Il bacio della donna ragno: un bacio che non uccide ma regala magia

Un sogno, una visione, possono salvarci. E anche ucciderci. Allo stesso tempo fonte di speranza e punto di non ritorno. La linea di demarcazione è minima, l’equilibrio fra una possibilità e l’altra fragilissimo.

Questo ho pensato lo scorso 23 giugno 2019, una settimana fa, mentre assistevo alla più recente – e veramente strepitosa- produzione della BSMT di Bologna, in collaborazione con il Teatro Comunale (luogo meraviglioso, fra l’altro).

Di Il bacio della donna ragno, romanzo di Manuel Puig, conoscevo solo l’adattamento cinematografico del 1985, ma ignoravo (mea culpa!!) che ne fosse stato tratto anche un musical, creato da John Kander, Fred Ebb e Terrence McNally e vincitore di vari Tony Awards e anche di un Olivier Award. Una versione – qui con la regia di Gianni Marras e l’adattamento di Andrea Ascari – che, lo ammetto senza esitazione, mi ha totalmente ammaliata. Un allestimento di qualità, partitura potente e soprattutto una visionaria storia di amore, dolore e coraggio.

Impossibile resistere a Molina, uno dei personaggi più delicati e struggenti che ricordi, interpretato da un grande Gianluca Sticotti, incantevole, capace di divertire, commuovere ed arrivare al cuore.

Il vetrinista omosessuale dalla vestaglietta colorata che combatte la durezza e i soprusi del carcere fantasticando sui suoi film preferiti, come quando da bambino giocava e sognava nel cinema dove l’adorata madre lavorava. È grazie ai film, dice, che può ancora credere che esistano bellezza, gentilezza e amore. E sono le sue fantasie sgargianti a contaminare il dramma carcerario fino a farlo sbocciare in un fiore di glamour dai ritmi latini e dalle atmosfere della vecchia gloriosa Hollywood. Al centro lei, la sua musa e figura ispiratrice, la bellissima Aurora, interprete di mille eroine che Molina venera, e anche della inquietante Donna Ragno, l’unica che lo spaventa, perché è come un oscuro presagio e con un bacio porta la morte.

Un ruolo affascinante, perfetto per la sempre unica e inarrivabile Simona Distefano: i costumi (di Massimo Carlotto) degni di una diva dei tempi che furono (l’uccello del paradiso, irresistibile!) ne hanno esaltato la bellezza, le coreografie (di Gillian Bruce) e i brani le hanno permesso di dimostrare una volta di più l’indubbio talento nella danza e nel canto e le svariate incarnazioni di Aurora le hanno consentito di spaziare tra differenti registri recitativi, passando dalla sensualità all’ironia (Russian Movie, momento delizioso!). Soprattutto, nei panni della Donna Ragno, ha attraversato l’intero spettacolo come una magia tenebrosa: tutti noi spettatori siamo rimasti ad attendere con il fiato sospeso il suo famigerato bacio fatale.

E poi Valentin, il prigioniero politico, convinto dissidente, che farà innamorare Molina e segnerà il suo destino: nel ruolo un ottimo Brian Boccuni, che ho molto apprezzato in questa veste drammatica e che ha strappato anche un entusiasta applauso a scena aperta per la trascinante interpretazione di The day after that.

Molto piacevole ritrovare in scena anche Caterina Gabrieli e Francesca Taverni, rispettivamente Marta, fidanzata di Valentin, e la madre di Molina. Poche apparizioni, le loro, ma tutte significative, in particolare in due delle canzoni più emozionanti, Dear one e I do miracles.

Va ricordato anche Raffaele Latagliata, un direttore del carcere veramente bravo a farsi odiare. Di livello molto alto comunque tutti i componenti del cast, dell’ensemble, del coro e del corpo di ballo (una menzione speciale per i ballerini nel Morphine Tango). Devo citare anche le suggestive proiezioni da un’idea originale di Andrea De Micheli e l’orchestra del Comunale diretta da Stefano Squarzina.

Un peccato che un allestimento di tale pregio sia stato prodotto per soli cinque giorni. Spero che possa essere riproposto. Sono riuscita a rendere l’idea dell’effetto che mi ha fatto?

Un po’ come se mi avesse davvero baciata la donna ragno, ma è stato un bacio fatale in senso buono, portatore di magia.

Concludo con un pensiero per Molina: amico, alla fine non hai fallito. Hai sempre agito per sincero amore. E questo fa di te un vincitore.

(Fotografie di scena di Rocco Casaluci

Fotografia della ragnatela tratta da una storia Instagram della BSTM)

Il Diavolo veste Disney: sognare non è semplice ma per favore non smettete

Far ridere è difficile e necessario》- Cristian Ruiz

I sogni son desideri, dice una celebre canzone disneyana, ma secondo un vecchio adagio bisogna stare attenti a ciò che si desidera e sogna perché potrebbe anche avverarsi… E così, in un improbabile talk show che fa il verso ai programmi di Maria De Filippi e al Grande Fratello, ecco le principesse Disney (e anche qualche principe) sfogarsi e confessare delusioni, frustrazioni, insicurezze e via dicendo. Insomma, lavorare per la fabbrica dei sogni del mitico Walt non è tutto rose, fiori e cuoricini come si potrebbe credere.

Per il consueto spettacolo di fine anno del corso di teatro musicale della L.C.Art di Roma, i due geniali docenti Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz hanno confezionato un copione e una messa in scena spumeggianti e irriverenti, pieni di divertita ironia. D’altronde si riesce a dissacrare con grazia solo ciò che si ama davvero e Il Diavolo veste Disney non è stata soltanto un’occasione per ridere ma anche un modo brillante per riflettere sui sacrifici e le incertezze che comporta lavorare con i sogni. O con l’arte. Perché, alla fine, le problematiche dei personaggi Disney in sostanza non sono molto diverse da quelle degli artisti, nella vita vera. Alimentare sogni è una gran fatica.

Un prodotto raffinato e ben scritto, quindi, di livello professionale, anche nelle soluzioni sceniche e nei costumi. Vogliamo parlare della sirenetta Ariel e dei suoi capelli che fluttuavano legati ai palloncini?

Fantastica.

Splendidi anche i ritratti fotografici dei singoli personaggi realizzati da Luca Giacomelli Ferrarini: per ragioni di spazio ne posso offrire solo un assaggio sotto forma di collage, ma è possibile vedere le fotografie originali sulle pagine Facebook e Instagram dell’autore e della L.C.Art.

Lo scorso 16 giugno 2019, nelle due repliche sold-out sul palco del Teatro Centrale Preneste di Roma, gli allievi della L.C.Art hanno reso onore a quanto creato con tanta cura dai loro insegnanti e ai dieci mesi di studio e costruzione dello spettacolo. Si sono dimostrati all’altezza del ritmo veloce dei testi, dei tempi comici, delle coreografie, delle canzoni e dei complicati cambi di scena. Buonissima anche la sintonia di gruppo: diciassette attori sempre tutti presenti sul palco, con un copione così ricco di battute e movimenti scenici, devono saper gestire spazi, tempi e ruoli come gli ingranaggi di un orologio e posso testimoniare che loro ci sono riusciti.

Soddisfatto, felice, commosso ed emozionato… Grazie》- Luca Giacomelli Ferrarini

Palpabili ed evidenti l’orgoglio e la felicità dei due insegnanti/registi e anche di Cristiana Corongiu e Paola La Rocca, colonne portanti della L.C.Art. Impossibile il contrario: Il Diavolo veste Disney è oggettivamente uno spettacolo ben riuscito, con un cast che ha dato il meglio di sé.

Il mio ricordo personale?

Un momento delle prove. I ragazzi che sul palco imparavano anche la pazienza delle lunghe attese e dei tempi tecnici, la figura in ombra del regista davanti a loro e, in un angolo, tra gli oggetti di scena, un piccolo mazzo di fiori gialli, che risaltava grazie alle luci blu. Una sorta di immagine pittorica che un po’ mi pento di non aver catturato in una foto. Però è sicuramente fotografata nella mia memoria, la creatività e l’impegno e il giallo di quei fiori vivo come i sogni che da decenni Walt Disney e i suoi personaggi ci donano. Magari sognare e dare vita ai sogni non è sempre semplice, a volte è faticoso, a volte si vorrebbe mollare… E invece no, vale sempre la pena di sognare, di crederci. Non smettete, non smettiamo.

Di certo non si smetterà di sognare alla L.C.Art: consiglio di seguire le sue pagine social, già sono in arrivo a breve interessanti novità.

(Locandina e ritratti di Luca Giacomelli Ferrarini

Fotografie di scena di Andrea Romagnoli)

La classe operaia va in paradiso: un viaggio nel lavoro, attraverso le epoche e le arti

Oggi ci sono più di trenta gradi, è decisamente estate, ma appena un mese fa, lo scorso 12 maggio, era una domenica fredda e scura, di pioggia gelida e vento che ribaltava l’ombrello. Novembre in pratica. E non posso scordare quel giorno, perché, lottando contro le intemperie, ho raggiunto Ferrara e il suo splendido Teatro Comunale Claudio Abbado, per vedere La classe operaia va in paradiso.

Chiuso fuori il maggio impazzito, eccomi al sicuro nel loggione, catapultata per quasi tre ore in un viaggio sospeso tra teatro e cinema, passato e presente, declinazioni varie ed eventuali di una realtà – quella del lavoro – che non è poi tanto cambiata. Dal cottimo al precariato, passando per scioperi e sindacati, forse sono cambiati i termini usati, ma le problematiche restano le stesse. Forse rispetto agli anni Settanta, la nostra è una società più stanca e indifferente, aggressiva sulla carta ma meno pronta a manifestare per un ideale. Probabilmente a molti è proprio l’ideale che manca. Lo stipendio da portare a casa, con cui vivere e pagare le tasse, la ricerca della dignità e di un proprio posto nel mondo invece sono i medesimi.

Interessanti la regia di Claudio Longhi e l’idea di non limitarsi a un semplice remake teatrale dell’omonimo film di Elio Petri. Lo spettacolo racconta in effetti la vicenda dell’operaio Lulù Massa ma al contempo ne indaga le motivazioni e la costruzione della drammaturgia, abbatte la quarta parete e narra anche delle reazioni di chi lo ha visto al cinema nel corso dei decenni. Accompagna il film attraverso i mutamenti di costume, stili di vita, punti di vista degli italiani. Noi, diversi e uguali.

Perché gli anni passano ma sul palco c’è quella catena di montaggio che continua ad arrotolarsi su se stessa, a condurre sogni, speranze, drammi, illusioni e disillusioni.

Un allestimento complesso e ambizioso, quindi, non sempre facile da seguire ma avvincente, sostenuto da un cast solido e coinvolto. Ovviamente ha spiccato in particolare Lino Guanciale, nel ruolo di Lulù Massa, nell film interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté. Ammetto di conoscere poco Guanciale come attore, ho solo una vaga idea dei suoi ruoli televisivi, ma di certo in teatro mi ha sorpresa e impressionata, dando vita a una performance anche fisicamente impegnativa (ha recitato tutto il tempo modificando pesantemente la voce) e trasformandosi in maniera radicale rispetto alla tv. All’inizio confesso che non l’avevo proprio riconosciuto. Bravo davvero.

Voglio ricordare anche Diana Manea (nel ruolo che fu di Mariangela Melato) e Franca Penone (il folle – ma non poi tanto- Militina), fantastiche entrambe. Ma il cast merita di essere citato per intero, da Donatella Allegro a Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri, da Simone Francia e Eugenio Papalia a Simone Tangolo e Filippo Zattini.

Ci hanno creduto e mi ci hanno fatto credere. Ho lasciato il teatro con la sensazione di portarmi via ricordi di un’epoca lontana solo in apparenza. E con la consapevolezza di cose che già sapevo ma su cui spesso per comodità evito di soffermarmi.

Fuori di nuovo la primavera travestita d’autunno. È passato un mese. Il freddo e la pioggia quasi mi pare di averli sognati. La classe operaia va in paradiso no, è ancora ben presente nella mia memoria, reale e concreto. Una scelta che sono felice di aver fatto.

(Fotografia tratta dalla pagina Instagram di Emilia Romagna Teatro)

Un giorno al Cerchio di Legno: reportage dalla scuola in cui si continuano i sogni

Incontrare ragazzi che vogliono fare arte, aiutarli nel loro percorso, imparare insieme e disimparare insieme. Tutto questo è il Cerchio di Legno.

Parola di Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz.

Hermann Hesse scriveva che dove si continua un sogno là opera la vita. E decisamente al Cerchio di Legno si continuano sogni. Che, se ci pensate, è una delle cose più faticose al mondo: semplice concepire un sogno, è gratis, ma continuarlo e mantenerlo vivo invece costa. Richiede tenacia, pazienza, dedizione. I sogni non continuano da soli.

Dall’indimenticabile inaugurazione del 9 settembre 2018 è trascorso un intero anno scolastico ed ora, per allievi e insegnanti della piccola grande scuola in provincia di Verona, è tempo di esami e di tirare le somme di questo primo pezzo di strada condiviso. Mesi intensi di lezioni basate su un programma simile a quello delle accademie di teatro e musical, incontri formativi con professionisti del settore, serate culturali a teatro e anche un viaggio didattico a Londra.

Noi veniamo dal musical ed ovviamente qui ne facciamo molto, ma questo è un laboratorio di teatro e vogliamo che l’imprinting sia un imprinting teatrale a 360 gradi

mi ha detto Cristian Ruiz.

Ci teniamo che la formazione che diamo ai ragazzi sia completa, molto specifica per ogni settore, in modo da renderli molto forti in tutti gli ambiti. Poi saranno loro, con le giuste basi tecniche, a fare il lavoro di mettere insieme.

Paola, una delle allieve, mi ha confermato l’apprezzamento per questo percorso così impegnativo e gratificante e ha sottolineato l’importanza dell’ascolto e dell’osservazione, di come guardando le prove dei propri compagni si possa imparare e lavorare su se stessi.

Ho visto questi ragazzi applicarsi per ore, una lezione dietro l’altra, fino a concludere, quasi a mezzanotte, con una sessione intensiva di danza: solo una breve pausa, per cena, seduti per terra (in cerchio!), sui volti la determinazione e la serenità di chi si trova esattamente dove vuole essere.

Loro sono la mia ricarica di energia

ha detto Luca Giacomelli Ferrarini, nella voce una nota di orgoglio.

Il loro genuino entusiasmo è rigenerante.

Ma, devo dirlo, se il Cerchio di Legno trabocca di questa forza positiva è perché i primi a trasmettere entusiasmo genuino sono proprio i suoi creatori, Luca e Cristian.

Entrare in questa scuola è come entrare in una casa. Lo avevo sperimentato già ai tempi dell’inaugurazione, ma adesso, con l’ambiente arricchito di dettagli, di ulteriore calore, l’effetto è ancora più vivido: dietro ogni particolare c’è una scelta precisa, ogni oggetto presente – dalla collezione di locandine all’antico pianoforte – ha una storia e gli occhi dei padroni di casa si illuminano nel raccontarla. È davvero un cerchio, costruito con cura, passione e sincero amore per l’arte: al centro questi due infaticabili artisti, che ne sono il cuore e l’anima.

Uno dei momenti più incredibili?

Quando Luca Giacomelli Ferrarini ha fatto una vera e propria magia e, grazie al buio, a un paio di faretti e alla grande tenda doppia che divide il laboratorio, ha ricreato l’effetto palcoscenico: un’autentica esperienza sensoriale, in cui è possibile comprendere che cosa prova un performer quando si apre il sipario! Che impressione! Ora da spettatrice in platea avrò ancora più rispetto per chi si trova sul palco!

Insomma, il Cerchio e i suoi abitanti sono davvero molto speciali. Bisogna entrare in punta di piedi, se possibile togliersi le scarpe e godersi l’atmosfera, senza sovrastrutture, pulita, onesta e solida.

Io non posso che ringraziare gli insegnanti – anche Valentina Ragno e Antonio Torella, che non erano presenti – e gli allievi per avermi concesso il privilegio di assistere alle lezioni e per avermi fatta sentire parte del loro mondo per un giorno. Chi ha il talento e le potenzialità per farne parte davvero non si perda questa possibilità. Se volete seriamente intraprendere la strada dell’Arte, con tutta la sua bellezza e tutti suoi sacrifici… casa vostra è a Mozzecane, in provincia di Verona.

I sogni non continuano da soli, dicevo. Al Cerchio di Legno si continuano insieme.

(Fotografie di Chloé Car)

**Potete trovare tutte le informazioni utili sul Cerchio di Legno sulle sue pagine social o alla mail ilcerchiodilegno@libero.it

La figlia femmina: una storia che disturba, conquista e brucia

《Io il diavolo ce l’ho qua》. Si alzò in piedi e si indicò il petto. 《Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così》

È stato un rapporto controverso, quello fra me e questo libro. L’ho voluto da subito, appena ho visto la bellissima copertina con il discusso quadro di Balthus, eppure sono trascorsi mesi e mesi prima che lo comprassi, in una specie di inseguimento. Entravo nelle librerie e non lo trovavo, mi ripromettevo di ordinarlo ma succedeva sempre qualcosa per cui non lo facevo.

Poi finalmente eccolo, mio. E l’ho letto d’un fiato, come accade con certi liquori molto forti, che non si possono bere a piccoli sorsi ma devi mandarli giù in un colpo solo, sentendo le viscere che ti vanno a fuoco e anche con qualche lacrimuccia agli occhi. Ti riscaldano, però, ti danno una sferzata, ti risvegliano.

Ciò che mi ha conquistata di La figlia femmina è come Anna Giurickovic Dato abbia affrontato il tema estremamente rischioso e difficile della pedofilia senza scadere nei suoi aspetti più crudi e morbosi, senza cercare il facile sensazionalismo. Il suo approccio è più sottile e intimo, passa attraverso gli occhi di una moglie e madre che, come capita spesso, non vede o non vuole vedere quello che sta accadendo, sino a che la realtà non le viene sbattuta in faccia con violenza. L’autrice non giudica, non nasconde moniti fra le righe: con semplicità entra nei ricordi e nel presente della sua protagonista – divisi tra un Marocco splendidamente rievocato e Roma – e ne narra la cecità, l’inadeguatezza, i rimorsi, la confusione, la difficoltà ad affrontare la figlia, prima bambina di cui non ha colto il silenzioso grido di aiuto, poi adolescente distorta dal trauma.

Fino a una cena surreale, in cui ho stentato a comprendere cosa fosse vero e cosa invece un’interpretazione deviata e rielaborata dai sensi di colpa, dalle paure più profonde, dal peso di due vite strappate che non possono essere più le stesse.

Il silenzio che sento non è solo intorno, ma mi viene da dentro e mi paralizza. Sono io stessa il silenzio.

Alla fine si è sorpresi dalla disturbante consapevolezza che potrebbe accadere anche a noi. Che poco conta dirsi io lo avrei capito, me ne sarei accorta. Forse no, invece.

Un esordio potente, quindi, disturbante, lucido, umano. Che, da quel che ho letto seguendo il profilo Instagram di Anna Giurickovic Dato, è stato anche trasformato in copione teatrale. Attendo news a questo proposito e spero di avere prima o poi la possibilità di vedere La figlia femmina sul palcoscenico. È in effetti una trama perfetta per il teatro.

Soprattutto è un libro veramente ben scritto. Se non lo avete ancora fatto, leggetelo. Brucerà ma vi farà pensare.

(Editore: Fazi

Pagine: 191)

Appiccicati-Un musical diverso: la vita a volte ci incastra ma forse ci fa un favore

Lui, lei. Un incontro fugace di sesso occasionale tra sconosciuti, ma… ops! Succede che i due rimangono incastrati! Sì, mentre consumano, avete capito. L’unica, imbarazzante soluzione pare ovviamente il pronto soccorso, ma i malcapitati si ritrovano in uno strano ospedale dove il tempo non passa mai. Anche perché l’orologio è finto, come spiega l’unica – molto poco collaborativa- infermiera, che peraltro fin dall’inizio ha reso subito chiaro al pubblico che questo è un musical. Infatti il dottore in realtà è il pianista (o invece il pianista è in realtà il dottore? Uhm…)

Insomma non c’è dubbio che Appiccicati-Un musical diverso sia davvero diverso. Arriva dalla Spagna – creato da Ferran Gonzales, Alicia Serrat e Joan Miquel Perez – e dello stile iberico ha tutto il sapore squisitamente e allegramente carnale, privo di inibizioni e censure. Ma non solo questo. È infatti interessante che la versione italiana sia una produzione del Teatro dei Filodrammatici di Milano, un palcoscenico dedito soprattutto alla prosa: grazie all’espediente del dialogo diretto con gli spettatori, lo spettacolo, diretto da Bruno Fornasari, smonta le regole del musical e sembra quasi parodiarlo, prenderlo in giro, ma, in maniera ironica e sottile, fa anche l’opposto, sbeffeggiando chi guarda solo ai grandi classici e piagnucola sul vero teatro ormai morto. Una dissacrazione intelligente di certi stereotipi e noti pregiudizi e anche un divertito omaggio ai piccoli allestimenti, che vanno in scena con pochi mezzi (e, aggiungo io, sono spesso per questo dotati di maggiori genio e inventiva).

Nei ruoli dei due amanti appiccicati ci sono Marta Belloni e Cristian Ruiz, entrambi impegnati in una performance fisicamente e vocalmente non semplice, affrontata però con piacevole leggerezza. Lei – che ha anche tradotto le liriche insieme a Fornasari e Daniele Vagnozzi – mi ha colpita per l’espressività e la grinta: incarna una ragazza tosta e decisa, con le idee molto chiare, che non lascia emergere facilmente dolcezza e incertezze, ma poi… Ruiz invece si dimostra sempre a proprio agio nel registro della commedia ed esprime anche una goffa, simpatica vulnerabilità, con cui conquista ben presto l’affetto del pubblico (e dopo un po’ ammorbidisce pure la sua appiccicata compagna).

Chi mi ha sorpresa è stato Antonio Torella, il pianista/dottore (o dottore/pianista?): mi erano già ben note le sue notevoli doti di musicista e sempre in quelle vesti lo avevo visto esibirsi finora, ma in Appiccicati ho scoperto anche il suo lato comico. E, ehi, è bravo anche in quello!

E poi c’è lei, la famigerata infermiera, la ciliegina sulla torta, il fiore all’occhiello, la scheggia impazzita, tutto questo insieme, ovvero Stefania Pepe (mai cognome fu più azzeccato): fantastica, la ringrazio per le sincere risate. Ma dovete vederla in azione, descrivere quello che combina sarebbe riduttivo.

E se appunto volete vederli, tutti loro, avete tempo ancora per una decina di giorni. Dopo aver debuttato lo scorso 7 maggio, Appiccicati resterà in scena al Teatro dei Filodrammatici fino al 26 maggio 2019, quindi sbrigatevi e andate a scoprire come andrà a finire per i due appiccicati. Vi farete un sacco di risate e anche qualche piccola riflessione.

Perché la vita, si sa, ci incastra, ma a volte, facendolo, ci offre insospettabili occasioni.

Ah… dimenticavo: evitate di tossire!

(Fotografie di Laila Pozzo e tratte dalla pagina Facebook del Teatro dei Filodrammatici)

L’Ascensore: un debutto che ha lasciato il segno

Ho visto L’Ascensore poche ore fa, al suo debutto assoluto in Italia al Teatro Cestello di Firenze. Quindi questa è di certo la recensione più a caldo che abbia mai scritto in vita mia. Lo spettacolo è ancora lì, sospeso tra i circuiti del mio cervello e le fibrillazioni del cuore, non ancora assimilato. Continuo a sentire la tensione nei muscoli e, invece di dormire, sono qui a cercare le parole per raccontarlo.

Come si evince dalla bellissima – e molto cinematografica- locandina, L’Ascensore è un thriller, quindi non parlerò della trama, per non rovinare la visione ai futuri spettatori. Di solito sono la regina degli spoiler ma in questo particolare caso sono stata molto felice di essermi impegnata ad evitarli. È stato esaltante addentrarmi nella storia e nelle vite e nei sentimenti dei personaggi come in un labirinto, in cui dovevo trovare il filo della comprensione degli eventi.

Mark, Emma, John. Tre destini che si incrociano in quei modi sorprendenti e un po’ bastardi che a volte la vita ci riserva. Non posso e non voglio dire di più, dovete andare a teatro e saranno loro a presentarsi e a farsi conoscere, amare o odiare, un pezzo alla volta.

Senza scendere in dettagli, mi aspettavo parecchio dall’intreccio di José Masegosa perché conosco l’abilità degli spagnoli nel creare costruzioni narrative originali e spiazzanti ed in effetti non sono rimasta delusa. Quella che potrebbe essere una vicenda tutto sommato semplice assume toni completamente diversi grazie al gioco di incastri con cui è sviluppata.

L’Ascensore rappresenta una felice commistione di musical e prosa, in cui si privilegia sempre il tessuto della storia, attraverso ottimi dialoghi e brani di grande complessità tecnica ( tradotti da Nino Pratticò e accompagnati al piano dalla bravissima Eleonora Beddini). Un’aria in particolare, affidata alla sempre straordinaria voce di Luca Giacomelli Ferrarini (Mark), ha strappato forti applausi a scena aperta. Ho amato anche l’assolo di Emma (Elena Mancuso).

Gli attori si sono donati molto. Danilo Brugia e Elena Mancuso rappresentavano una novità, per me. Lui, nel ruolo di John, ha in dote un personaggio non facile (per motivi che devo tacere) e se l’è cavata più che bene, credo abbia ancora parecchio spazio di manovra per farlo crescere. Lei ha dimostrato grande passione, riuscendo a trasmettere le fragilità della sua Emma.

Su Luca Giacomelli Ferrarini, che invece ben conosco, che dire che non sia già stato detto?

È bravo, con la b e tutto il resto delle lettere maiuscole. Sempre così vero, così calato nella parte, che ti dimentichi che è lui e ti perdi nel personaggio.

Veramente affascinante la regia di Matteo Borghi: attraverso la scenografia, le luci, i fantastici movimenti scenici di Luca Peluso, ha dato vita a una bolla pulsante di mistero e inquieta emozione. Unico neo: il fumo, va dosato meglio. A un certo punto, durante un dialogo, ho faticato a vedere gli attori.

Vi rammento che dopo il 27 e il 28 aprile a Firenze, poi lo spettacolo andrà in tour, a Roma (2 maggio), Trevi (3 maggio), Spello (4 maggio), Milano (10 maggio), Torino (11 maggio) e infine il 18 e il 19 maggio a Villafranca di Verona, nel teatro che porta il nome di Alida Ferrarini, grande soprano madre di Luca. Ma già si rumoreggiano altre date…

E mi auguro che davvero tante se ne aggiungano. Perché L’Ascensore mi è piaciuto (si era capito?), proprio tanto. E forse domani o fra qualche giorno avrò parole migliori e più ragionate per descriverlo, ma volevo farlo adesso, con la mente e il cuore accesi e in subbuglio, sperando di farvi arrivare la sensazione ancora fresca, un po’ scombinata ma genuina che sto provando, mentre scrivo nel buio di un albergo di Firenze.

Ci sarò riuscita?

(Fotografie di Franco Emme)