Canto della pianura: i percorsi della vita si incrociano ad Holt

Oggi, 5 novembre 2018, esce nelle librerie italiane, grazie ad NN Editore, il libro d’esordio di Kent Haruf, ovvero Vincoli, che torna indietro nel tempo, alle origini della amata Holt, la cittadina immaginaria in cui vive e respira il mondo letterario creato dallo scrittore.

Nell’attesa di poterlo leggere, il prima possibile, faccio anche io un viaggio a Holt, con Canto della Pianura, il primo dei tre libri che compongono la cosiddetta Trilogia della Pianura.

E che bel viaggio, devo dire. Cose che iniziano e cose che finiscono, in questo libro. Nascita e morte, intrecciate, nella loro più cruda e al contempo commovente naturalezza.

Canto della Pianura è per me soprattutto un racconto di scoperta e cambiamento, che ruota in particolare intorno a due coppie di fratelli, gli anziani McPheron e i Guthrie, ancora bambini, le cui vicende personali si snodano in modo speculare e contrapposto.

Da un lato, i giovanissimi Ike e Bobby Guthrie affrontano quello che si potrebbe definire un percorso di iniziazione alle realtà più aspre dell’esistenza: la madre depressa che se ne va da Holt lasciandoli con il padre insegnante, l’impatto crudo con la morte in diverse forme, la prevaricazione e la paura a seguito di un’aggressione, il buio fronteggiato da soli. Piccoli, uniti e pieni di silenziosa dignità.

Era un mese che dormivano nello stesso letto e in quel momento il maggiore aveva una mano posata sulla testa del fratello come se sperasse di scacciare qualcosa che minacciava entrambi.

Dall’altro lato, gli ormai più che maturi e ruvidi Harold e Raymond McPheron, avvezzi ad una vita solitaria di fattori, si sorprendono invece a sperimentare la tenerezza, il senso di protezione, la voglia di comunicare, le piccole gioie di una vita che comincia, grazie a Victoria, una diciassettenne incinta che ha bisogno di un posto in cui essere accolta e che irrompe nel loro quieto, mondo isolato, come potrebbe fare la primavera in un arido inverno.

Due uomini anziani e una ragazza di diciassette anni seduti al tavolo sparecchiato di una sala da pranzo di campagna, dopo cena, mentre fuori, oltre le pareti di casa e le finestre senza tende, un gelido vento del nord scatenava l’ennesima tempesta invernale sugli altipiani.

Curioso contrasto, vero?

Bambini con una famiglia che si spezza. Anziani che ne creano una nuova, inattesa e speciale. Bambini che imparano cosa sia la morte, anziani che incontrano la nascita.

Ma questa è la vita, che fa soffrire dall’inizio e sa meravigliare fino alla fine. E soprattutto questo è Kent Haruf, che la vita sapeva raccontarla nella sua disarmante, speciale normalità, con lucida poesia.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione (ottima!!) di Fabio Cremonesi

Pagine: 304)

Just Kids: vissero d’arte, vissero d’amore

Oh, fagli una foto》 disse la donna al suo amato marito. 《Penso che siano degli artisti》

Oh, avanti》 fece lui scrollando le spalle. 《Sono soltanto ragazzini》

In una mattina di marzo del 1989, una donna si alza e sente che nel mondo è venuto a mancare qualcosa. Lui non c’è più. In tv trasmettono la Tosca di Puccini e arriva la telefonata, la conferma di una verità che l’anima già conosceva. Lui davvero se n’è andato.

In quel momento Tosca attaccava la grande aria Vissi d’arte. “Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ho chiuso gli occhi e intrecciato le mani. La provvidenza aveva decretato in quale modo gli avrei detto addio.

Lui era Robert Mapplethorpe, la donna è Patti Smith e così inizia Just Kids, il memoir in cui la celebre cantante racconta la sua storia d’amore, amicizia e affinità elettiva, con l’indimenticabile, controverso e geniale fotografo.

Come testimoniano le immagini presenti in questo articolo, pubblicate proprio da Patti Smith su Instagram, ieri – 23 ottobre 2018 – è uscita una nuova bellissima edizione illustrata del libro.

In qualsiasi versione, vecchia o nuova, io vi invito comunque a leggerlo. Perché?

Perché dentro c’è l’Arte. Quella dell’epoca mitica di Wharol, della Factory, di Jim Morrison e Janis Joplin, dei giorni del Chelsea Hotel, le vite consumate in fretta come fiammate troppo brillanti per durare, le lunghe notti a creare e a ispirarsi a vicenda nei loft. Quella visione speciale del mondo che solo loro, allora, potevano cogliere.

… lui sollevò lo sguardo e disse: 《Patti, l’arte si è impossessata di noi?》 […] 《Non lo so, Robert. Non lo so》

Forse era andata così, ma chi avrebbe potuto pentirsene? Soltanto un folle avrebbe potuto pentirsi di essersi lasciato possedere dall’arte; oppure un santo.

E soprattutto va letto perché racconta la storia di una ragazza innamorata di Rimbaud e di un ragazzo che preferiva scegliere colori che nessuno avrebbe scelto.

Di quello che è stato un vero Amore. L’amore che va oltre ogni legame tradizionale, oltre l’orientamento sessuale o le convenzioni. Prima amanti e conviventi, poi amici con vite separate, Patti e Robert hanno mantenuto un vincolo emotivo unico e particolare, fra due anime gemelle che si sono sempre riconosciute e comprese e che hanno condiviso il mistero sacro dell’essere artisti.

Il marito stesso di Patti, davanti ai ritratti di lei realizzati da Robert, disse :《Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui》.

Patti Smith narra di se stessa e di Mapplethorpe con estrema generosità e grande trasporto: ogni ricordo ha il calore intimo della vera emozione e la profondità dei sentimenti traspare tangibile, concreta. Giunti alla fine si prova il bisogno di ringraziarla per averci aperto uno spiraglio su una parte così personale della sua vita, donandosi con tanta sincerità.

Come molti altri negli anni Ottanta, Robert Mapplethorpe è morto di AIDS e Patti è stata onesta sino in fondo anche sul dolore di quei giorni. Le pagine in cui ripercorre la malattia, gli ultimi incontri, le riflessioni sul distacco imminente, l’impossibilità di impedire l’inevitabile, sono di struggente bellezza.

Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. […] … e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert.

Vennero le parole e poi una melodia.

La melodia in questione è il breve, delicato Memorial Tribute ( Little emerald bird), che ancora oggi la cantante intona con la voce che si incrina e la cui malinconica dolcezza fa sempre un po’ stringere il cuore.

Scelgo però di chiudere con queste parole di Patti concepite mentre vegliava Robert malato e addormentato.

Ho imparato a guardare attraverso i tuoi occhi e non ho mai scritto un verso né disegnato una curva che non muovesse dalla consapevolezza di essermi ispirata agli attimi preziosi trascorsi insieme. […] … di tutte le tue opere, tu sei la più meravigliosa. L’opera più meravigliosa di tutte.

Vissero d’arte. Vissero d’amore.

(Fotografie di Patti Smith

Edizione italiana Feltrinelli

Traduzione di A.Mari

Pagine 319)

Mildred Pierce: il lato in ombra del rapporto madre-figlia

La prima cosa che mi ha colpita di Mildred Pierce è la modernità. Della storia (pubblicata nel 1941) e della protagonista. Siamo nell’America degli anni Trenta ma i problemi e le situazioni vissuti da Mildred sono tuttora attuali. Mildred è infatti una donna che ricomincia da sola, dopo la separazione da un marito che la tradisce: ha grinta e coraggio (oltre a belle gambe e un talento per la pasticceria) e, dopo essersi scontrata con le difficoltà del mondo lavorativo, riesce a crearsi praticamente dal nulla un’attività imprenditoriale, per offrire una vita dignitosa alle due figlie. Impara in fretta, progetta, rischia, osa. Inciampa ma si rialza e cerca soluzioni. Insegue con tenacia i suoi ideali ambiziosi, a volte peccando di umana ingenuità, specie con chi le sta a cuore. Insomma non si può non tifare per lei e devo dare atto a James M.Cain (autore anche del celeberrimo Il postino suona sempre due volte) di aver costruito, da uomo, un personaggio femminile tutt’altro che stereotipato e di averlo raccontato senza caricarlo di pregiudizi maschili.

Tutto questo è però solamente una parte del libro. Mildred Pierce non è solo la storia di una donna che si guadagna la propria indipendenza. L’anima più profonda della vicenda affonda le radici nel rapporto tra Mildred e la figlia maggiore Veda.

… la sua relazione con la figlia continuava a svilupparsi, torturandola paurosamente come una specie di cancro.

Si incontrano a volte storie di genitori e figli in cui viene trattata l’anaffetività materna, mentre questo è il caso contrario: Veda è un esempio spiazzante e disturbante di anafettività filiale.

… i suoi chiari occhi azzurri guardavano […] con una fissità caratteristica di alcune varietà di squali.

Ecco, sì, Veda fa davvero venire in mente uno squalo, a volte. O un vampiro, con la lucida capacità di manipolare i sentimenti e le debolezze altrui – in particolare appunto quelli della madre – e succhiarne energie e quant’altro le possa essere utile.

Leggendo non si può fare a meno di chiedersi se la freddezza priva di scrupoli di Veda, già piuttosto evidente sin dalle prime pagine in cui è ancora ragazzina, sia una caratteristica di natura, innata, o se in parte sia anche un elemento della sua indole alimentato ed esacerbato dall’amore quasi morboso che Mildred ha per lei, nonostante tutto.

Mildred preferì conservare le sue illusioni: rimanere a distanza, godersi sua figlia come appariva, piuttosto che vederla com’era.

Chissà… Un po’ come nella vita, il libro non offre risposte certe. Di sicuro – almeno a me è successo- sono tanti i momenti in cui si vorrebbe prendere Veda a schiaffoni per provare a toglierle l’arroganza dalla faccia (stiamo leggendo ma la sua faccia ce l’abbiamo davanti chiara come se fosse lì nella stanza). Gli errori di Mildred più che altro portano a scuotere la testa e a pensare “no, ma che fai?! Finirà male!”

In quanto agli altri personaggi, voglio citare soprattutto Bert e Ray. Bert è il primo marito di Mildred, padre delle sue figlie: la tradisce e la perde come moglie, ma non è una cattiva persona e con il tempo si rivela una delle presenze più affidabili nella sua vita. Ray è la figlia minore di Mildred ed è protagonista delle pagine più tristi e commoventi del libro.

Aggiungo che di Mildred Pierce esistono una celebre versione cinematografica, del 1945, con Joan Crawford, e una più recente trasposizione televisa, del 2011, con Kate Winslet ed Evan Rachel Wood.

In sintesi una schietta storia al femminile, ancora incredibilmente attuale dopo quasi ottant’anni dalla pubblicazione, che offre una visione particolare e non edulcorata del rapporto madre-figlia, facendo riflettere sulle insidie emotive e le crudeltà che possono nascondersi in esso.

Traduzione di Maria Napolitano

Edizione: Adelphi

Pagine: 308

L’Arte della Gioia: un capolavoro dal cuore pulsante

《Dormi, Modesta?》

《No》

Pensi?》

Sì》

Racconta, Modesta, racconta》

Ci sono personaggi letterari così vivi, vibranti e iconici da trascendere il romanzo stesso di cui fanno parte. Escono dalle pagine, sono loro a nutrire e condurre la storia e alla fine li si lascia andare con riluttanza, anche se esistono in maniera talmente prepotente da non andarsene mai davvero. Rimangono con chi li ha letti.

È il caso di Modesta, la protagonista di L’Arte della Gioia, di Goliarda Sapienza. Un nome, Modesta, che paradossalmente è tutto il contrario dell’incredibile donna che lo porta: lei di modesto non ha proprio nulla, in nessun senso.

Così come del resto la sua creatrice, Goliarda Sapienza, anche attrice teatrale e cinematografica, che impiegò nove anni a scrivere L’Arte della Gioia, dal 1967 al 1976, e non riuscì a trovare un editore che volesse pubblicarlo. Ci furono solo una pubblicazione parziale nel 1994 ed una completa ma in poche copie nel 1998, a cura del marito Angelo Pellegrino, due anni dopo la morte della scrittrice. Nel frattempo l’opera fu scoperta dai francesi, dai tedeschi, dagli spagnoli e solo nel 2008, finalmente ebbe un’adeguata pubblicazione in Italia.

Più di trent’anni dopo essere stata ultimata. Perché questa difficoltà?

Perché L’Arte della Gioia e la sua grande protagonista erano troppo fuori dagli schemi. Per molti versi lo sono tuttora.

Goliarda Sapienza ha scritto in piena, totale libertà, anche stilistica, creando una donna a sua volta incarnazione di libertà assoluta. Una donna, la sua Mody, che nasce in Sicilia nella data emblematica del primo gennaio del 1900 e che attraversa più di mezzo secolo di storia italiana, a modo suo, con lucida intelligenza e carnale passionalità, senza risparmiarsi nulla, neanche i gesti più estremi, lasciando un segno indelebile nelle vite che ruotano intorno alla sua come satelliti.

Raccontando Modesta e la sua esistenza appassionante, l’autrice tocca le tematiche più disparate e delicate, dalla politica alla guerra, dalla disabilità alla famiglia allargata, dalla sessualità nelle sue varie sfumature al delitto e alla violenza, senza alcun artificio o sovrastruttura.

Tu sei sempre bella! Ed è vera bellezza anche quando non sorridi》

《No, tu sei più bella, sempre》

E va bene. Vieni su di me e ci mischiamo e facciamo una sola bellezza》

Erotismo che prorompe da un semplice dialogo, più vivido di chissà quante pagine piene di descrizioni esplicite.

È ciò che colpisce e innamora di L’Arte della Gioia: la scrittura è come un frutto fragrante e maturo in un’estate rovente, lo mordi e ti esplode tra i denti, scivolandoti dappertutto lussurioso. Riesco a descrivere la mia impressione solo così. E capisco che un’arte tanto dirompente e selvatica abbia messo in allarme un certo mondo letterario ancora bigotto e preda dei pregiudizi. Soprattutto provenendo quest’arte da una donna.

Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo l’amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare.

Personalmente sono stata conquistata dalla naturalezza disarmante con cui Goliarda Sapienza ha parlato della bisessualità di Modesta: nessun giudizio, nessuna cervellotica analisi, Modesta ama e basta, tanto gli uomini quanto le donne, li desidera con la medesima passione, non si pone problemi di genere.

Sono donna, e per me la normalità è amare l’uomo e la donna.

È così, Modesta, libera e liberatoria. Viva nella maniera più piena.

Potrei parlare all’infinito di L’Arte della Gioia e comunque mi sembrerebbe di non averne parlato abbastanza. Probabilmente anche tutto quello che ho scritto in questa mia riflessione vale poco o nulla per descriverne l’essenza. Bisogna leggerlo, punto e basta. E allora non serviranno spiegazioni.

Voglio chiudere con le parole di Angelo Pellegrino, dalla prefazione:

Goliarda scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme.

E il battito cardiaco di L’Arte della Gioia è forte e vigoroso. Pulsa come quel frutto succoso che aspetta di essere morso.

Edizioni Einaudi

Pagine 540

La creatura del desiderio: un libro bizzarro per una bizzarra ossessione

Sono di mese in mese sempre più impaziente di vedere questa creatura del desiderio…》

Bizzarro. È stato l’aggettivo che mi ha risuonato in testa per tutta lettura di questo breve libro. Bizzarra la storia, un po’ bizzarra pure la struttura del libro stesso.

L’autore è quell’ Andrea Camilleri che la maggioranza del pubblico conosce per i gialli del commissario Montalbano e, in questa occasione, si misura con la storia vera di un’ossessione amorosa sfociata in qualcosa di… beh di decisamente bizzarro, lo ribadisco. Nonché inquietante, morboso, aggiungerei anche delirante. Forse persino con un pizzico di genialità.

Si tratta della passione folle che il pittore austriaco Oskar Kokoschka sviluppò per Alma Mahler. Lei, vedova del compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler, amava essere amante e musa degli artisti. Lui, pittore impressionista dallo stile senza regole, veniva definito dai suoi contemporanei selvaggio (ed era l’epiteto più gentile).

Ma la parte interessante della loro vicenda non è tanto la bruciante e controversa relazione che li legò, quanto piuttosto ciò che accadde dopo che le loro strade si separarono.

Alma lasciò Kokoschka e lui, distrutto, partì volontario per la prima guerra mondiale. Una volta tornato, incapace di rassegnarsi, il pittore contattò Hermine Moos, una modista e creatrice di bambole, e le commissionò, con lettere colme di disegni e minuziose istruzioni, una bambola a grandezza naturale con le fattezze di Alma. Più che una bambola, una sorta di feticcio o simulacro della donna, con tanto di genitali femminili, lingua, denti, e fatta di un tessuto che si avvicinasse il più possibile alla consistenza della pelle umana. Il risultato fu grottesco e le foto della bambola sono abbastanza raccapriccianti, ma, sebbene nella propria biografia, Kokoschka tenda a minimizzare sulla faccenda, pare che per un po’ abbia persino portato la bambola in società, presentandola agli amici, e che ne abbia anche fatto la propria modella. Se infatti la vera Alma gli ispirò il celebre dipinto La sposa del vento, il suo doppio è protagonista del quadro Donna in blu.

L’inquietante idillio terminò in modo violento (e un tantino tragicomico), quando Kokoschka decapitò la bambola e la gettò nuda in giardino. Essendo la bambola sporca di vino, venne scambiata dal postino per un vero cadavere ed intervenne la polizia, che poi chiarì l’equivoco.

Ammetto che ho trovato un po’ confuso l’approccio scelto da Camilleri nel narrare questa storia incredibile. All’inizio si può pensare di trovarsi di fronte a un saggio che riporta in modo classico e puntuale l’incontro e l’evoluzione del rapporto tra Kokoschka e Alma, poi però si passa a una sorta di ricostruzione romanzata della convivenza tra il pittore e la bambola, in cui l’autore ha creato i dialoghi estrapolando i testi da alcune opere teatrali scritte da Kokoschka stesso, I bambini sognanti e Assassino, speranza delle donne.

Personalmente ho preferito la seconda parte, più immersiva e intrigante.

In definitiva questo probabilmente non è uno dei migliori libri di Camilleri, ma ha in sé un certo fascino un po’ oscuro ed è una lettura godibile e perfetta magari per un pomeriggio piovoso, in cui sarà anche più facile immergersi nelle sue atmosfere morbose e cupe.

Oskar: 《Quanto ti ho aspettata nelle mie sere blu, solo, su questa coperta… Quanto ho desiderato di risentire le oscure parole della tua pelle…》

Alma: 《Eccomi tutta a te, carezzami con le tue mani rosse…》

Oskar: 《Mi piacerebbe passeggiarti nel sangue》

Edizioni Skira

Pagine 144

Il lungo sguardo: la vita non si legge in una sola direzione

Lui disse con garbo: 《Ma non è ancora finita: anzi, forse è solo l’inizio》.

È nota e amata in particolare per la saga dei Cazalet e oggi, 6 settembre, esce in libreria, edito da Fazi, il suo Cambio di rotta. Si tratta naturalmente di Elizabeth Jane Howard ed io voglio raccontarvi del libro che me l’ha fatta scoprire, ovvero Il lungo sguardo.

Come mi è già capitato di affermare in passato, sono affascinata dalla struttura narrativa con cui un autore sceglie di costruire una storia. E quella di Il lungo sguardo sorprende. A prima vista infatti i capitoli di apertura sembrano quelli di un normale romanzo che racconta di una donna, Mrs Fleming e della sua famiglia: siamo nel 1950, c’è una cena per il figlio in procinto di sposarsi, la figlia invece, dalla vita un po’ tormentata, ha un problema, ed è chiaro anche che il matrimonio dei coniugi Fleming non se la passa bene. Alla fine della prima parte Mrs Fleming sa cosa l’aspetta.

Dorothy aveva apparecchiato per una persona sola.

La mia nuova vita》,pensò, e si sedette a consumarla.

E letto questo anche io pensavo di sapere che cosa aspettarmi. Ma ecco che mi accorgo che la seconda parte si svolge nel 1942, otto anni prima.

Questa è la scelta narrativa di Elizabeth Jane Howard: raccontare la storia della sua protagonista a ritroso, via via lungo il suo controverso matrimonio, gli incontri, le scelte, le rinunce e gli alti e bassi di un’esistenza, sino al 1926, quando la giovanissima Antonia non ha ancora conosciuto il suo futuro marito e sperimenta il primo amore. E forse, tra tutte, quest’ultima è la parte più intensa e coinvolgente, perché è in quell’epoca lontana, nei fatti accaduti, che si capiscono tante cose della donna di cui già conosciamo le svolte esistenziali, senza però averne potuto cogliere in pieno i motivi di fondo. Vediamo la sua versione ancora ingenua e inesperta scontrarsi brutalmente con la durezza della realtà e di varie verità poco piacevoli, riguardo ai suoi genitori e ai lati negativi dell’amore.

Sei proprio una bambina. Esiste al mondo qualcosa che possa farti crescere?》

Gli rispose con fermezza: 《Qualcosa c’è 》.

È questo il lungo sguardo, alla fine. Il lungo sguardo a ritroso sulla strada di una donna, con figli grandi, un matrimonio finito, e una vita che è tutto un affare indiretto. Uno scambio di occhiate con tutte le diverse donne che è stata, sino agli occhi ancora innocenti della prima giovinezza, quando certi veli non erano caduti e le decisioni fatidiche non erano state prese.

Il viaggio all’indietro nelle stagioni di Mrs Fleming offre qualche risposta sui perché del suo presente ma lascia anche delle domande. Questa è la vita, anche se ci voltiamo a guardare noi stessi, spesso il nostro percorso è pervaso di mistero, anche se questa storia dimostra come esso possa essere letto in più di una direzione.

La penna di Elizabeth Jane Howard ha una chiarezza cristallina e un’eleganza seducente: amo i suoi dialoghi spesso ridotti al minimo ma con singole frasi che da sole valgono un discorso intero. Un’autrice capace di ritrarre le anime e i caratteri con la precisione raffinata di un orafo. E così i suoi romanzi sono come gioielli d’epoca, di quelli che non passano di moda. Per chi ancora non la conosce, che decidiate di cominciare da Cambio di rotta, in uscita oggi, da Il lungo sguardo o da qualsiasi altra sua opera, non importa: poi vorrete comunque leggere tutto quello che ha scritto!

Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.

Edizioni Fazi

Traduzione di Manuela Francescon

Pagine 512

L’Arminuta: il mare senza approdi dell’abbandono

… oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Sono figlia unica, cresciuta in una casa molto grande, con tanto spazio a disposizione e una solitudine tutta mia che non mi è mai dispiaciuta. E ho avuto una madre – purtroppo già da molto tempo perduta- a cui mi legava una complicità profonda.

Stando a queste premesse, credo sia facile comprendere lo sconvolgimento interiore che mi ha procurato L’Arminuta. Una storia in cui all’inizio si entra confusi e sconcertati, quasi quanto la giovanissima protagonista, e poi via via se ne viene catturati, in un susseguirsi di onde emotive, che a volte travolgono, a volte schiaffeggiano, a volte restituiscono relitti a cui aggrapparsi.

Il mondo che avevo conosciuto precipitava intorno, pezzi di cielo si abbattevano su di me come scenografie leggere.

Come ci si può sentire, a soli tredici anni, nello scoprire che i propri genitori in realtà sono cugini di quelli veri? E nel venire rispediti alla famiglia originaria come un pacco, senza alcuna spiegazione, ritrovandosi in una vita del tutto diversa?

Me lo sono chiesto e non ho trovato risposta, solo smarrimento e impotenza.

L’arminuta (in dialetto abruzzese significa ritornata) passa dall’essere una figlia unica che frequenta corsi di danza e nuoto e va alle feste con le amiche, ad una casa povera, affollata di fratelli, dove regnano metodi violenti e per lo più rozzi e ignoranti. Traumatico, anche per il lettore.

In questa storia gli adulti non ne escono bene. A parte alcune figure a margine, come l’insegnante o la signora Bice, ci si trova di fronte a uomini e donne incapaci di comunicare, di assumersi la responsabilità di affrontare una bambina. Fa riflettere, questo libro, sull’egoismo di certi adulti, su quanto spesso si tende a scordare che i figli non hanno chiesto di essere messi al mondo, e che avendoli voluti e fatti nascere si ha il dovere di pensare ai loro diritti prima che ai nostri.

In contrapposizione a questi adulti così manchevoli, la trama delinea personaggi di grande impatto tra i fratelli della protagonista. Dal piccolo Giuseppe, con una forma di ritardo mentale, per cui lei avrà da quasi subito e per sempre un debole e un istintivo senso di protezione, al selvaggio e ribelle Vincenzo, con cui nasce un’attrazione che sfiora l’incesto. A lui sono dedicate alcune delle pagine più struggenti. E poi la sorella, minore di pochi anni, Adriana, il personaggio che più colpisce e conquista.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.

Adriana, così forte e così matura, così tenace, sempre paragonata a una gatta. Il suo rapporto con la sorella è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere. Una piccola boa che non affonda nel mare in tempesta.

Continuo a citare il mare perché in effetti la scrittura di Donatella Di Pietrantonio mi fa pensare all’acqua, in certi momenti dura, in altri dolce. Di certo ha il dono del saper raccontare. Sembra scontato in uno scrittore ma non lo è.

Ed è un mare oscuro il suo racconto. Un mare senza approdi, l’abbandono. Un moto ondoso inquietante l’assenza di risposte, di una vera appartenenza. Del sentirsi voluti. È un naufragio la parola madre, quando perde il suo significato. Si è destinati a non ritrovarsi più davvero.

Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. (…) Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.

Onda su onda, fino a due bambine che si ancorano l’una all’altra al limite delle acque sicure.

Nella complicità ci siamo salvate.

Edizioni Einaudi

Pagine 162