Quando cadono gli angeli: certi libri sono inattesi colpi di fulmine

Se ho il vuoto intorno sono terrorizzata, se sono in mezzo alla gente sono terrorizzata. In poche parole non c’è  un posto che mi vada bene  – sono sempre o troppo vicina o troppo lontana dal fuoco.

Con i libri accade come con le persone. Ci si incontra. A volte è un incontro che abbiamo cercato, un’attrazione o una simpatia nate spontanee che assecondiamo. A volte le nostre strade si incrociano per caso, un giorno in cui eravamo usciti per cercare altro. Oppure si tratta di incontri combinati. Qualcuno di cui ci fidiamo ci presenta un libro sconosciuto e, nonostante la diffidenza per gli appuntamenti al buio, cediamo alla curiosità e… Sorpresa! Scatta un inatteso colpo di fulmine! Esattamente quello che mi è accaduto con Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier.

Pensavo che volessi fare l’astronoma ma adesso so che mi sbagliavo. Basta che tu faccia qualcosa, non mi interessa cosa. Fuorché la moglie. Ma questo non dirlo a papà.

È stato un incontro al buio in cui la curiosità andava di pari passo con una certa dose di pregiudizio. Dopo avere letto davvero troppi anni fa il celeberrimo La ragazza con l’orecchino di perla, avevo acquistato almeno altri tre titoli di Tracy Chevalier lasciandoli nella pila dei libri ancora da aprire. Nel tempo mi ero fabbricata un’idea preconcetta su di lei, la pensavo la classica autrice di romance storici (non che ci sia niente di male negli storici puramente romance ma è un genere che ho gradito in passato e poi abbandonato). Un po’ credo sia dovuto alle copertine. Anche quella di Quando cadono gli angeli (mi riferisco all’edizione Beat in mio possesso) è abbastanza fuorviante. C’è persino una citazione del Corriere della Sera che parla di “amore e morte ai tempi delle suffragette”. Ebbene la lezione che ne ho tratto è che davvero, proverbialmente, non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. E vale in modo particolare quando lo si incontra in un appuntamento al buio.

Sembrava che tutti stessero dicendo: “Botte alle nonne”. Solo alla terza volta ho capito che dicevano: “Il voto alle donne!”

Chiarisco: non è che l’amore, la morte o la suffragette non c’entrino. C’entrano, eccome, ma non nella maniera e nelle forme in cui ci si potrebbe aspettare. Sono tutte cause ed effetti di un insieme più complesso. La cosa più affascinante  è  l’approccio narrativo adottato dall’autrice, che fa sembrare un intreccio molto ricco e profondo quasi semplice, almeno alla prima occhiata.        La trama copre dieci anni dell’esistenza di due famiglie (vicine di casa e di tomba), dalla morte della regina Vittoria, nel 1901, a quella di suo figlio, re Edoardo, nel 1911. Tracy Chevalier alterna le voci dei tanti personaggi in prima persona, in veloci capitoli brevi (alcuni addirittura di una sola riga), scritti con un tono colloquiale, spontaneo, ironico e moderno, che prende le distanze dalla classica narrazione sotto forma di diario o dialogo epistolare tipica di molti libri d’epoca. Nella traduzione italiana di Luciana Pugliese, specie quando a esprimersi sono i bambini o la servitù, viene usato un linguaggio “parlato”, con evidenti “libertà” grammaticali, che rende perfettamente le singole età, personalità, educazioni. Se in principio questo mi ha spiazzata, poi è diventato  la motivazione principale del mio innamoramento: mi ha spinta ad apprezzare ogni personaggio, anche quelli ben poco simpatici, perché ho comunque conosciuto i loro intimi punti di vista, esposti così come li pensavano, naturali, imperfetti, autentici. Kitty, Maude, Simon, Ivy May… Alcuni hanno conquistato un posto speciale nel mio cuore, ma davvero sono in generale una carrellata di personaggi memorabili.

Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.

Vite tutto sommato ordinarie, sembra non succedere niente e poi invece succede tutto. Si ride anche, molto. E si soffre, all’improvviso. Gli angeli cadono quando, distratti, si sta guardando altrove. Angeli di pietra, come quelli del cimitero al centro della storia, dove nascono e muoiono amicizie, amori, destini e delicati legami silenziosi, più forti delle parole. Angeli di fuoco, che se ne vanno via trovando la libertà nella scia di una cometa.

Il cielo è bello, visto da due metri e mezzo più in basso.

Ringrazio chi mi ha “presentato” questo libro. Quanto è prezioso un consiglio che cancella un pregiudizio?

Edizione Beat novembre 2015

Traduzione di Luciana Pugliese

Pagine 363

E quindi uscimmo a riveder le stelle: riflessioni intorno a un’eclissi

Galeotta fu una cometa.

Ho sempre amato le stelle, ma fu il passaggio di una cometa, la spettacolare Hale-Bopp, due decenni fa, a spingermi ad iniziare ad osservare il cosmo con concreto interesse.

Per un compleanno mi regalarono un manuale astronomico e passai un’intera estate con il naso in su, per imparare a distinguere le costellazioni, realizzando che l’occhio si allena anche per osservare il cielo e lentamente comincia a distinguere dettagli che prima non notava.

Poi arrivarono gli strumenti ottici: i binocoli 10×50, il primo telescopio -il classico rifrattore da 60 mm – per passare ai grandi binocoli da 80 mm. E allora ecco aprirsi il mondo del cielo profondo, delle nebulose, degli ammassi aperti e di quelli globulari, e i particolari dei pianeti, la luna così a portata di mano che ci potevo camminare sopra.

Dicono che non dimentichi mai la prima volta che osservi Saturno ed è vero: a me parve un gioiellino, là sospeso nel buio, con i suoi anelli minuscoli ma perfetti.

E le calotte polari di Marte? Stavo lì e pensavo che i miei occhi vedevano le calotte polari di un altro pianeta. A rifletterci bene fa impressione.

Ma sono già impressionanti e incredibilmente belli i luoghi lunari, quelle catene montuose sulla linea d’ombra del terminatore che brillano a tal punto da sembrare innevate…

E Orione con le sue meraviglie. Le grandi stelle rosse, quelle blu e oro. Le Pleiadi e il doppio ammasso di Perseo. O il momento magico in cui negli oculari entra la grande galassia di Andromeda, che dista solo un paio di milioni di anni luce. Un viaggio nel tempo, tu la vedi com’era due milioni di anni fa… La mente non riesce neanche a contenere il concetto.

Potrei continuare, fermatemi. Il fatto è che, colpevolmente, avevo abbandonato il cielo. E qualche sera fa, l’eclissi lunare del 27 luglio ha puntato il dito contro di me e mi ha rammentato quanto mi mancasse.

Perché una cosa importante ho imparato dal cosmo: ti accoglie e ti solleva. Mi è stato compagno in momenti davvero orribili della mia vita: la realtà franava come una parete friabile e io mi rivolgevo alle strade dello spazio profondo, sentendo che la paura e il dolore scendevano dalle mie spalle. Non se ne andavano ma si spostavano un po’, mi davano tregua. Perché quando guardi lassù tutto ti pare relativo, le dimensioni, le prospettive cambiano. Ti riempi di uno stupore che diventa quieto distacco.

Il cosmo è un ansiolitico naturale.

E uscimmo a riveder le stelle, scriveva Dante. Come siamo piccoli, diceva mia madre vent’anni fa, guardando insieme Hale-Bopp.

Collage fotografico di Franca Bersanetti Bucci, scatti del 27 luglio 2018