Le avventure di Mercuzio: un esordio imperfetto ma che si fa ricordare

Negli occhi poi, verdi come i boschi, riluceva una specie di bagliore folle, che però rendeva il suo sguardo già bello ancora più espressivo e penetrante.

Chi mi conosce potrà facilmente immaginare il motivo principale della mia curiosità per questo libro. Da sempre, fin dall’infanzia, adoro il Mercuzio di Shakespeare, un personaggio che in anni recenti si è rivelato portatore di sorprendenti novità nella mia vita. Potevo quindi non leggere una storia con il suo nome nel titolo?

Ma in effetti il mio interesse, titolo a parte, è stato alimentato soprattutto dalla trama, ambigua e surreale.

Chi è Mercuzio, misterioso giovane che vive in solitudine in un appartamento in via dell’Anima, a Roma, circondato solo di libri?

Il bel Mercuzio non conosce nulla del presente là fuori, è del tutto scollegato dall’attuale realtà. Non è neppure dato sapere come si mantenga. Sarà Virgilio, il ragazzo delle pizze a domicilio, a guidarlo nella scoperta del mondo infernale là fuori e ad aiutarlo nella conquista della splendida Beatrice, di cui Mercuzio si è perdutamente innamorato.

Perplessi? Io, leggendo, lo ero. Perché, ad esempio, chiamare il protagonista Mercuzio quando forse sarebbe stato più sensato Dante? E cosa mi stava raccontando Daniel Albizzati? Una favola? Una metafora sociale? Altro ancora?

Forse tutto questo e di più. L’autore sfrutta le lacune comportamentali di Mercuzio per parlare dell’uso dei social e della loro influenza nei rapporti interpersonali, specie fra i giovani. È tutto quasi caricaturale, i ragazzi descritti sono per lo più tutti pariolini, ricchi, annoiati, come appena usciti da una fiction piuttosto banale, i loro rituali sociali vengono portati all’estremo. Sulle prime questo mi ha un po’ infastidita, mi sembrava togliesse spessore alla vicenda. Poi ho pensato che tale esasperazione poteva essere voluta, per sottolineare ancora di più l’estraneità di Mercuzio, la sua diversità, anch’essa estrema. Lui è la vera carta vincente del romanzo, col fascino dell’incompreso e dell’incomprensibile. Grazie alle sue strampalate, tragicomiche avventure si riflette anche sull’amicizia, sull’amore, sulla lealtà, sull’essenza dei sentimenti che spesso, nella frenesia del vivere, non ci accorgiamo di lasciare da parte. Sulla necessità del sogno, a volte un rifugio, a volte una via di fuga. Non si può non amarlo, questo Mercuzio alieno e alienato, così innocente e buffo, così fuori tempo e fuori luogo, così saggio e antico, così sincero e bambino. Via via, sì, diventa chiaro perché sia stato chiamato Mercuzio. Il nome gli calza a pennello.

Peccato per la copertina, che non lo rispecchia.

Alla fine, comunque, voi mi chiederete, chi è Mercuzio? L’enigma intorno alla sua figura sarà chiarito? E coronerà il suo sogno d’amore con Beatrice?

Domande a cui ovviamente non posso rispondere, svelerei troppo. Ma davvero questa strana storia imperfetta mi ha colpita, intrigata e sorpresa. In particolare mi ha spiazzata il finale. Non me lo aspettavo. Lì… lì ho veramente riconosciuto Mercuzio, come non lo avevo mai visto, eppure proprio lui, quello che amo da sempre, quello che credeva con passione nella vera amicizia e nell’amore, sin nelle viscere, dentro il sangue.

Mercuzio il folle.

Non sono io quello pazzo; pazzi sono tutti quelli che riescono a passare sopra a tutto. Insomma, bisognerà pure dare importanza a qualcosa in questo mondo, no? Sennò, se tutto è equiparabile, se tutto è livellabile, se ogni cosa è perdonabile, niente vale più, e non vale neanche più la pena di dare un senso alle cose.

(Edizione marzo 2018: Fazi

Pagine 254)

La ragazza del Moulin Rouge: come in un romanzo, lei visse danzando

Ognuno fa come può il proprio ingresso nel mondo!

E che ingresso quello di Jane Avril! Anzi, non solo quello, tutta la sua vita è degna di un romanzo. Sembra uscita dalla penna di Hugo o dal libretto di un’opera lirica. Nasce illegittima, nel dolce mese di giugno, il mese delle farfalle, da un marchese italiano che non si cura granché di lei, e da una cortigiana parigina, che si rivela una madre crudele, probabilmente affetta da una qualche forma di malattia mentale. La stessa Jane, appena adolescente e vittima dei maltrattamenti materni, finisce ricoverata nell’ospedale psichiatrico della Salpêtrière per isteria. Proprio come l’eroina sventurata di tanti romanzi classici, arriva anche a meditare il suicidio, gettandosi nella Senna, ed è una prostituta a distoglierla dal tragico proposito.

Soprattutto a salvarla e a dare una svolta alla sua esistenza, è la danza.

Non appena cominciò il ballo, scandito dal ritmo trascinante di un’orchestra indiavolata, uno slancio irresistibile mi travolse, sebbene l’intima lotta tra tentazione e timidezza mi facesse battere il cuore a mille! Ed eccomi lì a danzare e saltare, come un capretto evaso dalla stalla, o meglio ancora come la pazza che senz’altro dovevo essere, almeno in parte.

È così in effetti che la chiamano al Moulin Rouge, uno dei luoghi che più amerà in assoluto, Jane la folle. Follia che lei definisce “una presenza dolce e consolatoria, che mi ha aiutato a vivere e di cui rimango una schiava entusiasta“.

Quello che più colpisce di queste sue memorie, scritte una decina d’anni prima di morire, è la sua joie de vivre, l’entusiasmo candido e disarmante con cui racconta l’epoca bohemienne del Moulin Rouge e delle Folies Bergère, anni sfavillanti e scandalosi, all’ insegna dell’arte più sublime e dei vizi più sfrenati.

Non mi è mai più ricapitato di vivere anche in piccola parte quella nobile sensazione di euforia collettiva.

Una sarabanda di luci e ombre da cui la sua voce emerge incredibilmente pura e pulita. Parla di amanti e corteggiatori con una semplicità quasi fanciullesca. Vive libera, in maniera estremamente moderna, sempre con grata meraviglia.

Posso dire di essere stata veramente molto amata. E anche io ho amato, ogni volta in maniera diversa. A tale riguardo spero di essere giudicata con clemenza, per quanto in fondo la cosa non mi preoccupi un granché. Tuttavia conservo un ricordo prezioso dei miei amori e nutro ancora un’autentica tenerezza verso coloro che seppero ispirarmi affetto. Nessun amore, però, è stato mai tanto assoluto da farmi sacrificare la danza.

Sempre la danza, al centro di tutto. E l’Arte, quella con la A maiuscola. Jane incontra, conosce e frequenta tanti degli artisti di quegli anni incredibili e passa alla storia come musa di Toulouse-Lautrec, che la immortala in vari celebri dipinti e manifesti. Lei lo definisce un caro amico geniale con uno splendido e dirompente talento, un invalido che dissimulava una profonda malinconia con una pungente prontezza di spirito.

A un certo punto, Jane diventa anche madre e poi, cedendo a uno dei suoi innamorati più insistenti e determinati, si sposa. Ma il suo spirito libero e folle non si assopisce mai davvero, traspare da ogni riga, da ogni ricordo, accompagnato da quella vena d’inquietudine che è così tipica delle persone abituate a sentirsi diverse, fuori dagli schemi.

Sola… ma non lo sono sempre stata, in fondo? I miei sogni sono stati così lontani dalla realtà! D’altronde chi può mai davvero illudersi e sperare di essere compreso dagli altri?

Non so se ti ho compresa, ragazza del Moulin Rouge, ma leggere le tue memorie è stato come vedere un quadro di Toulouse-Lautrec che prendeva vita e finirci dentro, coinvolta insieme a te dal vortice della danza, dalla voglia di vivere e di eccedere di un tempo unico e irripetibile.

Mi capita a volte di sognare di ballare ancora. Posando lievemente e solo di rado la punta dei piedi a terra, m’involo leggera e tutti coloro che ho amato mi sorridono dal basso.

Grazie, deliziosa Jane.

(Edizione 2015: Castelvecchi

Traduzione di Massimiliano Borelli

Pagine 92)

Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

Miss Islanda: alla ricerca di uno spazio in cui essere liberi

Metto la macchina da scrivere sul tavolo e inserisco un foglio. Impugno la bacchetta del direttore d’orchestra. Posso accendere una stella nel firmamento nero. Posso anche spegnerla. Il mondo è una mia invenzione.

E Miss Islanda racconta proprio questo : il bisogno di inventare un nuovo mondo, di crearsi uno spazio in cui poter essere liberi, se stessi, anche soltanto immaginare un luogo della mente in cui trovare respiro.

Lo stile è asciutto ed essenziale, nordico, e ben si accorda con la personalità della voce narrante, Heckla, che ha il nome di un vulcano, e si trasferisce a Reykjavik decisa ad aprirsi una strada come scrittrice, nell’Islanda di sessant’anni fa, ancora fortemente maschilista e patriarcale.

I poeti erano maschi. Dal che avevo imparato a non svelare a nessuno le mie intenzioni.

Heckla porta i pantaloni, dà alla gatta un nome maschile, ammette serenamente di desiderare gli uomini per il loro corpo e rifiuta a più riprese di concorrere per il titolo di Miss Islanda. Soprattutto osserva, da scrittrice autentica, offre poco di sé ma registra con lucidità chi e cosa le sta intorno.

Più fragili e viscerali i suoi amici, ancora più difficile per loro inventarsi un mondo su misura.

Isey, sposata e madre di una bambina piccola, subisce il mondo altrui e ha il terrore di avere tanti figli. Unica via di fuga in un diario, su cui scrive quasi sentendosi in colpa. La sua lotta interiore contro la rassegnazione a una vita ormai prestabilita è toccante, come quando riconosce nella vicina di casa la propria solitudine.

… ho notato che anche la donna stava lì alla finestra della cucina e guardava fuori nel buio. Mi è sembrato che avesse un’espressione molto molto triste. Mi sono vista specchiata nel vetro e anche lei si è specchiata nel vetro di casa sua, due donne insonni, e per un attimo le immagini dei nostri visi si sono sovrapposte e ho avuto come l’impressione che lei fosse nella mia cucina e io nella sua, riesci a farti un’idea della balordaggine che c’è in me?

E poi Jón John, il personaggio che più ho amato. Costretto a fare il marinaio per vivere ma con l’intimo sogno di realizzare costumi per i musical. Il mondo che vorrebbe inventarsi è quello in cui un ragazzo come lui possa liberamente amare altri ragazzi. Non lo crede possibile e si autodefinisce invertito, consumato dall’amara convinzione di non poter vivere la propria sessualità e voglia di amare alla luce del sole.

Conosco diecimila sentimenti, connessi con il vuoto.

Il suo rapporto con Heckla è profondo e delicato quanto lui e probabilmente rappresenta anche il sentimento più vero che lei stessa abbia mai provato. Di certo, a modo loro, si amano e si sostengono. Jón John non crede in se stesso eppure crede in Heckla.

Anche se nel mondo non c’è spazio per un finocchio, Heckla, c’è però spazio per una scrittrice.

Ci si affeziona a questi personaggi, ci si chiede cosa ne sarà di loro. Io non sono riuscita ad abbandonarli e ho divorato il libro in una sera, conquistata.

Il finale può sorprendere o meno, dipende dal punto di vista soggettivo del lettore: la linea che separa e al contempo unisce i sogni e i compromessi può essere molto sottile. Sicuramente l’intera storia offre uno spunto per riflettere su quante cose siano cambiate in sei decenni e quante, dopotutto, non siano poi molto diverse. In ogni caso, oggi, come allora, quel che conta è continuare a battersi, anche fallendo ma mai rinunciando, per quel luogo in cui potremo essere veramente e totalmente noi stessi.

Non posso mollare la presa. Scrivere. È questo che mi tiene ancorata alla vita. Non ho nient’altro. Tutto quello che ho è l’immaginazione.

Edizione settembre 2019: Einaudi

Pagine: 208

Traduzione di Stefano Rosatti

L’estate incantata: verrà l’inverno e avremo sorsi di estate da bere

Non ho mai saputo spiegare il mio sentimento ambivalente nei confronti dell’estate. Ho sempre pensato che sia la stagione più cupa. Un oscuro splendore, il suo, come l’oro antico, con una luminosità fatta di zone d’ombra. Forse perché tanto mi ha dato ma tanto mi ha tolto.

Poi ecco che scopro che già nel 1957 qualcuno aveva saputo raccontare in un libro l’essenza misteriosa di questa stagione contraddittoria. E, nonostante ci sia arrivata con colpevole ritardo, è stato subito amore.

Conoscevo Ray Bradbury soprattutto come autore di fantascienza ( celebre il suo Fahrenheit 451 e anche le Cronache Marziane), ma, nel caso di L’estate incantata, ha scritto una storia di formazione, un racconto corale, sulla crescita, l’invecchiamento, le speranze e le paure del vivere, il mistero sottile che lega vita e morte.

Se ne stava seduto sul portico, davanti alla zanzariera, e fissava il cielo che si dava un’aria innocente, come se tutto fosse tranquillo, mentre in realtà tutto correva. Ma se si chiudevano gli occhi e ci si sdraiava immobili, allora sì che si sentiva il mondo girare come una trottola, e le orecchie si riempivano dell’eco cavernosa di un mare nero che le invadeva e si frangeva su scogliere inesistenti.

Ecco… questo, per esempio, nelle sere d’estate non vi è mai successo? Sotto un portico, su un terrazzo, il grande cielo stellato sopra di noi, tutte le altre vite, chissà quali, chissà di chi, dietro le finestre accese nel buio, e i pensieri che vanno verso distanze assurde… In inverno non può accadere, siamo protetti nella relativa sicurezza dei salotti, il camino acceso. Solo l’estate ha questo potere di allargare gli spazi, di estendere le percezioni. E Bradbury ha saputo esprimerlo totalmente, con una prosa che ho amato tanto, a tratti poetica, colma di immagini evocative, colori, sapori e odori, della luce particolare delle estati che tutti ci portiamo dentro. La luce di quando eravamo bambini, che non sarà mai più la stessa. E quella di quando il tempo ormai si assottiglia, forse la più vivida.

In questa storia i giovani acquistano la consapevolezza di essere vivi e poi capiscono che un giorno dovranno morire. E i vecchi sono come viaggi all’indietro, macchine del tempo viventi, portatori di memorie ancora così intense da fare persino innamorare.

E poi ci sono i denti di leone.

Vino di dente di leone. Parole che significavano estate. Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia.

Il titolo originale del romanzo è Dandelion Wine, quel vino che il nonno del piccolo Douglas ricava dai denti di leone del giardino e imbottiglia metodicamente per tutta l’estate, così che in inverno ci sarà un po’ d’estate da bere ogni giorno. Pensateci, file di bottiglie dorate, file di momenti, ricordi, sorsi di sole, stelle, temporali. Gocce della stagione che dona e che toglie.

L’estate non finisce mai del tutto.

Edizione 2019 Mondadori

A cura di Giuseppe Lippi

Pagine 267

L’Assassino Cieco: un viaggio appassionante lungo tre storie

L’unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non verrà mai letto.

A parlare è Iris, ormai anziana, consapevole che la morte si avvicina. Scrive non sa per chi (ma in realtà sì, lo sa) e ricostruisce la propria lunga vita, sin dall’infanzia, soprattutto il rapporto con la sorella minore Laura.

Da bambina, Laura chiedeva: in Paradiso che età avrò?

Laura, particolare, fragile e ribelle. Morta suicida da giovane e divenuta poi famosa per via della pubblicazione postuma di un suo romanzo. Alle memorie di Iris si alternano quindi stralci di questo libro, che ruota intorno agli incontri clandestini di due amanti senza nome. E, come in una matrioska narrativa, nel romanzo lui racconta a lei la storia che sta scrivendo, una variopinta trama fantasy che ha per protagonista un assassino cieco.

Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio e l’ultimo, e dice sempre la verità. Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l’uomo che non poteva vedere si innamorarono.

Quindi, in pratica, L’assassino cieco è il racconto di un uomo misterioso, dentro il romanzo di una suicida, dentro i ricordi di un’anziana donna. Un intreccio complesso che poteva facilmente sfuggire di mano, diventare dispersivo, smarrire per strada l’attenzione del lettore. Ma se l’autrice è Margaret Atwood allora succede che ne esce un’opera poderosa ed intima allo stesso tempo, fluida, scorrevole, avvolgente. Seguire le tre vicende è un’avventura, scoprendo via via quanto profondamente – molto più di quel che si poteva presumere all’inizio – siano legate l’una all’altra.

Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio.

È così che ho conosciuto la scrittura pungente e affilata di Margaret Atwood: non ho ancora letto il famoso Racconto dell’Ancella di cui proprio in questi giorni è uscito l’attesissimo seguito, I Testamenti, ma ho trascorso buona parte della primavera e dell’inizio dell’estate in compagnia della lucida, amara ironia di Iris e delle disincantate conversazioni dei due amanti, in luoghi e tempi sempre diversi, avanti e indietro negli anni e nei sogni, fuori e dentro dalla realtà e dalla fantasia.

I francesi se ne intendono di tristezza, ne conoscono di tutti i tipi. È per questo che hanno i bidè.

Amabilmente corrosivo lo stile dell’autrice, mi ha fatto innamorare di lei: nessuna banalità, nessuna retorica romantica, il suo sguardo sugli affetti, il matrimonio, il sesso, la maternità, la natura umana, è diretto e sincero, senza filtri e abbellimenti. Nessuna concessione, la vita è questa, lettore, vediamo di farcene subito una ragione.

Mi sento sempre più come una lettera – depositata qui, raccolta là. Ma una lettera senza destinatario.

In particolare ho amato il modo in cui Iris parla della proprio vecchiaia, con tutti i sentimenti contrastanti che genera, le paure, le frustrazioni.

Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e pericolosi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Proprio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una gamba, all’improvviso il corpo ha altre cose da fare.

Così brutalmente chiara, Iris, di fronte al mondo che cambia, agli errori, alle verità mai dette e che vanno finalmente rivelate, forse a tutti, forse a nessuno, soprattutto a se stessa. Consapevole del valore e del potere della parola.

Le cose scritte possono fare molto male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto.

Può non essere una lettura semplice, sono pur sempre più di cinquecento pagine, ma si tratta di un lungo viaggio di cui non ci si pente. Perlomeno per me ne è valsa la pena. E alla fine mi è dispiaciuto separarmi da Iris, era diventata una voce amica. So dove ritrovarla.

Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando leggerai quest’ultima pagina, quello – se mai mi troverò da qualche parte è l’unico posto in cui sarò.

(Editore: Ponte Alle Grazie

Traduzione di Raffaella Belletti

Pagine 552)

Amore: vi farà male e non lo dimenticherete

La aspetta qui.

Questo libro è come una di quelle persone che non si notano subito. Anzi all’inizio ci sembrano persino anonime, qualcuno che di certo ci scorderemo in fretta. Solo a un certo punto, forse quando le guardiamo davvero, forse addirittura dopo, quando già ce le siamo lasciate alle spalle, realizziamo invece che è proprio il contrario: non le potremo scordare mai, inaspettatamente hanno segnato in noi una traccia profonda.

Leggevo Amore, all’inizio, e mi chiedevo quale fosse il punto. In realtà lo aveva visto quasi subito ma non lo volevo vedere, volevo sperare che ci fosse dell’altro, un risvolto rassicurante che mi distogliesse dalla sgradevole impressione iniziale. Ma non è stato così.

Un bambino aspetta il ritorno della madre dal lavoro. Domani compirà nove anni e fantastica di torte e di trenini. La madre arriva… ed è impossibile non notarlo: lei è distratta, disinteressata, lo saluta, gli parla, gli cucina la cena, ma non lo guarda mai veramente. Pensa ad altro, al lavoro, agli uomini, ad abiti che vorrebbe comprarsi e non al compleanno del giorno dopo.

Già così il quadro è piuttosto disturbante. Poi accade l’incredibile: entrambi escono di casa, all’insaputa dell’altro. Il figlio vuole lasciare l’opportunità alla madre di preparargli in segreto la torta di compleanno, come da loro tradizione. La madre lo crede a letto e va in biblioteca per poi cambiare programma e andare da tutt’altra parte. La narrazione si snoderà in parallelo, lungo i loro due incauti percorsi notturni, scarna, minimale, un flusso di dettagli banali, che però, per contrasto, rendono tutto reale in maniera spietata. Leggevo in un pomeriggio afoso di fine agosto, eppure Hanne Ørstavik è stata capace di calarmi totalmente nel buio, nei cumuli di neve e nel gelo di una notte norvegese. Di mantenermi in un continuo stato di tensione nonostante il tono asciutto e quasi impersonale della scrittura. Una storia breve, eppure sono uscita dalle sue pagine stremata. E ancora ci penso.

Si intitola Amore, ma dove sta l’amore in questo racconto che fa così male?

C’è. In un modo sottile e inatteso. Quell’amore in cui crediamo ciecamente, quello che diamo per scontato, quello per cui non siamo preparati, che cerchiamo e perdiamo di vista, confondendolo con la solitudine, che non riconosciamo. L’amore che non sappiamo comunicare. Basterebbe così poco.

Sorprendente. Mi resterà dentro come una spina.

Mi ricordo una filastrocca di una favola》, dice lei, 《una delle cose più belle che conosco. (…) Fa così:

Lontano, lontano c’è un mare,

nel mare c’è un’isola,

nell’isola c’è una chiesa,

nella chiesa c’è una fontana,

nella fontana nuota un’anatra,

nell’anatra c’è un uovo…》

Sente che sta per piangere:

《Nell’uovo c’è il mio cuore》.

Editore: Ponte alle Grazie

Traduzione di Luigi Spagnol

Pagine 126