Il bacio della donna ragno: un bacio che non uccide ma regala magia

Un sogno, una visione, possono salvarci. E anche ucciderci. Allo stesso tempo fonte di speranza e punto di non ritorno. La linea di demarcazione è minima, l’equilibrio fra una possibilità e l’altra fragilissimo.

Questo ho pensato lo scorso 23 giugno 2019, una settimana fa, mentre assistevo alla più recente – e veramente strepitosa- produzione della BSMT di Bologna, in collaborazione con il Teatro Comunale (luogo meraviglioso, fra l’altro).

Di Il bacio della donna ragno, romanzo di Manuel Puig, conoscevo solo l’adattamento cinematografico del 1985, ma ignoravo (mea culpa!!) che ne fosse stato tratto anche un musical, creato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally e vincitore di vari Tony Awards e anche di un Olivier Award. Una versione – qui con la regia di Gianni Marras e l’adattamento di Andrea Ascari – che, lo ammetto senza esitazione, mi ha totalmente ammaliata. Un allestimento di qualità, partitura potente e soprattutto una visionaria storia di amore, dolore e coraggio.

Impossibile resistere a Molina, uno dei personaggi più delicati e struggenti che ricordi, interpretato da un grande Gianluca Sticotti, incantevole, capace di divertire, commuovere ed arrivare al cuore.

Il vetrinista omosessuale dalla vestaglietta colorata che combatte la durezza e i soprusi del carcere fantasticando sui suoi film preferiti, come quando da bambino giocava e sognava nel cinema dove l’adorata madre lavorava. È grazie ai film, dice, che può ancora credere che esistano bellezza, gentilezza e amore. E sono le sue fantasie sgargianti a contaminare il dramma carcerario fino a farlo sbocciare in un fiore di glamour dai ritmi latini e dalle atmosfere della vecchia gloriosa Hollywood. Al centro lei, la sua musa e figura ispiratrice, la bellissima Aurora, interprete di mille eroine che Molina venera, e anche della inquietante Donna Ragno, l’unica che lo spaventa, perché è come un oscuro presagio e con un bacio porta la morte.

Un ruolo affascinante, perfetto per la sempre unica e inarrivabile Simona Distefano: i costumi (di Massimo Carlotto) degni di una diva dei tempi che furono (l’uccello del paradiso, irresistibile!) ne hanno esaltato la bellezza, le coreografie (di Gillian Bruce) e i brani le hanno permesso di dimostrare una volta di più l’indubbio talento nella danza e nel canto e le svariate incarnazioni di Aurora le hanno consentito di spaziare tra differenti registri recitativi, passando dalla sensualità all’ironia (Russian Movie, momento delizioso!). Soprattutto, nei panni della Donna Ragno, ha attraversato l’intero spettacolo come una magia tenebrosa: tutti noi spettatori siamo rimasti ad attendere con il fiato sospeso il suo famigerato bacio fatale.

E poi Valentin, il prigioniero politico, convinto dissidente, che farà innamorare Molina e segnerà il suo destino: nel ruolo un ottimo Brian Boccuni, che ho molto apprezzato in questa veste drammatica e che ha strappato anche un entusiasta applauso a scena aperta per la trascinante interpretazione di The day after that.

Molto piacevole ritrovare in scena anche Caterina Gabrieli e Francesca Taverni, rispettivamente Marta, fidanzata di Valentin, e la madre di Molina. Poche apparizioni, le loro, ma tutte significative, in particolare in due delle canzoni più emozionanti, Dear one e I do miracles.

Va ricordato anche Raffaele Latagliata, un direttore del carcere veramente bravo a farsi odiare. Di livello molto alto comunque tutti i componenti del cast, dell’ensemble, del coro e del corpo di ballo (una menzione speciale per i ballerini nel Morphine Tango). Devo citare anche le suggestive proiezioni da un’idea originale di Andrea De Micheli e l’orchestra del Comunale diretta da Stefano Squarzina.

Un peccato che un allestimento di tale pregio sia stato prodotto per soli cinque giorni. Spero che possa essere riproposto. Sono riuscita a rendere l’idea dell’effetto che mi ha fatto?

Un po’ come se mi avesse davvero baciata la donna ragno, ma è stato un bacio fatale in senso buono, portatore di magia.

Concludo con un pensiero per Molina: amico, alla fine non hai fallito. Hai sempre agito per sincero amore. E questo fa di te un vincitore.

(Fotografie di scena di Rocco Casaluci

Fotografia della ragnatela tratta da una storia Instagram della BSTM)

Fame: ricordate i loro nomi

Oggi è la giornata mondiale del teatro e quindi è l’occasione giusta per parlare di uno spettacolo che racconta proprio di chi sogna una vita sul palcoscenico.

Il musical Fame, creato da David De Silva, è infatti ispirato al celebre film e alla successiva serie tv degli anni ’80, Saranno Famosi, ambientati nelle aule della High School of Performing Arts di New York, dove si studiava e si lottava per diventare artisti e performer. I nomi dei personaggi dell’allestimento teatrale sono diversi, ma per chi ha amato il film e il telefilm non è difficile ritrovare caratteri e situazioni che rimandano ad essi.

Prodotta da Wizard Productions e di nuovo con la regia di Federico Bellone (ripresa da Giuseppe Musmarra), la versione italiana è ritornata a Milano dopo tre anni, dallo scorso 8 marzo 2019, forte di un cast davvero di grande livello e dell’atmosfera intima e raccolta del teatro San Babila, che consente maggiore coinvolgimento per il pubblico e trasmette una sensazione generale di calore e energia. Come già nella passata edizione alcuni spettatori possono anche assistere allo spettacolo direttamente dal palco.

Entrando nel dettaglio, va detto che la trama di Fame è piuttosto esile e risente di una costruzione troppo episodica, ma non mancano comunque gli spunti di riflessione, legati a tematiche importanti, seppure appena accennate.

《Sono speciali》

《Sono persone》

Ad esempio le difficoltà di apprendimento e disciplina del ballerino Tyrone (Axel Ahonoukoun), portano allo scontro tra l’insegnante di danza (un’ottima Simona Samarelli) e la direttrice (la sempre gigantesca Francesca Taverni), divise sulla necessità o meno di una solida istruzione scolastica per chi persegue una carriera artistica.

Altro esempio è quello di Mabel (la spumeggiante e indimenticabile Michelle Perera) che, con molta simpatia, pone l’accento sul dramma dei problemi di peso e alimentari, di certo particolarmente rilevante per degli adolescenti che vogliano farsi strada nel mondo dello spettacolo.

Diranno 《Eccola, Carmen! Non l’opera, non il film, ma lei in persona!》

Una delle storie più profonde resta soprattutto quella di Carmen, emblema del vero talento che si brucia nel tentativo di brillare troppo in fretta e di ricercare il successo più facile e ingannevole. Ad interpretarla l’unica e sola Simona Distefano (nb: da stasera, 27 marzo, nel ruolo si alternerà Giulia Sol).

《Ecco Serena e Nick》

E poi ci sono loro, Nick e Serena, i miei preferiti. Perché a scuola io ero un po’ un misto di loro due, lei teneramente imbranata, lui serio e decisamente distratto. E perché mi ricordano i protagonisti di tanti film anni 80 che vedevo da adolescente e su cui fantasticavo, ancora ignara di tante verità della vita. Luca Giacomelli Ferrarini (Tony in West Side Story e anche responsabile canto di Fame) e Giulia Fabbri (nota al pubblico per Mary Poppins) hanno una bella intesa e dimostrano talento per la commedia romantica, con ottimi tempi comici. Li ho trovati adorabili e devo loro molte sincere risate.

Ma come già sottolineato, l’intero cast è a un livello eccellente: dall’ esilarante Jose Vegas di Tiziano Edini al sensibile Schlomo di Roberto Tarsi, dalla grazia di Marta Melchiorre alla grinta di Beatrice Baldaccini (occhio al suo assolo di batteria!). E poi ancora Rodolfo Ciulla, Giovanni Abbracciavento, Matilde Pellegri, Monica Ruggeri, Davide Sammartano, e, nei ruoli dei docenti, Gipeto e Marco Vaccari. Voglio citare anche le coreografie di Gail Richardson e la direzione musicale di Steve Pritchett.

Ricordate i loro nomi!

Ormai è sera, la giornata mondiale del teatro volge al termine, ma Fame invece, in pieno svolgimento proprio ora, continua e rimarrà in scena al San Babila sino al 14 aprile. Andateci. È uno spettacolo che fa stare bene, mette di buon umore, con quel pizzico di dolce amara nostalgia che possiamo comprendere solo noi che c’eravamo allora. E dentro batte il cuore dell’amore per il teatro e il palco.

《Io voglio magia》

Se infatti la partitura in generale non è tra le più memorabili, il brano solista di Nick, I wanna make magic/ Io voglio magia, poi ripreso in forma corale nel secondo atto, è una sorta di dichiarazione d’amore e d’intenti dell’attore. Poi ovviamente arriva il mitico taxi giallo e Fame, in versione originale. E in un ideale ritorno al passato ci si ritrova nel 1984, quando forse non tutto ma tanto di noi era ancora possibile e ancora doveva accadere.

I’m gonna live forever

Baby, remember my name

(Fotografie di Chloe Car e Giulia Marangoni)