Rent 2020: l’Amore e la Bellezza esistono, li ho visti riempire un teatro

Viviamo in un periodo scoraggiante, in cui dilagano odio, pregiudizio, paura. A volte la sfiducia, la voglia di non credere più in un mondo diverso prevalgono…

Poi arriva una serata come quella del 3 febbraio 2020 al Teatro Duse di Bologna. Un evento unico che travolge emozioni e dubbi con tutta la sua colorata, vibrante energia. E di colpo la Bellezza e l’Amore diventano di nuovo possibili.

Rent 2020 non è stato solo la celebrazione di un’epoca e di uno spettacolo storico, con uno sguardo affettuoso a come eravamo, ma ha parlato anche al nostro presente e soprattutto al futuro, che può ancora cambiare, che è ancora da raccontare, sognare, costruire.

La poesia si è alternata alla gioia, la commozione alle risate, i ricordi ai sogni. Su tutto ha trionfato un senso profondo di coesione e lo spirito della vie boheme si è propagato come un’onda per tutto il teatro.

Eravamo tanti, tantissimi. Quelli che c’erano vent’anni fa, al debutto italiano di Rent e che hanno vissuto e accompagnato lo spettacolo nel suo percorso. Quelli che non c’erano e magari, come me, hanno imparato ad amare Rent e i suoi personaggi attraverso il film.

Tutti fantastici e appassionati gli artisti sul palco, lì a loro spese, animati dal puro desiderio di condividere emozioni. Colpevolmente molti non li conoscevo, mentre altri, tra cui la sempre incredibile Francesca Taverni e il grande Cristian Ruiz, sono performer che seguo e apprezzo da tempo.

Per fortuna o destino, proprio Cristian Ruiz vestiva i panni sgargianti di Angel, il personaggio di Rent che più amo, quello per cui, a ogni visione del film, ho sempre consumato un sacco di fazzoletti. Le lacrime sono arrivate anche questa volta, lacrime diverse, speciali, perché Angel non solo è tornato a vivere – più che mai!- ma ha fatto vivere e esplodere di gioia ed energia tutti noi. La quarta parete si è dissolta, palco e platea si sono mescolati. Un momento straordinario.

Un momento che non dovrebbe durare solamente lo spazio di una notte, di un ricordo. Dovremmo avere la capacità di portarne l’essenza con noi, di renderla nostra.

In questi vent’anni tanti passi avanti sono stati fatti contro l’Aids, contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, contro le chiusure mentali, la disinformazione e il bigottismo, ma le barriere da abbattere restano ancora molte, troppe. Servono la tenacia e l’ispirazione con cui Jonathan Larson ha creato Rent e l’audacia con cui Nicoletta Mantovani lo ha portato in Italia. Abbiamo bisogno di questo tipo di creatività coraggiosa, di qualcuno che non tema le sfide. Dobbiamo svegliarci, crescere, smettere di avere paura, scrollarci di dosso il peso morto dell’ignoranza.

Un evento come Rent 2020 ci ricorda quanto alimentare il cambiamento sia fondamentale, urgente, necessario.

Ancora in preda all’entusiasmo di questa grande serata, mi sto illudendo?

Voglio credere di no. L’Amore e la Bellezza esistono. Io li ho visti riempire un teatro. E se è successo, ci deve essere una speranza. Per l’Arte, per la società. Per chi c’era, per chi non c’è più, per chi ci sarà.

#notdaybuttoday

(Fotografie di Luca Bazzi)

L’Ascensore: il mio grazie a una storia che non può finire

Ci sono storie che parlano direttamente alle nostre emozioni più profonde.

Storie che ci seguono fuori dai teatri, dai cinema, dai libri. Le portiamo con noi, continuiamo a rievocarle, a discuterne, a ipotizzare svolte e finali, a vederci significati nuovi. Sono le storie migliori, non smettono mai di vivere.

L’Ascensore è una di queste storie. Il suo secondo tour si è appena concluso, ma il racconto vive, il suo cuore batte.

Un unico atto, senza tregua per attori e spettatori, in cui l’imprevedibilità della natura umana, con la complicità di un ascensore che si blocca, mescola come carte da gioco i destini di Emma e John, coppia in crisi, e di Mark, un giovane che la vita ha appena spinto sull’orlo del baratro. Una trama misteriosa dal ritmo intenso e un respiro romantico e crudele.

Rimangono nel cuore e nella testa, questi personaggi, così reali e veri. Restano negli occhi il blu cupo e le essenziali linee metalliche sul palcoscenico. Tutto deve essere immaginato eppure c’è, tangibile. Non se ne vanno dalla mente le canzoni, che ci si ritrova poi spesso a citare, perché qualcuna di quelle note, di quelle strofe, risuona anche nelle nostre vite.

Un’atmosfera cinematografica unita alla magia unica del teatro. Come un film, nell’arco dei due brevi – troppo brevi!!- tour che, da aprile 2019 a gennaio 2020, hanno portato L’Ascensore in giro per l’Italia, ho rivisto lo spettacolo più e più volte e davanti ai miei occhi i personaggi sono divenuti via via più nitidi, autentici, il coinvolgimento, l’intimità, il pathos sempre maggiori. Penso a dove potrebbe arrivare, a quanto potrebbe donare, in termini di qualità ed emozioni, una piccola perfetta opera come questa, se avesse l’opportunità di continuare a crescere, a essere diffusa, a consentire ai suoi attori di approfondire ancora e ancora i loro ruoli. Sarà possibile?

Chissà. In Italia non è mai semplice… Io ci spero, ma, vada come vada, ringrazio il coraggio e la lungimiranza di un produttore giovane come Giuseppe Di Falco per aver portato L’Ascensore dalla Spagna ai nostri palcoscenici. Ci ha creduto e si è circondato di talenti giovani come lui, dal regista Matteo Borghi a Luca Peluso che ha creato i suggestivi movimenti scenici così importanti per la trama.

Ma in particolare vanno ringraziati i quattro artisti che per oltre un’ora non abbandonano mai il palco, immersi dal primo all’ultimo secondo nella partita a carte col destino dei personaggi. A partire da Eleonora Beddini, lì a sostenere dal vivo tutto lo svolgersi della vicenda con la sua musica e i fantastici passaggi sonori, da lei appositamente realizzati, che accompagnano l’andare avanti e indietro nel tempo della narrazione.

E poi loro.

Danilo Brugia e il suo tormentato John, preso nella trappola di se stesso: un personaggio per nulla semplice, costruito su note dissonanti, con una crescita notevole nell’interpretazione, replica dopo replica.

Elena Mancuso e la sua appassionata, irrequieta Emma, che regola la temperatura emotiva dell’intero spettacolo, specchio e misura degli stati d’animo di compagni di scena e spettatori: un’attrice dolce e raffinata che sono felice di aver scoperto.

Infine il meraviglioso Mark: meraviglioso perché, con la sua solitudine e il suo smarrimento, con la sua normalità di ragazzo qualsiasi, è il più vicino a tanti di noi. Un piacere vedere Luca Giacomelli Ferrarini in un ruolo tanto intimo: con la sua sensibilità di interprete che ben conosco dona a Mark sfumature così intense, sia nel recitato che nel cantato, da farlo arrivare dritto al cuore.

Grazie, dunque, a tutti.

Il tour è finito ma io ho parlato al presente di questo spettacolo, come se fosse ancora in scena, anche adesso. Di certo sta ancora andando in scena nella mia fantasia. Ci sto persino scrivendo sopra una serie di racconti. Capita così con le storie davvero potenti. Ci rimangono dentro, ci ispirano sogni. Sono le storie che non finiscono mai.

(Video tratti dalle pagine social di L’Ascensore-Un thriller sentimentale

Fotografie tratte dai video)

Le avventure di Mercuzio: un esordio imperfetto ma che si fa ricordare

Negli occhi poi, verdi come i boschi, riluceva una specie di bagliore folle, che però rendeva il suo sguardo già bello ancora più espressivo e penetrante.

Chi mi conosce potrà facilmente immaginare il motivo principale della mia curiosità per questo libro. Da sempre, fin dall’infanzia, adoro il Mercuzio di Shakespeare, un personaggio che in anni recenti si è rivelato portatore di sorprendenti novità nella mia vita. Potevo quindi non leggere una storia con il suo nome nel titolo?

Ma in effetti il mio interesse, titolo a parte, è stato alimentato soprattutto dalla trama, ambigua e surreale.

Chi è Mercuzio, misterioso giovane che vive in solitudine in un appartamento in via dell’Anima, a Roma, circondato solo di libri?

Il bel Mercuzio non conosce nulla del presente là fuori, è del tutto scollegato dall’attuale realtà. Non è neppure dato sapere come si mantenga. Sarà Virgilio, il ragazzo delle pizze a domicilio, a guidarlo nella scoperta del mondo infernale là fuori e ad aiutarlo nella conquista della splendida Beatrice, di cui Mercuzio si è perdutamente innamorato.

Perplessi? Io, leggendo, lo ero. Perché, ad esempio, chiamare il protagonista Mercuzio quando forse sarebbe stato più sensato Dante? E cosa mi stava raccontando Daniel Albizzati? Una favola? Una metafora sociale? Altro ancora?

Forse tutto questo e di più. L’autore sfrutta le lacune comportamentali di Mercuzio per parlare dell’uso dei social e della loro influenza nei rapporti interpersonali, specie fra i giovani. È tutto quasi caricaturale, i ragazzi descritti sono per lo più tutti pariolini, ricchi, annoiati, come appena usciti da una fiction piuttosto banale, i loro rituali sociali vengono portati all’estremo. Sulle prime questo mi ha un po’ infastidita, mi sembrava togliesse spessore alla vicenda. Poi ho pensato che tale esasperazione poteva essere voluta, per sottolineare ancora di più l’estraneità di Mercuzio, la sua diversità, anch’essa estrema. Lui è la vera carta vincente del romanzo, col fascino dell’incompreso e dell’incomprensibile. Grazie alle sue strampalate, tragicomiche avventure si riflette anche sull’amicizia, sull’amore, sulla lealtà, sull’essenza dei sentimenti che spesso, nella frenesia del vivere, non ci accorgiamo di lasciare da parte. Sulla necessità del sogno, a volte un rifugio, a volte una via di fuga. Non si può non amarlo, questo Mercuzio alieno e alienato, così innocente e buffo, così fuori tempo e fuori luogo, così saggio e antico, così sincero e bambino. Via via, sì, diventa chiaro perché sia stato chiamato Mercuzio. Il nome gli calza a pennello.

Peccato per la copertina, che non lo rispecchia.

Alla fine, comunque, voi mi chiederete, chi è Mercuzio? L’enigma intorno alla sua figura sarà chiarito? E coronerà il suo sogno d’amore con Beatrice?

Domande a cui ovviamente non posso rispondere, svelerei troppo. Ma davvero questa strana storia imperfetta mi ha colpita, intrigata e sorpresa. In particolare mi ha spiazzata il finale. Non me lo aspettavo. Lì… lì ho veramente riconosciuto Mercuzio, come non lo avevo mai visto, eppure proprio lui, quello che amo da sempre, quello che credeva con passione nella vera amicizia e nell’amore, sin nelle viscere, dentro il sangue.

Mercuzio il folle.

Non sono io quello pazzo; pazzi sono tutti quelli che riescono a passare sopra a tutto. Insomma, bisognerà pure dare importanza a qualcosa in questo mondo, no? Sennò, se tutto è equiparabile, se tutto è livellabile, se ogni cosa è perdonabile, niente vale più, e non vale neanche più la pena di dare un senso alle cose.

(Edizione marzo 2018: Fazi

Pagine 254)

La ragazza del Moulin Rouge: come in un romanzo, lei visse danzando

Ognuno fa come può il proprio ingresso nel mondo!

E che ingresso quello di Jane Avril! Anzi, non solo quello, tutta la sua vita è degna di un romanzo. Sembra uscita dalla penna di Hugo o dal libretto di un’opera lirica. Nasce illegittima, nel dolce mese di giugno, il mese delle farfalle, da un marchese italiano che non si cura granché di lei, e da una cortigiana parigina, che si rivela una madre crudele, probabilmente affetta da una qualche forma di malattia mentale. La stessa Jane, appena adolescente e vittima dei maltrattamenti materni, finisce ricoverata nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrière per isteria. Proprio come l’eroina sventurata di tanti romanzi classici, arriva anche a meditare il suicidio, gettandosi nella Senna, ed è una prostituta a distoglierla dal tragico proposito.

Soprattutto a salvarla e a dare una svolta alla sua esistenza, è la danza.

Non appena cominciò il ballo, scandito dal ritmo trascinante di un’orchestra indiavolata, uno slancio irresistibile mi travolse, sebbene l’intima lotta tra tentazione e timidezza mi facesse battere il cuore a mille! Ed eccomi lì a danzare e saltare, come un capretto evaso dalla stalla, o meglio ancora come la pazza che senz’altro dovevo essere, almeno in parte.

È così in effetti che la chiamano al Moulin Rouge, uno dei luoghi che più amerà in assoluto, Jane la folle. Follia che lei definisce “una presenza dolce e consolatoria, che mi ha aiutato a vivere e di cui rimango una schiava entusiasta“.

Quello che più colpisce di queste sue memorie, scritte una decina d’anni prima di morire, è la sua joie de vivre, l’entusiasmo candido e disarmante con cui racconta l’epoca bohemienne del Moulin Rouge e delle Folies Bergère, anni sfavillanti e scandalosi, all’ insegna dell’arte più sublime e dei vizi più sfrenati.

Non mi è mai più ricapitato di vivere anche in piccola parte quella nobile sensazione di euforia collettiva.

Una sarabanda di luci e ombre da cui la sua voce emerge incredibilmente pura e pulita. Parla di amanti e corteggiatori con una semplicità quasi fanciullesca. Vive libera, in maniera estremamente moderna, sempre con grata meraviglia.

Posso dire di essere stata veramente molto amata. E anche io ho amato, ogni volta in maniera diversa. A tale riguardo spero di essere giudicata con clemenza, per quanto in fondo la cosa non mi preoccupi un granché. Tuttavia conservo un ricordo prezioso dei miei amori e nutro ancora un’autentica tenerezza verso coloro che seppero ispirarmi affetto. Nessun amore, però, è stato mai tanto assoluto da farmi sacrificare la danza.

Sempre la danza, al centro di tutto. E l’Arte, quella con la A maiuscola. Jane incontra, conosce e frequenta tanti degli artisti di quegli anni incredibili e passa alla storia come musa di Toulouse-Lautrec, che la immortala in vari celebri dipinti e manifesti. Lei lo definisce un caro amico geniale con uno splendido e dirompente talento, un invalido che dissimulava una profonda malinconia con una pungente prontezza di spirito.

A un certo punto, Jane diventa anche madre e poi, cedendo a uno dei suoi innamorati più insistenti e determinati, si sposa. Ma il suo spirito libero e folle non si assopisce mai davvero, traspare da ogni riga, da ogni ricordo, accompagnato da quella vena d’inquietudine che è così tipica delle persone abituate a sentirsi diverse, fuori dagli schemi.

Sola… ma non lo sono sempre stata, in fondo? I miei sogni sono stati così lontani dalla realtà! D’altronde chi può mai davvero illudersi e sperare di essere compreso dagli altri?

Non so se ti ho compresa, ragazza del Moulin Rouge, ma leggere le tue memorie è stato come vedere un quadro di Toulouse-Lautrec che prendeva vita e finirci dentro, coinvolta insieme a te dal vortice della danza, dalla voglia di vivere e di eccedere di un tempo unico e irripetibile.

Mi capita a volte di sognare di ballare ancora. Posando lievemente e solo di rado la punta dei piedi a terra, m’involo leggera e tutti coloro che ho amato mi sorridono dal basso.

Grazie, deliziosa Jane.

(Edizione 2015: Castelvecchi

Traduzione di Massimiliano Borelli

Pagine 92)

L’Arte è uno specchio: due giorni al Moulin Rouge con il Cerchio di Legno

L’Arte è uno specchio.

C’è un volto da studiare. Un ritmo da seguire. Solo poche ore per entrare in sintonia con i passi. Solo una notte per raccontare un ruolo. Poi ecco la magia: le frasi si combinano, le parole diventano storie e si legano ai gesti e alla danza. Tutto coincide, i tempi sono perfetti, come un vestito su misura. Ecco Parigi, ecco il Moulin Rouge. Davanti allo specchio tante anime uniche e imperfette. Nate in un pomeriggio eppure già autentiche.

L’Arte è uno specchio.

Il volto riflesso è anche il nostro, quello del pubblico. Si può essere spettatori passivi e non andare oltre la sedia su cui si è seduti, guardare senza vedere, non riconoscersi in quel riflesso. Ma si può anche imparare ad essere spettatori attivi, a vedere, a superare la superficie dello specchio. A percepire la fatica, l’adrenalina, la passione. A comprendere le lacrime. E allora è un viaggio nella meraviglia.

Succedeva tutto questo una settimana fa, in occasione del workshop dedicato da Il Cerchio di Legno al musical Moulin Rouge. Una delle più belle esperienze artistiche e creative che io ricordi. Per questo ringrazio i due incredibili Maestri Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz e tutti i fantastici allievi, che con tanta generosità hanno condiviso due giorni di crescita e bellezza. Una volta di più, il mio sguardo da profana sul Teatro ne esce modificato, con maggiore consapevolezza. Con rinnovato rispetto.

Se volete capire cosa intendo, il Cerchio di Legno vi aspetta il 21 e il 22 dicembre 2019 con un weekend tutto natalizio ispirato a Nightmare Before Christmas.

L’Arte è uno specchio e al Cerchio di Legno, se siete pronti a farvi prendere per mano, quello specchio si attraversa.

cerchiodilegno@aol.com

http://www.ilcerchiodilegno.com

(Fotografie, riprese e video di Luca Giacomelli Ferrarini)

Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

“Il Copione”: dalla parola scritta alla parola viva, la bellezza della trasformazione

Il grande Federico Garçia Lorca diceva che il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana. Poesia, è vero, e prima di tutto pensiero che diviene parola scritta e poi viva e recitata. A volte noi spettatori, seduti in platea, distratti dalla messa in scena, scordiamo o non prestiamo la giusta attenzione alle parole del testo, al loro reale peso. Quante sfumature, quanti particolari si possono scoprire di una scena, di un dialogo, ascoltandone sul serio, nel profondo, le parole.

Ebbene ora, a Milano, a questo proposito sarà possibile vivere un’esperienza davvero speciale. L’attore, autore e regista Tindaro Granata, tramite l’associazione Situazione Drammatica, creata con Carlo Guasconi e Ugo Fiore, ha infatti deciso di organizzare una rassegna di drammaturgia contemporanea molto intrigante, in collaborazione con il Teatro degli Incamminati, Spazio Banterle e Proxima Res. Una volta al mese, lungo un percorso di sei incontri, altrettanti autori presenteranno una loro opera al pubblico, che, al posto del biglietto, acquisterà una copia del copione: dopo una breve presentazione del testo, gli spettatori potranno così seguirne direttamente la lettura, eseguita da attori in forma drammatizzata, avendo poi la possibilità di discuterne con l’autore.

Si comincia l’11 novembre 2019, con Carlo Guasconi e Essere bugiardo, vincitore del Premio Tondelli 2015 (*la serata è sold out, c’è una lista d’attesa a cui è possibile iscriversi)

Il 2 dicembre sarà la volta di Stormi di Marco Morana, vincitore del Premio Inedito 2019.

Si proseguirà nel 2020, il 13 gennaio, con Tatjana Motta e Nessuno ti darà del ladro, finalista al Premio Tondelli 2017.

Il 24 febbraio toccherà a Riccardo Favaro con Ultima Spiaggia, vincitore del Premio Scenario 2019.

Poi si continuerà il 16 marzo con Play di Caroline Wonderland Baglioni, vincitrice alla Biennale 2019 di Venezia, per terminare il 6 aprile con L’officina di Angela Dematté, vincitrice del Premio Riccione 2009.

Ogni serata avrà inizio alle ore 20.30, presso Spazio Banterle di Milano, vicino al Duomo. Il progetto si sostiene senza finanziamenti, solo con l’incasso degli incontri: il costo dell’ingresso è di 10 euro, comprensivo di posto a sedere e copione (5 euro per studenti sotto i 25 anni). L’acquisto è possibile su Vivaticket e presso Spazio Banterle in orario di biglietteria. Per prenotazioni scrivere una mail a biglietteria@incamminati.it o inviando un sms al numero 3482656879.

Un’occasione preziosa per sostenere la giovane drammaturgia italiana e per vivere da vicino la meraviglia del passaggio dalla pagina alla recitazione. Una trasformazione che trasformerà anche gli spettatori e la loro visione del teatro. Tindaro Granata dice che la bellezza delle cose non è determinata da chi le crea ma da chi partecipa ad esse, perciò chi può, vada e partecipi. Perché ci sia tantissima bellezza.