L’Ascensore: il mio grazie a una storia che non può finire

Ci sono storie che parlano direttamente alle nostre emozioni più profonde.

Storie che ci seguono fuori dai teatri, dai cinema, dai libri. Le portiamo con noi, continuiamo a rievocarle, a discuterne, a ipotizzare svolte e finali, a vederci significati nuovi. Sono le storie migliori, non smettono mai di vivere.

L’Ascensore è una di queste storie. Il suo secondo tour si è appena concluso, ma il racconto vive, il suo cuore batte.

Un unico atto, senza tregua per attori e spettatori, in cui l’imprevedibilità della natura umana, con la complicità di un ascensore che si blocca, mescola come carte da gioco i destini di Emma e John, coppia in crisi, e di Mark, un giovane che la vita ha appena spinto sull’orlo del baratro. Una trama misteriosa dal ritmo intenso e un respiro romantico e crudele.

Rimangono nel cuore e nella testa, questi personaggi, così reali e veri. Restano negli occhi il blu cupo e le essenziali linee metalliche sul palcoscenico. Tutto deve essere immaginato eppure c’è, tangibile. Non se ne vanno dalla mente le canzoni, che ci si ritrova poi spesso a citare, perché qualcuna di quelle note, di quelle strofe, risuona anche nelle nostre vite.

Un’atmosfera cinematografica unita alla magia unica del teatro. Come un film, nell’arco dei due brevi – troppo brevi!!- tour che, da aprile 2019 a gennaio 2020, hanno portato L’Ascensore in giro per l’Italia, ho rivisto lo spettacolo più e più volte e davanti ai miei occhi i personaggi sono divenuti via via più nitidi, autentici, il coinvolgimento, l’intimità, il pathos sempre maggiori. Penso a dove potrebbe arrivare, a quanto potrebbe donare, in termini di qualità ed emozioni, una piccola perfetta opera come questa, se avesse l’opportunità di continuare a crescere, a essere diffusa, a consentire ai suoi attori di approfondire ancora e ancora i loro ruoli. Sarà possibile?

Chissà. In Italia non è mai semplice… Io ci spero, ma, vada come vada, ringrazio il coraggio e la lungimiranza di un produttore giovane come Giuseppe Di Falco per aver portato L’Ascensore dalla Spagna ai nostri palcoscenici. Ci ha creduto e si è circondato di talenti giovani come lui, dal regista Matteo Borghi a Luca Peluso che ha creato i suggestivi movimenti scenici così importanti per la trama.

Ma in particolare vanno ringraziati i quattro artisti che per oltre un’ora non abbandonano mai il palco, immersi dal primo all’ultimo secondo nella partita a carte col destino dei personaggi. A partire da Eleonora Beddini, lì a sostenere dal vivo tutto lo svolgersi della vicenda con la sua musica e i fantastici passaggi sonori, da lei appositamente realizzati, che accompagnano l’andare avanti e indietro nel tempo della narrazione.

E poi loro.

Danilo Brugia e il suo tormentato John, preso nella trappola di se stesso: un personaggio per nulla semplice, costruito su note dissonanti, con una crescita notevole nell’interpretazione, replica dopo replica.

Elena Mancuso e la sua appassionata, irrequieta Emma, che regola la temperatura emotiva dell’intero spettacolo, specchio e misura degli stati d’animo di compagni di scena e spettatori: un’attrice dolce e raffinata che sono felice di aver scoperto.

Infine il meraviglioso Mark: meraviglioso perché, con la sua solitudine e il suo smarrimento, con la sua normalità di ragazzo qualsiasi, è il più vicino a tanti di noi. Un piacere vedere Luca Giacomelli Ferrarini in un ruolo tanto intimo: con la sua sensibilità di interprete che ben conosco dona a Mark sfumature così intense, sia nel recitato che nel cantato, da farlo arrivare dritto al cuore.

Grazie, dunque, a tutti.

Il tour è finito ma io ho parlato al presente di questo spettacolo, come se fosse ancora in scena, anche adesso. Di certo sta ancora andando in scena nella mia fantasia. Ci sto persino scrivendo sopra una serie di racconti. Capita così con le storie davvero potenti. Ci rimangono dentro, ci ispirano sogni. Sono le storie che non finiscono mai.

(Video tratti dalle pagine social di L’Ascensore-Un thriller sentimentale

Fotografie tratte dai video)

Appiccicati-Un musical diverso: la vita a volte ci incastra ma forse ci fa un favore

Lui, lei. Un incontro fugace di sesso occasionale tra sconosciuti, ma… ops! Succede che i due rimangono incastrati! Sì, mentre consumano, avete capito. L’unica, imbarazzante soluzione pare ovviamente il pronto soccorso, ma i malcapitati si ritrovano in uno strano ospedale dove il tempo non passa mai. Anche perché l’orologio è finto, come spiega l’unica – molto poco collaborativa- infermiera, che peraltro fin dall’inizio ha reso subito chiaro al pubblico che questo è un musical. Infatti il dottore in realtà è il pianista (o invece il pianista è in realtà il dottore? Uhm…)

Insomma non c’è dubbio che Appiccicati-Un musical diverso sia davvero diverso. Arriva dalla Spagna – creato da Ferran Gonzales, Alicia Serrat e Joan Miquel Perez – e dello stile iberico ha tutto il sapore squisitamente e allegramente carnale, privo di inibizioni e censure. Ma non solo questo. È infatti interessante che la versione italiana sia una produzione del Teatro dei Filodrammatici di Milano, un palcoscenico dedito soprattutto alla prosa: grazie all’espediente del dialogo diretto con gli spettatori, lo spettacolo, diretto da Bruno Fornasari, smonta le regole del musical e sembra quasi parodiarlo, prenderlo in giro, ma, in maniera ironica e sottile, fa anche l’opposto, sbeffeggiando chi guarda solo ai grandi classici e piagnucola sul vero teatro ormai morto. Una dissacrazione intelligente di certi stereotipi e noti pregiudizi e anche un divertito omaggio ai piccoli allestimenti, che vanno in scena con pochi mezzi (e, aggiungo io, sono spesso per questo dotati di maggiori genio e inventiva).

Nei ruoli dei due amanti appiccicati ci sono Marta Belloni e Cristian Ruiz, entrambi impegnati in una performance fisicamente e vocalmente non semplice, affrontata però con piacevole leggerezza. Lei – che ha anche tradotto le liriche insieme a Fornasari e Daniele Vagnozzi – mi ha colpita per l’espressività e la grinta: incarna una ragazza tosta e decisa, con le idee molto chiare, che non lascia emergere facilmente dolcezza e incertezze, ma poi… Ruiz invece si dimostra sempre a proprio agio nel registro della commedia ed esprime anche una goffa, simpatica vulnerabilità, con cui conquista ben presto l’affetto del pubblico (e dopo un po’ ammorbidisce pure la sua appiccicata compagna).

Chi mi ha sorpresa è stato Antonio Torella, il pianista/dottore (o dottore/pianista?): mi erano già ben note le sue notevoli doti di musicista e sempre in quelle vesti lo avevo visto esibirsi finora, ma in Appiccicati ho scoperto anche il suo lato comico. E, ehi, è bravo anche in quello!

E poi c’è lei, la famigerata infermiera, la ciliegina sulla torta, il fiore all’occhiello, la scheggia impazzita, tutto questo insieme, ovvero Stefania Pepe (mai cognome fu più azzeccato): fantastica, la ringrazio per le sincere risate. Ma dovete vederla in azione, descrivere quello che combina sarebbe riduttivo.

E se appunto volete vederli, tutti loro, avete tempo ancora per una decina di giorni. Dopo aver debuttato lo scorso 7 maggio, Appiccicati resterà in scena al Teatro dei Filodrammatici fino al 26 maggio 2019, quindi sbrigatevi e andate a scoprire come andrà a finire per i due appiccicati. Vi farete un sacco di risate e anche qualche piccola riflessione.

Perché la vita, si sa, ci incastra, ma a volte, facendolo, ci offre insospettabili occasioni.

Ah… dimenticavo: evitate di tossire!

(Fotografie di Laila Pozzo e tratte dalla pagina Facebook del Teatro dei Filodrammatici)

L’Ascensore: un debutto che ha lasciato il segno

Ho visto L’Ascensore poche ore fa, al suo debutto assoluto in Italia al Teatro Cestello di Firenze. Quindi questa è di certo la recensione più a caldo che abbia mai scritto in vita mia. Lo spettacolo è ancora lì, sospeso tra i circuiti del mio cervello e le fibrillazioni del cuore, non ancora assimilato. Continuo a sentire la tensione nei muscoli e, invece di dormire, sono qui a cercare le parole per raccontarlo.

Come si evince dalla bellissima – e molto cinematografica- locandina, L’Ascensore è un thriller, quindi non parlerò della trama, per non rovinare la visione ai futuri spettatori. Di solito sono la regina degli spoiler ma in questo particolare caso sono stata molto felice di essermi impegnata ad evitarli. È stato esaltante addentrarmi nella storia e nelle vite e nei sentimenti dei personaggi come in un labirinto, in cui dovevo trovare il filo della comprensione degli eventi.

Mark, Emma, John. Tre destini che si incrociano in quei modi sorprendenti e un po’ bastardi che a volte la vita ci riserva. Non posso e non voglio dire di più, dovete andare a teatro e saranno loro a presentarsi e a farsi conoscere, amare o odiare, un pezzo alla volta.

Senza scendere in dettagli, mi aspettavo parecchio dall’intreccio di José Masegosa perché conosco l’abilità degli spagnoli nel creare costruzioni narrative originali e spiazzanti ed in effetti non sono rimasta delusa. Quella che potrebbe essere una vicenda tutto sommato semplice assume toni completamente diversi grazie al gioco di incastri con cui è sviluppata.

L’Ascensore rappresenta una felice commistione di musical e prosa, in cui si privilegia sempre il tessuto della storia, attraverso ottimi dialoghi e brani di grande complessità tecnica ( tradotti da Nino Pratticò e accompagnati al piano dalla bravissima Eleonora Beddini). Un’aria in particolare, affidata alla sempre straordinaria voce di Luca Giacomelli Ferrarini (Mark), ha strappato forti applausi a scena aperta. Ho amato anche l’assolo di Emma (Elena Mancuso).

Gli attori si sono donati molto. Danilo Brugia e Elena Mancuso rappresentavano una novità, per me. Lui, nel ruolo di John, ha in dote un personaggio non facile (per motivi che devo tacere) e se l’è cavata più che bene, credo abbia ancora parecchio spazio di manovra per farlo crescere. Lei ha dimostrato grande passione, riuscendo a trasmettere le fragilità della sua Emma.

Su Luca Giacomelli Ferrarini, che invece ben conosco, che dire che non sia già stato detto?

È bravo, con la b e tutto il resto delle lettere maiuscole. Sempre così vero, così calato nella parte, che ti dimentichi che è lui e ti perdi nel personaggio.

Veramente affascinante la regia di Matteo Borghi: attraverso la scenografia, le luci, i fantastici movimenti scenici di Luca Peluso, ha dato vita a una bolla pulsante di mistero e inquieta emozione. Unico neo: il fumo, va dosato meglio. A un certo punto, durante un dialogo, ho faticato a vedere gli attori.

Vi rammento che dopo il 27 e il 28 aprile a Firenze, poi lo spettacolo andrà in tour, a Roma (2 maggio), Trevi (3 maggio), Spello (4 maggio), Milano (10 maggio), Torino (11 maggio) e infine il 18 e il 19 maggio a Villafranca di Verona, nel teatro che porta il nome di Alida Ferrarini, grande soprano madre di Luca. Ma già si rumoreggiano altre date…

E mi auguro che davvero tante se ne aggiungano. Perché L’Ascensore mi è piaciuto (si era capito?), proprio tanto. E forse domani o fra qualche giorno avrò parole migliori e più ragionate per descriverlo, ma volevo farlo adesso, con la mente e il cuore accesi e in subbuglio, sperando di farvi arrivare la sensazione ancora fresca, un po’ scombinata ma genuina che sto provando, mentre scrivo nel buio di un albergo di Firenze.

Ci sarò riuscita?

(Fotografie di Franco Emme)