“Il Copione”: dalla parola scritta alla parola viva, la bellezza della trasformazione

Il grande Federico Garçia Lorca diceva che il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana. Poesia, è vero, e prima di tutto pensiero che diviene parola scritta e poi viva e recitata. A volte noi spettatori, seduti in platea, distratti dalla messa in scena, scordiamo o non prestiamo la giusta attenzione alle parole del testo, al loro reale peso. Quante sfumature, quanti particolari si possono scoprire di una scena, di un dialogo, ascoltandone sul serio, nel profondo, le parole.

Ebbene ora, a Milano, a questo proposito sarà possibile vivere un’esperienza davvero speciale. L’attore, autore e regista Tindaro Granata, tramite l’associazione Situazione Drammatica, creata con Carlo Guasconi e Ugo Fiore, ha infatti deciso di organizzare una rassegna di drammaturgia contemporanea molto intrigante, in collaborazione con il Teatro degli Incamminati, Spazio Banterle e Proxima Res. Una volta al mese, lungo un percorso di sei incontri, altrettanti autori presenteranno una loro opera al pubblico, che, al posto del biglietto, acquisterà una copia del copione: dopo una breve presentazione del testo, gli spettatori potranno così seguirne direttamente la lettura, eseguita da attori in forma drammatizzata, avendo poi la possibilità di discuterne con l’autore.

Si comincia l’11 novembre 2019, con Carlo Guasconi e Essere bugiardo, vincitore del Premio Tondelli 2015 (*la serata è sold out, c’è una lista d’attesa a cui è possibile iscriversi)

Il 2 dicembre sarà la volta di Stormi di Marco Morana, vincitore del Premio Inedito 2019.

Si proseguirà nel 2020, il 13 gennaio, con Tatjana Motta e Nessuno ti darà del ladro, finalista al Premio Tondelli 2017.

Il 24 febbraio toccherà a Riccardo Favaro con Ultima Spiaggia, vincitore del Premio Scenario 2019.

Poi si continuerà il 16 marzo con Play di Caroline Wonderland Baglioni, vincitrice alla Biennale 2019 di Venezia, per terminare il 6 aprile con L’officina di Angela Dematté, vincitrice del Premio Riccione 2009.

Ogni serata avrà inizio alle ore 20.30, presso Spazio Banterle di Milano, vicino al Duomo. Il progetto si sostiene senza finanziamenti, solo con l’incasso degli incontri: il costo dell’ingresso è di 10 euro, comprensivo di posto a sedere e copione (5 euro per studenti sotto i 25 anni). L’acquisto è possibile su Vivaticket e presso Spazio Banterle in orario di biglietteria. Per prenotazioni scrivere una mail a biglietteria@incamminati.it o inviando un sms al numero 3482656879.

Un’occasione preziosa per sostenere la giovane drammaturgia italiana e per vivere da vicino la meraviglia del passaggio dalla pagina alla recitazione. Una trasformazione che trasformerà anche gli spettatori e la loro visione del teatro. Tindaro Granata dice che la bellezza delle cose non è determinata da chi le crea ma da chi partecipa ad esse, perciò chi può, vada e partecipi. Perché ci sia tantissima bellezza.

La bisbetica domata: Caterina la dolce e le verità dentro la farsa

《Signori, questa è una donna》

Così proclama Petruccio, al culmine di una scena tra le più ambigue e misteriose mai scritte da Shakespeare.

Però quella che indica, sua moglie Caterina, a dirla tutta non è una donna, dato che a interpretarla è un uomo.

Uno dei tanti felici paradossi di La Bisbetica Domata nella bellissima versione del regista Andrea Chiodi, che questa sera, 5 aprile 2019, proprio mentre scrivo, sta concludendo a Firenze la sua seconda stagione di repliche.

Io ho potuto assistervi il 31 marzo, al Teatro comunale di Ferrara, e me ne sono follemente innamorata. Ci sto pensando da giorni e quando questo succede significa che la macchina creativa teatrale ha centrato il bersaglio e acceso la mia mente. E il gioco continuo di specchi tra farsa e verità di questo allestimento è stato in tal senso davvero stimolante.

Un gruppo di gentiluomini annoiati decide di far credere ad un ubriacone qualunque di essere un gran signore, reduce da un sonno lungo quindici anni. Danno vita per lui a una recita e a quel punto la scena diventa un grande spazio azzurro – lo spazio dell’immaginazione, del sogno, dove si inventa e tutto può essere oppure no. Gli attori hanno sui vestiti neri il proprio nome e un numero, come i giocatori di calcio (Petruccio ovviamente è il 10) e, se si considera la rete di inganni e finzioni che diversi di loro mettono in piedi pur di conquistare la bella Bianca (l’unica – anzi l’unico, anche lei uomo- in abito colorato), il tutto assomiglia sul serio a una partita. Una competizione in cui emerge e irrompe lei, Caterina, la giocatrice libera, con la sua maglietta con la scritta Girls support girls e le calze rosse. Bisbetica? No, solo diversa, fuori dagli schemi. Al di là del genere: Caterina non rappresenta soltanto una donna di forte, dirompente personalità, ma anche tutti coloro, donne o uomini, che sono considerati differenti, che non entrano nelle caselle prestabilite e che di solito la società vuole correggere come errori o isolare come anomalie. Un messaggio ulteriormente rafforzato dal fatto che ad interpretarla sia un uomo, senza particolari travestimenti. Caterina è lei, lui, loro. Noi. Tutti quelli che con gli standard non vanno d’accordo.

Caterina la dolce? Anche, sì. Possibile? Lei, che deve essere domata? Ma io la sua dolcezza l’ho vista. Nelle anomalie la dolcezza c’è sempre ma non è gettata via. È preziosa. Penso a Caterina che dice a Petruccio che prova vergogna a baciare e poi gli concede il bacio, con pacata ed elegante dignità. E la sfrontatezza di Petruccio per un attimo cede, spiazzata.

Petruccio che, anche quando lo prenderesti volentieri a mazzate, ha una nota di originale fragilità, che stempera il suo machismo e gli conferisce a tratti un atteggiamento insicuro e più accessibile. Simpatico, anche, parecchio. Un’altra personalità sopra le righe, che si scontra con quella di Caterina, producendo scintille – e molte riflessioni inaspettate per entrambi.

Va detto che l’adattamento realizzato da Angela Demattè ha rispettato Shakespeare con al contempo un ritmo moderno e colloquiale che ha reso immediato e molto godibile il testo, messo in risalto da un cast davvero di grande livello. Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira, Massimiliano Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore: tutti bravissimi, chiaramente uniti da una complicità palpabile, impeccabili nel rimbalzarsi le battute come gli ingranaggi di un orologio e con una particolare cura per i dettagli, nei piccoli gesti, che ho molto apprezzato. Piaciuti tantissimo anche negli intermezzi musicali (Perry Como ed Elvis Presley!)

Da questo gruppo affiatato emergono ovviamente Angelo Di Genio (Petruccio) e Tindaro Granata (Caterina) che posso solo definire meravigliosi. Avessi potuto, li avrei rivisti anche altre dieci volte.

L’avevo detto che mi sono follemente innamorata, no?

E come accade in certi bei libri o certi film, ritorno all’inizio, che poi è la fine. Quella scena sorprendente in cui Caterina subisce un cambiamento drastico e misterioso. La giocatrice libera indossa l’abito della moglie domata e sottomessa e in un monologo che si fatica a dimenticare ricorda alle donne i motivi per cui devono obbedire agli uomini. Tindaro Granata è fantastico in questo momento. Turba e commuove.

Sarà vero? Caterina è domata?

Nessuno lo sa. Credo che ognuno di noi possa cercare la propria risposta. Io mi sono detta che, in fondo, quello che ho visto si è svolto in uno spazio sognato e farsesco, che si trattava di una recita per un ubriacone, che Caterina stessa era in realtà un uomo, quindi forse in quel monologo così doloroso da ascoltare per una donna si può vedere il significato opposto. Perché tutto è il contrario di tutto e tutto può essere. E magari è Caterina ad aver domato Petruccio, solo che lui non lo sa. Del resto, la maniera più semplice di conquistare un uomo è dirgli quello che vuole sentire.