Le vite impossibili di Greta Wells: un viaggio avventuroso tra le nostre possibilità alternative

Una volta nella vita l’impensabile capita a tutti.

Forse tutti lo abbiamo sognato, presto o tardi, magari dopo una separazione, un lutto, in un momento di sconfitta o tristezza: avere un’altra occasione, una nuova opportunità, una vita alternativa in cui magari ritrovare chi abbiamo più amato e poi perduto avendo la possibilità di salvarlo o di compiere scelte diverse.

Se ci circondano altri mondi, solo un lampo più in là, allora che cosa ci trattiene da scivolarci dentro?

Ebbene per Greta Wells sono addirittura due le esistenze parallele da scoprire e esplorare. Nella sua vita attuale, a New York nel 1985, i vuoti sono abissi incolmabili: l’adorato fratello gemello Felix è stato portato via dall’Aids e Nathan, l’uomo della sua vita, l’ha lasciata. Le restano soltanto l’eccentrica zia Ruth e Alan, compagno del fratello, destinato a soccombere anche lui all’Aids, di lì a poco. In preda alla depressione, Greta arriva a tentare la carta della terapia elettroconvulsivante, che però le causa un effetto collaterale sorprendente: dopo ogni trattamento comincia a rimbalzare nella New York del 1918, dove una guerra sta per finire, e nella New York del 1941, dove una guerra sta per iniziare. Ritrova la stessa identità, la stessa casa, le stesse persone, da Felix a Nathan, anche Ruth e Alan. E volti nuovi, come il giovane Leo. Scenari diversi eppure uguali, ricombinazioni di destini e percorsi. Quando i trattamenti finiranno cosa farà Greta? Quali porte chiuderà? Quali deciderà di attraversare?

È questa la donna che sognavi di essere? È questa?

Questo è il terzo libro che leggo di Andrew Sean Greer e non mi delude mai. In questa storia incredibile il suo stile si mantiene sempre vivido e teso, trasportando il lettore avanti e indietro nelle epoche e tra le più svariate emozioni contrastanti, insieme a Greta. Colpisce la complessità e la profondità delle riflessioni che induce la trama: la quantità di noi stessi che ci portiamo dentro, quei lati che affiorano, quelli che restano assopiti per sempre, che potrebbero essere in un altro luogo, in un altro tempo. Quanto di noi non conosciamo? Quanto non sceglieremo mai?

Come mai ci riesce così impossibile credere al fatto che abbiamo tante teste come certi mostri, tante braccia quante certe divinità, e tanti cuori quanto gli angeli?

Ho amato soprattutto la capacità dell’autore di comprendere il pensiero femminile. Non è scontato. Greta è scritta in modo vivo, vitale, vero, tutte le sfumature dei suoi sentimenti – dall’amore struggente per il fratello a quello complicato per Nathan- tutte le sue paure di donna, le sue esitazioni, il suo coraggio, le sue scelte giuste e sbagliate, tutto è reso con realismo e partecipazione. Andrew Sean Greer non la giudica, non appiccica alle sue azioni una comoda lezione di morale maschile. Lui capisce Greta e la racconta.

E dunque ditemi, signori, ditemi: in quale epoca e luogo è stato facile essere donna?

Le vite impossibili di Greta Wells è una lettura particolarmente adatta a questo periodo e non solo perché nella parte ambientata nel 1918 sta imperversando l’influenza spagnola. Lo è perché tutti noi, chi più chi meno, stiamo rivalutando i nostri ruoli, ripensando progetti per il futuro, ricalibrando desideri e paure, in una realtà di colpo cambiata e ancora da assimilare. Forse le esperienze e le emozioni di Greta non sono poi tanto distanti dalle nostre.

Ricordati di come ti risvegliavi in quelle mattine strane, con l’animo inquieto ed emozionato. Non diluire te stessa in giornate insignificanti. Greta: lascia la tua impronta nel mondo.

Edizione 2013 Bompiani

Traduzione di Elena Dal Pra

Pagine 292

Mr Zuppa Campbell, il pettirosso e la bambina: un’irresistibile favola per addolcire i pensieri

Non è incredibile come un uccellino così piccolo sia riuscito a cambiare così tante vite?

Prima premessa: Jack, l’adorabile uccellino al centro di questa storia non è un pettirosso, come invece indicato nel titolo italiano, bensì un cardinale, uno di quei bellissimi esemplari rossi, con il ciuffo, che spesso appaiono nelle illustrazioni natalizie. In effetti il titolo originale del libro è A redbird Christmas e la vicenda narrata dura un anno, cominciando e finendo nel periodo natalizio ( io ovviamente l’ho letta a Pasqua!).

Seconda premessa: leggendo, munitevi di fazzolettini di carta e immaginate la sottoscritta che versava copiose lacrime sul kindle, borbottando “Franca, ma sul serio? Smettila!” e intanto continuava a lacrimare.

A questo punto sareste anche autorizzati a dirmi “ma come? Mentre siamo in quarantena, ci proponi una storia che ci farà piangere?” E avreste anche ragione, ma dopotutto parliamo di un libro di Fannie Flag: se avete letto il suo celeberrimo Pomodori verdi fritti o visto l’omonimo film, sapete che una buona dose di commozione è compresa nel pacchetto. Quindi sì, è possibile che vi trasformerete in una gelatina lacrimosa come me, però ne varrà la pena, perché questa è una piccola favola dolce, non solo natalizia ma per tutte le stagioni, piena di buoni sentimenti e speranza. Un po’ come certi film di una volta, sul genere di La vita è meravigliosa. Un tipo di atmosfera che, diciamolo, ora come ora male non può farci.

Fin dal principio si era sempre sentito come un paio di calzini bianchi e scarpe marroni in una stanza piena di smoking.

Fannie Flagg ci racconta di tre anime diverse, fuori e dentro, senza un posto nel mondo, che si incontrano, si trovano tra loro e trovano anche finalmente una casa, un luogo fisico e del cuore a cui appartenere. Il maturo Oswald, orfano a cui hanno dato il nome di una zuppa, da sempre segnato da problemi polmonari, fallimentare nei rapporti e nelle scelte. La piccola Patsy, nata con una malformazione a un’anca e abbandonata dal padre. E Jack, uccellino ferito quando era ancora implume, che non può più volare. I loro percorsi accidentati si incrociano a Lost River, in Alabama. Terra di fiume, che ha molto in comune con casa mia. Certo qui non abbiamo un clima altrettanto ideale, ma i momenti di pace, in cui Oswald si perde ad osservare gli aironi e ad ammirare il tramonto, mi sono molto familiari.

Oswald restava lì a guardare la sera cambiar colore e le correnti disegnare lenti cerchi sull’acqua, finché alle sue spalle sorgeva la luna.

Lost River è anche una comunità calorosa e allegra, popolata di personaggi ben caratterizzati e peculiari, che dopo un po’ sembrano vicini di casa che conosci da una vita. Persone generose che accoglieranno in diversi modi e momenti Oswald, Patsy e Jack. Fra tutti ho amato in particolare Roy, il negoziante che si prende cura di Jack e lo tiene con sé. Alcune delle sue scene sono tra le più toccanti del libro.

Non temete però un eccesso di melassa: questa è semplicemente una storia buona, che racconta di brave persone e parla di amicizia e solidarietà. Ed è soprattutto la storia di un uccellino buffo e rosso che abita in un negozio e corre su una ruota con i campanellini, della bimba che si innamora di lui e che un giorno vuole diventare veterinaria e dell’uomo che si scopre artista e dipinge il loro ritratto. Irresistibili. Io li ho conosciuti grazie all’ottimo consiglio di qualcuno di cui mi fido molto. Se vi fidate altrettanto di me, li presento anche a voi.

Edizione 2009: Bur Rizzoli

Traduzione di Olivia Crosio

Pagine 235

Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico: con gli amici puoi vedere lontano e anche volare

Vuoi volare, amico mio?

Quando oggi ho letto la triste notizia della scomparsa del grande Luis Sepúlveda, mi è venuto subito in mente questo delizioso libretto, che per me ha sempre avuto un significato speciale. Ho condiviso vent’anni della mia vita con la gatta Lady e la storia di Max che cresce con il gatto Mix e poi lo vede invecchiare fino a diventare cieco non poteva lasciarmi indifferente.

I veri amici condividono anche le piccole cose che allietano la vita.

Poi ecco che nella quotidianità di Max e Mix entra nientemeno che un topino, inquilino abusivo tra i libri in cima alla biblioteca.

Quanta poesia e dolcezza nell’amicizia semplice e spontanea che nasce tra Mix, il gatto cieco dal profilo greco, e Mex, il topolino messicano con la passione per i cereali. Che magia nel leggere di Mix che può tornare a saltare da un tetto all’altro grazie agli occhietti vispi e acuti del vivace roditore e di Mex che può sperimentare il volo, saldamente in groppa al suo compagno felino… E quanta pace nell’immaginarli insieme, davanti al cielo della sera, mentre Mex racconta il tramonto a Mix.

Leggerlo oggi, adesso, in questo momento così pesante, riempie il cuore di lacrime e stelle. In qualche modo lo gonfia e lo solleva come un palloncino. Il nostro cuore, in questi giorni, ha bisogno di volare via, almeno per un po’.

Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande. E i due furono felici, perché sapevano che i veri amici condividono il meglio che hanno.

Alla fine del libretto Sepúlveda racconta che un astrologo cinese gli disse che era stato un gatto in una vita passata. Chissà verso quale nuova vita sta andando ora… Io comunque lo ringrazio.

Edizione 2012 Guanda

Traduzione di Ilide Carmignani

Illustrazioni di Simona Mulazzani

Pagine 83

Un dolore così dolce: un’estate d’amore, di crescita e di teatro

Questa è una storia d’amore, anche se, ora che è finita, mi rendo conto che ne racchiude quattro o cinque, o forse più: l’amore familiare e paterno, l’amore duraturo e cordiale degli amici, l’esplosione accecante del primo amore che si può guardare solo quando ha smesso di bruciare.

E anche l’amore per se stessi, aggiungo io. Crescere non è semplice, ci siamo passati tutti. E per alcuni è una faccenda più dura e complicata che per altri. Se, per esempio come Charlie, sei figlio di genitori separati, vivi con un padre depresso, hai risultati scolastici mediocri, amici casinisti e superficiali e nessuna idea di che cosa fare di te stesso dopo il diploma, anche una singola estate può essere fondamentale. Quel tratto di strada fatidico in cui potresti prendere la svolta sbagliata o imboccare una direzione nuova. Quel che capita in quel momento, per quanto breve, per quanto fuggevole, spesso te lo porti dietro per sempre, nel bene e nel male.

Come si fa a dire che la gioventù è un’età spensierata? Come si fa, eh?

Di Un dolore così dolce ho amato tante cose. Per esempio la lucida semplicità con cui parla del primo amore, senza idealizzarlo troppo, oppure la sincerità nel rappresentare le difficoltà di un adolescente alle prese con un padre fragile, evitando facili giudizi morali. O ancora il tema dell’amicizia, la scoperta che certi legami non sono veri, la nascita di rapporti autentici e inaspettati. Poi la paura del futuro, delle scelte da fare, del fallimento, gli errori stupidi che si fanno per ingenuità, stupidità, mancanza di autostima… Così autentico, il giovane Charlie. Potrebbe essere qualcuno che abbiamo conosciuto, quel compagno di banco di cui non ricordiamo il nome, il nostro migliore amico, il ragazzo che ci piaceva. Magari sei tu, forse sono io.

Ti sembra di avere tanto tempo e poi all’improvviso il tempo si accorcia e devi scegliere.

Ma quel che ho preferito della storia – serve davvero che lo specifichi? – è naturalmente il fatto che Charlie partecipi all’allestimento di una versione amatoriale di Romeo e Giulietta. Non sarò mai un’attrice e sono molto più adatta a stare dietro le quinte, ma se c’è una cosa che ho toccato con mano, assistendo a stage, workshop e prove, è il senso di appartenenza e comunione che può stabilirsi in un gruppo di attori, professionisti e non, allievi, appassionati. Non capita sempre, ma quando capita si tratta di un affiatamento veramente speciale. Quanti bei ricordi hanno risvegliato queste pagine… Anche un po’ di malinconia e molta nostalgia. Mi manca l’aggregazione buona e generosa che il teatro sa creare. David Nicholls ha saputo rendere bene l’esperienza di Charlie, che inizia per amore, ma poi diviene anche genuino interesse e piacere di costruire qualcosa insieme, con persone tra cui troverà chi saprà davvero vederlo, apprezzarlo, capirlo.

Un dolore così dolce è una storia che fa bene. Si guarda indietro, con un sorriso, senza troppi rimpianti. Non amo molto l’estate, ma l’estate di Charlie Lewis è stata una bella avventura. E poi non dimentico George, che si prende la rivincita per tutti i George di questo mondo. Capirete leggendo.

Qualcuno mi toccò la schiena, era Lucy con un sorriso sul volto. 《Diamoci dentro!》 disse, e io posai la mano sull’elsa, andando verso la luce.

Edizione settembre 2019 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 368

La figlia del Re Ragno: un libro che mantiene quello che promette

Lasciate che vi racconti una storia, che parla di un gioco che si chiama Frustrazione.

Questo libro inizia con una scena forte e crudele. Te lo rende chiaro da subito, che non sarà il libro che ti aspetti, forse neanche quello di cui hai bisogno, ma di certo non ti annoierai. Così vai avanti, con un po’ di comprensibile turbamento e molta curiosità.

Superava tutti gli altri quasi di una testa, e aveva una luce che quelli non hanno.

Il libro ti porta in Nigeria, insieme alle due voci narranti. Lei, Abike, ha diciassette anni ed è figlia di un potentissimo e ricchissimo uomo d’affari (del tipo con la villa blindata e le guardie armate all’ingresso). Lui, diciotto anni, è un venditore ambulante che fa del suo meglio per mantenere la sorellina e la madre in preda alla depressione, dopo la morte del padre. Si incontrano, si notano, si piacciono. Se non fosse per quell’inizio piuttosto spiazzante, potresti considerarla una svolta classica: due ragazzi di estrazione sociale diversa, una casualità improbabile che si trasforma in destino ed ecco un giovane amore un po’ shakespiriano, pronto a sfidare le convenzioni e ad andare contro tutto e tutti… Però appunto c’è quell’inizio, che ti mette la pulce nell’orecchio e continui a leggere con una punta di legittimo sospetto e una vaga tensione sotto pelle.

Sono uscito da quella casa sentendomi ingannato e manipolato. Volevo la mia sceneggiatura.

Capitolo dopo capitolo, il libro diventa un vaso di Pandora da cui, tolto il coperchio, emergono segreti e intrecci del passato, scelte fatte e ancora da compiere, l’ombra a due facce della vendetta. Soprattutto ad affascinare è lei, Abike. L’ambulante è un personaggio ben scritto, ben costruito, lo capisci e non hai difficoltà a empatizzare con le sue emozioni e i suoi dilemmi. Ma Abike, la figlia del Re Ragno? È come suo padre? Lo diventerà? È differente? Qual è la sua vera natura? Devi amarla, detestarla, cercare un sentimento nel mezzo?

È Abby, adesso, Abike non c’è più. Insiste affinché la chiami così, e non mi risponde quando mi dimentico e uso il “nome vecchio”. Abike è sempre lì, ma questa nuova personalità salta fuori sempre più di frequente.

A prescindere dalle risposte, tu, lettore, ormai sei irretito, non puoi staccarti dalle pagine. Hai sempre in testa quell’inizio brutale e quasi un po’ ti aspetti che tutto, uguale e diverso, possa ripetersi. Il gioco a cui stai assistendo, Frustrazione, dovrà pur avere un vincitore. O no?

“Perché tu piangi?” Perché sarò sola in questa casa.

Come detto, comunque, questo è un libro onesto, ti aveva avvertito di non essere banale. Ne avrai conferma, sino all’ultima riga. E forse non sarà come te lo aspettavi, forse neanche è quel che ti serviva in questo momento, ma ti piacerà. Ti piacerà parecchio.

Per un attimo vacillo, ma è solo un momento. Lui avrebbe voluto così.

Edizione settembre 2019: Fandango Libri

Traduzione di Chiara Brovelli

Pagine 298

Le gratitudini: serve dolcezza prima dell’ultima curva

Si chiama Michka. È una vecchia signora con un’aria da ragazza. O una ragazza invecchiata per sbaglio, vittima di un brutto sortilegio.

Mishka non può più restare sola, deve trasferirsi in una casa di riposo. La vecchiaia la sta tradendo portandole via le parole, a lei che correggeva bozze e leggeva Doris Lessing, Sylvia Plath e Virginia Woolf.

Senza il linguaggio cosa resta?

Come suggerisce il titolo, questa è una storia che ruota intorno alla gratitudine, ai grazie che non abbiamo detto e che rimpiangeremo, a quelli che abbiamo ancora il tempo di dire. I grazie per un gesto, per una parola, per un momento, per un aiuto o una presenza che ci hanno cambiato il corso della vita. Una mano tesa, un abbraccio che accoglie, una conversazione che riempie il vuoto o illumina la mente. Grandi o piccoli, grazie che contano… Ne abbiamo detti abbastanza?

Mi aspetta seduta in poltrona. Nell’attesa non fa nulla. Non finge di leggere, di lavorare a maglia, o di essere occupata. Qui, aspettare è già di per sé un’occupazione.

Le gratitudini racconta anche di questo. Dei luoghi dove si aspetta l’ultima curva. Dove l’attesa ti porta via un pezzo alla volta. In certi casi, come quello di Mishka, sono le parole e i loro significati a svanire lentamente, sottraendo la capacità di comunicare, anche di poter dire quell’ultimo grazie, tanto importante. O ancora a smarrirsi è la memoria, la personalità, tutta quella vita alle nostre spalle, tutti quei ricordi unici che ci rendono ciò che siamo. Ci sono stata, in quei luoghi di attesa. Ricordo come mi sentivo all’uscita, il sollievo che durava poco, perché poi mi chiedevo come andrà a finire per me ?

Amo il tremolio delle loro voci. Quella fragilità. Quella dolcezza. Amo le loro parole travestite, approssimative, smarrite, e i loro silenzi.

Non è facile scrivere bene della vecchiaia, dell’ultimo stadio. Dei corpi sempre più piccoli e deboli, degli occhi sempre più grandi e spaesati. Ho apprezzato, da questo punto di vista, la delicatezza di Delphine De Vigan, la sua attenzione alla dignità, la sua comprensione. Soprattutto ho amato la figura di Jêrome, il giovane ortofonista incaricato di aiutare Mishka a lenire i danni dell’afasia. Il suo approccio con i pazienti, il modo in cui li vive, li ascolta, li ricorda, sono gli stessi in cui ho sempre creduto io. Ci vuole vero amore, vera passione, per accompagnare qualcuno fino alla fine.

Secondo te ci sono molte persone che non conoscono la dolcezza?

Questa non è una citazione del libro. Me lo chiese una signora durante il mio tirocinio, mentre la aiutavo a prepararsi per la notte. Anche vicini all’ultima curva si continua a sognare, pur senza parole, pur senza memoria… Molti anziani, molti dei più deboli, in questo tragico periodo, stanno andando via completamente soli, separati dagli affetti rimasti, anche dal conforto di un grazie. O anzi di un gratis, come direbbe Mishka. Consiglio questo libro, dedicandolo a loro.

Edizione febbraio 2020: Einaudi Editore

Traduzione di Margherita Botto

Pagine 160

Ladies Football Club: una piccola preziosa storia per ridere e pensare

Se undici operaie iniziano a giocare a football prendendo a calci una bomba per mezz’ora, puoi pensare che di lì in poi sia una storia regolare?

In questo strano periodo c’è più che mai bisogno di liberare la mente, alleggerirla. Per cui ho deciso di proporvi una brillante storia tutta da ridere. La storia di undici donne e di un pallone (che in verità, all’inizio, era una bomba).

Che io ami la scrittura di Stefano Massini non è una novità. Finora avevo conosciuto solo il suo lato drammatico, attraverso spettacoli e testi teatrali, ma con Ladies Football Club ho scoperto che è capace anche di divertire, e parecchio. Sempre con intelligenza, ovviamente. In questo libro breve, che si legge d’un fiato e si manda giù come rigenerante acqua fresca, Massini racconta le donne, con brio, ironia e tenerezza. I suoi undici – indimenticabili- personaggi, operaie in una fabbrica di bombe durante la prima guerra mondiale, sono inventati, ma richiamano e omaggiano quelle donne che davvero diedero vita alle prime squadre di calcio femminili, osando farsi strada in un mondo tutto al maschile e guadagnandosi il sostegno e l’affetto del pubblico. Perfettamente delineate, già pronte per essere portate in teatro (ne verrebbe fuori uno spettacolo esilarante). Ho amato in particolare Penelope, con le sue criptiche massime in penelopiano, di cui nessuno osa mai chiedere la spiegazione. E Sherill, così anonima e sullo sfondo che nessuno la vede mai. Lei c’è ma chissà dov’è, aleggia. Sono tutte deliziose, comunque.

Inizieranno da una partita improvvisata (con una bomba, appunto… ma dovete leggere per capire) e arriveranno a disputare un improbabile campionato. Soprattutto impareranno molto su se stesse. E qui si riconosce la qualità della narrazione e dell’introspezione di Massini: tra le risate e le situazioni surreali, riesce ad esprimere i sentimenti delle donne, di ieri e di oggi, il loro desiderio di essere qualcosa di più oltre ai ruoli assegnati dalla società e dalla famiglia.

Che sensazione travolgente, all’improvviso, trovarsi così, con un ruolo, una funzione, cose che finalmente non c’entravano un cavolo di nulla con tutto quello che stava fuori. Gli sembrò di ricordarsi, d’un tratto, che esistevano sul serio, per se stesse. Che fino a ora un ruolo ce l’avevano, certo, ma era il ruolo in fabbrica, nella catena di montaggio, oppure il ruolo in casa: figlia, moglie o mamma. Finalmente: aria nuova. Guarda tu che sorprese può farti una palla.

Le amerete. Amerete questa piccola storia. Riderete, da soli, lì mentre leggete. Penserete anche un po’, però con la testa più lieve. In questo giorni non è poco.

E, come dice la mitica Penelope:

La palla rotola, ma solo se la scalci: è la vittoria del mio piede.

Edizione ottobre 2019: Mondadori

Pagine 180

Assolutamente musica: un libro di parole e note

La buona musica, come si dice dell’amore, non è mai troppa. Perché infinito è il numero di persone che vi trova alimento al proprio desiderio di vivere.

Ammetto di non avere mai letto i libri di Murakami e devo confessare che non conoscevo neppure il direttore d’orchestra Ozawa, ma, praticamente per caso, mi sono ritrovata a leggere questa loro deliziosa raccolta di conversazioni sulla musica e me ne sono innamorata.

Trovo sempre estremamente emozionante e  affascinante ascoltare un artista parlare della propria arte e il Maestro Ozawa si è rivelato un narratore davvero piacevole, divertito e spontaneo, con i suoi aneddoti sui grandi della musica sinfonica e della lirica, le chicche tecniche sulle varie interpretazioni di un brano, i segreti della direzione, il rapporto con le orchestre, le prove, gli allestimenti, la lettura degli spartiti, l’amore per l’insegnamento.

Accompagna le parole con grandi gesti e molte delle sue idee prendono la forma di una canzone.

Ho amato in particolare i suoi racconti della collaborazione con uno dei miei miti, Leonard Bernstein, di cui è stato a lungo assistente e che chiamava Lenny. E anche la sua scoperta dell’opera lirica, la sua prima volta piuttosto disastrosa alla Scala, l’amicizia con Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

Oltre all’incontro con un uomo di grande talento e dalla mente brillante, Assolutamente musica è anche una sorta di guida all’ascolto e alla scoperta di tanti, meravigliosi capolavori, che attraverso le spiegazioni e le analisi del Maestro sembrano nascere di nuovo davanti ai nostri occhi e soprattutto per le nostre orecchie. Mentre leggevo, andavo su YouTube e cercavo i concerti, le varie versioni, i diversi interpreti indicati da Ozawa. Malher, Berlioz, Brahms, Sibelius e molti altri… mi si è aperto un intero universo di note e bellezza.

C’è sempre bisogno di musica, c’è sempre bisogno di arte, quanto mai ora. Questo libro è un piccolo tesoro da non perdere.

Concludo con queste bellissime parole di Murakami. Illustrano perfettamente il cuore di Assolutamente musica.

Se dovessi dire quanto sia alto il muro che separa il professionista dal dilettante, chi la musica la fa da chi la ascolta… be’, è quasi insormontabile. Tanto più alto e massiccio, quanto più elevato il livello del musicista. Ammessa questa verità, sento però che la cosa non mi ha impedito di avere con Ozawa conversazioni oneste e franche, perché la musica ha grandezza e generosità. Cercare la via più efficace per superare quel muro è un lavoro prezioso. Ed è una via che dovremmo essere in grado di trovare, in qualsiasi campo artistico, quando c’è un comune sentire.

Edizione ottobre 2019 Einaudi

Traduzione di Antonietta Pastore

Pagine 312

La Canzone di Achille: c’era una volta un uomo qualunque che amava un eroe

Dimmi il nome di un eroe che è stato felice.

Ricordo che era notte quando ho terminato La canzone di Achille. Oggi, in questi giorni particolari di quarantena, ho la lacrima piuttosto facile, ma in quei tempi non sospetti, qualche mese fa, ero ancora tutta d’un pezzo e molto raramente una storia d’amore arrivava a farmi piangere sul serio. Eppure con le ultime pagine di questo libro è successo. Lì nel buio, sola con la luce del tablet e la voce narrante, la commozione mi ha sorpresa, davanti a un gesto inatteso, che non avevo calcolato.

Qualcuno si potrebbe chiedere cosa ci possa essere di inatteso nella storia di Achille e Patroclo, dato che si sa bene come va a finire. Ma, in effetti, la bravura di un buon scrittore può stare anche nel prendere una storia nota, rivisitata mille volte, e narrarla da un punto di vista nuovo o comunque differente. E Madeline Miller, a mio avviso, ha fatto esattamente questo.

Vi sono da sempre opinioni controverse sulla vera natura del rapporto tra Achille e Patroclo: l’autrice ha scelto di raccontarli come innamorati e, nonostante la presenza di tutti gli elementi classici del mito – divinità, creature mitologiche ed eroi – la vicenda risulta molto umana e vera.

Forse perché umana e vera è la voce narrante di Patroclo, nato figlio di re ma fondamentalmente un ragazzo qualunque. Impossibile per lui evitare di innamorarsi dello straordinario Achille, semidio bellissimo e inarrivabile. Facile per il lettore empatizzare con le sue emozioni e le sue paure, mettersi nei suoi panni: come si ama qualcuno di tanto superiore, dal carattere complicato e impetuoso, destinato a diventare un eroe da leggenda, con per madre una terrificante ninfa del mare che disapprova questo amore?

Un’impresa difficile. Incredibile, insuperabile Achille, ma è a Patroclo che ci si affeziona sinceramente, dolce, inadeguato, lui che sa di non voler essere un soldato e come un soldato morirà. Si partecipa al suo amore, che sboccia adolescente e incerto, quando i due giovani sono ancora studenti, fino a diventare solido e maturo, durante l’assedio di Troia, dove Patroclo sarà per Achille un compagno fedele e paziente, tra gli alti e bassi tipici di un legame coniugale. Madeline Miller lo descrive con delicatezza e trasporto sinceri che coinvolgono e scaldano. Tutto ha un sapore autentico, anche gli altri personaggi, fra i quali spicca un indimenticabile Odisseo.

Ma Patroclo è davvero, alla fine, un uomo qualunque?

Non dovevo guadagnarmi l’immortalità con la guerra. Mi accontentavo della pace.

Lui si crede tale, ma no, non lo è. Per certi versi saprà dimostrare più carattere del suo (quasi) invincibile amante. Di certo chiunque lo incontra e lo legge non può rimanere indifferente al suo cuore e alla sua capacità di conoscere Achille, nel bene e nel male, come solo qualcuno che ama davvero può fare.

Insomma, se volete emozionarvi e rivivere una storia conosciuta con occhi nuovi, ve lo consiglio. Sì, sapete già come finisce, ma, credetemi, c’è più di quel che vi aspettate.

Le loro mani si incontrano e la luce si riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole.

Edizione 2019 Marsilio, Collana economica Feltrinelli

Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini

Pagine 382

Isolina: storia di una ragazza cancellata

… resta della sua scrittura soltanto un foglietto con una nota della spesa.

Poco più di tre mesi fa, il 7 dicembre 2019, camminavo da sola per le strade di Verona. Un giorno che, oggi come oggi, mi sembra dietro l’angolo e allo stesso tempo lontano secoli, speso in giro tra i mercatini natalizi, in attesa di una bella serata a teatro. È stato anche il giorno in cui finalmente ho trovato lei. Aspettavo di incontrarla da oltre un anno, da quando avevo letto la sua storia in un bellissimo libro di Dacia Maraini.

Sappiamo che a Isolina piaceva ballare, piaceva uscire la sera, piaceva avere amiche e corteggiatori. Suo padre dice di lei che aveva il diavolo in corpo e doveva essere vero perché tutti la descrivono come allegra, affettuosa, vivace, insofferente di ogni disciplina, curiosa, intelligente. Dalle poche cose che ci dicono di lei viene fuori fra l’altro una persona dall’animo gentile, infantile, golosa di divertimenti ma non cinica né maligna.

È una storia cruda, quella di Isolina Canuti, uccisa a Verona a diciannove anni, insieme al bambino che aspettava. Secondo le ricostruzioni di Dacia Maraini, la morte avvenne durante un maldestro tentativo di farla abortire (con una forchetta…), da un gruppo di ufficiali dell’esercito. Tra loro, il suo ex amante, il padre del bambino, il tenente Carlo Trivulzio, proveniente da una buona famiglia di Udine. Accadde in una trattoria, dopo la fecero a pezzi e la gettarono via come spazzatura, dentro tanti sacchi, nelle acque dell’Adige, che iniziarono a restituire i suoi resti intorno alla metà del gennaio 1900.

Isolina e il suo bambino non hanno mai avuto giustizia. Trivulzio fu arrestato e poi rilasciato. In seguito ci fu un processo, ma l’imputato era Mario Todeschini, direttore di un giornale, querelato da Trivulzio per una serie di articoli che puntavano il dito contro di lui. Isolina ne venne fuori come quella che se l’era cercata. Colpevolizzata, vilipesa. Uccisa due volte. Eliminata come uno scarabocchio scomodo. Non ha neppure una tomba. La ragazza cancellata.

Di Isolina non ci sono tracce. Per i registri comunali non è mai esistita. Forse è nata ma non è mai morta.

Vicolo Chiodo. Sapevo che l’avrei trovata lì. Dove c’era la trattoria del Chiodo, ora scomparsa, il luogo del suo assassinio. Ho percorso le vie decorate dalle luminarie, allontanandomi dal brusio della folla, l’atmosfera un po’ più silenziosa, addormentata. E finalmente eccola.

Un profilo femminile, laggiù, solitario. Un bassorilievo ferito dagli anni e dalle stagioni, eppure con una delicatezza che trascende la pietra. Secondo le credenze popolari quel profilo appartiene a lei, Isolina.

Difficile spiegare l’emozione che ho provato. Per un attimo ho visto sovrapporsi passato e presente: quel muro segnato da qualche scritta rimossa con una mano di vernice, quei bidoni della spazzatura… Il tempo che scorreva intorno ad Isolina. Anche intorno a me. Sono rimasta per un po’ a contemplare quel profilo, ignara della città, dell’ora, della data. È stato un piccolo dialogo senza parole, con la ragazza cancellata, con quella piccola testa scolpita.

Una storia cruda, come già ho scritto. Una storia che, in versioni diverse e tuttavia uguali, continua a ripetersi. Ma anche una storia con un pizzico di speranza. Perché una giovane donna è stata cancellata, ma un’altra donna, una donna più fortunata, libera, dopo decenni, ha deciso di raccontarla in un libro, di non abbandonarla all’oblio, di restituirle dignità. Ed un’altra donna ancora, a centoventi anni di distanza, continua a ricordarla e ha viaggiato per rendere omaggio a un bassorilievo.

Poi ti ho salutata, Isolina, ti ho lasciata lì, sola in fondo al vicolo. Ma un giorno tornerò a trovarti. Andateci anche voi. Se non l’avete fatto, leggete il libro di Dacia Maraini e, quando la vita ritroverà la normalità, quando saremo di nuovo liberi di uscire e viaggiare, passate da Verona, cercate Vicolo Chiodo. Cercate Isolina. Regalatele un momento.

Cancellare dalla vita una vita non è facile. Qualcosa rimane sempre, di irriducibile, di indistruttibile che si rifiuta di essere annientato.

Edizione: Bur Contemporanea Rizzoli 2016

Pagine 243

Fotografie di Franca Bersanetti Bucci