L’Ascensore: il mio grazie a una storia che non può finire

Ci sono storie che parlano direttamente alle nostre emozioni più profonde.

Storie che ci seguono fuori dai teatri, dai cinema, dai libri. Le portiamo con noi, continuiamo a rievocarle, a discuterne, a ipotizzare svolte e finali, a vederci significati nuovi. Sono le storie migliori, non smettono mai di vivere.

L’Ascensore è una di queste storie. Il suo secondo tour si è appena concluso, ma il racconto vive, il suo cuore batte.

Un unico atto, senza tregua per attori e spettatori, in cui l’imprevedibilità della natura umana, con la complicità di un ascensore che si blocca, mescola come carte da gioco i destini di Emma e John, coppia in crisi, e di Mark, un giovane che la vita ha appena spinto sull’orlo del baratro. Una trama misteriosa dal ritmo intenso e un respiro romantico e crudele.

Rimangono nel cuore e nella testa, questi personaggi, così reali e veri. Restano negli occhi il blu cupo e le essenziali linee metalliche sul palcoscenico. Tutto deve essere immaginato eppure c’è, tangibile. Non se ne vanno dalla mente le canzoni, che ci si ritrova poi spesso a citare, perché qualcuna di quelle note, di quelle strofe, risuona anche nelle nostre vite.

Un’atmosfera cinematografica unita alla magia unica del teatro. Come un film, nell’arco dei due brevi – troppo brevi!!- tour che, da aprile 2019 a gennaio 2020, hanno portato L’Ascensore in giro per l’Italia, ho rivisto lo spettacolo più e più volte e davanti ai miei occhi i personaggi sono divenuti via via più nitidi, autentici, il coinvolgimento, l’intimità, il pathos sempre maggiori. Penso a dove potrebbe arrivare, a quanto potrebbe donare, in termini di qualità ed emozioni, una piccola perfetta opera come questa, se avesse l’opportunità di continuare a crescere, a essere diffusa, a consentire ai suoi attori di approfondire ancora e ancora i loro ruoli. Sarà possibile?

Chissà. In Italia non è mai semplice… Io ci spero, ma, vada come vada, ringrazio il coraggio e la lungimiranza di un produttore giovane come Giuseppe Di Falco per aver portato L’Ascensore dalla Spagna ai nostri palcoscenici. Ci ha creduto e si è circondato di talenti giovani come lui, dal regista Matteo Borghi a Luca Peluso che ha creato i suggestivi movimenti scenici così importanti per la trama.

Ma in particolare vanno ringraziati i quattro artisti che per oltre un’ora non abbandonano mai il palco, immersi dal primo all’ultimo secondo nella partita a carte col destino dei personaggi. A partire da Eleonora Beddini, lì a sostenere dal vivo tutto lo svolgersi della vicenda con la sua musica e i fantastici passaggi sonori, da lei appositamente realizzati, che accompagnano l’andare avanti e indietro nel tempo della narrazione.

E poi loro.

Danilo Brugia e il suo tormentato John, preso nella trappola di se stesso: un personaggio per nulla semplice, costruito su note dissonanti, con una crescita notevole nell’interpretazione, replica dopo replica.

Elena Mancuso e la sua appassionata, irrequieta Emma, che regola la temperatura emotiva dell’intero spettacolo, specchio e misura degli stati d’animo di compagni di scena e spettatori: un’attrice dolce e raffinata che sono felice di aver scoperto.

Infine il meraviglioso Mark: meraviglioso perché, con la sua solitudine e il suo smarrimento, con la sua normalità di ragazzo qualsiasi, è il più vicino a tanti di noi. Un piacere vedere Luca Giacomelli Ferrarini in un ruolo tanto intimo: con la sua sensibilità di interprete che ben conosco dona a Mark sfumature così intense, sia nel recitato che nel cantato, da farlo arrivare dritto al cuore.

Grazie, dunque, a tutti.

Il tour è finito ma io ho parlato al presente di questo spettacolo, come se fosse ancora in scena, anche adesso. Di certo sta ancora andando in scena nella mia fantasia. Ci sto persino scrivendo sopra una serie di racconti. Capita così con le storie davvero potenti. Ci rimangono dentro, ci ispirano sogni. Sono le storie che non finiscono mai.

(Video tratti dalle pagine social di L’Ascensore-Un thriller sentimentale

Fotografie tratte dai video)

Le avventure di Mercuzio: un esordio imperfetto ma che si fa ricordare

Negli occhi poi, verdi come i boschi, riluceva una specie di bagliore folle, che però rendeva il suo sguardo già bello ancora più espressivo e penetrante.

Chi mi conosce potrà facilmente immaginare il motivo principale della mia curiosità per questo libro. Da sempre, fin dall’infanzia, adoro il Mercuzio di Shakespeare, un personaggio che in anni recenti si è rivelato portatore di sorprendenti novità nella mia vita. Potevo quindi non leggere una storia con il suo nome nel titolo?

Ma in effetti il mio interesse, titolo a parte, è stato alimentato soprattutto dalla trama, ambigua e surreale.

Chi è Mercuzio, misterioso giovane che vive in solitudine in un appartamento in via dell’Anima, a Roma, circondato solo di libri?

Il bel Mercuzio non conosce nulla del presente là fuori, è del tutto scollegato dall’attuale realtà. Non è neppure dato sapere come si mantenga. Sarà Virgilio, il ragazzo delle pizze a domicilio, a guidarlo nella scoperta del mondo infernale là fuori e ad aiutarlo nella conquista della splendida Beatrice, di cui Mercuzio si è perdutamente innamorato.

Perplessi? Io, leggendo, lo ero. Perché, ad esempio, chiamare il protagonista Mercuzio quando forse sarebbe stato più sensato Dante? E cosa mi stava raccontando Daniel Albizzati? Una favola? Una metafora sociale? Altro ancora?

Forse tutto questo e di più. L’autore sfrutta le lacune comportamentali di Mercuzio per parlare dell’uso dei social e della loro influenza nei rapporti interpersonali, specie fra i giovani. È tutto quasi caricaturale, i ragazzi descritti sono per lo più tutti pariolini, ricchi, annoiati, come appena usciti da una fiction piuttosto banale, i loro rituali sociali vengono portati all’estremo. Sulle prime questo mi ha un po’ infastidita, mi sembrava togliesse spessore alla vicenda. Poi ho pensato che tale esasperazione poteva essere voluta, per sottolineare ancora di più l’estraneità di Mercuzio, la sua diversità, anch’essa estrema. Lui è la vera carta vincente del romanzo, col fascino dell’incompreso e dell’incomprensibile. Grazie alle sue strampalate, tragicomiche avventure si riflette anche sull’amicizia, sull’amore, sulla lealtà, sull’essenza dei sentimenti che spesso, nella frenesia del vivere, non ci accorgiamo di lasciare da parte. Sulla necessità del sogno, a volte un rifugio, a volte una via di fuga. Non si può non amarlo, questo Mercuzio alieno e alienato, così innocente e buffo, così fuori tempo e fuori luogo, così saggio e antico, così sincero e bambino. Via via, sì, diventa chiaro perché sia stato chiamato Mercuzio. Il nome gli calza a pennello.

Peccato per la copertina, che non lo rispecchia.

Alla fine, comunque, voi mi chiederete, chi è Mercuzio? L’enigma intorno alla sua figura sarà chiarito? E coronerà il suo sogno d’amore con Beatrice?

Domande a cui ovviamente non posso rispondere, svelerei troppo. Ma davvero questa strana storia imperfetta mi ha colpita, intrigata e sorpresa. In particolare mi ha spiazzata il finale. Non me lo aspettavo. Lì… lì ho veramente riconosciuto Mercuzio, come non lo avevo mai visto, eppure proprio lui, quello che amo da sempre, quello che credeva con passione nella vera amicizia e nell’amore, sin nelle viscere, dentro il sangue.

Mercuzio il folle.

Non sono io quello pazzo; pazzi sono tutti quelli che riescono a passare sopra a tutto. Insomma, bisognerà pure dare importanza a qualcosa in questo mondo, no? Sennò, se tutto è equiparabile, se tutto è livellabile, se ogni cosa è perdonabile, niente vale più, e non vale neanche più la pena di dare un senso alle cose.

(Edizione marzo 2018: Fazi

Pagine 254)

La ragazza del Moulin Rouge: come in un romanzo, lei visse danzando

Ognuno fa come può il proprio ingresso nel mondo!

E che ingresso quello di Jane Avril! Anzi, non solo quello, tutta la sua vita è degna di un romanzo. Sembra uscita dalla penna di Hugo o dal libretto di un’opera lirica. Nasce illegittima, nel dolce mese di giugno, il mese delle farfalle, da un marchese italiano che non si cura granché di lei, e da una cortigiana parigina, che si rivela una madre crudele, probabilmente affetta da una qualche forma di malattia mentale. La stessa Jane, appena adolescente e vittima dei maltrattamenti materni, finisce ricoverata nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrière per isteria. Proprio come l’eroina sventurata di tanti romanzi classici, arriva anche a meditare il suicidio, gettandosi nella Senna, ed è una prostituta a distoglierla dal tragico proposito.

Soprattutto a salvarla e a dare una svolta alla sua esistenza, è la danza.

Non appena cominciò il ballo, scandito dal ritmo trascinante di un’orchestra indiavolata, uno slancio irresistibile mi travolse, sebbene l’intima lotta tra tentazione e timidezza mi facesse battere il cuore a mille! Ed eccomi lì a danzare e saltare, come un capretto evaso dalla stalla, o meglio ancora come la pazza che senz’altro dovevo essere, almeno in parte.

È così in effetti che la chiamano al Moulin Rouge, uno dei luoghi che più amerà in assoluto, Jane la folle. Follia che lei definisce “una presenza dolce e consolatoria, che mi ha aiutato a vivere e di cui rimango una schiava entusiasta“.

Quello che più colpisce di queste sue memorie, scritte una decina d’anni prima di morire, è la sua joie de vivre, l’entusiasmo candido e disarmante con cui racconta l’epoca bohemienne del Moulin Rouge e delle Folies Bergère, anni sfavillanti e scandalosi, all’ insegna dell’arte più sublime e dei vizi più sfrenati.

Non mi è mai più ricapitato di vivere anche in piccola parte quella nobile sensazione di euforia collettiva.

Una sarabanda di luci e ombre da cui la sua voce emerge incredibilmente pura e pulita. Parla di amanti e corteggiatori con una semplicità quasi fanciullesca. Vive libera, in maniera estremamente moderna, sempre con grata meraviglia.

Posso dire di essere stata veramente molto amata. E anche io ho amato, ogni volta in maniera diversa. A tale riguardo spero di essere giudicata con clemenza, per quanto in fondo la cosa non mi preoccupi un granché. Tuttavia conservo un ricordo prezioso dei miei amori e nutro ancora un’autentica tenerezza verso coloro che seppero ispirarmi affetto. Nessun amore, però, è stato mai tanto assoluto da farmi sacrificare la danza.

Sempre la danza, al centro di tutto. E l’Arte, quella con la A maiuscola. Jane incontra, conosce e frequenta tanti degli artisti di quegli anni incredibili e passa alla storia come musa di Toulouse-Lautrec, che la immortala in vari celebri dipinti e manifesti. Lei lo definisce un caro amico geniale con uno splendido e dirompente talento, un invalido che dissimulava una profonda malinconia con una pungente prontezza di spirito.

A un certo punto, Jane diventa anche madre e poi, cedendo a uno dei suoi innamorati più insistenti e determinati, si sposa. Ma il suo spirito libero e folle non si assopisce mai davvero, traspare da ogni riga, da ogni ricordo, accompagnato da quella vena d’inquietudine che è così tipica delle persone abituate a sentirsi diverse, fuori dagli schemi.

Sola… ma non lo sono sempre stata, in fondo? I miei sogni sono stati così lontani dalla realtà! D’altronde chi può mai davvero illudersi e sperare di essere compreso dagli altri?

Non so se ti ho compresa, ragazza del Moulin Rouge, ma leggere le tue memorie è stato come vedere un quadro di Toulouse-Lautrec che prendeva vita e finirci dentro, coinvolta insieme a te dal vortice della danza, dalla voglia di vivere e di eccedere di un tempo unico e irripetibile.

Mi capita a volte di sognare di ballare ancora. Posando lievemente e solo di rado la punta dei piedi a terra, m’involo leggera e tutti coloro che ho amato mi sorridono dal basso.

Grazie, deliziosa Jane.

(Edizione 2015: Castelvecchi

Traduzione di Massimiliano Borelli

Pagine 92)

L’Arte è uno specchio: due giorni al Moulin Rouge con il Cerchio di Legno

L’Arte è uno specchio.

C’è un volto da studiare. Un ritmo da seguire. Solo poche ore per entrare in sintonia con i passi. Solo una notte per raccontare un ruolo. Poi ecco la magia: le frasi si combinano, le parole diventano storie e si legano ai gesti e alla danza. Tutto coincide, i tempi sono perfetti, come un vestito su misura. Ecco Parigi, ecco il Moulin Rouge. Davanti allo specchio tante anime uniche e imperfette. Nate in un pomeriggio eppure già autentiche.

L’Arte è uno specchio.

Il volto riflesso è anche il nostro, quello del pubblico. Si può essere spettatori passivi e non andare oltre la sedia su cui si è seduti, guardare senza vedere, non riconoscersi in quel riflesso. Ma si può anche imparare ad essere spettatori attivi, a vedere, a superare la superficie dello specchio. A percepire la fatica, l’adrenalina, la passione. A comprendere le lacrime. E allora è un viaggio nella meraviglia.

Succedeva tutto questo una settimana fa, in occasione del workshop dedicato da Il Cerchio di Legno al musical Moulin Rouge. Una delle più belle esperienze artistiche e creative che io ricordi. Per questo ringrazio i due incredibili Maestri Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz e tutti i fantastici allievi, che con tanta generosità hanno condiviso due giorni di crescita e bellezza. Una volta di più, il mio sguardo da profana sul Teatro ne esce modificato, con maggiore consapevolezza. Con rinnovato rispetto.

Se volete capire cosa intendo, il Cerchio di Legno vi aspetta il 21 e il 22 dicembre 2019 con un weekend tutto natalizio ispirato a Nightmare Before Christmas.

L’Arte è uno specchio e al Cerchio di Legno, se siete pronti a farvi prendere per mano, quello specchio si attraversa.

cerchiodilegno@aol.com

http://www.ilcerchiodilegno.com

(Fotografie, riprese e video di Luca Giacomelli Ferrarini)

Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

“Il Copione”: dalla parola scritta alla parola viva, la bellezza della trasformazione

Il grande Federico Garçia Lorca diceva che il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana. Poesia, è vero, e prima di tutto pensiero che diviene parola scritta e poi viva e recitata. A volte noi spettatori, seduti in platea, distratti dalla messa in scena, scordiamo o non prestiamo la giusta attenzione alle parole del testo, al loro reale peso. Quante sfumature, quanti particolari si possono scoprire di una scena, di un dialogo, ascoltandone sul serio, nel profondo, le parole.

Ebbene ora, a Milano, a questo proposito sarà possibile vivere un’esperienza davvero speciale. L’attore, autore e regista Tindaro Granata, tramite l’associazione Situazione Drammatica, creata con Carlo Guasconi e Ugo Fiore, ha infatti deciso di organizzare una rassegna di drammaturgia contemporanea molto intrigante, in collaborazione con il Teatro degli Incamminati, Spazio Banterle e Proxima Res. Una volta al mese, lungo un percorso di sei incontri, altrettanti autori presenteranno una loro opera al pubblico, che, al posto del biglietto, acquisterà una copia del copione: dopo una breve presentazione del testo, gli spettatori potranno così seguirne direttamente la lettura, eseguita da attori in forma drammatizzata, avendo poi la possibilità di discuterne con l’autore.

Si comincia l’11 novembre 2019, con Carlo Guasconi e Essere bugiardo, vincitore del Premio Tondelli 2015 (*la serata è sold out, c’è una lista d’attesa a cui è possibile iscriversi)

Il 2 dicembre sarà la volta di Stormi di Marco Morana, vincitore del Premio Inedito 2019.

Si proseguirà nel 2020, il 13 gennaio, con Tatjana Motta e Nessuno ti darà del ladro, finalista al Premio Tondelli 2017.

Il 24 febbraio toccherà a Riccardo Favaro con Ultima Spiaggia, vincitore del Premio Scenario 2019.

Poi si continuerà il 16 marzo con Play di Caroline Wonderland Baglioni, vincitrice alla Biennale 2019 di Venezia, per terminare il 6 aprile con L’officina di Angela Dematté, vincitrice del Premio Riccione 2009.

Ogni serata avrà inizio alle ore 20.30, presso Spazio Banterle di Milano, vicino al Duomo. Il progetto si sostiene senza finanziamenti, solo con l’incasso degli incontri: il costo dell’ingresso è di 10 euro, comprensivo di posto a sedere e copione (5 euro per studenti sotto i 25 anni). L’acquisto è possibile su Vivaticket e presso Spazio Banterle in orario di biglietteria. Per prenotazioni scrivere una mail a biglietteria@incamminati.it o inviando un sms al numero 3482656879.

Un’occasione preziosa per sostenere la giovane drammaturgia italiana e per vivere da vicino la meraviglia del passaggio dalla pagina alla recitazione. Una trasformazione che trasformerà anche gli spettatori e la loro visione del teatro. Tindaro Granata dice che la bellezza delle cose non è determinata da chi le crea ma da chi partecipa ad esse, perciò chi può, vada e partecipi. Perché ci sia tantissima bellezza.

Sweeney Todd: un musical in nero che non teme di essere meravigliosamente differente

Lo chiarisco subito, questo non è un musical qualsiasi. Immaginate un tuffo nella migliore tradizione gotica, con ingredienti come sangue, morte, stupro, follia, ossessione, ma anche amore e passione, poi aggiungeteci una partitura di particolare complessità, ricca di duetti e quartetti impossibili, dissonanze, cambi di ritmo. Con Sweeney Todd, quarant’anni fa l’autore Stephen Sondheim ha dato vita a una struttura musicale e narrativa davvero innovativa e bizzarra, molto vicina – almeno nella mia personalissima percezione- alle suggestioni vocali e tecniche dell’opera lirica. Qualcuno potrebbe definirla strana o difficile, ma, come mi ha detto in questi giorni una persona ben più esperta di me di teatro e musical, il pubblico italiano deve imparare a misurarsi con il difficile, con l’insolito, con il differente. Non potrei trovarmi più d’accordo e quindi il regista Claudio Insegno e la produzione di Dimensione Eventi si meritano un applauso già solo per avere raccolto la sfida di portare nel nostro paese – sempre un po’ affetto da eccessiva cautela – un musical come questo. Una sfida necessaria, che sono stata felice di sostenere, assistendo alle due repliche andate in scena una settimana fa, il 31 ottobre e l’1 novembre 2019, al teatro Colosseo di Torino.

Cosa mi ha colpita di più?

Il cast. Un gruppo di attori molto affiatato e motivato, andati in scena in tempi brevissimi e messi a confronto con pezzi che io – da profana- trovo tecnicamente spaventosi. Non è casuale che Claudio Insegno li definisca i suoi Avengers.

Al comando di questa squadra di supereroi, nei panni vendicativi del protagonista Sweeney Todd, un conte di Montecristo in versione dark, c’è Lorenzo Tognocchi, la cui giovane età mi aveva lasciata inizialmente piuttosto perplessa. In generale però trovo che abbia superato la prova: la presenza scenica c’è e la voce, con una punta di tonalità scura, acquista forza lungo il percorso. Mi ha convinta al momento di Epiphany (che aspettavo) e la sua interpretazione si è fatta sempre più efficace e solida.

Al suo fianco, una vera regina del nostro musical, ovvero Francesca Taverni, in uno dei ruoli femminili più memorabili del teatro musicale, quel piccolo capolavoro di ironia e letale, psicotica tenerezza che è Mrs Lovett. Fantastica e anche bellissima, specie nel costume del secondo atto. L’ho amata molto in By the sea.

Il giudice Turpin di Simone Leonardi mi ha conquistata (artisticamente parlando): il suo Mea culpa è uno dei brani più inquietanti dello spettacolo, una sorta di cantilena ossessiva, che ricorda il movimento lento ma pericoloso di un serpente. È un cattivo molto british, costruito per sottrazione e anche con un tocco ironico. Arriva dove deve arrivare con studiata eleganza. Chapeau.

Un personaggio che nell’adattamento cinematografico di Tim Burton avevo trovato piuttosto insignificante era il marinaio Anthony Hope. Per fortuna nella versione teatrale di Sondheim ha un ruolo più ampio e significativo e Luca Giacomelli Ferrarini ne incarna perfettamente lo spirito positivo (forse l’unico davvero tale nella storia) e la fresca, entusiasta passionalità. Anthony rappresenta la speranza, come sottolinea il suo nome, e l’aria d’amore che dedica alla bionda Johanna – con voce sempre sorprendente!- è speculare a quella oscura del giudice: laddove Turpin esprime una bramosia disturbante, il canto di Anthony è lirica pura e comunica sano desiderio. Ad Anthony e Johanna (Federica De Riggi, timbro cristallino, molto promettente) tocca in sorte anche Kiss me, impressionante duetto (che poi diventa quartetto) di estrema difficoltà. Bravissimi!!

Vanno ricordati anche gli ottimi Annalisa Cucchiara e Michelangelo Nari, entrambi in due ruoli apparentemente di contorno ma in realtà fondamentali come quelli della mendicante e di Tobias. E anche il malvagio messo Bamford di Vitantonio Boccuzzi e il delizioso Pirelli di Domenico Nappi. Completa il cast l’ensemble pieno di energia, formato da Francesco Bianchini, Sofia Caselli, Chiara Di Girolamo, Elisa Dal Corso, Ciro Salatino, Manuela Tasciotti, Michel Orlando e Niccolò Minonzio. Tutte voci notevoli, tanto più se si considera che la traduzione in italiano ha forse aumentato le insidie tecniche dei brani.

Sebbene io abbia citato i titoli delle canzoni sempre in originale, va infatti precisato che lo spettacolo è interamente tradotto, da Emiliano Palmieri. E qui si pone l’amletica eterna questione: tradurre o non tradurre? Di norma preferisco che gli spettacoli non vengano tradotti, ma capisco l’esigenza di farlo in questo caso, anche per un maggiore coinvolgimento del pubblico. Conoscendo piuttosto bene i testi originali di Sweeney Todd e consapevole dell’impossibilità di una traduzione letterale, direi che il lavoro di Palmieri è ben riuscito e mantiene i significati e la ritmica dei brani.

Di pregio i costumi di Lella Diaz e suggestive le scene di Francesco Fassone. La scenografia, con i pannelli mobili a ghigliottina e lo sfondo che cambia colore, riesce ad essere luminosa nonostante la cupezza della storia. L’orchestra dal vivo aggiunge sempre potenza e aumenta l’emozione.

In ultima analisi, dal mio punto di vista di spettatrice, la regia di Claudio Insegno funziona. Avendo visto diverse versioni americane e inglesi di Sweeney Todd, posso dire che quella italiana si fa onore, conservando un gusto gotico, da favola in nero, che affascina e trasporta tra le pagine dei penny dreadful ottocenteschi. Si freme, si ride, si sogna.

Ora, dopo la data zero di Montecatini e il debutto torinese di Halloween, Sweeney Todd è felicemente approdato al teatro Olimpico di Roma, dove resterà in scena fino al 10 novembre. Poi sarà la volta del teatro Nuovo di Milano, dal 14 al 17 novembre, quindi seguiranno Verona, il 7 e 8 dicembre e Asti, il 31 dicembre. Sono attese anche altre date per il 2020. E, se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, mi auguro di essere riuscita ad accendere il vostro interesse.

Io sicuramente lo rivedrò. Amo il teatro coraggioso, gli artisti che non temono le sfide. E sostengo la meraviglia del difficile e del differente, sempre.

(Fotografie di Marco Borelli, Vincenzo Turello e Sergio Cippo)

Dracul: un ritorno al gotico da brivido

La mia carissima tata Ellen. La sua mano era sempre tesa, anche quando raccoglieva sangue.

Lo ammetto, mi sono avvicinata a questo libro con una buona dose di scetticismo. Non amo particolarmente i sequel, i prequel o le riletture dei grandi classici. Ma le storie di vampiri sono sempre state tra le mie preferite e in materia ho letto quasi tutto, quindi non potevo ignorare qualcosa scritto da un discendente di Bram Stoker.

Ebbene, sorpresa sorpresa. Dracul si è rivelato quello che proprio non mi aspettavo: non solo un bel libro ma un vero romanzo gotico, il gotico di una volta, con i personaggi che parlano attraverso lettere e diari e scene raccapriccianti che ti fanno ritirare sotto la tua copertina, sul divano (perché va letto preferibilmente in clima da copertina, magari con la nebbia o la pioggia oltre le finestre). Ci sono i vampiri, ovviamente, ma anche obitori e autopsie, tombe scavate in cimiteri sconsacrati, rose benedette e stanze piene di crocifissi in cui barricarsi, donne misteriose che non invecchiano, viaggi in carrozza, manicomi, lupi minacciosi e amanti fatti a pezzi… E poi è per la gran parte ambientato in Irlanda, terra del mio cuore.

Perché il protagonista è proprio lui, Bram Stoker in persona. E questo è sicuramente il lato più affascinante dell’opera: i personaggi sono reali, Bram, i suoi fratelli, le persone da loro conosciute, anche molti degli avvenimenti (come la malattia che affliggeva Stoker da bambino e da cui guarì miracolosamente). Anzi, secondo gli autori, Dacre Stoker e J.D.Barker, di reale potrebbe esserci ben di più : nella postfazione raccontano infatti della pesante censura al testo di Dracula a cui Stoker sarebbe stato costretto dai suoi editori londinesi. Oltre a molte modifiche rispetto all’opera originale, dal testo mancherebbero ben 101 pagine iniziali. Ma pur accontentando gli editori di Londra, pare che Bram Stoker abbia inviato il manoscritto intero ad altri editori in giro per il mondo. Un racconto che era molto diverso dal Dracula che conosciamo, una storia che Stoker considerava vera.

C’è almeno un fondo di verità in questa postfazione, corredata peraltro di documenti di archivio e riferimenti storici, o si tratta di una gustosa trovata per avvincere maggiormente il lettore?

Sia come sia, l’espediente è seducente e incuriosisce e tanto basta. Perciò se volete trascorrere la notte di Halloween leggendo, questa è la storia perfetta: procuratevi generi di conforto e immergetevi nell’atmosfera. Con una croce o due, magari. E rose bianche. Però non scordatevi di farle benedire…

Ci sono misteri su cui gli uomini possono soltanto interrogarsi, e che il susseguirsi delle ere chiarirà solo in parte》Bram Stoker

(Edizione giugno 2019: Nord

Traduzione di Francesco Graziosi

Pagine 480)

Helter Skelter: non dimentichiamo i sogni che sono stati spenti

Quentin Tarantino l’ha riportata in vita nel recente film C’era una volta a Hollywood, proprio a cinquant’anni esatti dalla sua tragica, orribile morte.

Era infatti il 1969, la notte del 9 agosto, quando Sharon Tate fu massacrata dai seguaci del folle Charles Manson. Io non ero ancora nata, ma già da bambina, cresciuta a pane e cinema, venni a sapere del terribile destino di questa giovane attrice, moglie del regista Roman Polanski. Ventisei anni appena. Bellissima. Intendo di una bellezza autentica, non di quelle costruite dal trucco e dal glamour. Basta guardare una qualsiasi delle fotografie in cui sorride o un’ intervista video: era disarmante, una di quelle persone che splendono di luce interiore e la spargono intorno.

Tanti sono i casi famosi di cronaca nera passati alla storia, ma questo mi ha sempre colpita nel profondo, soprattutto perché Sharon al momento del massacro era incinta di otto mesi e mezzo. Ciò mi ha sempre impressionata moltissimo. E a cinque decenni da quella notte (curiosamente il 9 agosto, una data legata a un evento molto doloroso della mia vita personale) ho deciso di approfondire la vicenda, leggendo Helter Skelter, in cui Vincent Bugliosi ricostruisce minuziosamente il caso. Ed è una ricostruzione davvero di tutto rispetto, poiché Bugliosi fu il pubblico ministero nel processo a Charles Manson e a parte della sua cosiddetta famiglia.

Com’è tristemente noto, insieme a Sharon Tate furono uccisi anche tre suoi amici e un giovane capitato sul luogo quasi per caso, mentre la sera dopo fu la volta di una coppia di coniugi, Leno e Rosemary LaBianca. Bugliosi racconta gli eventi, le indagini (costellate di numerosi errori), il lungo, complicato percorso giudiziario, le ipotesi sulle pazzesche motivazioni di Manson, lo studio dei suoi meccanismi mentali, della sua anima così sinistra e oscura.

Credo che Manson sia un caso unico. È senza dubbio uno dei più affascinanti criminali della storia americana, e sembra improbabile che ci sarà mai un altro serial killer come lui. Ma non ci vuole un profeta per riconoscere nel mondo odierno almeno qualche elemento potenziale della sua follia. Tutte le volte che la gente sottomette la propria volontà a figure dittatoriali che possono fare tutto ciò che vogliono – che ciò avvenga in un culto satanico, nella destra o nell’estrema sinistra, o in qualsiasi altro perverso culto – questi elementi tornano ad affiorare. Si spera che nessuno di questi gruppi sforni un nuovo Charles Manson. Ma sarebbe ingenuo sostenere che questa spaventosa possibilità non esista.

Parole che fanno decisamente riflettere. Halloween si avvicina e questa sanguinosa storia testimonia che quelli che fanno veramente paura, i veri mostri, siamo noi esseri umani, spesso capaci di atti di malvagità inconcepibili.

Penso a Susan Atkins, tra le seguaci di Manson una delle più spietate e inquietanti, colei che materialmente uccise Sharon Tate, negandole la pietà che implorava per il proprio bambino. Per inciso era un maschietto. Secondo il patologo che effettuò l’autopsia, se il corpo della madre fosse stato scoperto entro venti minuti dal decesso, avrebbe forse potuto essere salvato con un cesareo d’urgenza. Sulla tomba porta il nome di Paul Richard.

Le fotografie dei corpi, così come furono trovati, a colori, sono facilmente reperibili da chiunque con Google. Non è insolito, se ne trovano di tanti delitti famosi, già a partire dalle foto delle vittime di Jack lo Squartatore per arrivare alla celeberrima Dalia Nera, ma una volta di più, pensando soprattutto a Sharon e al suo bambino, mi chiedo se sia giusto esporle in modo così gratuito e privo di filtri. Se forse non sarebbe più giusto tenerle in archivi accessibili solo per motivi di ricerca, studio o simili. Un ultimo atto di rispetto e protezione.

Hollywood è un luogo colmo di malignità. Interrogando i conoscenti delle vittime, la polizia non sentì altro che astio e velenosità. Tuttavia, ed è un fatto degno di nota, nessuno di chi effettivamente conosceva Sharon Tate disse mai qualcosa di spiacevole su di lei. Molto dolce, un po’ ingenua: ecco le parole usate più spesso.

Voglio ricordare questa ragazza sfortunata così, quando sorrideva e immaginava un futuro luminoso. C’erano tanti sogni dentro i suoi occhi. E a volte vale la pena di raccontare anche i sogni che si sono infranti, che sono stati spenti anzitempo, senza misericordia. Vanno celebrati, per non far vincere chi li ha distrutti.

(Autore della fotografia di Sharon Tate: Terry O’Neill

Edizione settembre 2019: Mondadori

Traduzione di Aldo Piccato

Pagine 561)

Che disastro di commedia: buon dio! Non ho mai pianto così a teatro… dal ridere!

Una partenza davvero con il botto – anzi con lo schianto- per la nuova stagione teatrale del Teatro dei Fluttuanti di Argenta (Ferrara). Lo scorso 23 ottobre 2019 il palco argentano ha infatti ospitato una commedia di fama e successo mondiali, già al terzo anno di tour in Italia. Non esagero: Che disastro di commedia (titolo originale: The play that goes wrong) ha fatto e sta facendo davvero il giro del mondo. Creata da Henry Lewis, Jonathan Sayer e Henry Shields, è partita nel 2012 da un piccolo teatro londinese sopra un pub, con spettacoli per soli sessanta spettatori alla volta, per poi approdare al West End, dove è tuttora in cartellone, e varcando anche l’oceano per conquistare Broadway, portata negli Stati Uniti nientemeno che da J.J. Abrahams. Nel frattempo ha raccolto premi importanti (Olivier Award, Tony Award, Premio Molière) ed è stata tradotta in venti lingue, giungendo praticamente ovunque. Ma a cosa si deve questo trionfo planetario?

Lo spettacolo ha molto in comune con l’altrettanto famoso Rumori fuori scena ed è un esilarante esempio di metateatro, ovvero di teatro nel teatro, nella migliore tradizione del più dissacrante, disincantato umorismo britannico. Una sgangherata compagnia di teatro amatoriale decide di mettere in scena la storia di un delitto ambientata negli anni Venti: purtroppo però nessuno degli attori sa veramente recitare e la scenografia cade – letteralmente- a pezzi. Battute sbagliate o dimenticate che scatenano un effetto domino di errori, incidenti, botte e cadute. E scritto così, credetemi, è riduttivo. Difficile descriverne a parole il ritmo vertiginoso: a volte il susseguirsi di gag è stato talmente veloce che non riuscivo a prendere fiato tra una risata e l’altra. Per due ore ho tenuto in mano il fazzolettino di carta per asciugarmi gli occhi, come accade quando si guarda un film strappalacrime. Ma in questo caso piangevo dal ridere.

Parlando seriamente, se si ha una minima conoscenza del teatro e dei suoi meccanismi, ci si rende conto di quanto impegnativo sia il lavoro di attori e tecnici dietro uno spettacolo simile. Tutto deve svolgersi in maniera precisa e sincronizzata, non si può sbagliare un ingresso, un gesto o una posizione (pena il rischio di essere centrati da una parete o da un pezzo di arredo). Come cantava Carboni, per questa commedia occorre un fisico bestiale. Senza contare che recitare volutamente male non è semplice come potrebbe sembrare. Come ha detto il regista Mark Bell, questi attori sono capaci di essere stupidi. Ci vuole arte vera anche per quello. Onore quindi all’ottimo cast, composto da Stefania Autuori, Luca Basile, Viviana Colais, Valerio di Benedetto, Alessandro Marverti, Yaser Mohamed, Igor Petrotto e Marco Zordan.

La cosa che ho trovato veramente geniale?

Che lo spettacolo è iniziato mentre ancora il pubblico stava entrando e non tutti l’hanno capito (quantomeno di certo non gli spettatori intorno a me): avendo il dubbio che questo momento possa variare di sera in sera, da teatro a teatro, non dirò cosa parte del cast ha combinato sul palco a sipario aperto e in platea, ma i futuri spettatori stiano all’erta.

Per finire, una chicca. Il successo dello spettacolo originale è stato tale da dare il via ad una serie di nuove commedie (tutte disastrose) sempre interpretate dalla stessa compagnia di inetti, da Peter Pan goes wrong a Christmas Carol goes wrong. Ebbene l’operazione si ripeterà anche in Italia e a febbraio 2020 debutterà Che disastro di Peter Pan.

Nel frattempo chi ha voglia di ridere – e ce n’è un gran bisogno- non si perda il tour di Che disastro di commedia. In questi giorni è in scena, fino al 3 novembre, al Teatro Augusteo di Napoli, poi fino a fine anno si susseguiranno le tappe di Civitanova Marche, Lonigo, Cividale del Friuli, Maniago, Prato, Milano, Mestre, Reggio Calabria, Altopascio, Bergamo e Campobasso.

Avvertenze: tornerete a casa senza riuscire a togliervi dalla testa “Buon Dio!” e chiedendovi chi mai abbia avuto l’idea della pianta.

(Fotografie tratte da Facebook)