La via dei pianeti minori: tra il passato e il futuro ci sono le stelle, le cose non dette e l’emozione dell’attesa

Che cosa vedevano tutti loro lassù che li teneva incollati oltre l’ora del sonno?

Nel mese di luglio, la cometa Neowise ha attraversato il nostro cielo e anche al centro di La via dei pianeti minori c’è una cometa, che, con il suo viaggio siderale, fatto di ritorni periodici, scandisce le vite di un gruppo di astronomi e delle persone ad essi legate, per venticinque anni. Un quarto di secolo in cui uomini e donne invecchiano e muoiono, figli nascono e crescono, amori iniziano e matrimoni finiscono. Venticinque anni di scelte, cambiamenti ed errori, che si aprono e si chiudono su un’isola tredici giorni nel passato. Sì, avete letto bene: un’isola in cui il calendario gregoriano non è mai stato accettato e quindi si trova tredici giorni indietro rispetto al nostro tempo. Su quest’isola la cometa è stata scoperta e lì, in una notte di osservazione del 1965, accadrà un tragico incidente determinante per il futuro.

Che strano che le cose possano rivoltarsi così su se stesse a posteriori, pensò. Che il futuro sia sempre così inevitabile, e che il passato continui a cambiare forma.

Di nuovo, Andrew Sean Greer ha saputo conquistarmi. Mi aveva finora abituata a storie con pochi personaggi e dal ritmo piuttosto serrato ed ecco che invece questa volta mi sono ritrovata immersa in una trama insolitamente corale e dilatata nel tempo. All’inizio questo mi ha un po’ spiazzata ma poi lentamente sono scivolata nel flusso di tutte quelle esistenze intrecciate tra loro, cadenzate dai passaggi di una cometa. Perché, nonostante l’approccio narrativo appaia differente, l’abilità di Greer nel tratteggiare i sentimenti e i caratteri è sempre la stessa. Ha una delicatezza particolare nei confronti dei suoi personaggi, un’empatia profonda che si trasmette anche ai lettori. Non siamo solo spettatori di queste vite, riusciamo a comprenderle, a non giudicarle. E poi in questo caso ha parlato di stelle e di passione per l’astronomia. Un invito a nozze per me, inevitabile amarlo ancora di più.

Noi siamo sordi a ciò che la vita ci prepara.

È una storia dal retrogusto amaro, questa, anche piuttosto triste. Il senso di estraneità del cielo, lassù, è ben calibrato con quello di precarietà quaggiù. Le cose che capiamo troppo tardi, i fraintendimenti, quella mano che non ci siamo decisi a toccare, quella persona che aspettiamo, che forse aspetteremo sempre, sul sentiero. Comete, mondi, altre galassie ruotano sopra le nostre teste, in tempi e velocità che la mente stenta a contenere, e noi siamo qui, impegnati a non capirci, a inseguirci sbagliando le svolte, cercando la porta giusta per una chiave, per poi volare via verso il mare, come polvere.

Aveva sempre sperato che ci fosse tempo a sufficienza, che si potesse condurre una certa vita e poi, quando si fosse appannata, scambiarla con quella che avevi sempre desiderato; ma il tempo era finito. Era andato in fumo.

Però non crediate che sia una lettura deprimente. In realtà, in questo periodo così insolito, che aumenta le nostre insicurezze, può essere una lettura invece necessaria. Spinge a riflettere, a ricordarci che il tempo scorre e troppo spesso lo lasciamo passare senza impiegarlo davvero. Senza esporci. Sembrano concetti scontati, ma sappiamo tutti che la quotidianità ci distrae e ci fa mettere da parte anche ciò che è ovvio.

Nel mio cuore di lettrice, comunque, resterà l’immagine di un ragazzo che, pieno di emozione e ansia crescente, resta ad aspettare che la porta di casa si apra. La porta da cui deve entrare l’uomo che ha scelto. Un’attesa che contiene già tutti i futuri possibili di un amore e di una vita insieme. Voglio credere che per lui, lì, trepidante, con il cuore a mille per la gioia e la paura, si tratti dell’attesa giusta.

No, l’amore non era quello che gli avevano mostrato. Non il cortese accumulo di affetto. Non la sedimentazione del cuore. Era qualcosa che ti mette in grave pericolo e, come nel caso di Josh quando si sedette di nuovo a fissare la porta, che ti si annida nel cuore come una molla compressa.

(Edizione maggio 2019: La nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 395)

Cospirazione Medici: alla ricerca di un perfetto (o quasi) Giuliano De Medici

《Se ti rendessi Giuliano, cesserebbero le tue vendette?》

Nell’estate 2017, tre anni fa, trascorsi quattro indimenticabili giorni a Firenze, dedicati al teatro, all’amicizia e all’arte. Lo scopo principale del viaggio fu  La Congiura, in scena al Teatro del Maggio: un musical creato dal noto e ormai purtroppo scomparso compositore Riz Ortolani e ispirato al celebre complotto con cui la famiglia Pazzi, insieme ad altri illustri complici, tentò di rovesciare il potere dei Medici, il 26 aprile 1478. Devo a  quello spettacolo, il mio interesse  per la figura di Giuliano De Medici. Caduto vittima dei congiurati in quell’oscuro giorno, ancora giovanissimo, di lui restano la tomba nelle Cappelle Medicee, i versi e le parole che il poeta Poliziano gli dedicò, alcuni ritratti, le tracce della sua passione per la bellissima Simonetta Cattaneo Vespucci, il suo sangue in un figlio che non conobbe mai e che  diventò Papa. Questo e poco altro. Pare fosse molto amato e benvoluto, ma è passato alla storia soprattutto per la sua morte. La saggistica si concentra sul ben più famoso fratello maggiore, Lorenzo il Magnifico, e sulla loro controversa, ambiziosa famiglia. La narrativa spesso lo racconta in maniera approssimativa e storicamente inesatta. Esiste anche un’opera lirica di Leoncavallo, di cui è protagonista, ma considerata fra i lavori minori dell’autore. È una sorta di splendore  velato, quello del giovane Medici, una luce nell’ombra. Nemmeno io gli avevo mai prestato la dovuta attenzione, almeno fino a che Riz Ortolani e il suo interprete in teatro, Luca Giacomelli Ferrarini, mi hanno permesso di scoprirlo e da allora continuo a cercarlo tra pagine, musiche e fotogrammi.

Docile burattino nelle mani sagaci del Magnifico che arrivavano dovunque, e non risparmiavano nessuno, doveva attenersi a un preciso ruolo da interpretare nella costruzione della grandezza dinastica. Un ruolo da gregario, naturalmente.

In un saggio letto un paio di anni fa, mi colpì il fatto che i due autori si soffermassero sulle modalità della morte di Giuliano, massacrato con tale violenza che uno dei suoi assassini, il famigerato Francesco Pazzi, finì con l’autoinfliggersi una grave ferita a una gamba. L’aggressione avvenne a tradimento, Giuliano non ebbe neppure il tempo di provare a difendersi né fu possibile tentare di salvarlo, quindi perché tanto accanimento? Specie se si pensa che il bersaglio principale e  fondamentale  del complotto, Lorenzo, veniva nel frattempo attaccato con molta meno decisione ed efficacia e riusciva a sopravvivere. Quell’eccesso di ferocia nei confronti di Giuliano induce quindi a sospettare che le motivazioni di Francesco Pazzi avessero anche  sfumature personali e non solo politiche.

Plausibile, come idea. In effetti già suggerita anche nello spettacolo di Ortolani. Ed ecco che scopro che uno dei due autori del saggio sopra citato, Barbara Frale, ha costruito un romanzo proprio intorno a questa ipotesi. In Cospirazione Medici (certo si poteva trovare un titolo migliore…) l’autrice individua le radici dell’odio nella passione che legò Giuliano a  Simonetta Cattaneo Vespucci, musa del Botticelli, ammirata dall’intera Firenze, che morì all’improvviso due anni prima della Congiura. Due anni esatti prima, per essere precisi, proprio il 26 aprile 1476. Una coincidenza temporale che tuttora ha un sapore tragico e suggestivo. Difficile resistere alla tentazione di fantasticare su qualcosa che già la realtà ha reso speciale. Diversi testi fanno riferimento anche a ciò che accadde durante la Giostra in Piazza Santa Croce del 1475, che Giuliano vinse e dedicò a Simonetta e che fu poi celebrata in versi dal Poliziano: quel giorno Giuliano era riccamente – persino troppo- bardato e nella foga del torneo perse per la piazza vari ornamenti, in particolare numerose perle, a cui la tradizione popolare attribuisce un significato infausto. I superstiziosi, col senno di poi, non si sbagliarono.

La perla viene dall’acqua e dalla luna, e secondo qualcuno possiede un arcano rapporto con le lacrime.

È storicamente assodato che Giuliano abbia sofferto molto per la morte della splendida Simonetta, così come si sa che, poco prima della Congiura, stesse preparando il matrimonio con Semiramide Appiani, parente di Simonetta stessa. E Barbara Frale ha collegato i due fatti, aggiungendo allo scenario anche Francesco Pazzi. Sembra infatti che Semiramide assomigliasse parecchio alla defunta Simonetta e non è irrealistico supporre che Giuliano possa essersi invaghito di lei rivedendovi le sembianze dell’amata perduta. Ma nella trama costruita dall’autrice, Semiramide è già promessa a Francesco Pazzi e sarà la rottura del fidanzamento ad alimentarne il furore vendicativo. Va ricordato che all’epoca le unioni matrimoniali avevano una natura soprattutto patrimoniale e finanziaria, per cui il fallimento di tali accordi  non implicava solo un’onta a livello morale ma anche economico. La bella Semiramide, con buona pace dei romantici, non era una pedina contesa solo a livello passionale.

Lo ammetto, almeno secondo i miei gusti, le scene tra Giuliano e Semiramide scivolano spesso nel melenso, il linguaggio in generale tende a risultare verboso e le mie aspettative sulla rappresentazione di Giuliano continuano ad essere più alte e non completamente soddisfatte, ma il testo ha una sua solidità, rappresenta una buona ricostruzione storica e per una volta il Magnifico viene messo in secondo piano a favore del fratello. La prova del nove era la  morte di Giuliano, che mi è capitato di ritrovare in altri casi eccessivamente romanzata o infarcita di dettagli improbabili: qui per fortuna è resa in modo  molto vicino a quella che è la descrizione riportata dalle testimonianze del tempo.

Lei non era il futuro, non era l’amore di una vita, ma aveva ricevuto dagli dei un dono misterioso: teneva lontana la morte.

C’è anche lei, ovviamente. Fioretta. Nel musical di Riz Ortolani aveva lo stesso ruolo di Semiramide nel libro. Ed è presente, insieme a Simonetta, anche nell’opera di Leoncavallo. Sia nel musical che nell’opera lirica, così come nella maggioranza delle fonti storiche, viene chiamata Fioretta Gorini o Gori. Barbara Frale invece la chiama Flora “Fioretta” di Giovanni e la ritiene nipote del pittore Masaccio. Sia come sia, nella vita vera di Giuliano fu la madre del suo unico figlio, futuro Papa Clemente VII, nato un mese esatto dopo la morte del padre, il 26 maggio 1478. Un’altra notevole coincidenza temporale. In questa versione della vicenda appare poco, però la sua presenza aggiunge un tocco struggente e delicato, specie nel finale.

In definitiva una lettura che vale la pena e che comunque, nonostante qualche riserva, consiglio.

Concludo tornando a un ricordo dello scorso gennaio. Era sera tardi e camminavo sola per Firenze, diretta verso l’albergo: persa nei miei pensieri mi sono resa conto solo all’ultimo momento che stavo passando davanti alle Cappelle Medicee, silenziose e addormentate. Niente turisti a quell’ora, solo pace, solo riposo. Mi sono fermata per un attimo e ho detto “Ciao Giuliano”.

Edizione ottobre 2019 Newton Compton

Pagine 284

Quando cadono gli angeli: certi libri sono inattesi colpi di fulmine

Se ho il vuoto intorno sono terrorizzata, se sono in mezzo alla gente sono terrorizzata. In poche parole non c’è  un posto che mi vada bene  – sono sempre o troppo vicina o troppo lontana dal fuoco.

Con i libri accade come con le persone. Ci si incontra. A volte è un incontro che abbiamo cercato, un’attrazione o una simpatia nate spontanee che assecondiamo. A volte le nostre strade si incrociano per caso, un giorno in cui eravamo usciti per cercare altro. Oppure si tratta di incontri combinati. Qualcuno di cui ci fidiamo ci presenta un libro sconosciuto e, nonostante la diffidenza per gli appuntamenti al buio, cediamo alla curiosità e… Sorpresa! Scatta un inatteso colpo di fulmine! Esattamente quello che mi è accaduto con Quando cadono gli angeli di Tracy Chevalier.

Pensavo che volessi fare l’astronoma ma adesso so che mi sbagliavo. Basta che tu faccia qualcosa, non mi interessa cosa. Fuorché la moglie. Ma questo non dirlo a papà.

È stato un incontro al buio in cui la curiosità andava di pari passo con una certa dose di pregiudizio. Dopo avere letto davvero troppi anni fa il celeberrimo La ragazza con l’orecchino di perla, avevo acquistato almeno altri tre titoli di Tracy Chevalier lasciandoli nella pila dei libri ancora da aprire. Nel tempo mi ero fabbricata un’idea preconcetta su di lei, la pensavo la classica autrice di romance storici (non che ci sia niente di male negli storici puramente romance ma è un genere che ho gradito in passato e poi abbandonato). Un po’ credo sia dovuto alle copertine. Anche quella di Quando cadono gli angeli (mi riferisco all’edizione Beat in mio possesso) è abbastanza fuorviante. C’è persino una citazione del Corriere della Sera che parla di “amore e morte ai tempi delle suffragette”. Ebbene la lezione che ne ho tratto è che davvero, proverbialmente, non bisogna mai giudicare un libro dalla copertina. E vale in modo particolare quando lo si incontra in un appuntamento al buio.

Sembrava che tutti stessero dicendo: “Botte alle nonne”. Solo alla terza volta ho capito che dicevano: “Il voto alle donne!”

Chiarisco: non è che l’amore, la morte o la suffragette non c’entrino. C’entrano, eccome, ma non nella maniera e nelle forme in cui ci si potrebbe aspettare. Sono tutte cause ed effetti di un insieme più complesso. La cosa più affascinante  è  l’approccio narrativo adottato dall’autrice, che fa sembrare un intreccio molto ricco e profondo quasi semplice, almeno alla prima occhiata.        La trama copre dieci anni dell’esistenza di due famiglie (vicine di casa e di tomba), dalla morte della regina Vittoria, nel 1901, a quella di suo figlio, re Edoardo, nel 1911. Tracy Chevalier alterna le voci dei tanti personaggi in prima persona, in veloci capitoli brevi (alcuni addirittura di una sola riga), scritti con un tono colloquiale, spontaneo, ironico e moderno, che prende le distanze dalla classica narrazione sotto forma di diario o dialogo epistolare tipica di molti libri d’epoca. Nella traduzione italiana di Luciana Pugliese, specie quando a esprimersi sono i bambini o la servitù, viene usato un linguaggio “parlato”, con evidenti “libertà” grammaticali, che rende perfettamente le singole età, personalità, educazioni. Se in principio questo mi ha spiazzata, poi è diventato  la motivazione principale del mio innamoramento: mi ha spinta ad apprezzare ogni personaggio, anche quelli ben poco simpatici, perché ho comunque conosciuto i loro intimi punti di vista, esposti così come li pensavano, naturali, imperfetti, autentici. Kitty, Maude, Simon, Ivy May… Alcuni hanno conquistato un posto speciale nel mio cuore, ma davvero sono in generale una carrellata di personaggi memorabili.

Da sopra la sua spalla ho visto cadere una stella. Ero io.

Vite tutto sommato ordinarie, sembra non succedere niente e poi invece succede tutto. Si ride anche, molto. E si soffre, all’improvviso. Gli angeli cadono quando, distratti, si sta guardando altrove. Angeli di pietra, come quelli del cimitero al centro della storia, dove nascono e muoiono amicizie, amori, destini e delicati legami silenziosi, più forti delle parole. Angeli di fuoco, che se ne vanno via trovando la libertà nella scia di una cometa.

Il cielo è bello, visto da due metri e mezzo più in basso.

Ringrazio chi mi ha “presentato” questo libro. Quanto è prezioso un consiglio che cancella un pregiudizio?

Edizione Beat novembre 2015

Traduzione di Luciana Pugliese

Pagine 363

Due donne alla Casa Bianca: un amore che splendeva nell’ombra

Tu mi vedi. Mi vedi tutta e non credo che tu possa amare tutto quello che vedi. Io lo spero, ma ne dubito. Però mi vedi. La mia persona per intero. Non solo te riflessa nei miei occhi. Non soltanto la persona che ti ama. Io.

La lunga relazione tra Eleanor Roosevelt e Lorena Hickok non è stata una novità per me. Ne avevo letto già diversi anni fa in un libro di Laura Laurenzi, dedicato ad alcune delle più famose storie d’amore omosessuali del Novecento. Eleanor fu una delle first lady più leggendarie, amatissima paladina dei diritti civili e dei più deboli. Lorena, detta Hick, era una giornalista di successo, dopo un’infanzia e un’adolescenza difficili. Il loro legame, molto discusso, durò trent’anni. Amy Bloom lo ricostruisce dal punto di vista di Hick, compresa una digressione sulla sua vita prima dell’incontro con Eleanor. In una nota, l’autrice precisa, che pur basato su documenti storici, il libro è un puro lavoro di finzione, ma per quanto possa esserlo, restituisce comunque una realistica mappa emotiva di un rapporto davvero accaduto e vissuto. Nonostante pare che Hick abbia distrutto le missive più esplicite, resta comunque una mole impressionante di lettere scambiata fra le due donne, a testimoniare la loro forte intimità.

… quando dall’altra parte della stanza, le si accendevano gli occhi, quando si toccava con la punta delle dita la base della gola, per indicare il mio posto, per indicare se stessa, pensavo che non c’era sacrificio che non avrei fatto per lei…

La prospettiva di Lorena – che visse alla Casa Bianca e venne anche chiamata la First Friend– racconta bene le sue difficoltà nel rimanere accanto a una donna che non era soltanto la moglie di un presidente, ma anche e soprattutto una figura pubblica che apparteneva al mondo e mai sarebbe potuta essere solo e semplicemente sua. Un sacrificio personale e professionale che Lorena scelse e affrontò, rinunciando alla carriera e all’affermazione fin lì guadagnata, non potendo più garantire l’imparzialità dei propri articoli, e restando sempre un passo indietro, a supportare nell’ombra il percorso di Eleanor. Una strada non facile, terminata tristemente appena sei anni dopo la morte della ormai ex first lady. In questo senso la chiusura del libro è una sorta di ultima, poetica e consolatoria dichiarazione d’amore.

Un approccio non scontato, quello di Amy Bloom: mentre la Storia con la S maiuscola scorre sullo sfondo con i suoi personaggi più o meno importanti, come il controverso e carismatico Franklin Delano Roosevelt, l’autrice si sofferma sulle istantanee di momenti rubati e personali, in un rimescolarsi di scene avanti e indietro nel tempo, viaggi insieme, dialoghi notturni, scambi di sguardi con dentro interi mondi, carezze condivise. E ad arrivare più di tutto, a conservarsi anche dopo la lettura, sono il calore, la tenerezza sensuale, la carnalità appassionata e gioiosa, che quasi si riescono a toccare e traboccano tra le righe. Spero che per Hick e Eleanor sia stato davvero così.

Dicevamo sempre: non siamo due bellezze, perché era impossibile dire la verità. A letto eravamo due bellezze. Eravamo dee. Le ragazzine che non eravamo mai state: amate, impertinenti, felici e deliziose.

Edizione agosto 2019 Fazi

Traduzione di Giacomo Cuva

Pagine 252

Le vite impossibili di Greta Wells: un viaggio avventuroso tra le nostre possibilità alternative

Una volta nella vita l’impensabile capita a tutti.

Forse tutti lo abbiamo sognato, presto o tardi, magari dopo una separazione, un lutto, in un momento di sconfitta o tristezza: avere un’altra occasione, una nuova opportunità, una vita alternativa in cui magari ritrovare chi abbiamo più amato e poi perduto avendo la possibilità di salvarlo o di compiere scelte diverse.

Se ci circondano altri mondi, solo un lampo più in là, allora che cosa ci trattiene da scivolarci dentro?

Ebbene per Greta Wells sono addirittura due le esistenze parallele da scoprire e esplorare. Nella sua vita attuale, a New York nel 1985, i vuoti sono abissi incolmabili: l’adorato fratello gemello Felix è stato portato via dall’Aids e Nathan, l’uomo della sua vita, l’ha lasciata. Le restano soltanto l’eccentrica zia Ruth e Alan, compagno del fratello, destinato a soccombere anche lui all’Aids, di lì a poco. In preda alla depressione, Greta arriva a tentare la carta della terapia elettroconvulsivante, che però le causa un effetto collaterale sorprendente: dopo ogni trattamento comincia a rimbalzare nella New York del 1918, dove una guerra sta per finire, e nella New York del 1941, dove una guerra sta per iniziare. Ritrova la stessa identità, la stessa casa, le stesse persone, da Felix a Nathan, anche Ruth e Alan. E volti nuovi, come il giovane Leo. Scenari diversi eppure uguali, ricombinazioni di destini e percorsi. Quando i trattamenti finiranno cosa farà Greta? Quali porte chiuderà? Quali deciderà di attraversare?

È questa la donna che sognavi di essere? È questa?

Questo è il terzo libro che leggo di Andrew Sean Greer e non mi delude mai. In questa storia incredibile il suo stile si mantiene sempre vivido e teso, trasportando il lettore avanti e indietro nelle epoche e tra le più svariate emozioni contrastanti, insieme a Greta. Colpisce la complessità e la profondità delle riflessioni che induce la trama: la quantità di noi stessi che ci portiamo dentro, quei lati che affiorano, quelli che restano assopiti per sempre, che potrebbero essere in un altro luogo, in un altro tempo. Quanto di noi non conosciamo? Quanto non sceglieremo mai?

Come mai ci riesce così impossibile credere al fatto che abbiamo tante teste come certi mostri, tante braccia quante certe divinità, e tanti cuori quanto gli angeli?

Ho amato soprattutto la capacità dell’autore di comprendere il pensiero femminile. Non è scontato. Greta è scritta in modo vivo, vitale, vero, tutte le sfumature dei suoi sentimenti – dall’amore struggente per il fratello a quello complicato per Nathan- tutte le sue paure di donna, le sue esitazioni, il suo coraggio, le sue scelte giuste e sbagliate, tutto è reso con realismo e partecipazione. Andrew Sean Greer non la giudica, non appiccica alle sue azioni una comoda lezione di morale maschile. Lui capisce Greta e la racconta.

E dunque ditemi, signori, ditemi: in quale epoca e luogo è stato facile essere donna?

Le vite impossibili di Greta Wells è una lettura particolarmente adatta a questo periodo e non solo perché nella parte ambientata nel 1918 sta imperversando l’influenza spagnola. Lo è perché tutti noi, chi più chi meno, stiamo rivalutando i nostri ruoli, ripensando progetti per il futuro, ricalibrando desideri e paure, in una realtà di colpo cambiata e ancora da assimilare. Forse le esperienze e le emozioni di Greta non sono poi tanto distanti dalle nostre.

Ricordati di come ti risvegliavi in quelle mattine strane, con l’animo inquieto ed emozionato. Non diluire te stessa in giornate insignificanti. Greta: lascia la tua impronta nel mondo.

Edizione 2013 Bompiani

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83

Un dolore così dolce: un’estate d’amore, di crescita e di teatro

Questa è una storia d’amore, anche se, ora che è finita, mi rendo conto che ne racchiude quattro o cinque, o forse più: l’amore familiare e paterno, l’amore duraturo e cordiale degli amici, l’esplosione accecante del primo amore che si può guardare solo quando ha smesso di bruciare.

E anche l’amore per se stessi, aggiungo io. Crescere non è semplice, ci siamo passati tutti. E per alcuni è una faccenda più dura e complicata che per altri. Se, per esempio come Charlie, sei figlio di genitori separati, vivi con un padre depresso, hai risultati scolastici mediocri, amici casinisti e superficiali e nessuna idea di che cosa fare di te stesso dopo il diploma, anche una singola estate può essere fondamentale. Quel tratto di strada fatidico in cui potresti prendere la svolta sbagliata o imboccare una direzione nuova. Quel che capita in quel momento, per quanto breve, per quanto fuggevole, spesso te lo porti dietro per sempre, nel bene e nel male.

Come si fa a dire che la gioventù è un’età spensierata? Come si fa, eh?

Di Un dolore così dolce ho amato tante cose. Per esempio la lucida semplicità con cui parla del primo amore, senza idealizzarlo troppo, oppure la sincerità nel rappresentare le difficoltà di un adolescente alle prese con un padre fragile, evitando facili giudizi morali. O ancora il tema dell’amicizia, la scoperta che certi legami non sono veri, la nascita di rapporti autentici e inaspettati. Poi la paura del futuro, delle scelte da fare, del fallimento, gli errori stupidi che si fanno per ingenuità, stupidità, mancanza di autostima… Così autentico, il giovane Charlie. Potrebbe essere qualcuno che abbiamo conosciuto, quel compagno di banco di cui non ricordiamo il nome, il nostro migliore amico, il ragazzo che ci piaceva. Magari sei tu, forse sono io.

Ti sembra di avere tanto tempo e poi all’improvviso il tempo si accorcia e devi scegliere.

Ma quel che ho preferito della storia – serve davvero che lo specifichi? – è naturalmente il fatto che Charlie partecipi all’allestimento di una versione amatoriale di Romeo e Giulietta. Non sarò mai un’attrice e sono molto più adatta a stare dietro le quinte, ma se c’è una cosa che ho toccato con mano, assistendo a stage, workshop e prove, è il senso di appartenenza e comunione che può stabilirsi in un gruppo di attori, professionisti e non, allievi, appassionati. Non capita sempre, ma quando capita si tratta di un affiatamento veramente speciale. Quanti bei ricordi hanno risvegliato queste pagine… Anche un po’ di malinconia e molta nostalgia. Mi manca l’aggregazione buona e generosa che il teatro sa creare. David Nicholls ha saputo rendere bene l’esperienza di Charlie, che inizia per amore, ma poi diviene anche genuino interesse e piacere di costruire qualcosa insieme, con persone tra cui troverà chi saprà davvero vederlo, apprezzarlo, capirlo.

Un dolore così dolce è una storia che fa bene. Si guarda indietro, con un sorriso, senza troppi rimpianti. Non amo molto l’estate, ma l’estate di Charlie Lewis è stata una bella avventura. E poi non dimentico George, che si prende la rivincita per tutti i George di questo mondo. Capirete leggendo.

Qualcuno mi toccò la schiena, era Lucy con un sorriso sul volto. 《Diamoci dentro!》 disse, e io posai la mano sull’elsa, andando verso la luce.

Edizione settembre 2019 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 368

La figlia del Re Ragno: un libro che mantiene quello che promette

Lasciate che vi racconti una storia, che parla di un gioco che si chiama Frustrazione.

Questo libro inizia con una scena forte e crudele. Te lo rende chiaro da subito, che non sarà il libro che ti aspetti, forse neanche quello di cui hai bisogno, ma di certo non ti annoierai. Così vai avanti, con un po’ di comprensibile turbamento e molta curiosità.

Superava tutti gli altri quasi di una testa, e aveva una luce che quelli non hanno.

Il libro ti porta in Nigeria, insieme alle due voci narranti. Lei, Abike, ha diciassette anni ed è figlia di un potentissimo e ricchissimo uomo d’affari (del tipo con la villa blindata e le guardie armate all’ingresso). Lui, diciotto anni, è un venditore ambulante che fa del suo meglio per mantenere la sorellina e la madre in preda alla depressione, dopo la morte del padre. Si incontrano, si notano, si piacciono. Se non fosse per quell’inizio piuttosto spiazzante, potresti considerarla una svolta classica: due ragazzi di estrazione sociale diversa, una casualità improbabile che si trasforma in destino ed ecco un giovane amore un po’ shakespiriano, pronto a sfidare le convenzioni e ad andare contro tutto e tutti… Però appunto c’è quell’inizio, che ti mette la pulce nell’orecchio e continui a leggere con una punta di legittimo sospetto e una vaga tensione sotto pelle.

Sono uscito da quella casa sentendomi ingannato e manipolato. Volevo la mia sceneggiatura.

Capitolo dopo capitolo, il libro diventa un vaso di Pandora da cui, tolto il coperchio, emergono segreti e intrecci del passato, scelte fatte e ancora da compiere, l’ombra a due facce della vendetta. Soprattutto ad affascinare è lei, Abike. L’ambulante è un personaggio ben scritto, ben costruito, lo capisci e non hai difficoltà a empatizzare con le sue emozioni e i suoi dilemmi. Ma Abike, la figlia del Re Ragno? È come suo padre? Lo diventerà? È differente? Qual è la sua vera natura? Devi amarla, detestarla, cercare un sentimento nel mezzo?

È Abby, adesso, Abike non c’è più. Insiste affinché la chiami così, e non mi risponde quando mi dimentico e uso il “nome vecchio”. Abike è sempre lì, ma questa nuova personalità salta fuori sempre più di frequente.

A prescindere dalle risposte, tu, lettore, ormai sei irretito, non puoi staccarti dalle pagine. Hai sempre in testa quell’inizio brutale e quasi un po’ ti aspetti che tutto, uguale e diverso, possa ripetersi. Il gioco a cui stai assistendo, Frustrazione, dovrà pur avere un vincitore. O no?

“Perché tu piangi?” Perché sarò sola in questa casa.

Come detto, comunque, questo è un libro onesto, ti aveva avvertito di non essere banale. Ne avrai conferma, sino all’ultima riga. E forse non sarà come te lo aspettavi, forse neanche è quel che ti serviva in questo momento, ma ti piacerà. Ti piacerà parecchio.

Per un attimo vacillo, ma è solo un momento. Lui avrebbe voluto così.

Edizione settembre 2019: Fandango Libri

Traduzione di Chiara Brovelli

Pagine 298

Le gratitudini: serve dolcezza prima dell’ultima curva

Si chiama Michka. È una vecchia signora con un’aria da ragazza. O una ragazza invecchiata per sbaglio, vittima di un brutto sortilegio.

Mishka non può più restare sola, deve trasferirsi in una casa di riposo. La vecchiaia la sta tradendo portandole via le parole, a lei che correggeva bozze e leggeva Doris Lessing, Sylvia Plath e Virginia Woolf.

Senza il linguaggio cosa resta?

Come suggerisce il titolo, questa è una storia che ruota intorno alla gratitudine, ai grazie che non abbiamo detto e che rimpiangeremo, a quelli che abbiamo ancora il tempo di dire. I grazie per un gesto, per una parola, per un momento, per un aiuto o una presenza che ci hanno cambiato il corso della vita. Una mano tesa, un abbraccio che accoglie, una conversazione che riempie il vuoto o illumina la mente. Grandi o piccoli, grazie che contano… Ne abbiamo detti abbastanza?

Mi aspetta seduta in poltrona. Nell’attesa non fa nulla. Non finge di leggere, di lavorare a maglia, o di essere occupata. Qui, aspettare è già di per sé un’occupazione.

Le gratitudini racconta anche di questo. Dei luoghi dove si aspetta l’ultima curva. Dove l’attesa ti porta via un pezzo alla volta. In certi casi, come quello di Mishka, sono le parole e i loro significati a svanire lentamente, sottraendo la capacità di comunicare, anche di poter dire quell’ultimo grazie, tanto importante. O ancora a smarrirsi è la memoria, la personalità, tutta quella vita alle nostre spalle, tutti quei ricordi unici che ci rendono ciò che siamo. Ci sono stata, in quei luoghi di attesa. Ricordo come mi sentivo all’uscita, il sollievo che durava poco, perché poi mi chiedevo come andrà a finire per me ?

Amo il tremolio delle loro voci. Quella fragilità. Quella dolcezza. Amo le loro parole travestite, approssimative, smarrite, e i loro silenzi.

Non è facile scrivere bene della vecchiaia, dell’ultimo stadio. Dei corpi sempre più piccoli e deboli, degli occhi sempre più grandi e spaesati. Ho apprezzato, da questo punto di vista, la delicatezza di Delphine De Vigan, la sua attenzione alla dignità, la sua comprensione. Soprattutto ho amato la figura di Jêrome, il giovane ortofonista incaricato di aiutare Mishka a lenire i danni dell’afasia. Il suo approccio con i pazienti, il modo in cui li vive, li ascolta, li ricorda, sono gli stessi in cui ho sempre creduto io. Ci vuole vero amore, vera passione, per accompagnare qualcuno fino alla fine.

Secondo te ci sono molte persone che non conoscono la dolcezza?

Questa non è una citazione del libro. Me lo chiese una signora durante il mio tirocinio, mentre la aiutavo a prepararsi per la notte. Anche vicini all’ultima curva si continua a sognare, pur senza parole, pur senza memoria… Molti anziani, molti dei più deboli, in questo tragico periodo, stanno andando via completamente soli, separati dagli affetti rimasti, anche dal conforto di un grazie. O anzi di un gratis, come direbbe Mishka. Consiglio questo libro, dedicandolo a loro.

Edizione febbraio 2020: Einaudi Editore

Traduzione di Margherita Botto

Pagine 160

Ladies Football Club: una piccola preziosa storia per ridere e pensare

Se undici operaie iniziano a giocare a football prendendo a calci una bomba per mezz’ora, puoi pensare che di lì in poi sia una storia regolare?

In questo strano periodo c’è più che mai bisogno di liberare la mente, alleggerirla. Per cui ho deciso di proporvi una brillante storia tutta da ridere. La storia di undici donne e di un pallone (che in verità, all’inizio, era una bomba).

Che io ami la scrittura di Stefano Massini non è una novità. Finora avevo conosciuto solo il suo lato drammatico, attraverso spettacoli e testi teatrali, ma con Ladies Football Club ho scoperto che è capace anche di divertire, e parecchio. Sempre con intelligenza, ovviamente. In questo libro breve, che si legge d’un fiato e si manda giù come rigenerante acqua fresca, Massini racconta le donne, con brio, ironia e tenerezza. I suoi undici – indimenticabili- personaggi, operaie in una fabbrica di bombe durante la prima guerra mondiale, sono inventati, ma richiamano e omaggiano quelle donne che davvero diedero vita alle prime squadre di calcio femminili, osando farsi strada in un mondo tutto al maschile e guadagnandosi il sostegno e l’affetto del pubblico. Perfettamente delineate, già pronte per essere portate in teatro (ne verrebbe fuori uno spettacolo esilarante). Ho amato in particolare Penelope, con le sue criptiche massime in penelopiano, di cui nessuno osa mai chiedere la spiegazione. E Sherill, così anonima e sullo sfondo che nessuno la vede mai. Lei c’è ma chissà dov’è, aleggia. Sono tutte deliziose, comunque.

Inizieranno da una partita improvvisata (con una bomba, appunto… ma dovete leggere per capire) e arriveranno a disputare un improbabile campionato. Soprattutto impareranno molto su se stesse. E qui si riconosce la qualità della narrazione e dell’introspezione di Massini: tra le risate e le situazioni surreali, riesce ad esprimere i sentimenti delle donne, di ieri e di oggi, il loro desiderio di essere qualcosa di più oltre ai ruoli assegnati dalla società e dalla famiglia.

Che sensazione travolgente, all’improvviso, trovarsi così, con un ruolo, una funzione, cose che finalmente non c’entravano un cavolo di nulla con tutto quello che stava fuori. Gli sembrò di ricordarsi, d’un tratto, che esistevano sul serio, per se stesse. Che fino a ora un ruolo ce l’avevano, certo, ma era il ruolo in fabbrica, nella catena di montaggio, oppure il ruolo in casa: figlia, moglie o mamma. Finalmente: aria nuova. Guarda tu che sorprese può farti una palla.

Le amerete. Amerete questa piccola storia. Riderete, da soli, lì mentre leggete. Penserete anche un po’, però con la testa più lieve. In questo giorni non è poco.

E, come dice la mitica Penelope:

La palla rotola, ma solo se la scalci: è la vittoria del mio piede.

Edizione ottobre 2019: Mondadori

Pagine 180