Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83

Le gratitudini: serve dolcezza prima dell’ultima curva

Si chiama Michka. È una vecchia signora con un’aria da ragazza. O una ragazza invecchiata per sbaglio, vittima di un brutto sortilegio.

Mishka non può più restare sola, deve trasferirsi in una casa di riposo. La vecchiaia la sta tradendo portandole via le parole, a lei che correggeva bozze e leggeva Doris Lessing, Sylvia Plath e Virginia Woolf.

Senza il linguaggio cosa resta?

Come suggerisce il titolo, questa è una storia che ruota intorno alla gratitudine, ai grazie che non abbiamo detto e che rimpiangeremo, a quelli che abbiamo ancora il tempo di dire. I grazie per un gesto, per una parola, per un momento, per un aiuto o una presenza che ci hanno cambiato il corso della vita. Una mano tesa, un abbraccio che accoglie, una conversazione che riempie il vuoto o illumina la mente. Grandi o piccoli, grazie che contano… Ne abbiamo detti abbastanza?

Mi aspetta seduta in poltrona. Nell’attesa non fa nulla. Non finge di leggere, di lavorare a maglia, o di essere occupata. Qui, aspettare è già di per sé un’occupazione.

Le gratitudini racconta anche di questo. Dei luoghi dove si aspetta l’ultima curva. Dove l’attesa ti porta via un pezzo alla volta. In certi casi, come quello di Mishka, sono le parole e i loro significati a svanire lentamente, sottraendo la capacità di comunicare, anche di poter dire quell’ultimo grazie, tanto importante. O ancora a smarrirsi è la memoria, la personalità, tutta quella vita alle nostre spalle, tutti quei ricordi unici che ci rendono ciò che siamo. Ci sono stata, in quei luoghi di attesa. Ricordo come mi sentivo all’uscita, il sollievo che durava poco, perché poi mi chiedevo come andrà a finire per me ?

Amo il tremolio delle loro voci. Quella fragilità. Quella dolcezza. Amo le loro parole travestite, approssimative, smarrite, e i loro silenzi.

Non è facile scrivere bene della vecchiaia, dell’ultimo stadio. Dei corpi sempre più piccoli e deboli, degli occhi sempre più grandi e spaesati. Ho apprezzato, da questo punto di vista, la delicatezza di Delphine De Vigan, la sua attenzione alla dignità, la sua comprensione. Soprattutto ho amato la figura di Jêrome, il giovane ortofonista incaricato di aiutare Mishka a lenire i danni dell’afasia. Il suo approccio con i pazienti, il modo in cui li vive, li ascolta, li ricorda, sono gli stessi in cui ho sempre creduto io. Ci vuole vero amore, vera passione, per accompagnare qualcuno fino alla fine.

Secondo te ci sono molte persone che non conoscono la dolcezza?

Questa non è una citazione del libro. Me lo chiese una signora durante il mio tirocinio, mentre la aiutavo a prepararsi per la notte. Anche vicini all’ultima curva si continua a sognare, pur senza parole, pur senza memoria… Molti anziani, molti dei più deboli, in questo tragico periodo, stanno andando via completamente soli, separati dagli affetti rimasti, anche dal conforto di un grazie. O anzi di un gratis, come direbbe Mishka. Consiglio questo libro, dedicandolo a loro.

Edizione febbraio 2020: Einaudi Editore

Traduzione di Margherita Botto

Pagine 160

L’estate incantata: verrà l’inverno e avremo sorsi di estate da bere

Non ho mai saputo spiegare il mio sentimento ambivalente nei confronti dell’estate. Ho sempre pensato che sia la stagione più cupa. Un oscuro splendore, il suo, come l’oro antico, con una luminosità fatta di zone d’ombra. Forse perché tanto mi ha dato ma tanto mi ha tolto.

Poi ecco che scopro che già nel 1957 qualcuno aveva saputo raccontare in un libro l’essenza misteriosa di questa stagione contraddittoria. E, nonostante ci sia arrivata con colpevole ritardo, è stato subito amore.

Conoscevo Ray Bradbury soprattutto come autore di fantascienza ( celebre il suo Fahrenheit 451 e anche le Cronache Marziane), ma, nel caso di L’estate incantata, ha scritto una storia di formazione, un racconto corale, sulla crescita, l’invecchiamento, le speranze e le paure del vivere, il mistero sottile che lega vita e morte.

Se ne stava seduto sul portico, davanti alla zanzariera, e fissava il cielo che si dava un’aria innocente, come se tutto fosse tranquillo, mentre in realtà tutto correva. Ma se si chiudevano gli occhi e ci si sdraiava immobili, allora sì che si sentiva il mondo girare come una trottola, e le orecchie si riempivano dell’eco cavernosa di un mare nero che le invadeva e si frangeva su scogliere inesistenti.

Ecco… questo, per esempio, nelle sere d’estate non vi è mai successo? Sotto un portico, su un terrazzo, il grande cielo stellato sopra di noi, tutte le altre vite, chissà quali, chissà di chi, dietro le finestre accese nel buio, e i pensieri che vanno verso distanze assurde… In inverno non può accadere, siamo protetti nella relativa sicurezza dei salotti, il camino acceso. Solo l’estate ha questo potere di allargare gli spazi, di estendere le percezioni. E Bradbury ha saputo esprimerlo totalmente, con una prosa che ho amato tanto, a tratti poetica, colma di immagini evocative, colori, sapori e odori, della luce particolare delle estati che tutti ci portiamo dentro. La luce di quando eravamo bambini, che non sarà mai più la stessa. E quella di quando il tempo ormai si assottiglia, forse la più vivida.

In questa storia i giovani acquistano la consapevolezza di essere vivi e poi capiscono che un giorno dovranno morire. E i vecchi sono come viaggi all’indietro, macchine del tempo viventi, portatori di memorie ancora così intense da fare persino innamorare.

E poi ci sono i denti di leone.

Vino di dente di leone. Parole che significavano estate. Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia.

Il titolo originale del romanzo è Dandelion Wine, quel vino che il nonno del piccolo Douglas ricava dai denti di leone del giardino e imbottiglia metodicamente per tutta l’estate, così che in inverno ci sarà un po’ d’estate da bere ogni giorno. Pensateci, file di bottiglie dorate, file di momenti, ricordi, sorsi di sole, stelle, temporali. Gocce della stagione che dona e che toglie.

L’estate non finisce mai del tutto.

Edizione 2019 Mondadori

A cura di Giuseppe Lippi

Pagine 267