Le regole del fuoco: una storia di donne “notevoli”

Che cosa si intendesse all’epoca con l’espressione ‘donna notevole’, non mi è facile spiegarlo, ma una cosa sicuramente : una donna diversa dalle altre e cioè, data la misoginia diffusa e la scarsa considerazione che le donne stesse avevano di sé, una donna libera, coraggiosa, non incline a seguire la regola perbene femminile del matrimonio e della famiglia, ma neanche la regola permale trasgressiva della seduttrice un po’ puttana. Forse, in poche parole, una che aveva scelto la sua vita, fregandosene di quello che gli altri si aspettavano da lei.

Le donne notevoli di questa storia sono due. Maria Rosa, la voce narrante, e Eugenia. L’una napoletana, l’altra di un paese vicino al lago di Como, si incontrano in un ospedale del Carso, dove vanno volontarie come infermiere crocerossine, durante la Grande Guerra del 1915-18. Molto diverse per carattere e approccio alla nuova difficile esistenza, dopo quella che pare una iniziale antipatia reciproca, finiscono invece non solo col piacersi, ma anche con l’innamorarsi.

mi sono appoggiata al muro prima di svenire, tu sei arrivata in un lampo e mi hai trascinata davanti ad una finestra. Io stavo tra le tue braccia come nei quadri la fanciulla salvata dal drago sta tra le braccia del forte cavaliere, solo che io ero alta come il cavaliere e tu piccola come la fanciulla.

Un amore raccontato e vissuto con semplicità e naturalezza: pacata e riservata Eugenia, i cui sentimenti si rivelano più nei gesti che nelle parole, piena di slancio passionale Maria Rosa. Le lettere in cui lei trascrive testi di canzoni d’amore napoletane per sostenere Eugenia, ancora al fronte, sono tra le pagine più delicate e dolci del libro.

Ma chi si aspetta che il fulcro della vicenda sia l’amore saffico, rimarrà deluso. Quello tra Maria Rosa e Eugenia è un amore. Punto. Non importa fra chi. Non è l’omosessualità a rendere notevoli le due protagoniste. Ciò che le rende tali sono gli scopi, le motivazioni, la volontà di allontanarsi dagli schemi prestabiliti. Maria Rosa che va in guerra per non seguire il volere della madre, a cui interessa solo vederla al più presto sposata. Eugenia che è decisa a diventare medico, a dispetto dei pregiudizi e delle difficoltà che la attendono. Giovani donne che vogliono colorare fuori dai margini e con colori inusuali.

E non dimentichiamo che questa è una storia di donne in guerra. L’autrice si è documentata con veri diari di crocerossine e nulla viene risparmiato al lettore di ciò che queste infermiere dovevano affrontare ogni giorno: orrori fisici e psicologici che richiedevano davvero una forza non comune.

La prosa di Elisabetta Rasy è semplice, scorrevole e diretta, con un ritmo che spinge a proseguire pagina dopo pagina, per non abbandonare il flusso di pensieri e ricordi di Maria Rosa, voce narrante.

Anzi, Alba Rosa, come la chiama Eugenia. E come lei sceglierà di chiamarsi per sempre. Una delle tante scelte da donna notevole.

Perché come recita la citazione iniziale di Ezra Pound, ciò che amiamo non ci viene strappato ma è la nostra vera eredità.

L’inferno sono gli altri, diceva Sartre. Sono anche il paradiso, a volte, ma certo per le donne sono spesso l’inferno. Una donna notevole era qualcuno che era stato all’inferno e ritorno, senza farsi piegare dalle sue leggi.

Edizioni Rizzoli

Pagine 180

La stagione arida di Minerva Jones: la diversità e il branco

《C’è un posto libero laggiù》, aggiunse, indicando l’unico banco vuoto. Il solito banco, quello che era sempre appartenuto a Minerva la pazza. Quello zoppo accanto al muro, in fondo all’aula. Una posizione defilata che permetteva alla classe di voltarsi all’unisono e osservare la malcapitata ogni qualvolta fosse chiamata in causa.

Per chi conosce l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, il nome di Minerva Jones non risulterà nuovo: Minerva era la poetessa del paese, derisa dagli altri per l’aspetto fisico, morta dopo una brutale aggressione, assetata di vita e di amore.

Francesca Borrione prende spunto da questa tragica figura femminile per creare la propria Minerva, collocandola nel New England di fine anni ’80 e trasformandola in una studentessa di liceo bullizzata per la sua diversità, incomprensibile e quindi minacciosa.

Minerva non parla, nessuno sa di preciso perché, si è rasata i capelli, si nasconde. Vive in una villa misteriosa, con il padre, un uomo ancora giovane, che l’ha cresciuta da solo, e che si vocifera sia un gigolò. L’ombra pesante del pregiudizio è su di loro.

Uno spiraglio di luce filtra grazie a William, nientemeno che il golden boy della scuola, il quarterback numero uno, che, quasi per caso, stabilisce una connessione con Minerva. A lui, lei lascia sentire la sua voce. E inizia un cambiamento intimo ed emotivo che coinvolge entrambi, crescendo rapido, come capita a volte agli amori su cui nessuno scommetterebbe mai.

A questo punto si potrebbe pensare di trovarsi di fronte a un classico young adult, con la tipica storia d’amore tra la ragazza sola e incompresa e il ragazzo ricco e popolare. Ma non è esattamente così.

C’è qualcosa di cattivo e maligno in questa vicenda, che colpisce allo stomaco. L’anima oscura del branco, della massa. Qualcosa che leggendo ci si augura sia un’esagerazione romanzesca, un espediente narrativo. Eppure se riflettiamo, se ci guardiamo intorno, se osserviamo i comportamenti di gruppo sui social, diventa evidente che il branco, con la sua ottusa, spietata pericolosità, esiste. E quindi acquista un disturbante realismo anche l’accanimento cieco nei confronti di William, Minerva e suo padre, soprattutto perché è contro il nulla, l’attacco dell’ignoranza ai danni di tutto ciò che si discosta dai binari prestabiliti. Basta poco, troppo poco: una ragazza che non si comporta come le altre, un ragazzo che vuole qualcosa di più della popolarità, un padre troppo giovane e troppo attraente che secondo il pensiero comune non può non avere scheletri nell’armadio.

Non voglio entrare nei dettagli e svelare troppo del libro, anche perché non è il primo lavoro che leggo di Francesca Borrione e una sua peculiarità di autrice è di piazzare sempre una svolta sorprendente ad un certo punto della storia. Minerva la pazza avrà lo stesso destino della povera poetessa di Spoon River da cui prende il nome?

Leggete il libro e lo scoprirete. Francesca Borrione ha uno stile scorrevole e piacevole e questa è di certo la sua opera più matura, a livello emotivo e narrativo. Forse perché io stessa sono stata oggetto di bullismo e pregiudizi, il tema trattato mi ha toccata molto.

Solo un’ultima cosa, cara Francesca: dopo quattro libri ambientati all’estero, mi piacerebbe leggere una tua storia completamente italiana. Che ne dici?

Ma cosa vuoi capire tu di Minerva Jones. Tu non hai idea》

Edizione LesFlaneurs

Pagine 222