Gotico americano: il sogno e la disillusione

Se almeno l’America di oggi non assomigliasse ancora così tanto al quadro di Grant Wood, American Gothic, facce bianche di vecchi impauriti che pensano di proteggere il loro mondo con un forcone, ma il loro mondo già non esiste più.

Oggi, mentre tutti si interrogano sull’esito delle elezioni americane, è il giorno perfetto per parlare di Gotico Americano che inizia nel 2016, proprio all’alba della vittoria di Donald Trump. Così come l’autrice Arianna Farinelli (che vive negli USA ormai da vent’anni) anche la protagonista, Bruna, ha lasciato da tempo l’Italia per New York e insegna scienze politiche in un college. Mentre sta per prendere il via l’era Trump, Bruna è a un punto di svolta della propria vita, costretta dagli eventi a mettere in discussione scelte, convinzioni, ambizioni e prospettive future. A partire, per esempio, dal matrimonio deludente con Tom, italoamericano proveniente da una famiglia di fervidi conservatori, che non si è  mai emancipato dal ruolo di figlio (lui, la sorella e la madre hanno gli stessi nomi dei personaggi di Un Tram chiamato desiderio di Tennessee Williams). Poi ci sono il lavoro e la carriera che non hanno dato i frutti sperati e il piccolo Mario, suo figlio, anima femminile imprigionata in un corpo maschile. E infine Yunus, uno dei suoi studenti, controverso e misterioso giovane afroamericano con cui ha intrapreso una relazione.

È l’amore incondizionato  che cerchiamo per tutta la vita. A volte lo troviamo ma non riusciamo a riconoscerlo. Altre volte non possiamo o non sappiamo riceverlo. Quasi mai riusciamo a donarlo. Io lo volevo da te. Tu da tuo marito. Tuo marito da sua madre.

Attraverso le vicende  private di Bruna e dei personaggi a lei legati, Arianna Farinelli affronta tanti temi importanti, dalla fragilità del sogno americano all’ipocrisia della mentalità conservatrice, dall’Isis alle differenze religiose, razziali e sociali, sino all’immigrazione e alla disforia di genere, quasi troppi argomenti, in un calderone che a volte perde un po’ di coesione e da cui emerge  un’immagine zoppicante e profondamente imperfetta degli USA. Se Tom risulta a tratti caricaturale, Bruna mi ha lasciata in bilico, ancora non ho deciso cosa penso del suo modo di vedere e affrontare le cose. Mi ha commossa invece Mario, già così consapevole del suo sentirsi femmina, indifeso in un mondo di adulti che lo rifiutano o lo accettano solo in superficie senza capirlo davvero, eppure tanto coraggioso, tanto se stesso. Anzi se stessa. E ho amato Yunus, il personaggio che per me è valso l’intero libro, con la storia migliore e più complessa.

Alla fine, era giunta la balena che mi aveva dato la caccia per tutta la vita. La stessa che aveva inghiottito mio padre. Sapevo che prima o poi sarei finito nel suo ventre, sotto tre strati di oscurità.

Il memoriale di Yunus è probabilmente la parte più avvincente del romanzo: dal destino crudele di suo padre sino al suo arruolamento nell’Isis, Yunus rappresenta il lato scomodo degli ideali americani, ricorda a Bruna di guardare al di là della sua bolla privilegiata, fatta di persone bianche e benestanti e di convinzioni fasulle e ipocrite. Tutto il suo percorso di vita è segnato dal colore della pelle e dalla mancanza di inclusione, di possibilità autentiche. Si potrebbe facilmente giudicarlo per l’adesione all’Isis ma l’autrice è molto abile nel costruire le sfumature dei suoi motivi.

Solo pochi capiranno che tutto questo è già accaduto: non è finzione ma verità storica e ancora una volta dalla storia non abbiamo imparato nulla.

Gotico Americano ha i suoi difetti, proprio come l’America che descrive, e probabilmente proprio per questo si tratta di imperfezioni inevitabili. Di certo fa riflettere, soprattutto su ciò che potremmo essere e su ciò che invece ci ostiniamo a rimanere. C’era una volta il sogno americano, poi, al risveglio, la disillusione.

Fuori la città si muoveva convulsamente come ogni giorno. Ma io e te eravamo fermi proprio come l’acqua del fiume quando le maree smettono di tormentarla.

Edizione gennaio 2020 Bompiani

Pagine 288

Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe: mai sottovalutare le donne, soprattutto se leggono

《Voi, signore, leggete uno strano assortimento di libri》 osservò James Harris.                              《Siamo uno strano assortimento di donne》

Il 31 ottobre non si può evitare di proporre una lettura da brivido e così oggi torno sul blog per raccontarvi quello che si può considerare a tutti gli effetti un libro horror. Orrore intelligente, attenzione, di quelli con vari sottotesti, metafore di concetti tutt’altro che soprannaturali. Immaginate dunque una sorta di crossover tra la serie tv Desperate Housewives e Le Notti di Salem di Stephen King: le protagoniste di Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe sono un gruppo di donne dalle vite ordinarie e mediamente ipocrite, che vivono in uno di quei tipici quartieri americani dove si può uscire senza chiudere a chiave la porta e ci si scambia ricette e inviti per il barbecue. Una pace apparente e fasulla in cui all’improvviso si insinua qualcosa di stonato, irrazionale, sinistro. Ma l’autore Grady Hendrix, nella prefazione, spiega cosa intendo molto meglio di me.

Con questo libro ho voluto mettere a confronto un uomo emancipato da ogni responsabilità, tranne i propri appetiti, e le donne le cui vite sono plasmate da una serie infinita di responsabilità. Ho voluto contrapporre Dracula a mia madre.

Esattamente. Devo dirlo, questa storia l’ha scritta un uomo ma gli uomini non ne escono bene. Dal mostro della situazione – il vampiro che si trasferisce nel quartiere – ai mariti delle protagoniste, gli uomini di Hendrix sembrano concentrati solo su se stessi, sui propri appetiti da soddisfare, siano essi sessuali, finanziari, di carriera. Pensano a lavorare, investire, perseguire il lusso, il successo, ne sono anche facilmente sedotti, e le loro donne vengono considerate accessori, le madri di famiglia che devono starsene a casa, pronte ad accudire coniuge, prole e anche suocera senza discutere. Se poi si mettono strane idee in testa ci sono sempre le pillole di calmanti.

Voi donne avete tutte una mente acuta, e so quanto sia difficile trovare stimoli intellettuali in un posto del genere. Aggiungete i libri malsani che leggete nel vostro club letterario ed ecco la ricetta perfetta per una sorta di isteria di gruppo.

Le nostre miti casalinghe sottovalutate hanno in effetti un club del libro, che si dedica soprattutto ai romanzi e ai saggi che ricostruiscono efferati delitti e casi di cronaca nera (vengono citati titolo famosissimi come Helter Skelter e A sangue freddo): sarà questo a spingerle a comprendere che sta accadendo qualcosa di spaventoso. Potrebbero fingere di non vedere, la tentazione è forte, ma invece sceglieranno di agire, di non arrendersi. Grady Hendrix, anche sceneggiatore, confeziona una trama brillante e ben calibrata, che dosa i momenti di dubbio e quelli di tensione, con almeno un paio di situazioni davvero horror. Più che paura, gli eventi generano in chi legge lo stesso senso di minaccia, incredulità, smarrimento (in alcuni casi disgusto) delle protagoniste. Il vampirismo è un pretesto per raccontare di una società che guarda dall’altra parte mentre i più deboli ed emarginati soccombono e che si lascia conquistare dal guadagno e dai privilegi. Ed è anche una riflessione sulla condizione delle donne, sulla loro forza e la volontà che le spinge a lottare per liberarsi degli stereotipi e dalle false etichette.

Piccola curiosità: l’autore ha all’attivo anche un romanzo di fantasmi ambientato in un punto vendita di mobili scandinavo, Horrorstör.

Insomma se siete in vena di brividi che fanno riflettere e vi piacciono le storie di coraggio e riscatto femminile, Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe è l’ideale per voi. E forse chissà vi verrà anche voglia di creare un club letterario: leggere fa bene!

Pensa che siamo una mandria di casalinghe perfette… Pensa che siamo come appariamo all’esterno: graziose signore del Sud. Lascia che ti dica una cosa… non c’è niente di grazioso nelle signore del Sud.

(Edizione luglio 2020 Mondadori

Traduzione di Rosa Prencipe

Pagine 456

La Ricamatrice di Winchester: le donne di Tracy Chevalier non si arrendono mai

A volte basta un filo a cambiare la trama.

Provo un affetto particolare per questo libro. Chi lo sa, forse se lo avessi letto in un altro momento mi avrebbe fatto un effetto diverso. Invece ha finito con l’essere il mio compagno fidato di diverse notti insonni durante il lockdown. E ricordo con piacere anche gli scambi di opinioni con chi me l’aveva consigliato. Se penso a La Ricamatrice di Winchester mi viene da sorridere.

Consideratemi un canovaccio ancora vuoto, senza punti da disfare.

C’è da dire che mi è piaciuta tanto la protagonista, Violet. Per gli standard dell’epoca in cui vive, tra le due guerre mondiali del secolo scorso, viene considerata una donna in eccedenza, nubile e difficilmente destinata a sposarsi. Ha perso il fidanzato nel primo conflitto bellico e, ormai vicina ai quarant’anni, il suo destino pare segnato: dato che il padre e un fratello sono morti e l’altro fratello è sposato con prole, ci si aspetta che tocchi a lei restare a occuparsi della madre, autoritaria e anafettiva. Ma questo è un romanzo di Tracy Chevalier e praticamente mai i suoi personaggi femminili fanno quello che il mondo si aspetta dalle donne.

Ma è questo che ci si aspetta da noi donne, no? Dobbiamo dare, dare, e aiutare gli altri, qualunque sia il nostro stato d’animo. È stancante e ingrato, a volte. Vorrei poter fare come te, salire sulla torre e non pensare ad altro, non sentire altro che il suono delle campane che vibra dentro di me. Penso che mi sentirei in Paradiso.

Non sempre sono stata d’accordo con lei, ma ho amato lo spirito ribelle di Violet. Che cade però si rialza, che spesso non può evitare di sentirsi in colpa anche se non dovrebbe. Perché a noi donne capita, il mondo ci spinge a dubitare di noi stesse, della validità dei nostri desideri. Eppure Violet non molla. Vuole l’indipendenza, una vita sessuale, la possibilità di fare esperienze, di innamorarsi, di valicare limiti. Dall’inizio alla fine del libro, l’ho vista compiere uno dopo l’altro tanti piccoli, grandi, a volte immensi, atti di libertà. Per certi versi mi è quasi parso che l’autrice qua e là le abbia fatto pagare pegno, ma Violet ne è uscita vincitrice. Una donna che si è rifiutata di restare dentro la casella assegnata dalla società.

Naturalmente aveva sentito parlare di quel tipo di donne e delle amicizie carnali che venivano attribuite alla scarsità di uomini, un tentativo disperato di fuggire dalla solitudine. Però guardando Gilda e Dorothy non si aveva quella sensazione: sembravano semplicemente fatte l’una per l’altra.

Inserendo nella trama anche la storia omosessuale di Gilda e Dorothy, Tracy Chevalier ha guadagnato ai miei occhi  almeno mille punti. Colpisce allo stomaco  leggere della convinzione  che l’attrazione fra donne fosse dovuta alla mancanza di uomini… La stessa Violet, quando realizza l’inclinazione dell’amica Gilda, sembra sulle prime non riuscire a crederla reale. Un tipico effetto del pensiero patriarcale, purtroppo. Ma, proprio come Violet, anche Gilda e Dorothy sono donne che non si piegano e lottano per difendere e mantenere il loro legame, vero e meritevole di essere considerato tale come qualsiasi altro amore. Peccato solo che la loro sia una vicenda secondaria.

Al di là delle vicissitudini  dei personaggi, si sa che ogni libro di Tracy Chevalier è anche una festa di dettagli storici curati e affascinanti. In questo caso, oltre alle tetre ma dovute riflessioni sul nazismo che si stava tristemente affermando, si parla dell’arte del ricamo e di quella campanaria. Il ricamo, lo ammetto, non fa per me, anche se mi piacerebbe vedere i cuscini ricamati della cattedrale di Winchester,  ma i concerti di campane mi hanno veramente conquistata. Le scene in cima al campanile sono tra le mie preferite. 

Violet guardava gli uomini in movimento e ascoltava i rintocchi delle campane, e per qualche istante suoni e gesti diventarono una cosa sola. Era come guardare un balletto e allo stesso tempo ascoltare un concerto.

Il ricamo comunque è alla base della storia. Le nostre vite sono un disegno complesso e, come recita il titolo originale, basta un filo, un unico filo per modificare l’intera immagine. Questo ha fatto Violet, questo hanno fatto Gilda e Dorothy. Hanno osato ricamare in libertà.

E poi ecco una splendida coincidenza: proprio quando io sto divorando tutta la produzione di Tracy Chevalier, per festeggiare i vent’anni del suo più grande successo, La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza da oggi, 3 settembre, ripubblica i suoi romanzi con una nuova veste grafica e le copertine realizzate da gatsby_books, già autore anche della bellissima copertina di La Ricamatrice di Winchester.

L’illustratore – seguitelo su Instagram, fa cose stupende! – ha raccontato di avere avuto la consulenza e l’approvazione di Tracy Chevalier in persona per i dettagli di ogni singola copertina. Io conto di collezionarle tutte e di recensirvi i titoli per farvele ammirare meglio.

Per chi non conosce questa autrice è il momento giusto per scoprirla. Magari iniziando proprio da La Ricamatrice di Winchester.

Edizione gennaio 2020 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 289

L’uomo senza inverno: la storia romanzata dell’arte e della vita di Gustave Caillebotte

Fatevelo dire: esprimete una disperazione che lì fuori nessuno ha capito》

Nasceva oggi, il 19 agosto del 1848, Gustave Caillebotte, pittore francese, uno tra i meno noti fra gli Impressionisti, eppure fondamentale per la nascita e la crescita di questa dirompente corrente artistica, di cui fu anche mecenate e collezionista. È quindi il giorno giusto per parlare di L’uomo senza inverno, che lo scrittore Luigi La Rosa ha dedicato proprio alla figura, sfuggente e discreta, di Caillebotte. Preciso che si tratta di un romanzo e non di una biografia: l’autore stesso lo puntualizza nella prefazione, spiegando che la storia narrata, pur nel rispetto cronologico degli eventi, è opera di invenzione, in particolare per quel che riguarda le vicende personali e sentimentali dell’artista e alcuni personaggi.

La sconosciuta alla finestra, come pure la severa Céleste, e l’uomo in cilindro a passeggio in un giorno di pioggia, e i piallatori, i canottieri, tutti i personaggi che erano usciti dal suo pennello evitavano di guardare dritto negli occhi. Erano tutti alla ricerca di un punto di fuga, un altrove che non si poteva più dire cittadino né umano.

È un’opera di fantasia, certo, ma, credetemi, ha un respiro storico talmente potente e realistico da farci immergere con tutti i nostri sensi e i nostri sogni in un’epoca di incredibile fermento artistico e nel percorso creativo di Caillebotte. La genesi di ogni suo quadro, la nascita degli Inpressionisti, le loro prime mostre, i legami d’arte e d’amicizia tra il pittore e leggende come Monet, Manet, Degas, Renoir e soprattutto l’italiano De Nittis… Tutto questo ci scorre davanti agli occhi capitolo dopo capitolo, come se fossimo lì in persona ad assorbirne colori, suoni, profumi. La Parigi descritta da La Rosa – che molto chiaramente la conosce benissimo- pulsa di vita ed emerge tridimensionale dalle pagine, ma ci sono anche la campagna francese protagonista di molta  pittura impressionista e la terra di fiume tanto amata da Caillebotte, dove si dilettò nella sua passione per il canottaggio.

Una nuova certezza si faceva strada dentro di lui, e più l’altro parlava, più tale certezza guadagnava forma e solidità, ossia che quel quadro sarebbe stato il suo capolavoro, pertanto lo avrebbe difeso e sostenuto anche a dispetto del mondo.

Partecipiamo anche alla creazione di I piallatori di parquet, l’opera probabilmente più straordinaria di Caillebotte. Ho sempre amato tutta la sua produzione ma i suoi piallatori sono un’assoluta meraviglia, qualcosa di inarrivabile. E Luigi La Rosa ci fa immaginare, sognare, intuire come possano aver preso vita. Ci invita a ipotizzare che uno di loro, il più giovane, sia stato l’amante di Caillebotte, mutando il nostro modo di guardarli e percepirli. Arriviamo davvero a credere di vederli attraverso lo sguardo appassionato e tormentato del pittore. Personalmente so che d’ora in poi i piallatori (e anche molti altri quadri di Caillebotte) avranno per me un significato anche più speciale. E devo dare atto a La Rosa della gentilezza e dell’empatia con cui ha tracciato la mappa degli affetti, degli amori e delle difficoltà emotive ed esistenziali di Caillebotte. Ha reso plausibili e concreti il rapporto complesso con i genitori e quello strettissimo col fratello Martial, l’omosessualità vissuta in modo contrastato, lo sforzo di veicolare ed esprimere emozioni, vuoti, desideri attraverso la pittura. Per quanto liberamente interpretato, Gustave Caillebotte attraversa il libro vivo e vibrante e ci tocca il cuore.

Quando riaprì gli occhi, nel cuore della notte, la sola cosa che vide fu la tavola di un cielo buio, senza più confini e senza stelle. Non riusciva ad orientarsi, a comprendere dove fosse finito. Quando i battiti si placarono scese un’immensa pace. Per la prima volta ebbe il sospetto di essere già morto.

Gustave Caillebotte nasceva oggi e non ha avuto una lunga vita, meno di cinquant’anni. I protagonisti delle sue opere guardavano sempre altrove, ma lui, nel suo autoritratto, ci fissa dritto negli occhi. I suoi sono profondi, contengono mondi non condivisi, abissi di riservatezza. Forse è stato davvero un uomo senza inverno, senza quella che secondo Stéphane Mallarmé è la stagione serena e lucida dell’arte. Forse così doveva essere e per questo nei suoi quadri resta un senso di mistero e grazia sospesi. Forse per certi artisti esiste una sola, intensa, indimenticabile stagione.

(Edizione febbraio 2020: Piemme

Pagine 448)

La via dei pianeti minori: tra il passato e il futuro ci sono le stelle, le cose non dette e l’emozione dell’attesa

Che cosa vedevano tutti loro lassù che li teneva incollati oltre l’ora del sonno?

Nel mese di luglio, la cometa Neowise ha attraversato il nostro cielo e anche al centro di La via dei pianeti minori c’è una cometa, che, con il suo viaggio siderale, fatto di ritorni periodici, scandisce le vite di un gruppo di astronomi e delle persone ad essi legate, per venticinque anni. Un quarto di secolo in cui uomini e donne invecchiano e muoiono, figli nascono e crescono, amori iniziano e matrimoni finiscono. Venticinque anni di scelte, cambiamenti ed errori, che si aprono e si chiudono su un’isola tredici giorni nel passato. Sì, avete letto bene: un’isola in cui il calendario gregoriano non è mai stato accettato e quindi si trova tredici giorni indietro rispetto al nostro tempo. Su quest’isola la cometa è stata scoperta e lì, in una notte di osservazione del 1965, accadrà un tragico incidente determinante per il futuro.

Che strano che le cose possano rivoltarsi così su se stesse a posteriori, pensò. Che il futuro sia sempre così inevitabile, e che il passato continui a cambiare forma.

Di nuovo, Andrew Sean Greer ha saputo conquistarmi. Mi aveva finora abituata a storie con pochi personaggi e dal ritmo piuttosto serrato ed ecco che invece questa volta mi sono ritrovata immersa in una trama insolitamente corale e dilatata nel tempo. All’inizio questo mi ha un po’ spiazzata ma poi lentamente sono scivolata nel flusso di tutte quelle esistenze intrecciate tra loro, cadenzate dai passaggi di una cometa. Perché, nonostante l’approccio narrativo appaia differente, l’abilità di Greer nel tratteggiare i sentimenti e i caratteri è sempre la stessa. Ha una delicatezza particolare nei confronti dei suoi personaggi, un’empatia profonda che si trasmette anche ai lettori. Non siamo solo spettatori di queste vite, riusciamo a comprenderle, a non giudicarle. E poi in questo caso ha parlato di stelle e di passione per l’astronomia. Un invito a nozze per me, inevitabile amarlo ancora di più.

Noi siamo sordi a ciò che la vita ci prepara.

È una storia dal retrogusto amaro, questa, anche piuttosto triste. Il senso di estraneità del cielo, lassù, è ben calibrato con quello di precarietà quaggiù. Le cose che capiamo troppo tardi, i fraintendimenti, quella mano che non ci siamo decisi a toccare, quella persona che aspettiamo, che forse aspetteremo sempre, sul sentiero. Comete, mondi, altre galassie ruotano sopra le nostre teste, in tempi e velocità che la mente stenta a contenere, e noi siamo qui, impegnati a non capirci, a inseguirci sbagliando le svolte, cercando la porta giusta per una chiave, per poi volare via verso il mare, come polvere.

Aveva sempre sperato che ci fosse tempo a sufficienza, che si potesse condurre una certa vita e poi, quando si fosse appannata, scambiarla con quella che avevi sempre desiderato; ma il tempo era finito. Era andato in fumo.

Però non crediate che sia una lettura deprimente. In realtà, in questo periodo così insolito, che aumenta le nostre insicurezze, può essere una lettura invece necessaria. Spinge a riflettere, a ricordarci che il tempo scorre e troppo spesso lo lasciamo passare senza impiegarlo davvero. Senza esporci. Sembrano concetti scontati, ma sappiamo tutti che la quotidianità ci distrae e ci fa mettere da parte anche ciò che è ovvio.

Nel mio cuore di lettrice, comunque, resterà l’immagine di un ragazzo che, pieno di emozione e ansia crescente, resta ad aspettare che la porta di casa si apra. La porta da cui deve entrare l’uomo che ha scelto. Un’attesa che contiene già tutti i futuri possibili di un amore e di una vita insieme. Voglio credere che per lui, lì, trepidante, con il cuore a mille per la gioia e la paura, si tratti dell’attesa giusta.

No, l’amore non era quello che gli avevano mostrato. Non il cortese accumulo di affetto. Non la sedimentazione del cuore. Era qualcosa che ti mette in grave pericolo e, come nel caso di Josh quando si sedette di nuovo a fissare la porta, che ti si annida nel cuore come una molla compressa.

(Edizione maggio 2019: La nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 395)

Quando cadono gli angeli: certi libri sono inattesi colpi di fulmine

Se ho il vuoto intorno sono terrorizzata, se sono in mezzo alla gente sono terrorizzata. In poche parole non c’è  un posto che mi vada bene  – sono sempre o troppo vicina o troppo lontana dal fuoco.

Con i libri accade come con le persone. Ci si incontra. A volte è un incontro che abbiamo cercato, un’attrazione o una simpatia nate spontanee che assecondiamo. A volte le nostre strade si incrociano per caso, un giorno in cui eravamo usciti per cercare altro. Oppure si tratta di incontri combinati. Qualcuno di cui ci fidiamo ci presenta un libro sconosciuto e, nonostante la diffidenza per gli appuntamenti al buio, cediamo alla curiosità e… Sorpresa! Scatta un inatteso colpo di fulmine! Esattamente quello che mi è accaduto con Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier.

Pensavo che volessi fare l’astronoma ma adesso so che mi sbagliavo. Basta che tu faccia qualcosa, non mi interessa cosa. Fuorché la moglie. Ma questo non dirlo a papà.

È stato un incontro al buio in cui la curiosità andava di pari passo con una certa dose di pregiudizio. Dopo avere letto davvero troppi anni fa il celeberrimo La ragazza con l’orecchino di perla, avevo acquistato almeno altri tre titoli di Tracy Chevalier lasciandoli nella pila dei libri ancora da aprire. Nel tempo mi ero fabbricata un’idea preconcetta su di lei, la pensavo la classica autrice di romance storici (non che ci sia niente di male negli storici puramente romance ma è un genere che ho gradito in passato e poi abbandonato). A proposito di Quando cadono gli angeli ricordo una citazione un po’ riduttiva del Corriere della Sera che parlava di “amore e morte ai tempi delle suffraggette“.

Sembrava che tutti stessero dicendo: “Botte alle nonne”. Solo alla terza volta ho capito che dicevano: “Il voto alle donne!”

Chiarisco: non è che l’amore, la morte o la suffragette non c’entrino. C’entrano, eccome, ma non nella maniera e nelle forme in cui ci si potrebbe aspettare. Sono tutte cause ed effetti di un insieme più complesso. La cosa più affascinante  è  l’approccio narrativo adottato dall’autrice, che fa sembrare un intreccio molto ricco e profondo quasi semplice, almeno alla prima occhiata.        La trama copre dieci anni dell’esistenza di due famiglie (vicine di casa e di tomba), dalla morte della regina Vittoria, nel 1901, a quella di suo figlio, re Edoardo, nel 1911. Tracy Chevalier alterna le voci dei tanti personaggi in prima persona, in veloci capitoli brevi (alcuni addirittura di una sola riga), scritti con un tono colloquiale, spontaneo, ironico e moderno, che prende le distanze dalla classica narrazione sotto forma di diario o dialogo epistolare tipica di molti libri d’epoca. Nella traduzione italiana di Luciana Pugliese, specie quando a esprimersi sono i bambini o la servitù, viene usato un linguaggio “parlato”, con evidenti “libertà” grammaticali, che rende perfettamente le singole età, personalità, educazioni. Se in principio questo mi ha spiazzata, poi è diventato  la motivazione principale del mio innamoramento: mi ha spinta ad apprezzare ogni personaggio, anche quelli ben poco simpatici, perché ho comunque conosciuto i loro intimi punti di vista, esposti così come li pensavano, naturali, imperfetti, autentici. Kitty, Maude, Simon, Ivy May… Alcuni hanno conquistato un posto speciale nel mio cuore, ma davvero sono in generale una carrellata di personaggi memorabili.

Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.

Vite tutto sommato ordinarie, sembra non succedere niente e poi invece succede tutto. Si ride anche, molto. E si soffre, all’improvviso. Gli angeli cadono quando, distratti, si sta guardando altrove. Angeli di pietra, come quelli del cimitero al centro della storia, dove nascono e muoiono amicizie, amori, destini e delicati legami silenziosi, più forti delle parole. Angeli di fuoco, che se ne vanno via trovando la libertà nella scia di una cometa.

Il cielo è bello, visto da due metri e mezzo più in basso.

Ringrazio chi mi ha “presentato” questo libro. Quanto è prezioso un consiglio che cancella un pregiudizio?

(Articolo aggiornato con la copertina di gatsby_books della nuova edizione settembre 2020 Neri Pozza

Traduzione di Luciana Pugliese

Pagine 363)

Mr Zuppa Campbell, il pettirosso e la bambina: un’irresistibile favola per addolcire i pensieri

Non è incredibile come un uccellino così piccolo sia riuscito a cambiare così tante vite?

Prima premessa: Jack, l’adorabile uccellino al centro di questa storia non è un pettirosso, come invece indicato nel titolo italiano, bensì un cardinale, uno di quei bellissimi esemplari rossi, con il ciuffo, che spesso appaiono nelle illustrazioni natalizie. In effetti il titolo originale del libro è A redbird Christmas e la vicenda narrata dura un anno, cominciando e finendo nel periodo natalizio ( io ovviamente l’ho letta a Pasqua!).

Seconda premessa: leggendo, munitevi di fazzolettini di carta e immaginate la sottoscritta che versava copiose lacrime sul kindle, borbottando “Franca, ma sul serio? Smettila!” e intanto continuava a lacrimare.

A questo punto sareste anche autorizzati a dirmi “ma come? Mentre siamo in quarantena, ci proponi una storia che ci farà piangere?” E avreste anche ragione, ma dopotutto parliamo di un libro di Fannie Flag: se avete letto il suo celeberrimo Pomodori verdi fritti o visto l’omonimo film, sapete che una buona dose di commozione è compresa nel pacchetto. Quindi sì, è possibile che vi trasformerete in una gelatina lacrimosa come me, però ne varrà la pena, perché questa è una piccola favola dolce, non solo natalizia ma per tutte le stagioni, piena di buoni sentimenti e speranza. Un po’ come certi film di una volta, sul genere di La vita è meravigliosa. Un tipo di atmosfera che, diciamolo, ora come ora male non può farci.

Fin dal principio si era sempre sentito come un paio di calzini bianchi e scarpe marroni in una stanza piena di smoking.

Fannie Flagg ci racconta di tre anime diverse, fuori e dentro, senza un posto nel mondo, che si incontrano, si trovano tra loro e trovano anche finalmente una casa, un luogo fisico e del cuore a cui appartenere. Il maturo Oswald, orfano a cui hanno dato il nome di una zuppa, da sempre segnato da problemi polmonari, fallimentare nei rapporti e nelle scelte. La piccola Patsy, nata con una malformazione a un’anca e abbandonata dal padre. E Jack, uccellino ferito quando era ancora implume, che non può più volare. I loro percorsi accidentati si incrociano a Lost River, in Alabama. Terra di fiume, che ha molto in comune con casa mia. Certo qui non abbiamo un clima altrettanto ideale, ma i momenti di pace, in cui Oswald si perde ad osservare gli aironi e ad ammirare il tramonto, mi sono molto familiari.

Oswald restava lì a guardare la sera cambiar colore e le correnti disegnare lenti cerchi sull’acqua, finché alle sue spalle sorgeva la luna.

Lost River è anche una comunità calorosa e allegra, popolata di personaggi ben caratterizzati e peculiari, che dopo un po’ sembrano vicini di casa che conosci da una vita. Persone generose che accoglieranno in diversi modi e momenti Oswald, Patsy e Jack. Fra tutti ho amato in particolare Roy, il negoziante che si prende cura di Jack e lo tiene con sé. Alcune delle sue scene sono tra le più toccanti del libro.

Non temete però un eccesso di melassa: questa è semplicemente una storia buona, che racconta di brave persone e parla di amicizia e solidarietà. Ed è soprattutto la storia di un uccellino buffo e rosso che abita in un negozio e corre su una ruota con i campanellini, della bimba che si innamora di lui e che un giorno vuole diventare veterinaria e dell’uomo che si scopre artista e dipinge il loro ritratto. Irresistibili. Io li ho conosciuti grazie all’ottimo consiglio di qualcuno di cui mi fido molto. Se vi fidate altrettanto di me, li presento anche a voi.

Edizione 2009: Bur Rizzoli

Traduzione di Olivia Crosio

Pagine 235

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83

Un dolore così dolce: un’estate d’amore, di crescita e di teatro

Questa è una storia d’amore, anche se, ora che è finita, mi rendo conto che ne racchiude quattro o cinque, o forse più: l’amore familiare e paterno, l’amore duraturo e cordiale degli amici, l’esplosione accecante del primo amore che si può guardare solo quando ha smesso di bruciare.

E anche l’amore per se stessi, aggiungo io. Crescere non è semplice, ci siamo passati tutti. E per alcuni è una faccenda più dura e complicata che per altri. Se, per esempio come Charlie, sei figlio di genitori separati, vivi con un padre depresso, hai risultati scolastici mediocri, amici casinisti e superficiali e nessuna idea di che cosa fare di te stesso dopo il diploma, anche una singola estate può essere fondamentale. Quel tratto di strada fatidico in cui potresti prendere la svolta sbagliata o imboccare una direzione nuova. Quel che capita in quel momento, per quanto breve, per quanto fuggevole, spesso te lo porti dietro per sempre, nel bene e nel male.

Come si fa a dire che la gioventù è un’età spensierata? Come si fa, eh?

Di Un dolore così dolce ho amato tante cose. Per esempio la lucida semplicità con cui parla del primo amore, senza idealizzarlo troppo, oppure la sincerità nel rappresentare le difficoltà di un adolescente alle prese con un padre fragile, evitando facili giudizi morali. O ancora il tema dell’amicizia, la scoperta che certi legami non sono veri, la nascita di rapporti autentici e inaspettati. Poi la paura del futuro, delle scelte da fare, del fallimento, gli errori stupidi che si fanno per ingenuità, stupidità, mancanza di autostima… Così autentico, il giovane Charlie. Potrebbe essere qualcuno che abbiamo conosciuto, quel compagno di banco di cui non ricordiamo il nome, il nostro migliore amico, il ragazzo che ci piaceva. Magari sei tu, forse sono io.

Ti sembra di avere tanto tempo e poi all’improvviso il tempo si accorcia e devi scegliere.

Ma quel che ho preferito della storia – serve davvero che lo specifichi? – è naturalmente il fatto che Charlie partecipi all’allestimento di una versione amatoriale di Romeo e Giulietta. Non sarò mai un’attrice e sono molto più adatta a stare dietro le quinte, ma se c’è una cosa che ho toccato con mano, assistendo a stage, workshop e prove, è il senso di appartenenza e comunione che può stabilirsi in un gruppo di attori, professionisti e non, allievi, appassionati. Non capita sempre, ma quando capita si tratta di un affiatamento veramente speciale. Quanti bei ricordi hanno risvegliato queste pagine… Anche un po’ di malinconia e molta nostalgia. Mi manca l’aggregazione buona e generosa che il teatro sa creare. David Nicholls ha saputo rendere bene l’esperienza di Charlie, che inizia per amore, ma poi diviene anche genuino interesse e piacere di costruire qualcosa insieme, con persone tra cui troverà chi saprà davvero vederlo, apprezzarlo, capirlo.

Un dolore così dolce è una storia che fa bene. Si guarda indietro, con un sorriso, senza troppi rimpianti. Non amo molto l’estate, ma l’estate di Charlie Lewis è stata una bella avventura. E poi non dimentico George, che si prende la rivincita per tutti i George di questo mondo. Capirete leggendo.

Qualcuno mi toccò la schiena, era Lucy con un sorriso sul volto. 《Diamoci dentro!》 disse, e io posai la mano sull’elsa, andando verso la luce.

Edizione settembre 2019 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 368

Rent 2020: l’Amore e la Bellezza esistono, li ho visti riempire un teatro

Viviamo in un periodo scoraggiante, in cui dilagano odio, pregiudizio, paura. A volte la sfiducia, la voglia di non credere più in un mondo diverso prevalgono…

Poi arriva una serata come quella del 3 febbraio 2020 al Teatro Duse di Bologna. Un evento unico che travolge emozioni e dubbi con tutta la sua colorata, vibrante energia. E di colpo la Bellezza e l’Amore diventano di nuovo possibili.

Rent 2020 non è stato solo la celebrazione di un’epoca e di uno spettacolo storico, con uno sguardo affettuoso a come eravamo, ma ha parlato anche al nostro presente e soprattutto al futuro, che può ancora cambiare, che è ancora da raccontare, sognare, costruire.

La poesia si è alternata alla gioia, la commozione alle risate, i ricordi ai sogni. Su tutto ha trionfato un senso profondo di coesione e lo spirito della vie boheme si è propagato come un’onda per tutto il teatro.

Eravamo tanti, tantissimi. Quelli che c’erano vent’anni fa, al debutto italiano di Rent e che hanno vissuto e accompagnato lo spettacolo nel suo percorso. Quelli che non c’erano e magari, come me, hanno imparato ad amare Rent e i suoi personaggi attraverso il film.

Tutti fantastici e appassionati gli artisti sul palco, lì a loro spese, animati dal puro desiderio di condividere emozioni. Colpevolmente molti non li conoscevo, mentre altri, tra cui la sempre incredibile Francesca Taverni e il grande Cristian Ruiz, sono performer che seguo e apprezzo da tempo.

Per fortuna o destino, proprio Cristian Ruiz vestiva i panni sgargianti di Angel, il personaggio di Rent che più amo, quello per cui, a ogni visione del film, ho sempre consumato un sacco di fazzoletti. Le lacrime sono arrivate anche questa volta, lacrime diverse, speciali, perché Angel non solo è tornato a vivere – più che mai!- ma ha fatto vivere e esplodere di gioia ed energia tutti noi. La quarta parete si è dissolta, palco e platea si sono mescolati. Un momento straordinario.

Un momento che non dovrebbe durare solamente lo spazio di una notte, di un ricordo. Dovremmo avere la capacità di portarne l’essenza con noi, di renderla nostra.

In questi vent’anni tanti passi avanti sono stati fatti contro l’Aids, contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, contro le chiusure mentali, la disinformazione e il bigottismo, ma le barriere da abbattere restano ancora molte, troppe. Servono la tenacia e l’ispirazione con cui Jonathan Larson ha creato Rent e l’audacia con cui Nicoletta Mantovani lo ha portato in Italia. Abbiamo bisogno di questo tipo di creatività coraggiosa, di qualcuno che non tema le sfide. Dobbiamo svegliarci, crescere, smettere di avere paura, scrollarci di dosso il peso morto dell’ignoranza.

Un evento come Rent 2020 ci ricorda quanto alimentare il cambiamento sia fondamentale, urgente, necessario.

Ancora in preda all’entusiasmo di questa grande serata, mi sto illudendo?

Voglio credere di no. L’Amore e la Bellezza esistono. Io li ho visti riempire un teatro. E se è successo, ci deve essere una speranza. Per l’Arte, per la società. Per chi c’era, per chi non c’è più, per chi ci sarà.

#notdaybuttoday

(Fotografie di Luca Bazzi)