomini. Tindaro Granata è fantastico in questo momento. Turba e commuove.

Sarà vero? Caterina è domata?

Nessuno lo sa. Credo che ognuno di noi possa cercare la propria risposta. Io mi sono detta che, in fondo, quello che ho visto si è svolto in uno spazio sognato e farsesco, che si trattava di una recita per un ubriacone, che Caterina stessa era in realtà un uomo, quindi forse in quel monologo così doloroso da ascoltare per una donna si può vedere il significato opposto. Perché tutto è il contrario di tutto e tutto può essere. E magari è Caterina ad aver domato Petruccio, solo che lui non lo sa. Del resto, la maniera più semplice di conquistare un uomo è dirgli quello che vuole sentire.

Giulietta e Romeo di Monteverde: il fascino senza tempo della reinvenzione

Il leggendario amore impossibile di Romeo e Giulietta è stato rivisitato e reinterpretato in mille modi e attraverso le più diverse espressioni artistiche. Qualche mese fa, il 29 marzo, al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara, ho avuto modo di assistere ad una delle sue rielaborazioni, nell’ambito della danza, più originali e innovative: quella del coreografo Fabrizio Monteverde, già un classico, considerando che debuttò nel 1989, eppure a tutt’oggi, nell’attuale versione presentata dal Balletto di Roma, ancora di una sconvolgente modernità.

La partitura è quella sontuosa e avvolgente di Sergej Prokof’ev, l’ambientazione è spostata dall’antica Verona a un sud Italia post bellico, che si rifà al cinema neorealista. Gli abiti però, soprattutto quelli maschili, rievocano anche West Side Story, così come il ballo a casa Capuleti, con quei velluti rosso scuro e quelle maschere e l’accompagnamento sensuale della celeberrima Danza dei cavalieri, ricorda quasi le atmosfere di Eyes Wide Shut.

La scenografia è fissa, un muro disastrato dalla guerra, in alto una nicchia che illumina un piccolo angelo. Un muro che si apre su di un’oscurità foriera di cattivi presagi e nella scena del balcone si divide invece in una breccia di luce, attraverso cui è Giulietta a scendere da Romeo e non viceversa. Perché è Giulietta, come sottolinea il titolo, con il suo nome per primo, lo spirito ribelle dell’interpretazione monteverdiana: Romeo è quello sedotto, conquistato, trascinato, lei è la forza motrice del loro amore, piccola e sottile ma furiosamente passionale e decisa. Mi è piaciuto che nella loro prima e unica notte insieme, sia Giulietta a scoprire il corpo di Romeo, pudicamente nascosto da un lenzuolo, come se fosse lei a spogliarlo dell’innocenza.

Monteverde elimina anche le figure paterne: in questo pulsante, sanguigno racconto il potere è matriarcale e di grande impatto risulta soprattutto Lady Montecchi, confinata su una sedia a rotelle e nonostante ciò la più forte, la più dominante. È lei stessa a portare in scena, all’inizio, il pugnale che, passando di mano in mano e seminando morte, giungerà fatalmente a Giulietta. Quella sedia a rotelle rende lady Montecchi a tratti anche sinistra, come il personaggio di un film horror e le sfumature dark sono in effetti un’altra caratteristica distintiva di questa versione di Monteverde. Un buon esempio è il frate, senza identità, il volto nascosto dal cappuccio di un saio rosso sangue che lo fa assomigliare più a un satanista che a un religioso. Nella scena in cui offre a Giulietta la mistura che le procurerà la morte apparente, è a torso nudo e si sta flagellando.

Poi penso alla impressionante morte di Mercuzio, con il sangue che gli esce dalla bocca o l’evidente panico di Giulietta che si risveglia nella tomba e batte i pugni contro il muro cercando impaurita di fuggire. O sempre lei, lady Montecchi, e le altre donne, in lutto, tutte con il viso completamente avvolto in un velo nero. Di primo acchito davvero una visione da incubo.

In definitiva questo Giulietta e Romeo dopo ben tre decenni colpisce ancora e ancora stupisce, mantenendo l’attenzione dello spettatore per entrambi gli atti, in una narrazione danzata fluida e seducente, che mescola tenebra e luce. Il fascino di una reinvenzione che credo resterà intatto e continuerà a resistere al tempo, tanto quanto l’opera shakespiriana da cui nasce.

Se vi capiterà l’occasione di vederne una replica, non perdetela!

Fotografia dalla pagina Facebook del Balletto di Roma