“Il Copione”: dalla parola scritta alla parola viva, la bellezza della trasformazione

Il grande Federico Garçia Lorca diceva che il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana. Poesia, è vero, e prima di tutto pensiero che diviene parola scritta e poi viva e recitata. A volte noi spettatori, seduti in platea, distratti dalla messa in scena, scordiamo o non prestiamo la giusta attenzione alle parole del testo, al loro reale peso. Quante sfumature, quanti particolari si possono scoprire di una scena, di un dialogo, ascoltandone sul serio, nel profondo, le parole.

Ebbene ora, a Milano, a questo proposito sarà possibile vivere un’esperienza davvero speciale. L’attore, autore e regista Tindaro Granata, tramite l’associazione Situazione Drammatica, creata con Carlo Guasconi e Ugo Fiore, ha infatti deciso di organizzare una rassegna di drammaturgia contemporanea molto intrigante, in collaborazione con il Teatro degli Incamminati, Spazio Banterle e Proxima Res. Una volta al mese, lungo un percorso di sei incontri, altrettanti autori presenteranno una loro opera al pubblico, che, al posto del biglietto, acquisterà una copia del copione: dopo una breve presentazione del testo, gli spettatori potranno così seguirne direttamente la lettura, eseguita da attori in forma drammatizzata, avendo poi la possibilità di discuterne con l’autore.

Si comincia l’11 novembre 2019, con Carlo Guasconi e Essere bugiardo, vincitore del Premio Tondelli 2015 (*la serata è sold out, c’è una lista d’attesa a cui è possibile iscriversi)

Il 2 dicembre sarà la volta di Stormi di Marco Morana, vincitore del Premio Inedito 2019.

Si proseguirà nel 2020, il 13 gennaio, con Tatjana Motta e Nessuno ti darà del ladro, finalista al Premio Tondelli 2017.

Il 24 febbraio toccherà a Riccardo Favaro con Ultima Spiaggia, vincitore del Premio Scenario 2019.

Poi si continuerà il 16 marzo con Play di Caroline Wonderland Baglioni, vincitrice alla Biennale 2019 di Venezia, per terminare il 6 aprile con L’officina di Angela Dematté, vincitrice del Premio Riccione 2009.

Ogni serata avrà inizio alle ore 20.30, presso Spazio Banterle di Milano, vicino al Duomo. Il progetto si sostiene senza finanziamenti, solo con l’incasso degli incontri: il costo dell’ingresso è di 10 euro, comprensivo di posto a sedere e copione (5 euro per studenti sotto i 25 anni). L’acquisto è possibile su Vivaticket e presso Spazio Banterle in orario di biglietteria. Per prenotazioni scrivere una mail a biglietteria@incamminati.it o inviando un sms al numero 3482656879.

Un’occasione preziosa per sostenere la giovane drammaturgia italiana e per vivere da vicino la meraviglia del passaggio dalla pagina alla recitazione. Una trasformazione che trasformerà anche gli spettatori e la loro visione del teatro. Tindaro Granata dice che la bellezza delle cose non è determinata da chi le crea ma da chi partecipa ad esse, perciò chi può, vada e partecipi. Perché ci sia tantissima bellezza.

Sweeney Todd: un musical in nero che non teme di essere meravigliosamente differente

Lo chiarisco subito, questo non è un musical qualsiasi. Immaginate un tuffo nella migliore tradizione gotica, con ingredienti come sangue, morte, stupro, follia, ossessione, ma anche amore e passione, poi aggiungeteci una partitura di particolare complessità, ricca di duetti e quartetti impossibili, dissonanze, cambi di ritmo. Con Sweeney Todd, quarant’anni fa l’autore Stephen Sondheim ha dato vita a una struttura musicale e narrativa davvero innovativa e bizzarra, molto vicina – almeno nella mia personalissima percezione- alle suggestioni vocali e tecniche dell’opera lirica. Qualcuno potrebbe definirla strana o difficile, ma, come mi ha detto in questi giorni una persona ben più esperta di me di teatro e musical, il pubblico italiano deve imparare a misurarsi con il difficile, con l’insolito, con il differente. Non potrei trovarmi più d’accordo e quindi il regista Claudio Insegno e la produzione di Dimensione Eventi si meritano un applauso già solo per avere raccolto la sfida di portare nel nostro paese – sempre un po’ affetto da eccessiva cautela – un musical come questo. Una sfida necessaria, che sono stata felice di sostenere, assistendo alle due repliche andate in scena una settimana fa, il 31 ottobre e l’1 novembre 2019, al teatro Colosseo di Torino.

Cosa mi ha colpita di più?

Il cast. Un gruppo di attori molto affiatato e motivato, andati in scena in tempi brevissimi e messi a confronto con pezzi che io – da profana- trovo tecnicamente spaventosi. Non è casuale che Claudio Insegno li definisca i suoi Avengers.

Al comando di questa squadra di supereroi, nei panni vendicativi del protagonista Sweeney Todd, un conte di Montecristo in versione dark, c’è Lorenzo Tognocchi, la cui giovane età mi aveva lasciata inizialmente piuttosto perplessa. In generale però trovo che abbia superato la prova: la presenza scenica c’è e la voce, con una punta di tonalità scura, acquista forza lungo il percorso. Mi ha convinta al momento di Epiphany (che aspettavo) e la sua interpretazione si è fatta sempre più efficace e solida.

Al suo fianco, una vera regina del nostro musical, ovvero Francesca Taverni, in uno dei ruoli femminili più memorabili del teatro musicale, quel piccolo capolavoro di ironia e letale, psicotica tenerezza che è Mrs Lovett. Fantastica e anche bellissima, specie nel costume del secondo atto. L’ho amata molto in By the sea.

Il giudice Turpin di Simone Leonardi mi ha conquistata (artisticamente parlando): il suo Mea culpa è uno dei brani più inquietanti dello spettacolo, una sorta di cantilena ossessiva, che ricorda il movimento lento ma pericoloso di un serpente. È un cattivo molto british, costruito per sottrazione e anche con un tocco ironico. Arriva dove deve arrivare con studiata eleganza. Chapeau.

Un personaggio che nell’adattamento cinematografico di Tim Burton avevo trovato piuttosto insignificante era il marinaio Anthony Hope. Per fortuna nella versione teatrale di Sondheim ha un ruolo più ampio e significativo e Luca Giacomelli Ferrarini ne incarna perfettamente lo spirito positivo (forse l’unico davvero tale nella storia) e la fresca, entusiasta passionalità. Anthony rappresenta la speranza, come sottolinea il suo nome, e l’aria d’amore che dedica alla bionda Johanna – con voce sempre sorprendente!- è speculare a quella oscura del giudice: laddove Turpin esprime una bramosia disturbante, il canto di Anthony è lirica pura e comunica sano desiderio. Ad Anthony e Johanna (Federica De Riggi, timbro cristallino, molto promettente) tocca in sorte anche Kiss me, impressionante duetto (che poi diventa quartetto) di estrema difficoltà. Bravissimi!!

Vanno ricordati anche gli ottimi Annalisa Cucchiara e Michelangelo Nari, entrambi in due ruoli apparentemente di contorno ma in realtà fondamentali come quelli della mendicante e di Tobias. E anche il malvagio messo Bamford di Vitantonio Boccuzzi e il delizioso Pirelli di Domenico Nappi. Completa il cast l’ensemble pieno di energia, formato da Francesco Bianchini, Sofia Caselli, Chiara Di Girolamo, Elisa Dal Corso, Ciro Salatino, Manuela Tasciotti, Michel Orlando e Niccolò Minonzio. Tutte voci notevoli, tanto più se si considera che la traduzione in italiano ha forse aumentato le insidie tecniche dei brani.

Sebbene io abbia citato i titoli delle canzoni sempre in originale, va infatti precisato che lo spettacolo è interamente tradotto, da Emiliano Palmieri. E qui si pone l’amletica eterna questione: tradurre o non tradurre? Di norma preferisco che gli spettacoli non vengano tradotti, ma capisco l’esigenza di farlo in questo caso, anche per un maggiore coinvolgimento del pubblico. Conoscendo piuttosto bene i testi originali di Sweeney Todd e consapevole dell’impossibilità di una traduzione letterale, direi che il lavoro di Palmieri è ben riuscito e mantiene i significati e la ritmica dei brani.

Di pregio i costumi di Lella Diaz e suggestive le scene di Francesco Fassone. La scenografia, con i pannelli mobili a ghigliottina e lo sfondo che cambia colore, riesce ad essere luminosa nonostante la cupezza della storia. L’orchestra dal vivo aggiunge sempre potenza e aumenta l’emozione.

In ultima analisi, dal mio punto di vista di spettatrice, la regia di Claudio Insegno funziona. Avendo visto diverse versioni americane e inglesi di Sweeney Todd, posso dire che quella italiana si fa onore, conservando un gusto gotico, da favola in nero, che affascina e trasporta tra le pagine dei penny dreadful ottocenteschi. Si freme, si ride, si sogna.

Ora, dopo la data zero di Montecatini e il debutto torinese di Halloween, Sweeney Todd è felicemente approdato al teatro Olimpico di Roma, dove resterà in scena fino al 10 novembre. Poi sarà la volta del teatro Nuovo di Milano, dal 14 al 17 novembre, quindi seguiranno Verona, il 7 e 8 dicembre e Asti, il 31 dicembre. Sono attese anche altre date per il 2020. E, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi auguro di essere riuscita ad accendere il vostro interesse.

Io sicuramente lo rivedrò. Amo il teatro coraggioso, gli artisti che non temono le sfide. E sostengo la meraviglia del difficile e del differente, sempre.

(Fotografie di Marco Borelli, Vincenzo Turello e Sergio Cippo)

Che disastro di commedia: buon dio! Non ho mai pianto così a teatro… dal ridere!

Una partenza davvero con il botto – anzi con lo schianto- per la nuova stagione teatrale del Teatro dei Fluttuanti di Argenta (Ferrara). Lo scorso 23 ottobre 2019 il palco argentano ha infatti ospitato una commedia di fama e successo mondiali, già al terzo anno di tour in Italia. Non esagero: Che disastro di commedia (titolo originale: The play that goes wrong) ha fatto e sta facendo davvero il giro del mondo. Creata da Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields, è partita nel 2012 da un piccolo teatro londinese sopra un pub, con spettacoli per soli sessanta spettatori alla volta, per poi approdare al West End, dove è tuttora in cartellone, e varcando anche l’oceano per conquistare Broadway, portata negli Stati Uniti nientemeno che da J.J. Abrahams. Nel frattempo ha raccolto premi importanti (Olivier Award, Tony Award, Premio Molière) ed è stata tradotta in venti lingue, giungendo praticamente ovunque. Ma a cosa si deve questo trionfo planetario?

Lo spettacolo ha molto in comune con l’altrettanto famoso Rumori fuori scena ed è un esilarante esempio di metateatro, ovvero di teatro nel teatro, nella migliore tradizione del più dissacrante, disincantato umorismo britannico. Una sgangherata compagnia di teatro amatoriale decide di mettere in scena la storia di un delitto ambientata negli anni Venti: purtroppo però nessuno degli attori sa veramente recitare e la scenografia cade – letteralmente- a pezzi. Battute sbagliate o dimenticate che scatenano un effetto domino di errori, incidenti, botte e cadute. E scritto così, credetemi, è riduttivo. Difficile descriverne a parole il ritmo vertiginoso: a volte il susseguirsi di gag è stato talmente veloce che non riuscivo a prendere fiato tra una risata e l’altra. Per due ore ho tenuto in mano il fazzolettino di carta per asciugarmi gli occhi, come accade quando si guarda un film strappalacrime. Ma in questo caso piangevo dal ridere.

Parlando seriamente, se si ha una minima conoscenza del teatro e dei suoi meccanismi, ci si rende conto di quanto impegnativo sia il lavoro di attori e tecnici dietro uno spettacolo simile. Tutto deve svolgersi in maniera precisa e sincronizzata, non si può sbagliare un ingresso, un gesto o una posizione (pena il rischio di essere centrati da una parete o da un pezzo di arredo). Come cantava Carboni, per questa commedia occorre un fisico bestiale. Senza contare che recitare volutamente male non è semplice come potrebbe sembrare. Come ha detto il regista Mark Bell, questi attori sono capaci di essere stupidi. Ci vuole arte vera anche per quello. Onore quindi all’ottimo cast, composto da Stefania Autuori, Luca Basile, Viviana Colais, Valerio di Benedetto, Alessandro Marverti, Yaser Mohamed, Igor Petrotto e Marco Zordan.

La cosa che ho trovato veramente geniale?

Che lo spettacolo è iniziato mentre ancora il pubblico stava entrando e non tutti l’hanno capito (quantomeno di certo non gli spettatori intorno a me): avendo il dubbio che questo momento possa variare di sera in sera, da teatro a teatro, non dirò cosa parte del cast ha combinato sul palco a sipario aperto e in platea, ma i futuri spettatori stiano all’erta.

Per finire, una chicca. Il successo dello spettacolo originale è stato tale da dare il via ad una serie di nuove commedie (tutte disastrose) sempre interpretate dalla stessa compagnia di inetti, da Peter Pan goes wrong a Christmas Carol goes wrong. Ebbene l’operazione si ripeterà anche in Italia e a febbraio 2020 debutterà Che disastro di Peter Pan.

Nel frattempo chi ha voglia di ridere – e ce n’è un gran bisogno- non si perda il tour di Che disastro di commedia. In questi giorni è in scena, fino al 3 novembre, al Teatro Augusteo di Napoli, poi fino a fine anno si susseguiranno le tappe di Civitanova Marche, Lonigo, Cividale del Friuli, Maniago, Prato, Milano, Mestre, Reggio Calabria, Altopascio, Bergamo e Campobasso.

Avvertenze: tornerete a casa senza riuscire a togliervi dalla testa “Buon Dio!” e chiedendovi chi mai abbia avuto l’idea della pianta.

(Fotografie tratte da Facebook)

I Weekend del Cerchio di Legno: una nuova opportunità per fare arte insieme

Fare arte insieme.

Sono belle parole, vero? Trasmettono un’idea non esclusiva dell’Arte, disponibile alla condivisione.

Un concetto molto caro a Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz, che hanno ideato una nuovissima serie di incontri aperti a tutti, uditori compresi, presso il Cerchio di Legno, il loro laboratorio teatrale in provincia di Verona.

Si tratta dei Weekend del Cerchio, workshop intensivi della durata di due giorni dedicati di volta in volta a un tema legato al mondo del musical. Il primo incontro, incentrato sui musical ispirati alle opere di Shakespeare, si è svolto due settimane fa, il 21 e il 22 settembre 2019.

Bella e accogliente l’atmosfera, come sempre: soprattutto ciò che mi ha colpita è stato l’entusiasmo contagioso dei docenti.

Penso alla lezione di danza della domenica mattina – che posso solo definire pazzesca! – in cui Cristian Ruiz ha saputo generare uno scambio di energia pura con le allieve e persino con noi uditori che stavamo seduti, dando vita a una coreografia e a uno spirito di gruppo davvero coinvolgenti. Alla fine l’applauso di tutti è stato liberatorio e spontaneo.

Ed è sempre un grande piacere ascoltare Luca Giacomelli Ferrarini in veste di insegnante, specie quando si addentra nei segreti narrativi di un’opera e nei meccanismi di uno spettacolo. Di particolare interesse il suo approfondimento delle figure di Giulietta, della balia e di Tebaldo e il parallelo tra i contesti di Romeo e Giulietta e West Side Story.

Di età e livelli diversi le allieve, ma tutte piene della stessa grinta e voglia di imparare. Ho respirato aria di coesione e sincero divertimento.

Questo era solo l’inizio. Il prossimo Weekend del Cerchio è previsto per il 23 e 24 novembre 2019 e sarà dedicato al musical Moulin Rouge.

Per prenotazioni e informazioni su questo e i prossimi weekend e anche sulle altre attività del Cerchio, potete scrivere a
cerchiodilegno@aol.com e visitare il sito http://www.ilcerchiodilegno.com/ .

Chi può non si lasci scappare l’occasione. Fare arte insieme fa bene: alla salute, all’umore, al cervello e soprattutto all’anima.

(Fotografia della lezione tratta dalle pagine social di Il Cerchio di Legno

Grafica promozionale di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografia di apertura di Franca Bersanetti Bucci)

Buon compleanno al Cerchio di Legno: un anno fa nasceva una scuola davvero speciale

Esattamente un anno fa – 9.9.18, suggestivo insieme di numeri- quel nastro bianco veniva tagliato e quella porta blu si apriva. Nella foto, ancora chiusa, la porta blu riflette il cielo, o forse, mi dico guardandola, lo contiene. Forse il cielo in realtà sta già dentro. Suono troppo poetica?

È che sono davvero affezionata al Cerchio di Legno, questo piccolo luogo prezioso creato e voluto da Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz. E ricordo con sincera emozione quella calda domenica in provincia di Verona, i sorrisi luminosi, l’entusiasmo, la gioia dell’inizio. Assistere a un inizio ha sempre un sapore particolare. Qualcosa nasce lì davanti a noi, prende il volo. Dentro c’è tutto un mondo di possibilità da realizzare, vasto quanto quel cielo riflesso.

Al Cerchio, in questo primo anno di vita, tante di queste possibilità sono state esplorate e vissute e molte altre ancora sono da scoprire. Ecco una ragione del perché amo questo posto, anche se non ne faccio parte: è un luogo di cultura, di educazione dell’anima, di passione per l’Arte e i suoi creatori l’hanno fatto nascere in un momento in cui cultura, educazione e arte vacillano, pericolanti. In cui anima e passione languono. Ci vuole coraggio e anche un po’ di follia. Una visione di questo tipo va protetta, sostenuta, abbracciata. È un rifugio, un angolo di speranza.

Tra una settimana, il 16 settembre 2019, il Cerchio riprenderà le proprie attività e come potete vedere, grazie a queste grafiche, le iscrizioni sono aperte. Luca Giacomelli Ferrarini, Cristian Ruiz e gli altri insegnanti, Valentina Ragno e Antonio Torella, sono pronti a ricominciare. Non dubito che abbiano in cantiere anche tante novità.

Walt Disney diceva che si possono immaginare, creare e costruire luoghi meravigliosi ma che occorreranno sempre le persone perché un sogno diventi realtà. E questo è il Cerchio di Legno: un cerchio di persone che fanno arte insieme e insieme costruiscono sogni da rendere reali.

Perciò buon compleanno, caro Cerchio di Legno: ti auguro di continuare a crescere e di riuscire a diffondere sempre più arte, cultura e bellezza.

#cerchiAMO

(Fotografia a colori e grafiche promozionali di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografia in bianco e nero di Alessandra Lovati)

Bad Cabaret: le cattive ragazze vanno… a lavorare con Walt!

Si dice che, se le brave ragazze vanno in paradiso, quelle cattive invece vanno dappertutto. Le cattive Disney… beh, loro vanno a lavorare con il mitico Walt, che è come andare dappertutto e anche più in là. Dentro i sogni!

E così, in un ideale cabaret misto a talk show trash, gli instancabili performer e docenti Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz le hanno immaginate, celebrate e prese un po’ in giro. Se infatti, col loro corso romano di teatro musicale ad andare in scena erano state le confessioni delle principesse disneyane, nello spettacolo finale del corso tenuto in collaborazione con la Art3 di Bergamo le protagoniste sono diventate le cattive più famose del repertorio Disney.

Una settimana fa, il 28 luglio 2019, sul palco del Teatro Albegno di Treviolo si sono avvicendate Grimilde e Malefica, Maga Magò e Madame Medusa, la Regina di Cuori e Yzma, Lady Tremaine con Anastasia e Genoveffa, Madre Gothel e Ursula. Più un’infiltrata, la principessa Aurora, alle prese con il problema di rimanere sveglia. Tutte insieme a sviscerare tra canzoni e risate gli onori e gli oneri dei loro ruoli leggendari.

Qualche inciampo a livello di drammaturgia e alcune battute andate un po’ perse per essere state dette troppo in fretta, forse a causa della comprensibile emozione, ma in generale due repliche ben riuscite, che hanno testimoniato il percorso fatto, l’impegno, la dedizione e la passione delle allieve e degli insegnanti.

Particolarmente degno di nota il lavoro sui personaggi: grazie anche ai costumi, davvero ben confezionati, tutto il cast sembrava direttamente uscito dalle pellicole Disney e ho molto apprezzato le singole caratterizzazioni e la cura dei piccoli dettagli. Ad esempio mi è piaciuta tantissimo Madre Gothel, con il suo accento tedesco, e ho trovato fantastico il trucco di Ursula (che in quanto ad accento, mi sembrava provenire, anziché dagli abissi oceanici, dai mari e dai fiumi di casa mia). Lo illustrano bene anche i divertenti e coloratissimi ritratti fotografici realizzati da Luca Giacomelli Ferrarini, di cui pubblico qui un collage per ragioni di spazio.

Devo anche aprire una doverosa parentesi (piccolissima, per non sottrarre spazio alle legittime protagoniste) sulla partecipazione di una specialissima guest star, ovvero l’ombra di Peter Pan, che parlava in lingua ombrese, con traduzione simultanea di Madre Gothel : la bravura di chi le prestava la voce (chi sarà stato mai?) ci ha indotti a guardare tutti la sedia vuota dell’ombra come se ci fosse veramente qualcuno seduto sopra. Chapeau e chiusa parentesi.

Quando si cerca di costruire qualcosa di bello, tutti insieme, non è mai facile. Tante teste, tanti caratteri, che per forza di cose devono andare all’unisono… Non è facile ma è proprio quando le cose sono difficili e tortuose che la soddisfazione è maggiore

Queste le parole di Barbara Munda, che con Michela Polacchini e Roberta Pasetto, dirige la Art3 e che direi rendono al meglio il significato e la profondità di quella che per docenti, allieve e organizzatrici è stata – ed è ogni anno – una grande avventura, vissuta e portata a termine in gruppo, faticando e imparando gli uni dagli altri.

E con il ricordo e le emozioni di Bad Cabaret ancora vivissimi, una nuova avventura è pronta a cominciare ai primi del prossimo ottobre. Seguite Art3 su Facebook, Instagram e Twitter, per avere tutte le news e le informazioni sul nuovo corso di teatro musicale alle porte. Dopo averci fatto conoscere meglio le cattive Disney, quale storia ci racconteranno l’anno prossimo? Io sono curiosa e voi?

(Locandina di Luca Giacomelli FerrariniFotografie di scena di scena di Marzia PozzatoRitratti di Luca Giacomelli FerrariniFotografia di gruppo tratta dalle stories Instagram di Cristian Ruiz)

Il bacio della donna ragno: un bacio che non uccide ma regala magia

Un sogno, una visione, possono salvarci. E anche ucciderci. Allo stesso tempo fonte di speranza e punto di non ritorno. La linea di demarcazione è minima, l’equilibrio fra una possibilità e l’altra fragilissimo.

Questo ho pensato lo scorso 23 giugno 2019, una settimana fa, mentre assistevo alla più recente – e veramente strepitosa- produzione della BSMT di Bologna, in collaborazione con il Teatro Comunale (luogo meraviglioso, fra l’altro).

Di Il bacio della donna ragno, romanzo di Manuel Puig, conoscevo solo l’adattamento cinematografico del 1985, ma ignoravo (mea culpa!!) che ne fosse stato tratto anche un musical, creato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally e vincitore di vari Tony Awards e anche di un Olivier Award. Una versione – qui con la regia di Gianni Marras e l’adattamento di Andrea Ascari – che, lo ammetto senza esitazione, mi ha totalmente ammaliata. Un allestimento di qualità, partitura potente e soprattutto una visionaria storia di amore, dolore e coraggio.

Impossibile resistere a Molina, uno dei personaggi più delicati e struggenti che ricordi, interpretato da un grande Gianluca Sticotti, incantevole, capace di divertire, commuovere ed arrivare al cuore.

Il vetrinista omosessuale dalla vestaglietta colorata che combatte la durezza e i soprusi del carcere fantasticando sui suoi film preferiti, come quando da bambino giocava e sognava nel cinema dove l’adorata madre lavorava. È grazie ai film, dice, che può ancora credere che esistano bellezza, gentilezza e amore. E sono le sue fantasie sgargianti a contaminare il dramma carcerario fino a farlo sbocciare in un fiore di glamour dai ritmi latini e dalle atmosfere della vecchia gloriosa Hollywood. Al centro lei, la sua musa e figura ispiratrice, la bellissima Aurora, interprete di mille eroine che Molina venera, e anche della inquietante Donna Ragno, l’unica che lo spaventa, perché è come un oscuro presagio e con un bacio porta la morte.

Un ruolo affascinante, perfetto per la sempre unica e inarrivabile Simona Distefano: i costumi (di Massimo Carlotto) degni di una diva dei tempi che furono (l’uccello del paradiso, irresistibile!) ne hanno esaltato la bellezza, le coreografie (di Gillian Bruce) e i brani le hanno permesso di dimostrare una volta di più l’indubbio talento nella danza e nel canto e le svariate incarnazioni di Aurora le hanno consentito di spaziare tra differenti registri recitativi, passando dalla sensualità all’ironia (Russian Movie, momento delizioso!). Soprattutto, nei panni della Donna Ragno, ha attraversato l’intero spettacolo come una magia tenebrosa: tutti noi spettatori siamo rimasti ad attendere con il fiato sospeso il suo famigerato bacio fatale.

E poi Valentin, il prigioniero politico, convinto dissidente, che farà innamorare Molina e segnerà il suo destino: nel ruolo un ottimo Brian Boccuni, che ho molto apprezzato in questa veste drammatica e che ha strappato anche un entusiasta applauso a scena aperta per la trascinante interpretazione di The day after that.

Molto piacevole ritrovare in scena anche Caterina Gabrieli e Francesca Taverni, rispettivamente Marta, fidanzata di Valentin, e la madre di Molina. Poche apparizioni, le loro, ma tutte significative, in particolare in due delle canzoni più emozionanti, Dear one e I do miracles.

Va ricordato anche Raffaele Latagliata, un direttore del carcere veramente bravo a farsi odiare. Di livello molto alto comunque tutti i componenti del cast, dell’ensemble, del coro e del corpo di ballo (una menzione speciale per i ballerini nel Morphine Tango). Devo citare anche le suggestive proiezioni da un’idea originale di Andrea De Micheli e l’orchestra del Comunale diretta da Stefano Squarzina.

Un peccato che un allestimento di tale pregio sia stato prodotto per soli cinque giorni. Spero che possa essere riproposto. Sono riuscita a rendere l’idea dell’effetto che mi ha fatto?

Un po’ come se mi avesse davvero baciata la donna ragno, ma è stato un bacio fatale in senso buono, portatore di magia.

Concludo con un pensiero per Molina: amico, alla fine non hai fallito. Hai sempre agito per sincero amore. E questo fa di te un vincitore.

(Fotografie di scena di Rocco Casaluci

Fotografia della ragnatela tratta da una storia Instagram della BSTM)