Gotico americano: il sogno e la disillusione

Se almeno l’America di oggi non assomigliasse ancora così tanto al quadro di Grant Wood, American Gothic, facce bianche di vecchi impauriti che pensano di proteggere il loro mondo con un forcone, ma il loro mondo già non esiste più.

Oggi, mentre tutti si interrogano sull’esito delle elezioni americane, è il giorno perfetto per parlare di Gotico Americano che inizia nel 2016, proprio all’alba della vittoria di Donald Trump. Così come l’autrice Arianna Farinelli (che vive negli USA ormai da vent’anni) anche la protagonista, Bruna, ha lasciato da tempo l’Italia per New York e insegna scienze politiche in un college. Mentre sta per prendere il via l’era Trump, Bruna è a un punto di svolta della propria vita, costretta dagli eventi a mettere in discussione scelte, convinzioni, ambizioni e prospettive future. A partire, per esempio, dal matrimonio deludente con Tom, italoamericano proveniente da una famiglia di fervidi conservatori, che non si è  mai emancipato dal ruolo di figlio (lui, la sorella e la madre hanno gli stessi nomi dei personaggi di Un Tram chiamato desiderio di Tennessee Williams). Poi ci sono il lavoro e la carriera che non hanno dato i frutti sperati e il piccolo Mario, suo figlio, anima femminile imprigionata in un corpo maschile. E infine Yunus, uno dei suoi studenti, controverso e misterioso giovane afroamericano con cui ha intrapreso una relazione.

È l’amore incondizionato  che cerchiamo per tutta la vita. A volte lo troviamo ma non riusciamo a riconoscerlo. Altre volte non possiamo o non sappiamo riceverlo. Quasi mai riusciamo a donarlo. Io lo volevo da te. Tu da tuo marito. Tuo marito da sua madre.

Attraverso le vicende  private di Bruna e dei personaggi a lei legati, Arianna Farinelli affronta tanti temi importanti, dalla fragilità del sogno americano all’ipocrisia della mentalità conservatrice, dall’Isis alle differenze religiose, razziali e sociali, sino all’immigrazione e alla disforia di genere, quasi troppi argomenti, in un calderone che a volte perde un po’ di coesione e da cui emerge  un’immagine zoppicante e profondamente imperfetta degli USA. Se Tom risulta a tratti caricaturale, Bruna mi ha lasciata in bilico, ancora non ho deciso cosa penso del suo modo di vedere e affrontare le cose. Mi ha commossa invece Mario, già così consapevole del suo sentirsi femmina, indifeso in un mondo di adulti che lo rifiutano o lo accettano solo in superficie senza capirlo davvero, eppure tanto coraggioso, tanto se stesso. Anzi se stessa. E ho amato Yunus, il personaggio che per me è valso l’intero libro, con la storia migliore e più complessa.

Alla fine, era giunta la balena che mi aveva dato la caccia per tutta la vita. La stessa che aveva inghiottito mio padre. Sapevo che prima o poi sarei finito nel suo ventre, sotto tre strati di oscurità.

Il memoriale di Yunus è probabilmente la parte più avvincente del romanzo: dal destino crudele di suo padre sino al suo arruolamento nell’Isis, Yunus rappresenta il lato scomodo degli ideali americani, ricorda a Bruna di guardare al di là della sua bolla privilegiata, fatta di persone bianche e benestanti e di convinzioni fasulle e ipocrite. Tutto il suo percorso di vita è segnato dal colore della pelle e dalla mancanza di inclusione, di possibilità autentiche. Si potrebbe facilmente giudicarlo per l’adesione all’Isis ma l’autrice è molto abile nel costruire le sfumature dei suoi motivi.

Solo pochi capiranno che tutto questo è già accaduto: non è finzione ma verità storica e ancora una volta dalla storia non abbiamo imparato nulla.

Gotico Americano ha i suoi difetti, proprio come l’America che descrive, e probabilmente proprio per questo si tratta di imperfezioni inevitabili. Di certo fa riflettere, soprattutto su ciò che potremmo essere e su ciò che invece ci ostiniamo a rimanere. C’era una volta il sogno americano, poi, al risveglio, la disillusione.

Fuori la città si muoveva convulsamente come ogni giorno. Ma io e te eravamo fermi proprio come l’acqua del fiume quando le maree smettono di tormentarla.

Edizione gennaio 2020 Bompiani

Pagine 288

Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe: mai sottovalutare le donne, soprattutto se leggono

《Voi, signore, leggete uno strano assortimento di libri》 osservò James Harris.                              《Siamo uno strano assortimento di donne》

Il 31 ottobre non si può evitare di proporre una lettura da brivido e così oggi torno sul blog per raccontarvi quello che si può considerare a tutti gli effetti un libro horror. Orrore intelligente, attenzione, di quelli con vari sottotesti, metafore di concetti tutt’altro che soprannaturali. Immaginate dunque una sorta di crossover tra la serie tv Desperate Housewives e Le Notti di Salem di Stephen King: le protagoniste di Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe sono un gruppo di donne dalle vite ordinarie e mediamente ipocrite, che vivono in uno di quei tipici quartieri americani dove si può uscire senza chiudere a chiave la porta e ci si scambia ricette e inviti per il barbecue. Una pace apparente e fasulla in cui all’improvviso si insinua qualcosa di stonato, irrazionale, sinistro. Ma l’autore Grady Hendrix, nella prefazione, spiega cosa intendo molto meglio di me.

Con questo libro ho voluto mettere a confronto un uomo emancipato da ogni responsabilità, tranne i propri appetiti, e le donne le cui vite sono plasmate da una serie infinita di responsabilità. Ho voluto contrapporre Dracula a mia madre.

Esattamente. Devo dirlo, questa storia l’ha scritta un uomo ma gli uomini non ne escono bene. Dal mostro della situazione – il vampiro che si trasferisce nel quartiere – ai mariti delle protagoniste, gli uomini di Hendrix sembrano concentrati solo su se stessi, sui propri appetiti da soddisfare, siano essi sessuali, finanziari, di carriera. Pensano a lavorare, investire, perseguire il lusso, il successo, ne sono anche facilmente sedotti, e le loro donne vengono considerate accessori, le madri di famiglia che devono starsene a casa, pronte ad accudire coniuge, prole e anche suocera senza discutere. Se poi si mettono strane idee in testa ci sono sempre le pillole di calmanti.

Voi donne avete tutte una mente acuta, e so quanto sia difficile trovare stimoli intellettuali in un posto del genere. Aggiungete i libri malsani che leggete nel vostro club letterario ed ecco la ricetta perfetta per una sorta di isteria di gruppo.

Le nostre miti casalinghe sottovalutate hanno in effetti un club del libro, che si dedica soprattutto ai romanzi e ai saggi che ricostruiscono efferati delitti e casi di cronaca nera (vengono citati titolo famosissimi come Helter Skelter e A sangue freddo): sarà questo a spingerle a comprendere che sta accadendo qualcosa di spaventoso. Potrebbero fingere di non vedere, la tentazione è forte, ma invece sceglieranno di agire, di non arrendersi. Grady Hendrix, anche sceneggiatore, confeziona una trama brillante e ben calibrata, che dosa i momenti di dubbio e quelli di tensione, con almeno un paio di situazioni davvero horror. Più che paura, gli eventi generano in chi legge lo stesso senso di minaccia, incredulità, smarrimento (in alcuni casi disgusto) delle protagoniste. Il vampirismo è un pretesto per raccontare di una società che guarda dall’altra parte mentre i più deboli ed emarginati soccombono e che si lascia conquistare dal guadagno e dai privilegi. Ed è anche una riflessione sulla condizione delle donne, sulla loro forza e la volontà che le spinge a lottare per liberarsi degli stereotipi e dalle false etichette.

Piccola curiosità: l’autore ha all’attivo anche un romanzo di fantasmi ambientato in un punto vendita di mobili scandinavo, Horrorstör.

Insomma se siete in vena di brividi che fanno riflettere e vi piacciono le storie di coraggio e riscatto femminile, Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe è l’ideale per voi. E forse chissà vi verrà anche voglia di creare un club letterario: leggere fa bene!

Pensa che siamo una mandria di casalinghe perfette… Pensa che siamo come appariamo all’esterno: graziose signore del Sud. Lascia che ti dica una cosa… non c’è niente di grazioso nelle signore del Sud.

(Edizione luglio 2020 Mondadori

Traduzione di Rosa Prencipe

Pagine 456

La Ricamatrice di Winchester: le donne di Tracy Chevalier non si arrendono mai

A volte basta un filo a cambiare la trama.

Provo un affetto particolare per questo libro. Chi lo sa, forse se lo avessi letto in un altro momento mi avrebbe fatto un effetto diverso. Invece ha finito con l’essere il mio compagno fidato di diverse notti insonni durante il lockdown. E ricordo con piacere anche gli scambi di opinioni con chi me l’aveva consigliato. Se penso a La Ricamatrice di Winchester mi viene da sorridere.

Consideratemi un canovaccio ancora vuoto, senza punti da disfare.

C’è da dire che mi è piaciuta tanto la protagonista, Violet. Per gli standard dell’epoca in cui vive, tra le due guerre mondiali del secolo scorso, viene considerata una donna in eccedenza, nubile e difficilmente destinata a sposarsi. Ha perso il fidanzato nel primo conflitto bellico e, ormai vicina ai quarant’anni, il suo destino pare segnato: dato che il padre e un fratello sono morti e l’altro fratello è sposato con prole, ci si aspetta che tocchi a lei restare a occuparsi della madre, autoritaria e anafettiva. Ma questo è un romanzo di Tracy Chevalier e praticamente mai i suoi personaggi femminili fanno quello che il mondo si aspetta dalle donne.

Ma è questo che ci si aspetta da noi donne, no? Dobbiamo dare, dare, e aiutare gli altri, qualunque sia il nostro stato d’animo. È stancante e ingrato, a volte. Vorrei poter fare come te, salire sulla torre e non pensare ad altro, non sentire altro che il suono delle campane che vibra dentro di me. Penso che mi sentirei in Paradiso.

Non sempre sono stata d’accordo con lei, ma ho amato lo spirito ribelle di Violet. Che cade però si rialza, che spesso non può evitare di sentirsi in colpa anche se non dovrebbe. Perché a noi donne capita, il mondo ci spinge a dubitare di noi stesse, della validità dei nostri desideri. Eppure Violet non molla. Vuole l’indipendenza, una vita sessuale, la possibilità di fare esperienze, di innamorarsi, di valicare limiti. Dall’inizio alla fine del libro, l’ho vista compiere uno dopo l’altro tanti piccoli, grandi, a volte immensi, atti di libertà. Per certi versi mi è quasi parso che l’autrice qua e là le abbia fatto pagare pegno, ma Violet ne è uscita vincitrice. Una donna che si è rifiutata di restare dentro la casella assegnata dalla società.

Naturalmente aveva sentito parlare di quel tipo di donne e delle amicizie carnali che venivano attribuite alla scarsità di uomini, un tentativo disperato di fuggire dalla solitudine. Però guardando Gilda e Dorothy non si aveva quella sensazione: sembravano semplicemente fatte l’una per l’altra.

Inserendo nella trama anche la storia omosessuale di Gilda e Dorothy, Tracy Chevalier ha guadagnato ai miei occhi  almeno mille punti. Colpisce allo stomaco  leggere della convinzione  che l’attrazione fra donne fosse dovuta alla mancanza di uomini… La stessa Violet, quando realizza l’inclinazione dell’amica Gilda, sembra sulle prime non riuscire a crederla reale. Un tipico effetto del pensiero patriarcale, purtroppo. Ma, proprio come Violet, anche Gilda e Dorothy sono donne che non si piegano e lottano per difendere e mantenere il loro legame, vero e meritevole di essere considerato tale come qualsiasi altro amore. Peccato solo che la loro sia una vicenda secondaria.

Al di là delle vicissitudini  dei personaggi, si sa che ogni libro di Tracy Chevalier è anche una festa di dettagli storici curati e affascinanti. In questo caso, oltre alle tetre ma dovute riflessioni sul nazismo che si stava tristemente affermando, si parla dell’arte del ricamo e di quella campanaria. Il ricamo, lo ammetto, non fa per me, anche se mi piacerebbe vedere i cuscini ricamati della cattedrale di Winchester,  ma i concerti di campane mi hanno veramente conquistata. Le scene in cima al campanile sono tra le mie preferite. 

Violet guardava gli uomini in movimento e ascoltava i rintocchi delle campane, e per qualche istante suoni e gesti diventarono una cosa sola. Era come guardare un balletto e allo stesso tempo ascoltare un concerto.

Il ricamo comunque è alla base della storia. Le nostre vite sono un disegno complesso e, come recita il titolo originale, basta un filo, un unico filo per modificare l’intera immagine. Questo ha fatto Violet, questo hanno fatto Gilda e Dorothy. Hanno osato ricamare in libertà.

E poi ecco una splendida coincidenza: proprio quando io sto divorando tutta la produzione di Tracy Chevalier, per festeggiare i vent’anni del suo più grande successo, La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza da oggi, 3 settembre, ripubblica i suoi romanzi con una nuova veste grafica e le copertine realizzate da gatsby_books, già autore anche della bellissima copertina di La Ricamatrice di Winchester.

L’illustratore – seguitelo su Instagram, fa cose stupende! – ha raccontato di avere avuto la consulenza e l’approvazione di Tracy Chevalier in persona per i dettagli di ogni singola copertina. Io conto di collezionarle tutte e di recensirvi i titoli per farvele ammirare meglio.

Per chi non conosce questa autrice è il momento giusto per scoprirla. Magari iniziando proprio da La Ricamatrice di Winchester.

Edizione gennaio 2020 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 289

Le confessioni di Frannie Langton: del nero e del bianco, del rosso come il sangue, dell’amore, che ha più sfumature

E cosa fanno due donne in una stanza tutta per loro? Non è forse questa la domanda che turba di più i miei accusatori?

C’è qualcosa di molto seducente in questa storia. Una seduzione di stampo gotico, oscura e insieme dolce. Quel senso di passione profonda che  rievoca velluti e intimità nascoste, mescolato all’inquietudine generata da ciò che è corrotto e deviato. Me ne sono innamorata.

Un uomo scrive per distinguersi dalla storia collettiva. Una donna per poterne far parte. Quali sono le mie intenzioni nello scrivere queste pagine? La risposta è semplice: si tratta della mia vita, e voglio essere io stessa a metterne insieme i pezzi.

Incontriamo Frances Langton nel carcere londinese di Newgate. Sta per essere processata per omicidio plurimo, rischia la condanna a morte. Su richiesta del suo avvocato difensore, in cerca di appigli per aiutarla, si mette a scrivere la propria verità, racconta di se stessa, sin dall’infanzia. È nata schiava ma è istruita e con un passato molto più complicato di quel che si potrebbe credere.

Le confessioni di Frannie Langton è quindi un thriller storico? Una storia di delitti, sangue e misteri?

Questa però è una storia d’amore, e non solo la cronaca di un assassinio, anche se non so se è la storia che ti aspetti.

Sì, questa è anche, forse soprattutto, una storia d’amore. Un amore proibito in praticamente tutti i modi possibili, tragico sin dall’inizio. Nella Londra del primo Ottocento, la passione nasce fra due donne, una mulatta e una bianca, una cameriera che è stata schiava e la sua padrona. Una presunta omicida e la sua vittima. Nessun incauto spoiler da parte mia: il lettore sa fin dalle prime pagine che Frances è accusata di avere ucciso la sua Madame. E sa che lei l’amava.

Io avevo un ago di felicità nel petto, un dolore così acuto che temevo potesse uccidermi, la mente ancora infuocata da ciò che Madame e io stavamo facendo fino a pochi minuti prima.

Ho amato molto questa relazione già segnata, priva di equilibrio eppure così perfetta. Frances, impetuosa, introversa, indurita dall’esistenza ma anche capace di un amore spontaneo, affamato, sfacciato nella sua purezza. E Meg – Madame – affascinante e fragile, colma di contraddizioni e vuoti da riempire, bella e interessante come il quadro di un pittore ribelle, come il demonio. E come il demonio, pare, altrettanto dolce. Separate dalle origini e dalle circostanze, ma anche ugualmente prigioniere della loro condizione, del loro genere, degli obblighi e della solitudine. Sara Collins ha saputo costruire fra loro qualcosa di carnale, delicato e intossicante. Qualcosa che, nel bene e nel male, assomiglia all’oppio, da cui entrambe le donne sono dipendenti.

Prima che cominci a divorarti dall’interno, l’oppio è come una fiamma. È pura energia, e nello stesso tempo calma assoluta. Contrae le maglie del cervello. La gioia si trasforma in estasi. Ma la cosa migliore è che fa defluire via il mondo.

In questo libro, però, oltre alla passione e al mistero, ci sono anche disturbanti, acuti spunti di riflessione sul razzismo e sulla diversità. Si parla di sperimentazioni sulle persone di colore per scoprire e confermare differenze fisiche, cerebrali e cognitive, e sono pagine davvero inquietanti. Il velo di mistero sulle atrocità a cui Frances ha dovuto assistere in Giamaica le rende ancora più spaventose e aberranti. Bastano pochi dettagli, barlumi di procedimenti indicibili nel segreto di un capanno e la pelle si accapona, il senso di orrore è inevitabile.

Sapevo anche troppo bene che gli occhi hanno solo due scelte. Aprirsi o chiudersi. Quando si spalancano troppo e diventano troppo neri, è perché non possono fare spazio a tutto ciò che hanno visto.

Le confessioni di Frannie Langton è, alla fine, la storia dolorosa e struggente di una donna, la cui voce ci raggiunge attraverso il tempo e le pagine e ci racconta cosa significa essere tutto ciò che il mondo e gli uomini ritengono sbagliato. Merita di essere ascoltata.

Ebbene, la mia colpa è questa: sono una donna che si è innamorata di un’altra donna, il peggiore tra i peccati femminili, insieme alla sterilità e al raziocinio.

(Edizione gennaio 2020: Einaudi

Traduzione di Federica Oddera

Pagine 432 )

La via dei pianeti minori: tra il passato e il futuro ci sono le stelle, le cose non dette e l’emozione dell’attesa

Che cosa vedevano tutti loro lassù che li teneva incollati oltre l’ora del sonno?

Nel mese di luglio, la cometa Neowise ha attraversato il nostro cielo e anche al centro di La via dei pianeti minori c’è una cometa, che, con il suo viaggio siderale, fatto di ritorni periodici, scandisce le vite di un gruppo di astronomi e delle persone ad essi legate, per venticinque anni. Un quarto di secolo in cui uomini e donne invecchiano e muoiono, figli nascono e crescono, amori iniziano e matrimoni finiscono. Venticinque anni di scelte, cambiamenti ed errori, che si aprono e si chiudono su un’isola tredici giorni nel passato. Sì, avete letto bene: un’isola in cui il calendario gregoriano non è mai stato accettato e quindi si trova tredici giorni indietro rispetto al nostro tempo. Su quest’isola la cometa è stata scoperta e lì, in una notte di osservazione del 1965, accadrà un tragico incidente determinante per il futuro.

Che strano che le cose possano rivoltarsi così su se stesse a posteriori, pensò. Che il futuro sia sempre così inevitabile, e che il passato continui a cambiare forma.

Di nuovo, Andrew Sean Greer ha saputo conquistarmi. Mi aveva finora abituata a storie con pochi personaggi e dal ritmo piuttosto serrato ed ecco che invece questa volta mi sono ritrovata immersa in una trama insolitamente corale e dilatata nel tempo. All’inizio questo mi ha un po’ spiazzata ma poi lentamente sono scivolata nel flusso di tutte quelle esistenze intrecciate tra loro, cadenzate dai passaggi di una cometa. Perché, nonostante l’approccio narrativo appaia differente, l’abilità di Greer nel tratteggiare i sentimenti e i caratteri è sempre la stessa. Ha una delicatezza particolare nei confronti dei suoi personaggi, un’empatia profonda che si trasmette anche ai lettori. Non siamo solo spettatori di queste vite, riusciamo a comprenderle, a non giudicarle. E poi in questo caso ha parlato di stelle e di passione per l’astronomia. Un invito a nozze per me, inevitabile amarlo ancora di più.

Noi siamo sordi a ciò che la vita ci prepara.

È una storia dal retrogusto amaro, questa, anche piuttosto triste. Il senso di estraneità del cielo, lassù, è ben calibrato con quello di precarietà quaggiù. Le cose che capiamo troppo tardi, i fraintendimenti, quella mano che non ci siamo decisi a toccare, quella persona che aspettiamo, che forse aspetteremo sempre, sul sentiero. Comete, mondi, altre galassie ruotano sopra le nostre teste, in tempi e velocità che la mente stenta a contenere, e noi siamo qui, impegnati a non capirci, a inseguirci sbagliando le svolte, cercando la porta giusta per una chiave, per poi volare via verso il mare, come polvere.

Aveva sempre sperato che ci fosse tempo a sufficienza, che si potesse condurre una certa vita e poi, quando si fosse appannata, scambiarla con quella che avevi sempre desiderato; ma il tempo era finito. Era andato in fumo.

Però non crediate che sia una lettura deprimente. In realtà, in questo periodo così insolito, che aumenta le nostre insicurezze, può essere una lettura invece necessaria. Spinge a riflettere, a ricordarci che il tempo scorre e troppo spesso lo lasciamo passare senza impiegarlo davvero. Senza esporci. Sembrano concetti scontati, ma sappiamo tutti che la quotidianità ci distrae e ci fa mettere da parte anche ciò che è ovvio.

Nel mio cuore di lettrice, comunque, resterà l’immagine di un ragazzo che, pieno di emozione e ansia crescente, resta ad aspettare che la porta di casa si apra. La porta da cui deve entrare l’uomo che ha scelto. Un’attesa che contiene già tutti i futuri possibili di un amore e di una vita insieme. Voglio credere che per lui, lì, trepidante, con il cuore a mille per la gioia e la paura, si tratti dell’attesa giusta.

No, l’amore non era quello che gli avevano mostrato. Non il cortese accumulo di affetto. Non la sedimentazione del cuore. Era qualcosa che ti mette in grave pericolo e, come nel caso di Josh quando si sedette di nuovo a fissare la porta, che ti si annida nel cuore come una molla compressa.

(Edizione maggio 2019: La nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 395)

Cospirazione Medici: alla ricerca di un perfetto (o quasi) Giuliano De Medici

《Se ti rendessi Giuliano, cesserebbero le tue vendette?》

Nell’estate 2017, tre anni fa, trascorsi quattro indimenticabili giorni a Firenze, dedicati al teatro, all’amicizia e all’arte. Lo scopo principale del viaggio fu  La Congiura, in scena al Teatro del Maggio: un musical creato dal noto e ormai purtroppo scomparso compositore Riz Ortolani e ispirato al celebre complotto con cui la famiglia Pazzi, insieme ad altri illustri complici, tentò di rovesciare il potere dei Medici, il 26 aprile 1478. Devo a  quello spettacolo, il mio interesse  per la figura di Giuliano De Medici. Caduto vittima dei congiurati in quell’oscuro giorno, ancora giovanissimo, di lui restano la tomba nelle Cappelle Medicee, i versi e le parole che il poeta Poliziano gli dedicò, alcuni ritratti, le tracce della sua passione per la bellissima Simonetta Cattaneo Vespucci, il suo sangue in un figlio che non conobbe mai e che  diventò Papa. Questo e poco altro. Pare fosse molto amato e benvoluto, ma è passato alla storia soprattutto per la sua morte. La saggistica si concentra sul ben più famoso fratello maggiore, Lorenzo il Magnifico, e sulla loro controversa, ambiziosa famiglia. La narrativa spesso lo racconta in maniera approssimativa e storicamente inesatta. Esiste anche un’opera lirica di Leoncavallo, di cui è protagonista, ma considerata fra i lavori minori dell’autore. È una sorta di splendore  velato, quello del giovane Medici, una luce nell’ombra. Nemmeno io gli avevo mai prestato la dovuta attenzione, almeno fino a che Riz Ortolani e il suo interprete in teatro, Luca Giacomelli Ferrarini, mi hanno permesso di scoprirlo e da allora continuo a cercarlo tra pagine, musiche e fotogrammi.

Docile burattino nelle mani sagaci del Magnifico che arrivavano dovunque, e non risparmiavano nessuno, doveva attenersi a un preciso ruolo da interpretare nella costruzione della grandezza dinastica. Un ruolo da gregario, naturalmente.

In un saggio letto un paio di anni fa, mi colpì il fatto che i due autori si soffermassero sulle modalità della morte di Giuliano, massacrato con tale violenza che uno dei suoi assassini, il famigerato Francesco Pazzi, finì con l’autoinfliggersi una grave ferita a una gamba. L’aggressione avvenne a tradimento, Giuliano non ebbe neppure il tempo di provare a difendersi né fu possibile tentare di salvarlo, quindi perché tanto accanimento? Specie se si pensa che il bersaglio principale e  fondamentale  del complotto, Lorenzo, veniva nel frattempo attaccato con molta meno decisione ed efficacia e riusciva a sopravvivere. Quell’eccesso di ferocia nei confronti di Giuliano induce quindi a sospettare che le motivazioni di Francesco Pazzi avessero anche  sfumature personali e non solo politiche.

Plausibile, come idea. In effetti già suggerita anche nello spettacolo di Ortolani. Ed ecco che scopro che uno dei due autori del saggio sopra citato, Barbara Frale, ha costruito un romanzo proprio intorno a questa ipotesi. In Cospirazione Medici (certo si poteva trovare un titolo migliore…) l’autrice individua le radici dell’odio nella passione che legò Giuliano a  Simonetta Cattaneo Vespucci, musa del Botticelli, ammirata dall’intera Firenze, che morì all’improvviso due anni prima della Congiura. Due anni esatti prima, per essere precisi, proprio il 26 aprile 1476. Una coincidenza temporale che tuttora ha un sapore tragico e suggestivo. Difficile resistere alla tentazione di fantasticare su qualcosa che già la realtà ha reso speciale. Diversi testi fanno riferimento anche a ciò che accadde durante la Giostra in Piazza Santa Croce del 1475, che Giuliano vinse e dedicò a Simonetta e che fu poi celebrata in versi dal Poliziano: quel giorno Giuliano era riccamente – persino troppo- bardato e nella foga del torneo perse per la piazza vari ornamenti, in particolare numerose perle, a cui la tradizione popolare attribuisce un significato infausto. I superstiziosi, col senno di poi, non si sbagliarono.

La perla viene dall’acqua e dalla luna, e secondo qualcuno possiede un arcano rapporto con le lacrime.

È storicamente assodato che Giuliano abbia sofferto molto per la morte della splendida Simonetta, così come si sa che, poco prima della Congiura, stesse preparando il matrimonio con Semiramide Appiani, parente di Simonetta stessa. E Barbara Frale ha collegato i due fatti, aggiungendo allo scenario anche Francesco Pazzi. Sembra infatti che Semiramide assomigliasse parecchio alla defunta Simonetta e non è irrealistico supporre che Giuliano possa essersi invaghito di lei rivedendovi le sembianze dell’amata perduta. Ma nella trama costruita dall’autrice, Semiramide è già promessa a Francesco Pazzi e sarà la rottura del fidanzamento ad alimentarne il furore vendicativo. Va ricordato che all’epoca le unioni matrimoniali avevano una natura soprattutto patrimoniale e finanziaria, per cui il fallimento di tali accordi  non implicava solo un’onta a livello morale ma anche economico. La bella Semiramide, con buona pace dei romantici, non era una pedina contesa solo a livello passionale.

Lo ammetto, almeno secondo i miei gusti, le scene tra Giuliano e Semiramide scivolano spesso nel melenso, il linguaggio in generale tende a risultare verboso e le mie aspettative sulla rappresentazione di Giuliano continuano ad essere più alte e non completamente soddisfatte, ma il testo ha una sua solidità, rappresenta una buona ricostruzione storica e per una volta il Magnifico viene messo in secondo piano a favore del fratello. La prova del nove era la  morte di Giuliano, che mi è capitato di ritrovare in altri casi eccessivamente romanzata o infarcita di dettagli improbabili: qui per fortuna è resa in modo  molto vicino a quella che è la descrizione riportata dalle testimonianze del tempo.

Lei non era il futuro, non era l’amore di una vita, ma aveva ricevuto dagli dei un dono misterioso: teneva lontana la morte.

C’è anche lei, ovviamente. Fioretta. Nel musical di Riz Ortolani aveva lo stesso ruolo di Semiramide nel libro. Ed è presente, insieme a Simonetta, anche nell’opera di Leoncavallo. Sia nel musical che nell’opera lirica, così come nella maggioranza delle fonti storiche, viene chiamata Fioretta Gorini o Gori. Barbara Frale invece la chiama Flora “Fioretta” di Giovanni e la ritiene nipote del pittore Masaccio. Sia come sia, nella vita vera di Giuliano fu la madre del suo unico figlio, futuro Papa Clemente VII, nato un mese esatto dopo la morte del padre, il 26 maggio 1478. Un’altra notevole coincidenza temporale. In questa versione della vicenda appare poco, però la sua presenza aggiunge un tocco struggente e delicato, specie nel finale.

In definitiva una lettura che vale la pena e che comunque, nonostante qualche riserva, consiglio.

Concludo tornando a un ricordo dello scorso gennaio. Era sera tardi e camminavo sola per Firenze, diretta verso l’albergo: persa nei miei pensieri mi sono resa conto solo all’ultimo momento che stavo passando davanti alle Cappelle Medicee, silenziose e addormentate. Niente turisti a quell’ora, solo pace, solo riposo. Mi sono fermata per un attimo e ho detto “Ciao Giuliano”.

Edizione ottobre 2019 Newton Compton

Pagine 284

Quando cadono gli angeli: certi libri sono inattesi colpi di fulmine

Se ho il vuoto intorno sono terrorizzata, se sono in mezzo alla gente sono terrorizzata. In poche parole non c’è  un posto che mi vada bene  – sono sempre o troppo vicina o troppo lontana dal fuoco.

Con i libri accade come con le persone. Ci si incontra. A volte è un incontro che abbiamo cercato, un’attrazione o una simpatia nate spontanee che assecondiamo. A volte le nostre strade si incrociano per caso, un giorno in cui eravamo usciti per cercare altro. Oppure si tratta di incontri combinati. Qualcuno di cui ci fidiamo ci presenta un libro sconosciuto e, nonostante la diffidenza per gli appuntamenti al buio, cediamo alla curiosità e… Sorpresa! Scatta un inatteso colpo di fulmine! Esattamente quello che mi è accaduto con Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier.

Pensavo che volessi fare l’astronoma ma adesso so che mi sbagliavo. Basta che tu faccia qualcosa, non mi interessa cosa. Fuorché la moglie. Ma questo non dirlo a papà.

È stato un incontro al buio in cui la curiosità andava di pari passo con una certa dose di pregiudizio. Dopo avere letto davvero troppi anni fa il celeberrimo La ragazza con l’orecchino di perla, avevo acquistato almeno altri tre titoli di Tracy Chevalier lasciandoli nella pila dei libri ancora da aprire. Nel tempo mi ero fabbricata un’idea preconcetta su di lei, la pensavo la classica autrice di romance storici (non che ci sia niente di male negli storici puramente romance ma è un genere che ho gradito in passato e poi abbandonato). A proposito di Quando cadono gli angeli ricordo una citazione un po’ riduttiva del Corriere della Sera che parlava di “amore e morte ai tempi delle suffraggette“.

Sembrava che tutti stessero dicendo: “Botte alle nonne”. Solo alla terza volta ho capito che dicevano: “Il voto alle donne!”

Chiarisco: non è che l’amore, la morte o la suffragette non c’entrino. C’entrano, eccome, ma non nella maniera e nelle forme in cui ci si potrebbe aspettare. Sono tutte cause ed effetti di un insieme più complesso. La cosa più affascinante  è  l’approccio narrativo adottato dall’autrice, che fa sembrare un intreccio molto ricco e profondo quasi semplice, almeno alla prima occhiata.        La trama copre dieci anni dell’esistenza di due famiglie (vicine di casa e di tomba), dalla morte della regina Vittoria, nel 1901, a quella di suo figlio, re Edoardo, nel 1911. Tracy Chevalier alterna le voci dei tanti personaggi in prima persona, in veloci capitoli brevi (alcuni addirittura di una sola riga), scritti con un tono colloquiale, spontaneo, ironico e moderno, che prende le distanze dalla classica narrazione sotto forma di diario o dialogo epistolare tipica di molti libri d’epoca. Nella traduzione italiana di Luciana Pugliese, specie quando a esprimersi sono i bambini o la servitù, viene usato un linguaggio “parlato”, con evidenti “libertà” grammaticali, che rende perfettamente le singole età, personalità, educazioni. Se in principio questo mi ha spiazzata, poi è diventato  la motivazione principale del mio innamoramento: mi ha spinta ad apprezzare ogni personaggio, anche quelli ben poco simpatici, perché ho comunque conosciuto i loro intimi punti di vista, esposti così come li pensavano, naturali, imperfetti, autentici. Kitty, Maude, Simon, Ivy May… Alcuni hanno conquistato un posto speciale nel mio cuore, ma davvero sono in generale una carrellata di personaggi memorabili.

Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.

Vite tutto sommato ordinarie, sembra non succedere niente e poi invece succede tutto. Si ride anche, molto. E si soffre, all’improvviso. Gli angeli cadono quando, distratti, si sta guardando altrove. Angeli di pietra, come quelli del cimitero al centro della storia, dove nascono e muoiono amicizie, amori, destini e delicati legami silenziosi, più forti delle parole. Angeli di fuoco, che se ne vanno via trovando la libertà nella scia di una cometa.

Il cielo è bello, visto da due metri e mezzo più in basso.

Ringrazio chi mi ha “presentato” questo libro. Quanto è prezioso un consiglio che cancella un pregiudizio?

(Articolo aggiornato con la copertina di gatsby_books della nuova edizione settembre 2020 Neri Pozza

Traduzione di Luciana Pugliese

Pagine 363)

Due donne alla Casa Bianca: un amore che splendeva nell’ombra

Tu mi vedi. Mi vedi tutta e non credo che tu possa amare tutto quello che vedi. Io lo spero, ma ne dubito. Però mi vedi. La mia persona per intero. Non solo te riflessa nei miei occhi. Non soltanto la persona che ti ama. Io.

La lunga relazione tra Eleanor Roosevelt e Lorena Hickok non è stata una novità per me. Ne avevo letto già diversi anni fa in un libro di Laura Laurenzi, dedicato ad alcune delle più famose storie d’amore omosessuali del Novecento. Eleanor fu una delle first lady più leggendarie, amatissima paladina dei diritti civili e dei più deboli. Lorena, detta Hick, era una giornalista di successo, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il loro legame, molto discusso, durò trent’anni. Amy Bloom lo ricostruisce dal punto di vista di Hick, compresa una digressione sulla sua vita prima dell’incontro con Eleanor. In una nota, l’autrice precisa, che pur basato su documenti storici, il libro è un puro lavoro di finzione, ma per quanto possa esserlo, restituisce comunque una realistica mappa emotiva di un rapporto davvero accaduto e vissuto. Nonostante pare che Hick abbia distrutto le missive più esplicite, resta comunque una mole impressionante di lettere scambiata fra le due donne, a testimoniare la loro forte intimità.

… quando dall’altra parte della stanza, le si accendevano gli occhi, quando si toccava con la punta delle dita la base della gola, per indicare il mio posto, per indicare se stessa, pensavo che non c’era sacrificio che non avrei fatto per lei…

La prospettiva di Lorena – che visse alla Casa Bianca e venne anche chiamata la First Friend– racconta bene le sue difficoltà nel rimanere accanto a una donna che non era soltanto la moglie di un presidente, ma anche e soprattutto una figura pubblica che apparteneva al mondo e mai sarebbe potuta essere solo e semplicemente sua. Un sacrificio personale e professionale che Lorena scelse e affrontò, rinunciando alla carriera e all’affermazione fin lì guadagnata, non potendo più garantire l’imparzialità dei propri articoli, e restando sempre un passo indietro, a supportare nell’ombra il percorso di Eleanor. Una strada non facile, terminata tristemente appena sei anni dopo la morte della ormai ex first lady. In questo senso la chiusura del libro è una sorta di ultima, poetica e consolatoria dichiarazione d’amore.

Un approccio non scontato, quello di Amy Bloom: mentre la Storia con la S maiuscola scorre sullo sfondo con i suoi personaggi più o meno importanti, come il controverso e carismatico Franklin Delano Roosevelt, l’autrice si sofferma sulle istantanee di momenti rubati e personali, in un rimescolarsi di scene avanti e indietro nel tempo, viaggi insieme, dialoghi notturni, scambi di sguardi con dentro interi mondi, carezze condivise. E ad arrivare più di tutto, a conservarsi anche dopo la lettura, sono il calore, la tenerezza sensuale, la carnalità appassionata e gioiosa, che quasi si riescono a toccare e traboccano tra le righe. Spero che per Hick e Eleanor sia stato davvero così.

Dicevamo sempre: non siamo due bellezze, perché era impossibile dire la verità. A letto eravamo due bellezze. Eravamo dee. Le ragazzine che non eravamo mai state: amate, impertinenti, felici e deliziose.

Edizione agosto 2019 Fazi

Traduzione di Giacomo Cuva

Pagine 252

Le vite impossibili di Greta Wells: un viaggio avventuroso tra le nostre possibilità alternative

Una volta nella vita l’impensabile capita a tutti.

Forse tutti lo abbiamo sognato, presto o tardi, magari dopo una separazione, un lutto, in un momento di sconfitta o tristezza: avere un’altra occasione, una nuova opportunità, una vita alternativa in cui magari ritrovare chi abbiamo più amato e poi perduto avendo la possibilità di salvarlo o di compiere scelte diverse.

Se ci circondano altri mondi, solo un lampo più in là, allora che cosa ci trattiene da scivolarci dentro?

Ebbene per Greta Wells sono addirittura due le esistenze parallele da scoprire e esplorare. Nella sua vita attuale, a New York nel 1985, i vuoti sono abissi incolmabili: l’adorato fratello gemello Felix è stato portato via dall’Aids e Nathan, l’uomo della sua vita, l’ha lasciata. Le restano soltanto l’eccentrica zia Ruth e Alan, compagno del fratello, destinato a soccombere anche lui all’Aids, di lì a poco. In preda alla depressione, Greta arriva a tentare la carta della terapia elettroconvulsivante, che però le causa un effetto collaterale sorprendente: dopo ogni trattamento comincia a rimbalzare nella New York del 1918, dove una guerra sta per finire, e nella New York del 1941, dove una guerra sta per iniziare. Ritrova la stessa identità, la stessa casa, le stesse persone, da Felix a Nathan, anche Ruth e Alan. E volti nuovi, come il giovane Leo. Scenari diversi eppure uguali, ricombinazioni di destini e percorsi. Quando i trattamenti finiranno cosa farà Greta? Quali porte chiuderà? Quali deciderà di attraversare?

È questa la donna che sognavi di essere? È questa?

Questo è il terzo libro che leggo di Andrew Sean Greer e non mi delude mai. In questa storia incredibile il suo stile si mantiene sempre vivido e teso, trasportando il lettore avanti e indietro nelle epoche e tra le più svariate emozioni contrastanti, insieme a Greta. Colpisce la complessità e la profondità delle riflessioni che induce la trama: la quantità di noi stessi che ci portiamo dentro, quei lati che affiorano, quelli che restano assopiti per sempre, che potrebbero essere in un altro luogo, in un altro tempo. Quanto di noi non conosciamo? Quanto non sceglieremo mai?

Come mai ci riesce così impossibile credere al fatto che abbiamo tante teste come certi mostri, tante braccia quante certe divinità, e tanti cuori quanto gli angeli?

Ho amato soprattutto la capacità dell’autore di comprendere il pensiero femminile. Non è scontato. Greta è scritta in modo vivo, vitale, vero, tutte le sfumature dei suoi sentimenti – dall’amore struggente per il fratello a quello complicato per Nathan- tutte le sue paure di donna, le sue esitazioni, il suo coraggio, le sue scelte giuste e sbagliate, tutto è reso con realismo e partecipazione. Andrew Sean Greer non la giudica, non appiccica alle sue azioni una comoda lezione di morale maschile. Lui capisce Greta e la racconta.

E dunque ditemi, signori, ditemi: in quale epoca e luogo è stato facile essere donna?

Le vite impossibili di Greta Wells è una lettura particolarmente adatta a questo periodo e non solo perché nella parte ambientata nel 1918 sta imperversando l’influenza spagnola. Lo è perché tutti noi, chi più chi meno, stiamo rivalutando i nostri ruoli, ripensando progetti per il futuro, ricalibrando desideri e paure, in una realtà di colpo cambiata e ancora da assimilare. Forse le esperienze e le emozioni di Greta non sono poi tanto distanti dalle nostre.

Ricordati di come ti risvegliavi in quelle mattine strane, con l’animo inquieto ed emozionato. Non diluire te stessa in giornate insignificanti. Greta: lascia la tua impronta nel mondo.

Edizione 2013 Bompiani

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83