Il Sognatore: una fiaba sulla forza dei sogni e le radici dell’odio

L’odio era nero e la paura rossa, il tormento invece era blu.

Oggi non festeggio San Valentino ma qualcosa da festeggiare ce l’ho comunque, ovvero l’uscita nelle librerie di La Musa degli incubi di Laini Taylor, attesissimo seguito di Il Sognatore.

E proprio di Il Sognatore voglio parlarvi oggi. Nel giorno in cui si celebra l’amore, trovo che sia interessante scegliere un libro che racconta di sogni e sentimenti ma che ragiona anche sulle radici dell’odio, sulla paura e la chiusura che esso genera.

Non sapevo molto di questo libro quando ho iniziato a leggerlo, il mese scorso, molto in ritardo rispetto al resto dei lettori. L’incipit mi ha però subito conquistata. Non mi avventuravo in un fantasy da tempo ma in quelle prime pagine, nell’uso evocativo di immagini e parole, ho ritrovato certe atmosfere amate in passato, specie grazie a Tanith Lee e alla sua Saga della Terra Piatta. Qualcosa mi ha suggerito che mi sarei trovata bene nel mondo creato da Laini Taylor e non mi sbagliavo. Anzi più proseguivo la lettura più restavo piacevolmente stupita. L’autrice ha dato vita a una trama dall’impalcatura complessa ma molto ben costruita e solida, delineata con i tempi giusti. Praticamente nulla arriva prima del dovuto, ma quando arriva il lettore si rende conto di come tutti i pezzi si incastrino e di come il disegno si completi.

E che fantasia. Non scendo in dettagli per non togliere la sorpresa a chi ancora non conosce il libro, ma certi particolari, certe svolte, – per esempio le falene, l’angelo – mi hanno davvero affascinata.

Una fiaba variopinta in cui si possono immergere le mani e tirarle poi fuori piene di ogni sfumatura, traendone i più disparati significati.

Da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Due le principali riflessioni a cui mi ha condotta. La prima riguarda i sogni. La fede in un sogno, la forza di perseguirlo anche quando nessun altro ci crede, il coraggio di affrontarlo, perché non sempre ciò che abbiamo sognato a lungo poi si dimostra all’altezza dei nostri ideali. Difficile non empatizzare con Lazlo Strange, il Sognatore, cresciuto tra i libri e le storie, con i sogni come unica ricchezza e compagnia. E impossibile anche non amare Sarai, la Musa degli incubi, un po’ il riflesso opposto e complementare di Lazlo, non vista, segnata dal pregiudizio, con i sogni come unica via per partecipare alla vita, solo come spettatrice. Molti di noi sono stati o sono siano l’uno che l’altra, vero?

Le cose che avevano fatto, gli dei, gli uomini. Niente poteva scacciarle.

E poi, come dicevo, l’odio e tutti i suoi dolorosi effetti collaterali. Fino a dove è lecito spingersi facendo giustizia? Un eroe è anche un carnefice? Quanto a fondo possono radicarsi l’odio e la paura? Quanta cecità e pregiudizio possono causare?

Domande che non appartengono solo alle favole, purtroppo. Non ci sono buoni o cattivi nel mondo di Il Sognatore, solo vittime, in varie forme. Molte di loro prigioniere del rancore e della paura. Alcune per fortuna sanno ancora sognare.

So di non avere detto nulla della trama, credo che l’opera di Laini Taylor debba essere scoperta così come si entra in un sogno, ignari e aperti alla meraviglia.

Adesso mi aspetta La Musa degli Incubi. Vi saprò dire presto se questo secondo capitolo sarà all’altezza del primo.

La Musa degli Incubi》, le disse. 《Sembra il titolo di una poesia》

(Edizioni: Fazi

Traduzione di D.Rizzati

Pagine 524)

L’anno della lepre: un uomo e la sua lepre, dalla Finlandia con furore

Al mattino, il levar del sole rivelò un convoglio interamente coperto di nero fango. Una mucca infangata, un uomo infangato, un vitello infangato e una lepre infangata si erano svegliati

Bizzarra immagine, vero?

Ed è solo una delle tante che potete trovare in questa novella in punta di penna, un gioiellino di ironia e surreale, nordica lucidità.

Un po’ tutti, ammettiamolo, abbiamo desiderato di mollare ogni cosa, almeno una volta nella vita. Andarcene senza voltarci e cambiare completamente esistenza. Poi, certo, non lo abbiamo fatto.

Ma il giornalista finlandese Vatanen invece lo fa davvero. Un giorno, lui e un collega fotografo investono una piccola lepre, che rimane ferita a una zampa. Nonostante le proteste dell’altro, Vatanen scende dall’auto e si inoltra nella foresta per soccorrerla… Non farà più ritorno. Da quel momento, piantando in asso un lavoro che detesta e una moglie che detesta anche di più, comincia a viaggiare per la Finlandia, con la lepre (che è un maschietto e ben presto guarisce), mantenendosi grazie ai lavori più disparati e vivendo ogni sorta di avventura e incontro. Dal vecchio pescatore – che gli racconta la sua teoria cospiratoria sulla vera identità del presidente finlandese – al prete che si mette a sparare in chiesa, dalla lotta con il corvo che gli ruba il cibo all’inseguimento dell’orso che lo porta a sconfinare in Unione Sovietica, sono tanti i personaggi e le situazioni al limite del grottesco in cui si imbatte Vatanen. Sempre con la sua inseparabile lepre, ovvio.

Un giornalista che lo incontrerà dirà di lui:

A mio avviso, le imprese di Vatanen rivelano il suo spirito rivoluzionario, autenticamente sovversivo: qui sta la sua grandezza.

Devo confessarlo, non avevo mai letto nulla di Arto Paasilinna. Arrivo tardi, a qualche mese dalla sua morte, ma immagino che il migliore omaggio che io possa fargli sia proprio di leggere ora tutto quello che ha scritto. E non fatico a credere che L’anno della lepre sia un cult in Finlandia da quarant’anni e che ne abbiano tratto anche due film. È una perla, dissacrante e poetica al tempo stesso, con dentro il puro spirito di una terra affascinante. E per quanto paradossale, dichiara l’aspirazione alla libertà, alla fuga dalle gabbie imposte dalla società, a una comprensione più viscerale e profonda della natura.

Insomma diverte, appassiona, fa riflettere. Vatanen e la sua lepre resteranno una delle mie coppie letterarie preferite in assoluto.

Non vi dico in quale punto della storia si legge questa frase, ma…

Vatanen e la lepre erano evasi

… capite cosa intendo?

Con quei due non si scherza.

(Edizioni: Iperborea

Traduzione di E. Boella

Pagine 208 )

Vincoli: un libro da ascoltare

Certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che tu lo sappia subito.

Inizio il 2019 parlando dell’autore che ho scoperto e amato nel 2018. Nell’anno appena concluso, ho cominciato a leggere Kent Haruf dal suo ultimo libro, pubblicato postumo, Le nostre anime di notte, passando poi per la Trilogia della Pianura, sino a Vincoli, il suo libro d’esordio. Un cammino a ritroso, attraverso il mondo di un autentico storyteller, nel senso più puro e onesto del termine.

Questa sua essenza di narratore vero emerge in modo molto potente proprio in Vincoli. Agli esordi, Haruf affida il racconto ad uno dei personaggi e la vicenda acquista più che mai un sapore genuino e diretto.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

Così Sanders Roscoe inizia la storia. Ed è una storia su cui una recensione non deve scendere in dettagli, perché, per essere capita, va letta fino fino in fondo. E anche idealmente ascoltata, magari sotto un portico o in una cucina, davanti a un caffè nero o a una birra.

Posso dire che ascolterete di Holt quando c’erano solo quindici o venti case, tre negozi, una pensione, un bar e un cimitero. E conoscerete nel profondo, fino alle sue radici più crudeli e intime, il significato della parola vincolo. Qualcosa che a volte è catena, speranza, necessità, illusione, destino, scelta.

Soprattutto incontrerete un altro gruppo di personaggi memorabili, che lasciano il segno come solo i personaggi di Haruf sanno fare. Lei, in particolare, Edith Goodnough.

Edith, che si può solo amare. E la si ama sino all’ultima frase del libro (così bella da essere continuamente citata – io non lo faccio per lasciare integro il piacere di scoprire quelle parole e portarsele poi nel cuore).

Edith, viva e vera, come tutti gli altri. Il gusto di quel caffè nero o di quella birra, bevuti mentre Sanders racconta, lo sentirete sulla lingua. E fuori ci sarà la pianura, più in là le strade di Holt, memorie nell’aria.

Io me ne sto lì, seduta a quel tavolo, o forse sotto un portico. Vi aspetto. E intanto ascolto Sanders, la sua voce che da burbera si fa a tratti più morbida, con una nota dolce. Di speranza.

… non so se quella sera per loro ci fosse la luna oppure no. Ma spero di sì, una luna piena, perché almeno una volta nella vita Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 260)

Gli Amici Silenziosi: leggetelo alla luce del giorno

Cosa le era rimasto dentro se non la paura?

Da ragazzina, uno dei miei maggiori piaceri durante le vacanze natalizie era rannicchiarmi sul divano e, rassicurata dalle luci dell’albero, immergermi in vecchi racconti di fantasmi, romanzi gotici, tutto ciò che fosse in grado di trasportarmi tra le ombre di antiche dimore e le inquietudini di voci e rumori sinistri nel buio.

Questo Natale, grazie a Gli Amici Silenziosi di Laura Purcell, sono tornata a quei tempi di cioccolata calda e brividi. Il colpo di fulmine con la storia è scattato grazie alla meravigliosa copertina e sin dall’introduzione, che ha acceso subito la curiosità: un manicomio inglese della seconda metà dell’Ottocento, una protagonista deturpata dalle ustioni e accusata di omicidio, un giovane medico che la spinge a scavare nella propria memoria ferita per ricostruire gli eventi.

Eventi che affondano le radici in diversi misteri, sovrapposti e intrecciati. Attraverso i ricordi di Elsie – così si chiama la donna ustionata- la vicenda si sposta a The Bridge, villa di campagna appartenente da generazioni alla famiglia di suo marito Rupert: in attesa di un bambino e vedova dopo appena pochi mesi di matrimonio, Elsie va a viverci insieme a Sarah, scialba cugina nubile del suo defunto coniuge, lasciando Londra e il fratello Joylon, che deve occuparsi della loro fabbrica di fiammiferi.

Un luogo, The Bridge, che si rivela cupo e isolato, circondato dalla superstizione di un piccolo villaggio di povera gente, e l’autrice, con una scrittura agile ed evocativa, è molto brava ad accumulare tensione, sospetti e ansia: ci sono suoni strani nella notte, un solaio con una porta che a volte non si apre e a volte è spalancata, il diario di un’antenata, quei guanti che Elsie indossa per coprire cicatrici a cui non vuole pensare…

Soprattutto ci sono gli amici, quelli silenziosi citati nel titolo: chi o cosa sono?

Beh, potrei definirli una delle presenze più agghiaccianti che mi sia capitato di incontrare in un libro: figure dipinte su sagome di legno a grandezza naturale, conservati nel famoso solaio con la porta indecisa. E in solaio comunque non restano molto a lungo… Sono cosciente di non riuscire a renderne la descrizione in modo adeguato, ma, fidatevi, Laura Purcell ci riesce e, dopo aver incontrato gli amici, lo scricchiolio del legno potrebbe assumere per voi nuovi, inattesi significati.

Vorrei citare anche Jasper, il gatto di casa, che si chiama proprio come il cane di un’altra dimora piena di segreti oscuri e minacce, ovvero Manderley, il leggendario castello di Rebecca di Daphne Du Marier: un’omonimia probabilmente non casuale, dato che Gli Amici Silenziosi ripropone con efficacia proprio quell’ atmosfera claustrofobica e ambigua che ha reso Rebecca un cult del suo genere. Anche perché quella che ci racconta Laura Purcell è davvero una storia di fantasmi? O è invece una storia di follia? Il male che serpeggia a The Bridge è di natura soprannaturale oppure è banalmente umano?

Il finale lo chiarisce o lascia il lettore con la mente confusa da più di un’ipotesi?

Chissà… di certo l’autrice mantiene le promesse dell’incipit sino alla fine, con più di un colpo di scena e un ritmo sempre notevole.

Una lettura perfetta per questo periodo natalizio e non solo. Alla luce del sole, preferilmente. Se deciderete di conoscere gli amici dopo il tramonto, beh… complimenti per il coraggio!

Non era possibile spiegare la paura, si poteva solo sentirla ruggire nel silenzio e azzittire il cuore.

Editore: DeA Planeta Libri

Traduzione di Ada Arduini

Pagine: 384

Benedizione: i libri raccontano anche la nostra vita

Devo ammettere che è difficile per me scrivere di Benedizione. Troppo simile alla vita vera. Alla mia.

Tra i vari personaggi di questo terzo capitolo della Trilogia della Pianura, ce n’è uno malato terminale. Lo veniamo a sapere da subito, dal primo capitolo, e la sua malattia attraversa tutto il tempo del libro, il tempo di un’estate. Fino a un giorno d’agosto.

Era estate anche nella mia vita. Anche nel mio caso tutto è finito in un giorno di agosto. E Kent Haruf è stato – come sempre- spietatamente realistico nel descrivere quegli ultimi momenti. Lo so perché ha descritto con dolorosa precisione tutto quello a cui io stessa ho dovuto assistere. Lo ha fatto nel suo classico modo scarno e diretto, nessun eccesso, nessuna enfasi letteraria. Solo la fine e basta, così come arriva nella realtà. Pagine per me davvero pesanti da leggere. Ho pianto tutte le mie lacrime. E non credo che avrò la forza di rileggere Benedizione.

Dicendo questo vorrei che fosse chiaro che faccio un complimento a Kent Haruf, così abile nel raccontare le vite dei suoi personaggi che, quasi per naturale conseguenza, prima o poi finisce col raccontare anche la nostra. Prima o poi troveremo qualcosa del nostro percorso lungo i percorsi di Holt. Prima o poi ci riconosceremo nell’esistenza di uno dei suoi abitanti.

Non fraintendetemi, però. Anche se probabilmente non riuscirò a rileggerlo, ho amato questo libro, forse più degli altri, proprio per questo motivo così personale. Ho amato la sincerità priva di abbellimenti di Haruf, la sua capacità di scavare nei rimpianti, nelle scelte sbagliate, nelle perdite, riuscendo ogni volta a trovare un momento di luce, di pace, di sollievo. Nonostante tutte le lacrime, non scorderò l’immagine splendente e luminosa di tre donne e una bambina che fanno il bagno nude nell’abbeveratoio delle mucche, godendosi un giorno d’estate. La benedizione dell’amicizia e di poche ore dorate che dilatano i pensieri e il cuore.

Tutta la vita trascorre nell’infelicità per un motivo o per l’altro, no?

Non so. Un tempo non la pensavo così.

Però c’è anche del buono, disse Willa. Ci tengo a sottolinearlo.

Ci sono dei brevi dei momenti, disse Alene. Questo è uno.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 277)

Crepuscolo: la vita ci svezza e qualche volta ci insegna a ballare

Non riesco ad immaginare qualcosa o qualcuno che possa esserne contento. Ma ogni essere vivente a questo mondo prima o poi va svezzato.

Sono tante le situazioni tutt’altro che piacevoli, in questo secondo capitolo della Trilogia della Pianura di Kent Haruf. Diversi tipi di disagio, solitudine, infelicità, dolore. Lungo le strade di Holt si incrociano destini e personaggi, come sempre raccontati con il disarmante realismo tipico dell’autore.

Ci sono genitori fragili e incapaci e bambini costretti a crescere prima del tempo. Donne sole e uomini che conoscono solo il linguaggio della violenza e del sopruso.

E c’è una morte, che fa davvero male. Una morte che lascia un’assenza pesante, un vuoto che rimane lì, presente in un angolo, fino all’ultima pagina, come poi accade anche nella vita di tutti noi, quando viene a mancare qualcuno a cui abbiamo voluto bene. Andiamo avanti, con un vuoto silenzioso ma persistente, in un angolo del cuore.

Però Crepuscolo dona anche tanta delicata bellezza. Quella semplice, delle piccole cose che rendono speciali certi attimi, certe amicizie, qualcuno dei nostri giorni.

Quindi, tra le sue pagine, ci sono anche scorci di nuove intese e nuovi inizi, rifugi dove poter sognare, gesti di vero affetto, sprazzi di sincera sensibilità.

Soprattutto c’è un vecchio che impara a ballare. Ad innamorarsi, anche. A sentirsi fortunato. Lo amo, questo vecchio che sta ancora imparando.

E ringrazio Kent Haruf per questa lezione di poetica verità: in mezzo a tutto ciò che ci fa male, resta ancora tanto da imparare. Le piccole nuove esperienze di cui non dobbiamo smettere di avere sete, mai. Quelle che mescolano qualche goccia di alba al crepuscolo.

… si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte.

E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio, il vecchio con questa donna gentile tra le braccia, in attesa.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 315)

Less: come si fa a non amarlo?

Sia benedetto Arthur Less, davvero. Quante risate, dolci e amare, mi ha regalato. Abbiamo trascorso insieme alcune notti, in giro per il mondo, con i nostri bagagli scomodi non poi molto dissimili e la conseguente scia di voli pindarici e inevitabili, patetiche riflessioni.

Assomiglia un po’ a un romanzo di viaggi ottocentesco, Less, uno di quelli in cui i personaggi partivano per lunghe peregrinazioni nelle città d’arte europee e intanto, tra carrozze e crinoline, si sviluppavano intrecci, educazioni sentimentali, epifanie esistenziali.

Anche se non oso immaginare a quali pasticci e traversie sarebbe andato incontro Arthur Less viaggiando nell’Ottocento…

proprio perché ha paura di tutto, nulla gli risulta più difficile di qualcos’altro. Fare il giro del mondo non lo terrorizza più che comprare un pacchetto di gomme. La dose quotidiana di coraggio.

Ho amato Arthur perché è uno di noi. Noi, gli eterni insicuri, quelli che convivono per tutta la vita con il senso di inadeguatezza, con la paura di sbagliare, con l’ansia. Noi che siamo goffi e ci complichiamo il percorso anche su una strada sgombra e diritta. Non possiamo farne a meno. E siamo anche piuttosto ciechi, con i paraocchi come i cavalli da tiro: raramente ci accorgiamo dello sguardo di chi riesce ad apprezzarci. Se ce ne rendiamo conto spesso non ci crediamo, perché ci aspettiamo sempre la fregatura nascosta (o un ago nel piede, fate voi). Less si crede un inetto. Un cattivo scrittore, un cattivo amico, un cattivo amante. A un certo punto lo convincono pure di essere un cattivo gay (e ammetto che sul giardino dei cattivi gay ho riso per dieci minuti, perché davvero solo lui poteva immaginarsi un luogo simile). Non è nessuna di queste cose in realtà, ma non lo sa.

La città della giovinezza, la campagna dell’età avanzata. Ma in mezzo dove sta vivendo ora Less, in questa periferia residenziale dell’esistenza? Com’è che non ha mai imparato ad abitarla?

E l’ansia del cinquantesimo compleanno. Non ci sono poi tanto lontana nemmeno io e quindi, caro Less, quanto ti ho capito anche in questo. Tutta quella strada alle nostre spalle, passata incredibilmente in fretta, e l’incognita del percorso che ci attende, noi che abbiamo ancora l’incertezza dei ragazzini ma non lo siamo più.

Less ha vinto il Pulitzer 2018: non scelgo i libri in base ai premi, né seguo granché i criteri con cui vengono assegnati, ma posso dire che Andrew Sean Greer ha scritto una storia che mi ha sinceramente divertita, mi ha fatto riflettere e che mi è dispiaciuto di aver finito giunta all’ultima pagina. Una storia che mi fa questo effetto per me ha già vinto tutto.

E a proposito del finale – che non svelo- resta uno dei più delicati e teneri che mi sia capitato di leggere da molto tempo. E anche inaspettato, perché, trascinata dalle peripezie tragicomiche di Arthur, ed assomigliandogli molto, proprio non avevo capito qualcosa che il resto del mondo, tranne noi due, forse aveva intuito dall’inizio.

Insomma è stato davvero bello viaggiare con Less, principe ereditario dell’innocenza. Che, a dispetto di tutti i difetti veri e presunti, non rinuncia mai a sognare. Un sognatore, uno vero, magari vestito di blu (blu lessiano!), come si fa a non amarlo?

(Edizioni: La Nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292)