Don Chisciotte: per restare fedeli ai sogni serve coraggio

C’è un coraggio di cui si parla poco, dice Don Chisciotte a Sancho Panza: è il coraggio di restare fedeli ai sogni, specie ai sogni della giovinezza.

In effetti, quando si concepisce un sogno, si vedono cose invisibili agli altri. Ciò che per il sognatore diventa una questione di vita o di morte, una scelta fondamentale, per chi lo circonda può ridursi a una semplice burla, a una follia, a un errore. E a quel punto, solo con il suo sogno di cavaliere errante, il sognatore cosa deve fare? Insistere? Dubitare? Abiurare? Ritrovare il senno e liberarsi di tutto ciò che l’ha condotto a sfidare i mulini a vento in nome di un sentimento che solo lui comprende?

Ho riflettuto su questo ed altro, grazie a Don Chisciotte, in scena lo scorso 1 febbraio 2019 al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara. Un allestimento che mi ha conquistata con la sua atmosfera da teatro puro, antico, fatto di ingegno scenografico e immaginazione. Il tipo di teatro in grado di raccontare un’estasi onirica in fondo a un pozzo grazie a sagome femminili e floreali dipinte di colori fosforescenti, che con un cambio di luce o un semplice drappo che scende sul palcoscenico fa percorrere a personaggi e spettatori grandi distanze e solletica la fantasia. La sospensione dell’incredulità per eccellenza, con un tocco di poesia a metà tra Fellini e la drammaturgia di Lorca.

Bello. Perfetto per raccontare una favola, ma una favola dove il surreale sfocia nella realtà, dove il divertimento si stempera nella tristezza. Contrasto incarnato dai due protagonisti.

Alessio Boni interpreta Don Chisciotte con grande energia e passione, dando vita a un cavaliere errante tenace e determinato, buffo e tenero nella sua testardaggine. Serra Yilmaz, – attrice icona dei film di Ferzan Ozpeteck- è un originale e davvero convincente Sancho Panza, con la sua umanità così concreta, che come un’ancora trattiene a terra il padrone che rischia di essere trascinato via dai voli pindarici. E che però lo esorta a non smettere di sognare, quando lui sembra cedere all’amarezza della sconfitta.

Forse è questo il segreto: sognare, sempre, con un piede sulle nuvole e uno saldamente a terra. Lanciarsi contro i mulini a vento, ma accertandosi che il buon senso venga a raccattarci quando ci faremo male. Mai permettere però a chi non capisce di bruciare ciò che alimenta i nostri sogni o di schernirli.

《Mantengo sempre ciò che ho promesso》dice Don Chisciotte, 《anche se per gli altri è tutto uno scherzo》

Un adattamento più che riuscito, quindi, con un cast di bravi comprimari (quasi tutti impegnati in più di un ruolo), tra cui segnalo in particolare Nicolò Diana, che anima Ronzinante, cavallo meccanico (simile a quelli del musical War Horse) sorprendentemente realistico, al punto che ci si commuove quando Don Chisciotte lo lascia libero e lo costringe ad andarsene.

Il tour dello spettacolo proseguirà sino ad aprile compreso, toccando tante città italiane. Se volete godervi una serata che dia spazio e vitalità all’arte del teatro e del racconto, cercate Don Chisciotte e lanciatevi all’avventura con lui, Ronzinante e il simpatico Sancho.

E ricordate di non abiurare. Restate più che potete cavalieri erranti fedeli ai vostri sogni. Coraggiosamente, con un piede per terra e uno sulle nuvole. Anche e soprattutto quando per gli altri sarà tutto uno scherzo.

Il Cerchio di Legno vi aspetta: aperte le iscrizioni per l’anno accademico 2019/2020

Come mostra questo video pieno di energia, Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz vi aspettano.

Insieme ai colleghi docenti, hanno inaugurato solo da poco il loro laboratorio teatrale in provincia di Verona, ma già guardano avanti, al prossimo anno scolastico e ai nuovi esami di ammissione.

In questi primi mesi di attività, Il Cerchio di Legno sta dimostrando grande determinazione, voglia di crescere e di offrire sempre nuovi stimoli ai suoi allievi: serate culturali a teatro, stage aperti anche a studenti esterni con docenti ospiti, lezioni di approfondimento e analisi critica dedicate agli spettacoli musicali dal 1700 a oggi, incontri formativi con professionisti del settore… Quante altre idee e novità ci saranno in serbo, soprattutto per il futuro anno accademico 2019/2020?

Se coltivate seriamente la passione per il teatro musicale, potete iscrivervi alla prima sessione degli esami di ammissione, prevista a gennaio 2019, scrivendo per informazioni e dettagli all’indirizzo mail ilcerchiodilegno@libero.it

Non perdete l’occasione di studiare con chi il musical lo fa davvero. E che musical!

#cerchiamo !

The deep blue sea: storia di una donna imperfetta

Quando ti trovi tra il diavolo e il profondo mare azzurro, il profondo mare azzurro ti appare invitante…

C’è qualcosa di intimo nel guardare una pièce teatrale dall’alto di un loggione vuoto, in un teatro antico e bellissimo. Una decisione dell’ultimo minuto, la platea e i palchi pieni e quella porzione laterale di loggione rimasta libera, lassù al quinto piano. Io sola soletta nel buio, con la sensazione di avere un angolo privilegiato tutto per me. Io, il mio luogo speciale e là, sul palco, la storia di una donna imperfetta, lunga un giorno e un atto.

Nella luce del primo mattino, Hester giace esanime sul tappeto del salotto dopo un tentativo fallito di suicidio. La salvano la padrona di casa e alcuni vicini e piano piano gli spettatori scoprono cosa c’è dietro la sua volontà di farla finita. Quasi un anno prima, Hester ha lasciato il facoltoso marito, giudice dell’alta corte, per andare a vivere con Freddie, un ex pilota di aerei più giovane di lei. Una relazione fortemente passionale che Hester vive con profonda intensità sino allo stremo, mentre Freddie, immaturo e più superficiale, non ricambia con pari impeto e resta più distaccato e distratto. Dopo dieci mesi lui è disoccupato e beve troppo, lei appunto è talmente logorata da volersi uccidere.

Il suicidio mancato e un possibile lavoro per Freddie in Sud America porteranno la situazione al punto di non ritorno, obbligando i due amanti al confronto e a drastiche decisioni.

Il drammaturgo inglese Terence Rattigan ha scritto The Deep Blue Sea nel 1952, pare ispirandosi in parte alla fine della relazione con un suo amante segreto, e da allora il dramma continua ad essere rappresentato in teatro, in tv e al cinema (la più recente versione cinematografica è del 2011, con Rachel Weisz, ma Hester fu interpretata sul grande schermo anche da Vivien Leigh). L’attuale versione teatrale italiana, a cui ho assistito lo scorso 28 ottobre 2018, al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, è diretta da Luca Zingaretti e vede nei panni della protagonista Luisa Ranieri. L’attrice, fisicamente perfetta per gli abiti degli anni Cinquanta, ha offerto una prova notevole e sincera: Hester Collyer è un personaggio complesso e non facile, di certo una sfida stimolante per un’interprete, una figura femminile moderna e dalla forza dirompente sia sul piano narrativo che concettuale. Si spinge oltre i limiti trascinata da una passione cieca, stravolge se stessa e la propria vita, sino a perdere la speranza, a ritrovarsi d’un tratto senza un posto accettabile nella società perbenista e patriarcale in cui vive.

Proprio in questo, a me, è parso di cogliere il tratto maggiormente innovativo della scrittura di Rattigan: a una donna che ha peccato, che inseguendo il desiderio ha sbagliato e perso, mai davvero amata nel modo giusto, cosa resta?

La comprensione pietosa e un po’ ipocrita del vicinato? Il perdono del marito? La condanna di se stessa?

Forse invece potrebbe servirle semplicemente l’amicizia, ci dice Rattigan, uno sguardo simile, non giudicante. Di qualcuno che sa come si stia a toccare il fondo, a perdere, ad avere addosso le dita puntate, con i sussurri dietro le spalle.

A questo proposito va detto che l’intero cast diretto da Zingaretti è molto valido, dal giovane Giovanni Anzaldo nel ruolo di Freddie, a Luciano Scarpa in quello del marito giudice, passando per gli altri comprimari, Maddalena Amorini, Alessia Giuliani, Flavio Furno e Giovanni Serratore, ma di certo il personaggio che emerge su tutti è quello di Miller, affidato ad Aldo Ottobrino. Un ex medico che ha perso l’abilitazione per motivi non chiari (c’è chi suppone problemi legati all’orientamento sessuale) e che ora lavora per un allibratore: è lui a prendersi cura di Hester dopo il tentativo di suicidio, lui l’unico a guardarla davvero, senza pregiudizio, con reale solidarietà. Ottobrino rende bene il suo atteggiamento pacato e ironico e sin dalla prima entrata in scena cattura l’attenzione e la simpatia del pubblico. Fra le righe dei suoi commenti stringati emerge via via, sottile, la sensibilità senza fronzoli ma concreta di chi è caduto e conosce il sapore della polvere. Hester gli chiede cosa ci sia oltre la speranza, lui risponde che oltre la speranza c’è la vita.

Cosa farà dunque Hester?

Il giorno finisce, giunge la notte. Molte cose, dopo il suo suicidio fallito, sono accadute e sono state dette. Sceglierà ancora la morte? Resterà con Freddie o tornerà dal marito? Ascolterà il suo nuovo amico e prenderà un’altra via? Soccomberà o rinascerà?

Il tour italiano di The Deep Blue Sea è cominciato da poco e girerà per l’Italia, quindi potrete scoprirlo, se vorrete.

Dall’alto del mio posticino speciale in loggione, io davvero ve lo consiglio e concludo con una frase di Miller. Parole quanto mai vere, ieri come oggi.

Il mondo è talmente buio che anche una fiammella è la benvenuta.

Ai sogni non si dice addio (lettera aperta a Mercuzio)

La storia è giunta al suo epilogo.

Le voci si intrecciano, sul palco, e là, in alto, dove vanno i sogni, perché sono più leggeri di quanto noi che li concepiamo potremo mai essere, lassù tu e Paride avanzate insieme. Vi guardate, vi posate la mano sulla spalla a vicenda, un cenno reciproco, poi vi separate. Paride scompare alla mia vista e tu procedi, ti fermi sull’orlo del buio, ti appoggi alla parete, malinconico, fragile, bellissimo. Resti lì finché la luce si spegne. I miei occhi non ti abbandonano nemmeno quando di te non rimane che una vaga sagoma nell’oscurità.

In cinque anni ho contemplato questo momento finale molte volte. Ognuna con l’intimo desiderio di catturare quegli istanti e imprimerli nella memoria, sempre con una punta di tristezza. Ma questa volta, l’ultima, non ero triste. Ho assorbito quella bellezza e quella poesia, caro Mercuzio, felice e piena di gratitudine, con il cuore spalancato.

Ma come? Felice di dire addio?

No, nessun addio.

Non si dice addio ai sogni. Soprattutto a quelli che ci hanno cambiati, nutriti, ispirati. Sogni di questo genere si legano a noi per sempre.

Non credo che Shakespeare ti abbia mai detto addio. Non credo che ti possa dire veramente addio chiunque abbia trovato in te un significato, una fiamma, un senso di riconoscimento.

Mercuzio, sono sincera, non mi mancherai. Non vedo perché dovresti. Ti amavo già quand’ero bambina, poi il destino ha messo sulla mia strada l’attore che ha reso di te l’incarnazione perfetta e il mio mondo si è riempito di arte, energia e speranza.

Quindi perché dovresti mancarmi?

Amico tu sei qui, ti sento ridere, la tua risata di monellino veronese. E sorrido anch’io.

Patti Smith scrisse queste parole in riferimento a Robert Mapplethorpe e io le chiedo in prestito per te:

Little blue star that offers light…

Piccola stella blu che offri la luce, tu ci sei e resti qui, in quella parte di me che hai contribuito a cambiare. Sei e rimani nel battito dentro il petto del tuo grande, insostituibile interprete. Nei suoi occhi, nei suoi gesti, nella sua voce ci sarà sempre una tua scintilla.

E, immagina, Mercuzio, immagina in quanti fantastici universi lui ancora ci deve portare. Immagina quante emozioni, quante storie, quanta musica… Immagina, tu che sai parlare di sogni, e tieniti pronto. Il viaggio ci aspetta.

Grazie di esserci, Mercuzio.

Grazie, Shakespeare. Grazie Romeo e Giulietta-Ama e cambia il mondo.

E grazie moltiplicato all’infinito a quell’artista magico che si chiama Luca Giacomelli Ferrarini.

(Foto in bianco e nero Chloe Car

Foto a colori di Luca Giacomelli Ferrarini)

L’inaugurazione di un sogno: il Cerchio di Legno si avvera

9.9.18

Una data che, a leggerla così, in forma numerica, ha qualcosa di magico e artistico, una combinazione perfetta, quasi circolare. E quindi la migliore data possibile per inaugurare la sede di Il Cerchio di Legno, il laboratorio di teatro che Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz dirigeranno a Mozzecane, in provincia di Verona.

《Sono molto emozionato, perché oggi si realizza un sogno che è partito tanto tempo fa》, ha detto Luca Giacomelli Ferrarini, poco prima del taglio del nastro. 《 Tante persone che sono qui presenti lo sanno e ci hanno aiutati. Finalmente oggi questo nastro verrà tagliato ed entreremo in questo nostro – e vostro – sogno che è il Cerchio di Legno》.

Un sogno di legno, vetrate, specchi, luci e profumo d’arte, con un angolo pieno di libri a tema, locandine e ricordi artistici, dove su una parete campeggia il bellissimo motto #cerchiamo.

La prima parola che viene alla mente varcandone la soglia è accogliente.

Speriamo che vi piaccia, perché sarà un po’ la vostra casa》ha detto Cristian Ruiz ai futuri allievi. E davvero vi si respira aria di casa: soprattutto si percepisce che è considerata tale in primis proprio da Luca e Cristian, basta guardare la luce nei loro occhi per capire quanto siano orgogliosi di questo nido di arte e speranza.

Belle le parole del sindaco di Mozzecane, che ha parlato di dialogo, apertura e sostegno al mondo commerciale, associativo e scolastico. Il Cerchio di Legno ha sede infatti in un edificio che ospita altre attività di vario genere, compresa una ludoteca gestita dall’asilo nido della cittadina, Il Cavalluccio Marino, e che lo rende quindi un piccolo polo culturale, artistico e sociale che punta sui giovani e sulla collaborazione. Davvero un bell’esempio, di questi tempi.

Alla bella e affollata inaugurazione era presente anche l’assessore alla cultura di Mozzecane, che ha sottolineato il valore positivo dell’entusiasmo di Luca e Cristian, poiché fare cultura è difficile. E sicuramente lo è, specie in Italia. Ma è difficile anche sognare e rendere un sogno realtà . Occorrono coraggio, tenacia, lungimiranza, la voglia di crederci a dispetto di tutto. Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz hanno sicuramente tutte queste caratteristiche, a cui aggiungerei anche la generosità. Da artisti, condividono i sogni per cui lottano con gli altri, dando la possibilità di generare e alimentare altri sogni. Vale per i loro allievi ma anche per chi semplicemente li sostiene, perché il loro modo di concepire il lavoro e l’arte può essere un modello da seguire per chiunque di noi, in qualsiasi campo.

Il Cerchio di Legno ha iniziato ufficialmente le lezioni il 10 settembre, il giorno dopo l’inaugurazione. Proseguiranno ogni lunedì, dalle 17, fino a giugno 2019. Ad affiancare Luca e Cristian nell’insegnamento ci saranno anche Antonio Torella, Valentina Ragno e Francesco Ruiz.

In bocca al lupo dunque a tutti i docenti e agli allievi, a chiunque troverà casa al Cerchio di Legno.

E #cerchiamo, sempre.

Se puoi sognarlo, puoi farlo- Walt Disney

(Foto in bianco e nero di Roberto Ferrarini

Logo e foto a colori di Luca Giacomelli Ferrarini)

Garcia Lorca: Federico è tutti

Si deve sognare. Povero colui che non sogna, poiché non vedrà mai la luce…

Agosto è il mese in cui il genio del grande Federico Garcia Lorca è stato spento. Come si spegne una stella troppo brillante e bella. Il giorno preciso non si conosce, gli studiosi restano tuttora indecisi tra il 17, il 18 e il 19. Poco importa, alla fine. La vita di Federico si è fermata alle prime luci di un’alba d’estate del 1936, pare vicino a un vecchio ulivo nei pressi della Fuente Grande, l’antica Ainadamar o Fontana delle lacrime, a poca distanza da Viznar.

Gabriele Morelli lo racconta nell’ultimo capitolo della bella biografia dedicata al poeta e drammaturgo andaluso. Pagine che non si vorrebbero leggere, che fanno male. Soprattutto dopo averne percorso la breve, tormentata esistenza, ricostruita con scrupoloso rispetto da Morelli, attraverso carteggi epistolari, diari e aneddoti di Federico stesso e delle persone vissute accanto a lui.

《Il mio giardino è il giardino delle possibilità, il giardino di ciò che non è, ma avrebbe potuto (e talora) avrebbe dovuto essere, il giardino delle teorie che passarono senza essere viste e dei bambini che non sono nati》

Così scriveva Federico nel 1923 ad un paio di amici. Controverso, fragile Federico, che dietro la facciata carismatica e brillante, celava un carattere complesso e drammatico, l’ossessione della paura della morte e tormenti interiori legati alla sua vita sentimentale e al suo bisogno di amore.

Ana Maria Dalì (sorella del grande Salvador, che fu legato a Lorca da un appassionato e conflittuale rapporto di amicizia e forse non solo) racconta di come, quando Federico cantava, suonava o recitava poesie, “la bocca e gli occhi splendevano in modo così straordinario che era impossibile restare indifferenti al magnetismo che emanava la sua persona. La sua voce era di un incanto particolare e la sua presenza, così come fa il cigno nel lago, illuminava quanto era intorno”.

Tanti, da Pablo Neruda a Bunuel sottolineano la grande forza di attrazione che esercitava. Significativo però ciò che scrive il poeta sivigliano Vicente Aleixandre: “(…) andava e veniva davanti ai suoi amici con qualcosa del genio alato che dispensa grazia, che rende felice un momento e poi fugge come fa la luce. (…) io amo a volte ricordare in solitudine un altro Federico, un’immagine che non tutti hanno visto: il nobile Federico della tristezza, l’uomo della solitudine e della passione che all’apice della sua vita di successo difficilmente si poteva indovinare. (…) Il suo cuore non era certo felice. (…) Amò molto, qualità che alcune persone superficiali non gli vollero riconoscere. E soffrì per amore, ciò che probabilmente nessuno seppe.

La biografia studia con cura tutto il percorso artistico di Lorca, da quello poetico a quello drammaturgico. In particolare ho amato l’approfondimento della passione che Federico nutriva per il teatro. La Barraca, la compagnia itinerante con cui girò la Spagna portando l’arte teatrale ai contadini e alla gente semplice dei piccoli villaggi, rappresenta ancora oggi un esempio di genuino amore per questa forma artistica e l’impegno entusiasta nel condividerla.

La Barraca è per me tutta la mia opera, l’opera che mi interessa, che mi esalta ancor più della mia opera letteraria, poiché per essa ho molte volte trascurato di scrivere un verso o di concludere una commedia (…) per lanciarmi attraverso le terre di Spagna, in una di queste stupende peregrinazioni del “mio teatro”.

Le rappresentazioni della Barraca erano sempre gratuite e i componenti della compagnia, in genere studenti universitari, lavoravano gratis.

Qui non esistono né primi né secondi attori; non si ammettono divi.

Lorca viaggiava e lavorava con i suoi ragazzi vestito di una semplice tuta da operaio. Metteva tutto se stesso nell’impresa, curando regia, scenografie, musiche, ogni aspetto degli allestimenti. Con l’intima soddisfazione di ricevere in cambio grandi emozioni, come illustra questo suo prezioso ricordo di una sera di pioggia.

Ricordo di aver vissuto ad Almazan una delle emozioni più intense della mia vita. Rappresentavamo all’aperto “La vida es sueño”. Cominciò a piovere. Si udiva solo il rumore della pioggia che cadeva sul palco, i versi di Calderon e la musica che li accompagnava, e tutt’intorno l’emozione dei contadini.

Una biografia, quindi, quella firmata da Morelli, che ricostruisce l’artista mostrandone anche i conflitti di uomo e la straordinaria sensibilità, che lo ha fatto vivere in maniera tanto viscerale e profonda. Il racconto necessario di una vita e di un destino, per poterne comprendere appieno le luci e le ombre, il genio, il crudele assassinio. Per non dimenticare, si potrebbe aggiungere, ma Federico Garcia Lorca è impossibile da scordare.

E se la morte è la morte che ne sarà dei poeti e delle cose addormentate che nessuno più ricorda?

Federico dorme ma il suo fuoco creativo seguita a bruciare in ogni emozione che le sue parole sanno trasmettere, in ogni sogno che alimentano e accendono.

Come sta scritto su una stele di pietra lungo la strada per Alcafar, là dove da qualche parte ancora giacciono mai trovate le sue spoglie, Lorca eran todos.

Lorca era tutti.

Tutti gli uomini uccisi durante la guerra civile. Tutti coloro che sono sepolti con lui a Viznar.

Federico è nella polvere, nell’erba, nel vento, nella pioggia.

Voglio dormire un momento,/ un momento, un minuto, un secolo;/ ma tutti sappiamo che non sono morto;/ che c’è una stalla d’oro sulle mie labbra;/ che sono il piccolo amico del vento dell’Ovest;/ che sono l’ombra immensa delle mie lacrime

Federico È tutti. Anche ora. Adesso. È tutti noi che aspiriamo al sogno.

Edizioni Salerno Editrice

Pagine 315

Versi tratti dai poemi Cancion otonal e Gacela de la muerte oscura

Inferno-Le dannate dantesche: una “discesa” nel teatro e nel cuore delle donne

Il teatro è un mondo complesso e coinvolgente, i cui confini si spingono ben al di là del palcoscenico, fino ai camerini, alle sale prove, alle ore, le settimane, i mesi di studio e fatica per arrivare a quel momento, in cui il sipario si apre e ci si gioca il tutto e per tutto a confronto col pubblico.

Qualcosa che le allieve del corso di musical della L.C. Art di Roma hanno decisamente imparato sulla propria pelle. Dal 19 al 22 luglio, hanno concluso il percorso formativo durato dieci mesi sotto l’abile direzione degli attori Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz e, come spettatrice, ho avuto l’opportunità di assistere all’affascinante genesi del loro spettacolo. Prima tre giorni di prove intensive nella sede del Teatro If e poi un ultimo, frenetico ed entusiasmante giorno nel luogo della messa in scena, il suggestivo Teatro Sala Uno, ricavato nella navata centrale della cripta della Scala Santa, in piazza Porta San Giovanni. Oscurità di pietra e legno e soffocante caldo estivo, l’adrenalina della prova generale, i costumi, il trucco… Un turbine davvero emozionante, che ha condotto alle due uniche repliche di uno spettacolo originale, di indubbia complessità e profondità: Inferno-Le dannate dantesche.

Da Aracne a Circe, da Semiramide a Medea, passando per Francesca da Rimini e Pentesilea, l’opera creata dalle allieve e dai loro insegnanti è stata un omaggio alla donna attraverso alcune delle più celebri figure storiche femminili che Dante ha relegato nel girone infernale della sua Divina Commedia. Uno sforzo collettivo (le studentesse hanno scelto i propri personaggi curandone costumi e testi), ben strutturato, con un buon ritmo e una colonna sonora di brani celebri della musica italiana abbinati con intelligenza alle vicende delle protagoniste (un esempio su tutti, la toccante L’amore rubato di Barbarossa cantata da Medusa). Vari i punti in cui riflettere e commuoversi, messi di fronte al prezzo che le donne hanno pagato e ancora pagano per essere se stesse. Lo spettacolo ha reso questo concetto in maniera emotivamente forte, specie nel finale. E, come detto dagli insegnanti stessi, nel mettersi in gioco, le allieve hanno dimostrato coraggio e vero amore per il teatro, affrontando il sudore, il trucco che cola, gli incidenti, gli errori e i rimproveri, l’ansia ma anche la gioia della meta raggiunta e di quegli istanti in cui esiste solo il palcoscenico e ci si offre agli spettatori.

Il teatro è tutto questo, con gli alti e i bassi, la magia e i sacrifici. Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz sanno bene come insegnarlo e non posso che ringraziarli, insieme alle loro allieve, per questa esperienza immersiva nella creatività e nell’arte. Vanno doverosamente citate anche Cristiana Corongiu e Paola La Rocca, infaticabili creatrici dell’associazione culturale L.C. Art, in perenne movimento come api operaie, a cui va il plauso di lavorare costantemente per offrire questa bella opportunità di studio e condivisione.

È già pronta a partire, infatti, da settembre, una nuova avventura formativa. Quest’anno ci hanno portato all’inferno: e l’anno prossimo?

Se volete scoprirlo e, soprattutto imparare e crescere, iscrivetevi!!

Locandina dello spettacolo di Luca Giacomelli Ferrarini e L.C. Art

Fotografie di Luca Giacomelli Ferrarini

Locandina del corso 2018/2019 di L.C. Art