Helter Skelter: non dimentichiamo i sogni che sono stati spenti

Quentin Tarantino l’ha riportata in vita nel recente film C’era una volta a Hollywood, proprio a cinquant’anni esatti dalla sua tragica, orribile morte.

Era infatti il 1969, la notte del 9 agosto, quando Sharon Tate fu massacrata dai seguaci del folle Charles Manson. Io non ero ancora nata, ma già da bambina, cresciuta a pane e cinema, venni a sapere del terribile destino di questa giovane attrice, moglie del regista Roman Polanski. Ventisei anni appena. Bellissima. Intendo di una bellezza autentica, non di quelle costruite dal trucco e dal glamour. Basta guardare una qualsiasi delle fotografie in cui sorride o un’ intervista video: era disarmante, una di quelle persone che splendono di luce interiore e la spargono intorno.

Tanti sono i casi famosi di cronaca nera passati alla storia, ma questo mi ha sempre colpita nel profondo, soprattutto perché Sharon al momento del massacro era incinta di otto mesi e mezzo. Ciò mi ha sempre impressionata moltissimo. E a cinque decenni da quella notte (curiosamente il 9 agosto, una data legata a un evento molto doloroso della mia vita personale) ho deciso di approfondire la vicenda, leggendo Helter Skelter, in cui Vincent Bugliosi ricostruisce minuziosamente il caso. Ed è una ricostruzione davvero di tutto rispetto, poiché Bugliosi fu il pubblico ministero nel processo a Charles Manson e a parte della sua cosiddetta famiglia.

Com’è tristemente noto, insieme a Sharon Tate furono uccisi anche tre suoi amici e un giovane capitato sul luogo quasi per caso, mentre la sera dopo fu la volta di una coppia di coniugi, Leno e Rosemary LaBianca. Bugliosi racconta gli eventi, le indagini (costellate di numerosi errori), il lungo, complicato percorso giudiziario, le ipotesi sulle pazzesche motivazioni di Manson, lo studio dei suoi meccanismi mentali, della sua anima così sinistra e oscura.

Credo che Manson sia un caso unico. È senza dubbio uno dei più affascinanti criminali della storia americana, e sembra improbabile che ci sarà mai un altro serial killer come lui. Ma non ci vuole un profeta per riconoscere nel mondo odierno almeno qualche elemento potenziale della sua follia. Tutte le volte che la gente sottomette la propria volontà a figure dittatoriali che possono fare tutto ciò che vogliono – che ciò avvenga in un culto satanico, nella destra o nell’estrema sinistra, o in qualsiasi altro perverso culto – questi elementi tornano ad affiorare. Si spera che nessuno di questi gruppi sforni un nuovo Charles Manson. Ma sarebbe ingenuo sostenere che questa spaventosa possibilità non esista.

Parole che fanno decisamente riflettere. Halloween si avvicina e questa sanguinosa storia testimonia che quelli che fanno veramente paura, i veri mostri, siamo noi esseri umani, spesso capaci di atti di malvagità inconcepibili.

Penso a Susan Atkins, tra le seguaci di Manson una delle più spietate e inquietanti, colei che materialmente uccise Sharon Tate, negandole la pietà che implorava per il proprio bambino. Per inciso era un maschietto. Secondo il patologo che effettuò l’autopsia, se il corpo della madre fosse stato scoperto entro venti minuti dal decesso, avrebbe forse potuto essere salvato con un cesareo d’urgenza. Sulla tomba porta il nome di Paul Richard.

Le fotografie dei corpi, così come furono trovati, a colori, sono facilmente reperibili da chiunque con Google. Non è insolito, se ne trovano di tanti delitti famosi, già a partire dalle foto delle vittime di Jack lo Squartatore per arrivare alla celeberrima Dalia Nera, ma una volta di più, pensando soprattutto a Sharon e al suo bambino, mi chiedo se sia giusto esporle in modo così gratuito e privo di filtri. Se forse non sarebbe più giusto tenerle in archivi accessibili solo per motivi di ricerca, studio o simili. Un ultimo atto di rispetto e protezione.

Hollywood è un luogo colmo di malignità. Interrogando i conoscenti delle vittime, la polizia non sentì altro che astio e velenosità. Tuttavia, ed è un fatto degno di nota, nessuno di chi effettivamente conosceva Sharon Tate disse mai qualcosa di spiacevole su di lei. Molto dolce, un po’ ingenua: ecco le parole usate più spesso.

Voglio ricordare questa ragazza sfortunata così, quando sorrideva e immaginava un futuro luminoso. C’erano tanti sogni dentro i suoi occhi. E a volte vale la pena di raccontare anche i sogni che si sono infranti, che sono stati spenti anzitempo, senza misericordia. Vanno celebrati, per non far vincere chi li ha distrutti.

(Autore della fotografia di Sharon Tate: Terry O’Neill

Edizione settembre 2019: Mondadori

Traduzione di Aldo Piccato

Pagine 561)

Miss Islanda: alla ricerca di uno spazio in cui essere liberi

Metto la macchina da scrivere sul tavolo e inserisco un foglio. Impugno la bacchetta del direttore d’orchestra. Posso accendere una stella nel firmamento nero. Posso anche spegnerla. Il mondo è una mia invenzione.

E Miss Islanda racconta proprio questo : il bisogno di inventare un nuovo mondo, di crearsi uno spazio in cui poter essere liberi, se stessi, anche soltanto immaginare un luogo della mente in cui trovare respiro.

Lo stile è asciutto ed essenziale, nordico, e ben si accorda con la personalità della voce narrante, Heckla, che ha il nome di un vulcano, e si trasferisce a Reykjavik decisa ad aprirsi una strada come scrittrice, nell’Islanda di sessant’anni fa, ancora fortemente maschilista e patriarcale.

I poeti erano maschi. Dal che avevo imparato a non svelare a nessuno le mie intenzioni.

Heckla porta i pantaloni, dà alla gatta un nome maschile, ammette serenamente di desiderare gli uomini per il loro corpo e rifiuta a più riprese di concorrere per il titolo di Miss Islanda. Soprattutto osserva, da scrittrice autentica, offre poco di sé ma registra con lucidità chi e cosa le sta intorno.

Più fragili e viscerali i suoi amici, ancora più difficile per loro inventarsi un mondo su misura.

Isey, sposata e madre di una bambina piccola, subisce il mondo altrui e ha il terrore di avere tanti figli. Unica via di fuga in un diario, su cui scrive quasi sentendosi in colpa. La sua lotta interiore contro la rassegnazione a una vita ormai prestabilita è toccante, come quando riconosce nella vicina di casa la propria solitudine.

… ho notato che anche la donna stava lì alla finestra della cucina e guardava fuori nel buio. Mi è sembrato che avesse un’espressione molto molto triste. Mi sono vista specchiata nel vetro e anche lei si è specchiata nel vetro di casa sua, due donne insonni, e per un attimo le immagini dei nostri visi si sono sovrapposte e ho avuto come l’impressione che lei fosse nella mia cucina e io nella sua, riesci a farti un’idea della balordaggine che c’è in me?

E poi Jón John, il personaggio che più ho amato. Costretto a fare il marinaio per vivere ma con l’intimo sogno di realizzare costumi per i musical. Il mondo che vorrebbe inventarsi è quello in cui un ragazzo come lui possa liberamente amare altri ragazzi. Non lo crede possibile e si autodefinisce invertito, consumato dall’amara convinzione di non poter vivere la propria sessualità e voglia di amare alla luce del sole.

Conosco diecimila sentimenti, connessi con il vuoto.

Il suo rapporto con Heckla è profondo e delicato quanto lui e probabilmente rappresenta anche il sentimento più vero che lei stessa abbia mai provato. Di certo, a modo loro, si amano e si sostengono. Jón John non crede in se stesso eppure crede in Heckla.

Anche se nel mondo non c’è spazio per un finocchio, Heckla, c’è però spazio per una scrittrice.

Ci si affeziona a questi personaggi, ci si chiede cosa ne sarà di loro. Io non sono riuscita ad abbandonarli e ho divorato il libro in una sera, conquistata.

Il finale può sorprendere o meno, dipende dal punto di vista soggettivo del lettore: la linea che separa e al contempo unisce i sogni e i compromessi può essere molto sottile. Sicuramente l’intera storia offre uno spunto per riflettere su quante cose siano cambiate in sei decenni e quante, dopotutto, non siano poi molto diverse. In ogni caso, oggi, come allora, quel che conta è continuare a battersi, anche fallendo ma mai rinunciando, per quel luogo in cui potremo essere veramente e totalmente noi stessi.

Non posso mollare la presa. Scrivere. È questo che mi tiene ancorata alla vita. Non ho nient’altro. Tutto quello che ho è l’immaginazione.

Edizione settembre 2019: Einaudi

Pagine: 208

Traduzione di Stefano Rosatti

L’estate incantata: verrà l’inverno e avremo sorsi di estate da bere

Non ho mai saputo spiegare il mio sentimento ambivalente nei confronti dell’estate. Ho sempre pensato che sia la stagione più cupa. Un oscuro splendore, il suo, come l’oro antico, con una luminosità fatta di zone d’ombra. Forse perché tanto mi ha dato ma tanto mi ha tolto.

Poi ecco che scopro che già nel 1957 qualcuno aveva saputo raccontare in un libro l’essenza misteriosa di questa stagione contraddittoria. E, nonostante ci sia arrivata con colpevole ritardo, è stato subito amore.

Conoscevo Ray Bradbury soprattutto come autore di fantascienza ( celebre il suo Fahrenheit 451 e anche le Cronache Marziane), ma, nel caso di L’estate incantata, ha scritto una storia di formazione, un racconto corale, sulla crescita, l’invecchiamento, le speranze e le paure del vivere, il mistero sottile che lega vita e morte.

Se ne stava seduto sul portico, davanti alla zanzariera, e fissava il cielo che si dava un’aria innocente, come se tutto fosse tranquillo, mentre in realtà tutto correva. Ma se si chiudevano gli occhi e ci si sdraiava immobili, allora sì che si sentiva il mondo girare come una trottola, e le orecchie si riempivano dell’eco cavernosa di un mare nero che le invadeva e si frangeva su scogliere inesistenti.

Ecco… questo, per esempio, nelle sere d’estate non vi è mai successo? Sotto un portico, su un terrazzo, il grande cielo stellato sopra di noi, tutte le altre vite, chissà quali, chissà di chi, dietro le finestre accese nel buio, e i pensieri che vanno verso distanze assurde… In inverno non può accadere, siamo protetti nella relativa sicurezza dei salotti, il camino acceso. Solo l’estate ha questo potere di allargare gli spazi, di estendere le percezioni. E Bradbury ha saputo esprimerlo totalmente, con una prosa che ho amato tanto, a tratti poetica, colma di immagini evocative, colori, sapori e odori, della luce particolare delle estati che tutti ci portiamo dentro. La luce di quando eravamo bambini, che non sarà mai più la stessa. E quella di quando il tempo ormai si assottiglia, forse la più vivida.

In questa storia i giovani acquistano la consapevolezza di essere vivi e poi capiscono che un giorno dovranno morire. E i vecchi sono come viaggi all’indietro, macchine del tempo viventi, portatori di memorie ancora così intense da fare persino innamorare.

E poi ci sono i denti di leone.

Vino di dente di leone. Parole che significavano estate. Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia.

Il titolo originale del romanzo è Dandelion Wine, quel vino che il nonno del piccolo Douglas ricava dai denti di leone del giardino e imbottiglia metodicamente per tutta l’estate, così che in inverno ci sarà un po’ d’estate da bere ogni giorno. Pensateci, file di bottiglie dorate, file di momenti, ricordi, sorsi di sole, stelle, temporali. Gocce della stagione che dona e che toglie.

L’estate non finisce mai del tutto.

Edizione 2019 Mondadori

A cura di Giuseppe Lippi

Titolo originale Dandelion wine

Pagine 267

L’Assassino Cieco: un viaggio appassionante lungo tre storie

L’unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non verrà mai letto.

A parlare è Iris, ormai anziana, consapevole che la morte si avvicina. Scrive non sa per chi (ma in realtà sì, lo sa) e ricostruisce la propria lunga vita, sin dall’infanzia, soprattutto il rapporto con la sorella minore Laura.

Da bambina, Laura chiedeva: in Paradiso che età avrò?

Laura, particolare, fragile e ribelle. Morta suicida da giovane e divenuta poi famosa per via della pubblicazione postuma di un suo romanzo. Alle memorie di Iris si alternano quindi stralci di questo libro, che ruota intorno agli incontri clandestini di due amanti senza nome. E, come in una matrioska narrativa, nel romanzo lui racconta a lei la storia che sta scrivendo, una variopinta trama fantasy che ha per protagonista un assassino cieco.

Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio e l’ultimo, e dice sempre la verità. Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l’uomo che non poteva vedere si innamorarono.

Quindi, in pratica, L’assassino cieco è il racconto di un uomo misterioso, dentro il romanzo di una suicida, dentro i ricordi di un’anziana donna. Un intreccio complesso che poteva facilmente sfuggire di mano, diventare dispersivo, smarrire per strada l’attenzione del lettore. Ma se l’autrice è Margaret Atwood allora succede che ne esce un’opera poderosa ed intima allo stesso tempo, fluida, scorrevole, avvolgente. Seguire le tre vicende è un’avventura, scoprendo via via quanto profondamente – molto più di quel che si poteva presumere all’inizio – siano legate l’una all’altra.

Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio.

È così che ho conosciuto la scrittura pungente e affilata di Margaret Atwood: non ho ancora letto il famoso Racconto dell’Ancella di cui proprio in questi giorni è uscito l’attesissimo seguito, I Testamenti, ma ho trascorso buona parte della primavera e dell’inizio dell’estate in compagnia della lucida, amara ironia di Iris e delle disincantate conversazioni dei due amanti, in luoghi e tempi sempre diversi, avanti e indietro negli anni e nei sogni, fuori e dentro dalla realtà e dalla fantasia.

I francesi se ne intendono di tristezza, ne conoscono di tutti i tipi. È per questo che hanno i bidè.

Amabilmente corrosivo lo stile dell’autrice, mi ha fatto innamorare di lei: nessuna banalità, nessuna retorica romantica, il suo sguardo sugli affetti, il matrimonio, il sesso, la maternità, la natura umana, è diretto e sincero, senza filtri e abbellimenti. Nessuna concessione, la vita è questa, lettore, vediamo di farcene subito una ragione.

Mi sento sempre più come una lettera – depositata qui, raccolta là. Ma una lettera senza destinatario.

In particolare ho amato il modo in cui Iris parla della proprio vecchiaia, con tutti i sentimenti contrastanti che genera, le paure, le frustrazioni.

Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e pericolosi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Proprio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una gamba, all’improvviso il corpo ha altre cose da fare.

Così brutalmente chiara, Iris, di fronte al mondo che cambia, agli errori, alle verità mai dette e che vanno finalmente rivelate, forse a tutti, forse a nessuno, soprattutto a se stessa. Consapevole del valore e del potere della parola.

Le cose scritte possono fare molto male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto.

Può non essere una lettura semplice, sono pur sempre più di cinquecento pagine, ma si tratta di un lungo viaggio di cui non ci si pente. Perlomeno per me ne è valsa la pena. E alla fine mi è dispiaciuto separarmi da Iris, era diventata una voce amica. So dove ritrovarla.

Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando leggerai quest’ultima pagina, quello – se mai mi troverò da qualche parte è l’unico posto in cui sarò.

(Editore: Ponte Alle Grazie

Traduzione di Raffaella Belletti

Titolo originale: The blind assassin

Pagine 552)

Amore: vi farà male e non lo dimenticherete

La aspetta qui.

Questo libro è come una di quelle persone che non si notano subito. Anzi all’inizio ci sembrano persino anonime, qualcuno che di certo ci scorderemo in fretta. Solo a un certo punto, forse quando le guardiamo davvero, forse addirittura dopo, quando già ce le siamo lasciate alle spalle, realizziamo invece che è proprio il contrario: non le potremo scordare mai, inaspettatamente hanno segnato in noi una traccia profonda.

Leggevo Amore, all’inizio, e mi chiedevo quale fosse il punto. In realtà lo aveva visto quasi subito ma non lo volevo vedere, volevo sperare che ci fosse dell’altro, un risvolto rassicurante che mi distogliesse dalla sgradevole impressione iniziale. Ma non è stato così.

Un bambino aspetta il ritorno della madre dal lavoro. Domani compirà nove anni e fantastica di torte e di trenini. La madre arriva… ed è impossibile non notarlo: lei è distratta, disinteressata, lo saluta, gli parla, gli cucina la cena, ma non lo guarda mai veramente. Pensa ad altro, al lavoro, agli uomini, ad abiti che vorrebbe comprarsi e non al compleanno del giorno dopo.

Già così il quadro è piuttosto disturbante. Poi accade l’incredibile: entrambi escono di casa, all’insaputa dell’altro. Il figlio vuole lasciare l’opportunità alla madre di preparargli in segreto la torta di compleanno, come da loro tradizione. La madre lo crede a letto e va in biblioteca per poi cambiare programma e andare da tutt’altra parte. La narrazione si snoderà in parallelo, lungo i loro due incauti percorsi notturni, scarna, minimale, un flusso di dettagli banali, che però, per contrasto, rendono tutto reale in maniera spietata. Leggevo in un pomeriggio afoso di fine agosto, eppure Hanne Ørstavik è stata capace di calarmi totalmente nel buio, nei cumuli di neve e nel gelo di una notte norvegese. Di mantenermi in un continuo stato di tensione nonostante il tono asciutto e quasi impersonale della scrittura. Una storia breve, eppure sono uscita dalle sue pagine stremata. E ancora ci penso.

Si intitola Amore, ma dove sta l’amore in questo racconto che fa così male?

C’è. In un modo sottile e inatteso. Quell’amore in cui crediamo ciecamente, quello che diamo per scontato, quello per cui non siamo preparati, che cerchiamo e perdiamo di vista, confondendolo con la solitudine, che non riconosciamo. L’amore che non sappiamo comunicare. Basterebbe così poco.

Sorprendente. Mi resterà dentro come una spina.

Mi ricordo una filastrocca di una favola》, dice lei, 《una delle cose più belle che conosco. (…) Fa così:

Lontano, lontano c’è un mare,

nel mare c’è un’isola,

nell’isola c’è una chiesa,

nella chiesa c’è una fontana,

nella fontana nuota un’anatra,

nell’anatra c’è un uovo…》

Sente che sta per piangere:

《Nell’uovo c’è il mio cuore》.

Editore: Ponte alle Grazie

Traduzione di Luigi Spagnol

Titolo originale: Kjærlighet

Pagine 126

L’ora di Agathe: la vera solitudine è essere vuoti

Sono una solitaria, da tutta la vita. Figlia unica, introversa, poco portata per le attività di gruppo, la mia natura mi ha sempre spinta verso ciò che si può fare in solitudine. Probabilmente non è un caso che io ami scrivere. Non mi sono mai annoiata, però. Da bambina ho sempre beneficiato di una fervida immaginazione e di una mente iperattiva e crescendo la cosa non è cambiata. Non fraintendetemi, mi piace stare con gli altri, anche il mio lavoro è a stretto contatto con le persone, ma c’è una parte di me che prova sempre un brivido di segreto benessere quando, per esempio, salgo su un treno da sola o ceno fuori per i fatti miei.

E qui arrivo al perché di questo preambolo, ovvero qual è l’essenza della solitudine, nella sua accezione più negativa?

A questo interrogativo mi è parso che riesca a rispondere il breve e intenso L’ora di Agathe, opera d’esordio della danese Anne Cathrine Bomann. La storia è ambientata in Francia e racconta di uno psicanalista poco più che settantenne in procinto di andare in pensione. Ha persino avviato un conto alla rovescia, nell’attesa di questo momento tanto desiderato. Si potrebbe pensare perciò che sia pieno di progetti per la nuova vita da pensionato, ma in realtà non è così. Il nostro protagonista conduce un’esistenza piatta e ripetitiva, priva di scopo, di entusiasmi, del minimo palpito per qualcosa o qualcuno. Non solo non ha una vita sociale, ma gli manca proprio la vitalità interiore e, se brama il pensionamento, è perché anche sul lavoro ha perso ogni stimolo.

E così, in un modo o nell’altro, era passata un’altra ora della mia vita》

Saranno due imprevisti a scuoterlo e confonderlo: l’arrivo di Agathe, nuova paziente tedesca affetta da depressione, e la perdita, seppur temporanea, della sua fedele ed efficiente segretaria, che prende un periodo di aspettativa per occuparsi del marito malato. Due avvenimenti che infrangono la sua indifferente routine e innescano in lui meccanismi di emozioni troppo a lungo accantonate. La segretaria gli manca, da solo non sa fare quasi nulla. Agathe lo attrae e lo turba.

Mi sembra di provarci, ma la vita continua a sfuggirmi. Eppure è proprio lì: così vicina che ne sento l’odore. Ma non riesco a capire come si entra》

Questo dice Agathe e intanto lo psicanalista comincia a chiedersi la stessa cosa: come si entra nella vita?

Realizza concretamente di esserne rimasto fuori. Capisce di essersi sbarrato l’ingresso da sé. Ed eccola qui, secondo me, l’essenza della vera solitudine, quella negativa, triste: non vivere da soli, ma vivere senza vivere, vuoti, senza sogni, speranze, passioni. Un vuoto che non si può risolvere neppure circondati da decine di persone, perché dobbiamo essere noi stessi a colmarlo.

Io non ho mai amato nessuno》

《Non tutti abbiamo questa fortuna. Forse per lei sarebbe più facile morire》

《Forse. Ma mi è più difficile vivere》

《Può darsi che lei abbia ragione. Senza l’amore, in una vita non rimane molto》

Essere vuoti significa non provare amore. E non mi riferisco solo all’amore romantico, ovviamente, o a quello per i nostri cari, i nostri amici o i nostri cuccioli. È amore anche quello che mettiamo in un progetto, in ciò che ci appassiona delle cose del mondo, nella gioia per un viaggio, nella capacità di apprezzare la bellezza che ci circonda.

Forse non dovrei lucidare l’argenteria tutti i giorni, se amassi un po’ di più mio marito.

《Non dica così, signora. Io credo piuttosto che dovrebbe cercare di avere un po’ più d’amore per sé stessa》

L’amore indispensabile, quello per noi stessi: se non c’è, non ci può essere altro tipo di amore, solo surrogati a cui ci aggrappiamo per essere salvati.

Ho molto apprezzato lo stile dell’autrice: semplice e delicato, un procedere dolce, in una serie di dialoghi e momenti che delineano piano piano il percorso di consapevolezza del protagonista, portandoci dentro i suoi pensieri, le sue paure, i suoi attimi (evviva!) di meraviglia e autentica emozione. Come finirà per lui? A settantadue anni si può cambiare, rinascere ed entrare nella vita?

Dovete leggere L’ora di Agathe per scoprirlo, ma io dico… e perché no?

(Edizione: Iperborea

Traduzione di Maria Valeria D’Avino

Pagine 160)

La storia di un matrimonio: siamo uccellini rossi che tentano di liberarsi

… le persone sono un’illusione ottica, compresa quella che amiamo.

Leggo e non riesco a smettere. E mentre leggo, continuo a chiedermi chi sia davvero Holland Cook. Cosa provi, cosa voglia.

Il lettore di La storia di un matrimonio non ha mai un vero contatto con Holland. Di lui viene a sapere solo ciò che la moglie Pearlie e gli altri personaggi presumono dei suoi sentimenti e dei suoi desideri.

A Pearlie le zie di Holland hanno consigliato di preoccuparsi del suo sangue cattivo e del suo cuore inverso. Ed ecco che Pearlie si ingegna a proteggere il marito e questo suo cuore diverso dagli altri, per evitargli qualsiasi tipo di stress. Ma a ben vedere non c’è traccia, nella sua ricostruzione dei fatti, di un reale confronto in proposito con Holland.

Poi dal passato di Holland riemerge Buzz Drumer, che svela a Pearlie verità inaspettate e spiazzanti sul marito. E lei, pur essendone sconvolta e turbata, è disposta a stravolgere la propria esistenza solo sulla base di quanto le racconta Buzz, senza, di nuovo, parlarne con il diretto interessato. Anche nei momenti in cui scorge qualcosa negli occhi o nelle intenzioni di Holland, un punto di domanda, una richiesta, un tentativo di aprirsi, Pearlie non raccoglie, non capisce, interpreta a distanza. Anche Buzz dichiara spesso di sapere cosa Holland voglia, quali siano le sue scelte, ma il lettore non assiste mai realmente a un dialogo fra i due uomini, ha solo la versione di Buzz. Holland resta un attore non protagonista della propria stessa storia.

Crediamo di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vita è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi e ci abbiamo creduto.

Fantastico il lavoro psicologico che Andrew Sean Greer fa sui personaggi, Holland compreso, in un gioco di sottrazione che avvolge anche chi legge in una rete di dubbi, supposizioni e poche certezze ingannevoli. Lo avevo scoperto e amato molto con Less e questa sua opera precedente è un’altra piacevolissima avventura nell’animo umano. Così come in Less, anche qui colgo un respiro di delicata tenerezza nei confronti dei protagonisti e dei loro sforzi spesso fallimentari di far combaciare la loro percezione della realtà con la realtà altrui e quella oggettiva. Greer è molto bravo a ricordarci quanto possa essere distorto lo specchio attraverso cui misuriamo noi stessi e il prossimo. Aggiunge anche un contesto storico ben ricostruito, che si trascina dietro le conseguenze di una guerra e già fa i conti con un’altra, con le questioni razziali e politiche. Le fragilità dei suoi personaggi affondano le radici anche in questo.

L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo.

Leggo quasi tutto d’un fiato e mi resta impressa nella mente l’immagine dei guanti bianchi che Buzz regala a Pearlie: sul palmo c’è ricamato un uccellino rosso che pare appena catturato. Lo immagino muoversi ogni volta che lei stringe il pugno o rilassa le dita. Forse, a seconda dei movimenti, potrà sembrare che l’uccellino rosso provi a liberarsi e spiccare il volo. Forse è così per tutti noi, con la nostra gabbia mentale di illusioni, paure, intenzioni inespresse, supposizioni. Quelle cose che vorremmo dire e non diciamo, quelle che non vogliamo sentire o vedere, le maschere che indossiamo o mettiamo agli altri. Prigioni da cui forse potremmo volare via, dipende se vogliamo stringere il pugno o rilassare le dita.

Se è alla vostra portata, scegliete l’estasi; se appena potete scegliete l’amore. […] La pazzia non c’entra. Forse, nelle nostre vite ordinarie, è l’unico vero gesto di poesia.

(Editore: Adelphi

Traduzione di Giuseppina Oneto

Titolo originale: Story of a marriage

Pagine 224 )

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)

Amy e Isabelle: l’imperfetta linea nera tesa tra una figlia e una madre

Ad Amy sembrava che una linea nera le tenesse collegate, una linea non più pesante di un tratto di matita, forse, ma una linea che era sempre presente.

Una manciata di parole, eppure con dentro un intero mondo. Il buono e il cattivo, l’amore e il dolore del rapporto tra Amy e Isabelle. Quella linea nera che pare così fragile e invece le tiene insieme, con forza, per forza. In apparenza tanto diverse e in realtà l’una lo specchio dell’altra: Amy, la figlia, e Isabelle, la madre, più simili di quanto credano o di quanto possano accettare.

Una banalità, in fondo. Quante storie di rapporti come questo abbiamo letto?

Ma la forza della scrittura di Elizabeth Strout – in un libro d’esordio che non sembra tale, tanta è la sua sorprendente maturità – sta proprio in questo: la solita cittadina della provincia americana, i soliti scontri tra una madre impeccabile e rigida e una figlia adolescente alle prime esperienze, le solite contraddizioni, le solite illusioni… tutto già visto, però raccontato e scritto bene. Anzi benissimo.

Pare scontato invece vale tutto.

Lo stile della Strout è realistico, affilato e al medesimo tempo corposo, pieno di sfumature. La struttura del romanzo è costruita sul presente di un’estate opprimente, tanto nel clima quanto nei pensieri carichi di ansie e private sofferenze dei personaggi, con incursioni nell’inverno appena trascorso, a scrutare i turbamenti e i sogni che hanno anticipato il precipitare degli eventi.

… negli anni a venire, da adulta, ne avrebbe parlato con parecchie persone, prima di rendersi conto, alla fine, che era solo una storia come tante e che in fondo non interessava a nessuno. Ma per loro, per Amy e Isabelle, aveva un’importanza cruciale…

Una vicenda come tante appunto, narrata con forza e profondità. Le emozioni di Amy e Isabelle, le esperienze, le speranze, le delusioni, la rabbia, le bugie, i voli pindarici, le cadute e le risalite, ogni loro sentimento è vissuto anche dal lettore. Non ci sono colpe da attribuire o alibi da trovare, è solo la vita con le sue umane incomprensioni e quella fatica che i legami forti a volte costano.

Ma che ci potevi fare? Solo tirare avanti. La gente tirava avanti; lo faceva da migliaia di anni. Facevi tesoro della gentilezza che ti veniva offerta, lasciandotela filtrare dentro il più possibile, e con gli anfratti che restavano oscuri cercavi di conviverci, sapendo che col tempo si sarebbero potuti trasformare in qualcosa di quasi sopportabile.

E verso la fine credo che questo libro contenga una delle pagine di solidarietà e unione femminile più belle e commoventi che mi sia capitato di leggere. Un salotto, Isabelle, Dottie, Bev: donne, semplicemente donne, messe alla prova, ferite, smarrite, che in una manifestazione di amicizia sincera trovano una bolla di conforto e accettazione.

In definitiva, se non avete ancora letto qualcosa di Elizabeth Strout, rimediate e fatelo. E non perché abbia vinto un Pulitzer.

Proprio perché è davvero brava.

(Edizione: Fazi

Traduzione di Martina Testa

Pagine 474)

Il Sognatore: una fiaba sulla forza dei sogni e le radici dell’odio

L’odio era nero e la paura rossa, il tormento invece era blu.

Oggi non festeggio San Valentino ma qualcosa da festeggiare ce l’ho comunque, ovvero l’uscita nelle librerie di La Musa degli incubi di Laini Taylor, attesissimo seguito di Il Sognatore.

E proprio di Il Sognatore voglio parlarvi oggi. Nel giorno in cui si celebra l’amore, trovo che sia interessante scegliere un libro che racconta di sogni e sentimenti ma che ragiona anche sulle radici dell’odio, sulla paura e la chiusura che esso genera.

Non sapevo molto di questo libro quando ho iniziato a leggerlo, il mese scorso, molto in ritardo rispetto al resto dei lettori. L’incipit mi ha però subito conquistata. Non mi avventuravo in un fantasy da tempo ma in quelle prime pagine, nell’uso evocativo di immagini e parole, ho ritrovato certe atmosfere amate in passato, specie grazie a Tanith Lee e alla sua Saga della Terra Piatta. Qualcosa mi ha suggerito che mi sarei trovata bene nel mondo creato da Laini Taylor e non mi sbagliavo. Anzi più proseguivo la lettura più restavo piacevolmente stupita. L’autrice ha dato vita a una trama dall’impalcatura complessa ma molto ben costruita e solida, delineata con i tempi giusti. Praticamente nulla arriva prima del dovuto, ma quando arriva il lettore si rende conto di come tutti i pezzi si incastrino e di come il disegno si completi.

E che fantasia. Non scendo in dettagli per non togliere la sorpresa a chi ancora non conosce il libro, ma certi particolari, certe svolte, – per esempio le falene, l’angelo – mi hanno davvero affascinata.

Una fiaba variopinta in cui si possono immergere le mani e tirarle poi fuori piene di ogni sfumatura, traendone i più disparati significati.

Da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Due le principali riflessioni a cui mi ha condotta. La prima riguarda i sogni. La fede in un sogno, la forza di perseguirlo anche quando nessun altro ci crede, il coraggio di affrontarlo, perché non sempre ciò che abbiamo sognato a lungo poi si dimostra all’altezza dei nostri ideali. Difficile non empatizzare con Lazlo Strange, il Sognatore, cresciuto tra i libri e le storie, con i sogni come unica ricchezza e compagnia. E impossibile anche non amare Sarai, la Musa degli incubi, un po’ il riflesso opposto e complementare di Lazlo, non vista, segnata dal pregiudizio, con i sogni come unica via per partecipare alla vita, solo come spettatrice. Molti di noi sono stati o sono siano l’uno che l’altra, vero?

Le cose che avevano fatto, gli dei, gli uomini. Niente poteva scacciarle.

E poi, come dicevo, l’odio e tutti i suoi dolorosi effetti collaterali. Fino a dove è lecito spingersi facendo giustizia? Un eroe è anche un carnefice? Quanto a fondo possono radicarsi l’odio e la paura? Quanta cecità e pregiudizio possono causare?

Domande che non appartengono solo alle favole, purtroppo. Non ci sono buoni o cattivi nel mondo di Il Sognatore, solo vittime, in varie forme. Molte di loro prigioniere del rancore e della paura. Alcune per fortuna sanno ancora sognare.

So di non avere detto nulla della trama, credo che l’opera di Laini Taylor debba essere scoperta così come si entra in un sogno, ignari e aperti alla meraviglia.

Adesso mi aspetta La Musa degli Incubi. Vi saprò dire presto se questo secondo capitolo sarà all’altezza del primo.

La Musa degli Incubi》, le disse. 《Sembra il titolo di una poesia》

(Edizioni: Fazi

Traduzione di D.Rizzati

Titolo originale: Strange the Dreamer

Pagine 524)