Benedizione: i libri raccontano anche la nostra vita

Devo ammettere che è difficile per me scrivere di Benedizione. Troppo simile alla vita vera. Alla mia.

Tra i vari personaggi di questo terzo capitolo della Trilogia della Pianura, ce n’è uno malato terminale. Lo veniamo a sapere da subito, dal primo capitolo, e la sua malattia attraversa tutto il tempo del libro, il tempo di un’estate. Fino a un giorno d’agosto.

Era estate anche nella mia vita. Anche nel mio caso tutto è finito in un giorno di agosto. E Kent Haruf è stato – come sempre- spietatamente realistico nel descrivere quegli ultimi momenti. Lo so perché ha descritto con dolorosa precisione tutto quello a cui io stessa ho dovuto assistere. Lo ha fatto nel suo classico modo scarno e diretto, nessun eccesso, nessuna enfasi letteraria. Solo la fine e basta, così come arriva nella realtà. Pagine per me davvero pesanti da leggere. Ho pianto tutte le mie lacrime. E non credo che avrò la forza di rileggere Benedizione.

Dicendo questo vorrei che fosse chiaro che faccio un complimento a Kent Haruf, così abile nel raccontare le vite dei suoi personaggi che, quasi per naturale conseguenza, prima o poi finisce col raccontare anche la nostra. Prima o poi troveremo qualcosa del nostro percorso lungo i percorsi di Holt. Prima o poi ci riconosceremo nell’esistenza di uno dei suoi abitanti.

Non fraintendetemi, però. Anche se probabilmente non riuscirò a rileggerlo, ho amato questo libro, forse più degli altri, proprio per questo motivo così personale. Ho amato la sincerità priva di abbellimenti di Haruf, la sua capacità di scavare nei rimpianti, nelle scelte sbagliate, nelle perdite, riuscendo ogni volta a trovare un momento di luce, di pace, di sollievo. Nonostante tutte le lacrime, non scorderò l’immagine splendente e luminosa di tre donne e una bambina che fanno il bagno nude nell’abbeveratoio delle mucche, godendosi un giorno d’estate. La benedizione dell’amicizia e di poche ore dorate che dilatano i pensieri e il cuore.

Tutta la vita trascorre nell’infelicità per un motivo o per l’altro, no?

Non so. Un tempo non la pensavo così.

Però c’è anche del buono, disse Willa. Ci tengo a sottolinearlo.

Ci sono dei brevi dei momenti, disse Alene. Questo è uno.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 277)

Crepuscolo: la vita ci svezza e qualche volta ci insegna a ballare

Non riesco ad immaginare qualcosa o qualcuno che possa esserne contento. Ma ogni essere vivente a questo mondo prima o poi va svezzato.

Sono tante le situazioni tutt’altro che piacevoli, in questo secondo capitolo della Trilogia della Pianura di Kent Haruf. Diversi tipi di disagio, solitudine, infelicità, dolore. Lungo le strade di Holt si incrociano destini e personaggi, come sempre raccontati con il disarmante realismo tipico dell’autore.

Ci sono genitori fragili e incapaci e bambini costretti a crescere prima del tempo. Donne sole e uomini che conoscono solo il linguaggio della violenza e del sopruso.

E c’è una morte, che fa davvero male. Una morte che lascia un’assenza pesante, un vuoto che rimane lì, presente in un angolo, fino all’ultima pagina, come poi accade anche nella vita di tutti noi, quando viene a mancare qualcuno a cui abbiamo voluto bene. Andiamo avanti, con un vuoto silenzioso ma persistente, in un angolo del cuore.

Però Crepuscolo dona anche tanta delicata bellezza. Quella semplice, delle piccole cose che rendono speciali certi attimi, certe amicizie, qualcuno dei nostri giorni.

Quindi, tra le sue pagine, ci sono anche scorci di nuove intese e nuovi inizi, rifugi dove poter sognare, gesti di vero affetto, sprazzi di sincera sensibilità.

Soprattutto c’è un vecchio che impara a ballare. Ad innamorarsi, anche. A sentirsi fortunato. Lo amo, questo vecchio che sta ancora imparando.

E ringrazio Kent Haruf per questa lezione di poetica verità: in mezzo a tutto ciò che ci fa male, resta ancora tanto da imparare. Le piccole nuove esperienze di cui non dobbiamo smettere di avere sete, mai. Quelle che mescolano qualche goccia di alba al crepuscolo.

… si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte.

E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio, il vecchio con questa donna gentile tra le braccia, in attesa.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 315)

Less: come si fa a non amarlo?

Sia benedetto Arthur Less, davvero. Quante risate, dolci e amare, mi ha regalato. Abbiamo trascorso insieme alcune notti, in giro per il mondo, con i nostri bagagli scomodi non poi molto dissimili e la conseguente scia di voli pindarici e inevitabili, patetiche riflessioni.

Assomiglia un po’ a un romanzo di viaggi ottocentesco, Less, uno di quelli in cui i personaggi partivano per lunghe peregrinazioni nelle città d’arte europee e intanto, tra carrozze e crinoline, si sviluppavano intrecci, educazioni sentimentali, epifanie esistenziali.

Anche se non oso immaginare a quali pasticci e traversie sarebbe andato incontro Arthur Less viaggiando nell’Ottocento…

proprio perché ha paura di tutto, nulla gli risulta più difficile di qualcos’altro. Fare il giro del mondo non lo terrorizza più che comprare un pacchetto di gomme. La dose quotidiana di coraggio.

Ho amato Arthur perché è uno di noi. Noi, gli eterni insicuri, quelli che convivono per tutta la vita con il senso di inadeguatezza, con la paura di sbagliare, con l’ansia. Noi che siamo goffi e ci complichiamo il percorso anche su una strada sgombra e diritta. Non possiamo farne a meno. E siamo anche piuttosto ciechi, con i paraocchi come i cavalli da tiro: raramente ci accorgiamo dello sguardo di chi riesce ad apprezzarci. Se ce ne rendiamo conto spesso non ci crediamo, perché ci aspettiamo sempre la fregatura nascosta (o un ago nel piede, fate voi). Less si crede un inetto. Un cattivo scrittore, un cattivo amico, un cattivo amante. A un certo punto lo convincono pure di essere un cattivo gay (e ammetto che sul giardino dei cattivi gay ho riso per dieci minuti, perché davvero solo lui poteva immaginarsi un luogo simile). Non è nessuna di queste cose in realtà, ma non lo sa.

La città della giovinezza, la campagna dell’età avanzata. Ma in mezzo dove sta vivendo ora Less, in questa periferia residenziale dell’esistenza? Com’è che non ha mai imparato ad abitarla?

E l’ansia del cinquantesimo compleanno. Non ci sono poi tanto lontana nemmeno io e quindi, caro Less, quanto ti ho capito anche in questo. Tutta quella strada alle nostre spalle, passata incredibilmente in fretta, e l’incognita del percorso che ci attende, noi che abbiamo ancora l’incertezza dei ragazzini ma non lo siamo più.

Less ha vinto il Pulitzer 2018: non scelgo i libri in base ai premi, né seguo granché i criteri con cui vengono assegnati, ma posso dire che Andrew Sean Greer ha scritto una storia che mi ha sinceramente divertita, mi ha fatto riflettere e che mi è dispiaciuto di aver finito giunta all’ultima pagina. Una storia che mi fa questo effetto per me ha già vinto tutto.

E a proposito del finale – che non svelo- resta uno dei più delicati e teneri che mi sia capitato di leggere da molto tempo. E anche inaspettato, perché, trascinata dalle peripezie tragicomiche di Arthur, ed assomigliandogli molto, proprio non avevo capito qualcosa che il resto del mondo, tranne noi due, forse aveva intuito dall’inizio.

Insomma è stato davvero bello viaggiare con Less, principe ereditario dell’innocenza. Che, a dispetto di tutti i difetti veri e presunti, non rinuncia mai a sognare. Un sognatore, uno vero, magari vestito di blu (blu lessiano!), come si fa a non amarlo?

(Edizioni: La Nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292)

Canto della pianura: i percorsi della vita si incrociano ad Holt

Oggi, 5 novembre 2018, esce nelle librerie italiane, grazie ad NN Editore, il libro d’esordio di Kent Haruf, ovvero Vincoli, che torna indietro nel tempo, alle origini della amata Holt, la cittadina immaginaria in cui vive e respira il mondo letterario creato dallo scrittore.

Nell’attesa di poterlo leggere, il prima possibile, faccio anche io un viaggio a Holt, con Canto della Pianura, il primo dei tre libri che compongono la cosiddetta Trilogia della Pianura.

E che bel viaggio, devo dire. Cose che iniziano e cose che finiscono, in questo libro. Nascita e morte, intrecciate, nella loro più cruda e al contempo commovente naturalezza.

Canto della Pianura è per me soprattutto un racconto di scoperta e cambiamento, che ruota in particolare intorno a due coppie di fratelli, gli anziani McPheron e i Guthrie, ancora bambini, le cui vicende personali si snodano in modo speculare e contrapposto.

Da un lato, i giovanissimi Ike e Bobby Guthrie affrontano quello che si potrebbe definire un percorso di iniziazione alle realtà più aspre dell’esistenza: la madre depressa che se ne va da Holt lasciandoli con il padre insegnante, l’impatto crudo con la morte in diverse forme, la prevaricazione e la paura a seguito di un’aggressione, il buio fronteggiato da soli. Piccoli, uniti e pieni di silenziosa dignità.

Era un mese che dormivano nello stesso letto e in quel momento il maggiore aveva una mano posata sulla testa del fratello come se sperasse di scacciare qualcosa che minacciava entrambi.

Dall’altro lato, gli ormai più che maturi e ruvidi Harold e Raymond McPheron, avvezzi ad una vita solitaria di fattori, si sorprendono invece a sperimentare la tenerezza, il senso di protezione, la voglia di comunicare, le piccole gioie di una vita che comincia, grazie a Victoria, una diciassettenne incinta che ha bisogno di un posto in cui essere accolta e che irrompe nel loro quieto, mondo isolato, come potrebbe fare la primavera in un arido inverno.

Due uomini anziani e una ragazza di diciassette anni seduti al tavolo sparecchiato di una sala da pranzo di campagna, dopo cena, mentre fuori, oltre le pareti di casa e le finestre senza tende, un gelido vento del nord scatenava l’ennesima tempesta invernale sugli altipiani.

Curioso contrasto, vero?

Bambini con una famiglia che si spezza. Anziani che ne creano una nuova, inattesa e speciale. Bambini che imparano cosa sia la morte, anziani che incontrano la nascita.

Ma questa è la vita, che fa soffrire dall’inizio e sa meravigliare fino alla fine. E soprattutto questo è Kent Haruf, che la vita sapeva raccontarla nella sua disarmante, speciale normalità, con lucida poesia.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione (ottima!!) di Fabio Cremonesi

Pagine: 304)

Just Kids: vissero d’arte, vissero d’amore

Oh, fagli una foto》 disse la donna al suo amato marito. 《Penso che siano degli artisti》

Oh, avanti》 fece lui scrollando le spalle. 《Sono soltanto ragazzini》

In una mattina di marzo del 1989, una donna si alza e sente che nel mondo è venuto a mancare qualcosa. Lui non c’è più. In tv trasmettono la Tosca di Puccini e arriva la telefonata, la conferma di una verità che l’anima già conosceva. Lui davvero se n’è andato.

In quel momento Tosca attaccava la grande aria Vissi d’arte. “Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ho chiuso gli occhi e intrecciato le mani. La provvidenza aveva decretato in quale modo gli avrei detto addio.

Lui era Robert Mapplethorpe, la donna è Patti Smith e così inizia Just Kids, il memoir in cui la celebre cantante racconta la sua storia d’amore, amicizia e affinità elettiva, con l’indimenticabile, controverso e geniale fotografo.

Come testimoniano le immagini presenti in questo articolo, pubblicate proprio da Patti Smith su Instagram, ieri – 23 ottobre 2018 – è uscita una nuova bellissima edizione illustrata del libro.

In qualsiasi versione, vecchia o nuova, io vi invito comunque a leggerlo. Perché?

Perché dentro c’è l’Arte. Quella dell’epoca mitica di Wharol, della Factory, di Jim Morrison e Janis Joplin, dei giorni del Chelsea Hotel, le vite consumate in fretta come fiammate troppo brillanti per durare, le lunghe notti a creare e a ispirarsi a vicenda nei loft. Quella visione speciale del mondo che solo loro, allora, potevano cogliere.

… lui sollevò lo sguardo e disse: 《Patti, l’arte si è impossessata di noi?》 […] 《Non lo so, Robert. Non lo so》

Forse era andata così, ma chi avrebbe potuto pentirsene? Soltanto un folle avrebbe potuto pentirsi di essersi lasciato possedere dall’arte; oppure un santo.

E soprattutto va letto perché racconta la storia di una ragazza innamorata di Rimbaud e di un ragazzo che preferiva scegliere colori che nessuno avrebbe scelto.

Di quello che è stato un vero Amore. L’amore che va oltre ogni legame tradizionale, oltre l’orientamento sessuale o le convenzioni. Prima amanti e conviventi, poi amici con vite separate, Patti e Robert hanno mantenuto un vincolo emotivo unico e particolare, fra due anime gemelle che si sono sempre riconosciute e comprese e che hanno condiviso il mistero sacro dell’essere artisti.

Il marito stesso di Patti, davanti ai ritratti di lei realizzati da Robert, disse :《Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui》.

Patti Smith narra di se stessa e di Mapplethorpe con estrema generosità e grande trasporto: ogni ricordo ha il calore intimo della vera emozione e la profondità dei sentimenti traspare tangibile, concreta. Giunti alla fine si prova il bisogno di ringraziarla per averci aperto uno spiraglio su una parte così personale della sua vita, donandosi con tanta sincerità.

Come molti altri negli anni Ottanta, Robert Mapplethorpe è morto di AIDS e Patti è stata onesta sino in fondo anche sul dolore di quei giorni. Le pagine in cui ripercorre la malattia, gli ultimi incontri, le riflessioni sul distacco imminente, l’impossibilità di impedire l’inevitabile, sono di struggente bellezza.

Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. […] … e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert.

Vennero le parole e poi una melodia.

La melodia in questione è il breve, delicato Memorial Tribute ( Little emerald bird), che ancora oggi la cantante intona con la voce che si incrina e la cui malinconica dolcezza fa sempre un po’ stringere il cuore.

Scelgo però di chiudere con queste parole di Patti concepite mentre vegliava Robert malato e addormentato.

Ho imparato a guardare attraverso i tuoi occhi e non ho mai scritto un verso né disegnato una curva che non muovesse dalla consapevolezza di essermi ispirata agli attimi preziosi trascorsi insieme. […] … di tutte le tue opere, tu sei la più meravigliosa. L’opera più meravigliosa di tutte.

Vissero d’arte. Vissero d’amore.

(Fotografie di Patti Smith

Edizione italiana Feltrinelli

Traduzione di A.Mari

Pagine 319)

Mildred Pierce: il lato in ombra del rapporto madre-figlia

La prima cosa che mi ha colpita di Mildred Pierce è la modernità. Della storia (pubblicata nel 1941) e della protagonista. Siamo nell’America degli anni Trenta ma i problemi e le situazioni vissuti da Mildred sono tuttora attuali. Mildred è infatti una donna che ricomincia da sola, dopo la separazione da un marito che la tradisce: ha grinta e coraggio (oltre a belle gambe e un talento per la pasticceria) e, dopo essersi scontrata con le difficoltà del mondo lavorativo, riesce a crearsi praticamente dal nulla un’attività imprenditoriale, per offrire una vita dignitosa alle due figlie. Impara in fretta, progetta, rischia, osa. Inciampa ma si rialza e cerca soluzioni. Insegue con tenacia i suoi ideali ambiziosi, a volte peccando di umana ingenuità, specie con chi le sta a cuore. Insomma non si può non tifare per lei e devo dare atto a James M.Cain (autore anche del celeberrimo Il postino suona sempre due volte) di aver costruito, da uomo, un personaggio femminile tutt’altro che stereotipato e di averlo raccontato senza caricarlo di pregiudizi maschili.

Tutto questo è però solamente una parte del libro. Mildred Pierce non è solo la storia di una donna che si guadagna la propria indipendenza. L’anima più profonda della vicenda affonda le radici nel rapporto tra Mildred e la figlia maggiore Veda.

… la sua relazione con la figlia continuava a svilupparsi, torturandola paurosamente come una specie di cancro.

Si incontrano a volte storie di genitori e figli in cui viene trattata l’anaffetività materna, mentre questo è il caso contrario: Veda è un esempio spiazzante e disturbante di anafettività filiale.

… i suoi chiari occhi azzurri guardavano […] con una fissità caratteristica di alcune varietà di squali.

Ecco, sì, Veda fa davvero venire in mente uno squalo, a volte. O un vampiro, con la lucida capacità di manipolare i sentimenti e le debolezze altrui – in particolare appunto quelli della madre – e succhiarne energie e quant’altro le possa essere utile.

Leggendo non si può fare a meno di chiedersi se la freddezza priva di scrupoli di Veda, già piuttosto evidente sin dalle prime pagine in cui è ancora ragazzina, sia una caratteristica di natura, innata, o se in parte sia anche un elemento della sua indole alimentato ed esacerbato dall’amore quasi morboso che Mildred ha per lei, nonostante tutto.

Mildred preferì conservare le sue illusioni: rimanere a distanza, godersi sua figlia come appariva, piuttosto che vederla com’era.

Chissà… Un po’ come nella vita, il libro non offre risposte certe. Di sicuro – almeno a me è successo- sono tanti i momenti in cui si vorrebbe prendere Veda a schiaffoni per provare a toglierle l’arroganza dalla faccia (stiamo leggendo ma la sua faccia ce l’abbiamo davanti chiara come se fosse lì nella stanza). Gli errori di Mildred più che altro portano a scuotere la testa e a pensare “no, ma che fai?! Finirà male!”

In quanto agli altri personaggi, voglio citare soprattutto Bert e Ray. Bert è il primo marito di Mildred, padre delle sue figlie: la tradisce e la perde come moglie, ma non è una cattiva persona e con il tempo si rivela una delle presenze più affidabili nella sua vita. Ray è la figlia minore di Mildred ed è protagonista delle pagine più tristi e commoventi del libro.

Aggiungo che di Mildred Pierce esistono una celebre versione cinematografica, del 1945, con Joan Crawford, e una più recente trasposizione televisa, del 2011, con Kate Winslet ed Evan Rachel Wood.

In sintesi una schietta storia al femminile, ancora incredibilmente attuale dopo quasi ottant’anni dalla pubblicazione, che offre una visione particolare e non edulcorata del rapporto madre-figlia, facendo riflettere sulle insidie emotive e le crudeltà che possono nascondersi in esso.

Traduzione di Maria Napolitano

Edizione: Adelphi

Pagine: 308

Il lungo sguardo: la vita non si legge in una sola direzione

Lui disse con garbo: 《Ma non è ancora finita: anzi, forse è solo l’inizio》.

È nota e amata in particolare per la saga dei Cazalet e oggi, 6 settembre, esce in libreria, edito da Fazi, il suo Cambio di rotta. Si tratta naturalmente di Elizabeth Jane Howard ed io voglio raccontarvi del libro che me l’ha fatta scoprire, ovvero Il lungo sguardo.

Come mi è già capitato di affermare in passato, sono affascinata dalla struttura narrativa con cui un autore sceglie di costruire una storia. E quella di Il lungo sguardo sorprende. A prima vista infatti i capitoli di apertura sembrano quelli di un normale romanzo che racconta di una donna, Mrs Fleming e della sua famiglia: siamo nel 1950, c’è una cena per il figlio in procinto di sposarsi, la figlia invece, dalla vita un po’ tormentata, ha un problema, ed è chiaro anche che il matrimonio dei coniugi Fleming non se la passa bene. Alla fine della prima parte Mrs Fleming sa cosa l’aspetta.

Dorothy aveva apparecchiato per una persona sola.

La mia nuova vita》,pensò, e si sedette a consumarla.

E letto questo anche io pensavo di sapere che cosa aspettarmi. Ma ecco che mi accorgo che la seconda parte si svolge nel 1942, otto anni prima.

Questa è la scelta narrativa di Elizabeth Jane Howard: raccontare la storia della sua protagonista a ritroso, via via lungo il suo controverso matrimonio, gli incontri, le scelte, le rinunce e gli alti e bassi di un’esistenza, sino al 1926, quando la giovanissima Antonia non ha ancora conosciuto il suo futuro marito e sperimenta il primo amore. E forse, tra tutte, quest’ultima è la parte più intensa e coinvolgente, perché è in quell’epoca lontana, nei fatti accaduti, che si capiscono tante cose della donna di cui già conosciamo le svolte esistenziali, senza però averne potuto cogliere in pieno i motivi di fondo. Vediamo la sua versione ancora ingenua e inesperta scontrarsi brutalmente con la durezza della realtà e di varie verità poco piacevoli, riguardo ai suoi genitori e ai lati negativi dell’amore.

Sei proprio una bambina. Esiste al mondo qualcosa che possa farti crescere?》

Gli rispose con fermezza: 《Qualcosa c’è 》.

È questo il lungo sguardo, alla fine. Il lungo sguardo a ritroso sulla strada di una donna, con figli grandi, un matrimonio finito, e una vita che è tutto un affare indiretto. Uno scambio di occhiate con tutte le diverse donne che è stata, sino agli occhi ancora innocenti della prima giovinezza, quando certi veli non erano caduti e le decisioni fatidiche non erano state prese.

Il viaggio all’indietro nelle stagioni di Mrs Fleming offre qualche risposta sui perché del suo presente ma lascia anche delle domande. Questa è la vita, anche se ci voltiamo a guardare noi stessi, spesso il nostro percorso è pervaso di mistero, anche se questa storia dimostra come esso possa essere letto in più di una direzione.

La penna di Elizabeth Jane Howard ha una chiarezza cristallina e un’eleganza seducente: amo i suoi dialoghi spesso ridotti al minimo ma con singole frasi che da sole valgono un discorso intero. Un’autrice capace di ritrarre le anime e i caratteri con la precisione raffinata di un orafo. E così i suoi romanzi sono come gioielli d’epoca, di quelli che non passano di moda. Per chi ancora non la conosce, che decidiate di cominciare da Cambio di rotta, in uscita oggi, da Il lungo sguardo o da qualsiasi altra sua opera, non importa: poi vorrete comunque leggere tutto quello che ha scritto!

Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.

Edizioni Fazi

Traduzione di Manuela Francescon

Pagine 512