L’Assassino Cieco: un viaggio appassionante lungo tre storie

L’unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non verrà mai letto.

A parlare è Iris, ormai anziana, consapevole che la morte si avvicina. Scrive non sa per chi (ma in realtà sì, lo sa) e ricostruisce la propria lunga vita, sin dall’infanzia, soprattutto il rapporto con la sorella minore Laura.

Da bambina, Laura chiedeva: in Paradiso che età avrò?

Laura, particolare, fragile e ribelle. Morta suicida da giovane e divenuta poi famosa per via della pubblicazione postuma di un suo romanzo. Alle memorie di Iris si alternano quindi stralci di questo libro, che ruota intorno agli incontri clandestini di due amanti senza nome. E, come in una matrioska narrativa, nel romanzo lui racconta a lei la storia che sta scrivendo, una variopinta trama fantasy che ha per protagonista un assassino cieco.

Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio e l’ultimo, e dice sempre la verità. Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l’uomo che non poteva vedere si innamorarono.

Quindi, in pratica, L’assassino cieco è il racconto di un uomo misterioso, dentro il romanzo di una suicida, dentro i ricordi di un’anziana donna. Un intreccio complesso che poteva facilmente sfuggire di mano, diventare dispersivo, smarrire per strada l’attenzione del lettore. Ma se l’autrice è Margaret Atwood allora succede che ne esce un’opera poderosa ed intima allo stesso tempo, fluida, scorrevole, avvolgente. Seguire le tre vicende è un’avventura, scoprendo via via quanto profondamente – molto più di quel che si poteva presumere all’inizio – siano legate l’una all’altra.

Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio.

È così che ho conosciuto la scrittura pungente e affilata di Margaret Atwood: non ho ancora letto il famoso Racconto dell’Ancella di cui proprio in questi giorni è uscito l’attesissimo seguito, I Testamenti, ma ho trascorso buona parte della primavera e dell’inizio dell’estate in compagnia della lucida, amara ironia di Iris e delle disincantate conversazioni dei due amanti, in luoghi e tempi sempre diversi, avanti e indietro negli anni e nei sogni, fuori e dentro dalla realtà e dalla fantasia.

I francesi se ne intendono di tristezza, ne conoscono di tutti i tipi. È per questo che hanno i bidè.

Amabilmente corrosivo lo stile dell’autrice, mi ha fatto innamorare di lei: nessuna banalità, nessuna retorica romantica, il suo sguardo sugli affetti, il matrimonio, il sesso, la maternità, la natura umana, è diretto e sincero, senza filtri e abbellimenti. Nessuna concessione, la vita è questa, lettore, vediamo di farcene subito una ragione.

Mi sento sempre più come una lettera – depositata qui, raccolta là. Ma una lettera senza destinatario.

In particolare ho amato il modo in cui Iris parla della proprio vecchiaia, con tutti i sentimenti contrastanti che genera, le paure, le frustrazioni.

Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e pericolosi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Proprio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una gamba, all’improvviso il corpo ha altre cose da fare.

Così brutalmente chiara, Iris, di fronte al mondo che cambia, agli errori, alle verità mai dette e che vanno finalmente rivelate, forse a tutti, forse a nessuno, soprattutto a se stessa. Consapevole del valore e del potere della parola.

Le cose scritte possono fare molto male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto.

Può non essere una lettura semplice, sono pur sempre più di cinquecento pagine, ma si tratta di un lungo viaggio di cui non ci si pente. Perlomeno per me ne è valsa la pena. E alla fine mi è dispiaciuto separarmi da Iris, era diventata una voce amica. So dove ritrovarla.

Ma lascio me stessa nelle tue mani. Quale altra scelta ho? Quando leggerai quest’ultima pagina, quello – se mai mi troverò da qualche parte è l’unico posto in cui sarò.

(Editore: Ponte Alle Grazie

Traduzione di Raffaella Belletti

Pagine 552)

Amore: vi farà male e non lo dimenticherete

La aspetta qui.

Questo libro è come una di quelle persone che non si notano subito. Anzi all’inizio ci sembrano persino anonime, qualcuno che di certo ci scorderemo in fretta. Solo a un certo punto, forse quando le guardiamo davvero, forse addirittura dopo, quando già ce le siamo lasciate alle spalle, realizziamo invece che è proprio il contrario: non le potremo scordare mai, inaspettatamente hanno segnato in noi una traccia profonda.

Leggevo Amore, all’inizio, e mi chiedevo quale fosse il punto. In realtà lo aveva visto quasi subito ma non lo volevo vedere, volevo sperare che ci fosse dell’altro, un risvolto rassicurante che mi distogliesse dalla sgradevole impressione iniziale. Ma non è stato così.

Un bambino aspetta il ritorno della madre dal lavoro. Domani compirà nove anni e fantastica di torte e di trenini. La madre arriva… ed è impossibile non notarlo: lei è distratta, disinteressata, lo saluta, gli parla, gli cucina la cena, ma non lo guarda mai veramente. Pensa ad altro, al lavoro, agli uomini, ad abiti che vorrebbe comprarsi e non al compleanno del giorno dopo.

Già così il quadro è piuttosto disturbante. Poi accade l’incredibile: entrambi escono di casa, all’insaputa dell’altro. Il figlio vuole lasciare l’opportunità alla madre di preparargli in segreto la torta di compleanno, come da loro tradizione. La madre lo crede a letto e va in biblioteca per poi cambiare programma e andare da tutt’altra parte. La narrazione si snoderà in parallelo, lungo i loro due incauti percorsi notturni, scarna, minimale, un flusso di dettagli banali, che però, per contrasto, rendono tutto reale in maniera spietata. Leggevo in un pomeriggio afoso di fine agosto, eppure Hanne Ørstavik è stata capace di calarmi totalmente nel buio, nei cumuli di neve e nel gelo di una notte norvegese. Di mantenermi in un continuo stato di tensione nonostante il tono asciutto e quasi impersonale della scrittura. Una storia breve, eppure sono uscita dalle sue pagine stremata. E ancora ci penso.

Si intitola Amore, ma dove sta l’amore in questo racconto che fa così male?

C’è. In un modo sottile e inatteso. Quell’amore in cui crediamo ciecamente, quello che diamo per scontato, quello per cui non siamo preparati, che cerchiamo e perdiamo di vista, confondendolo con la solitudine, che non riconosciamo. L’amore che non sappiamo comunicare. Basterebbe così poco.

Sorprendente. Mi resterà dentro come una spina.

Mi ricordo una filastrocca di una favola》, dice lei, 《una delle cose più belle che conosco. (…) Fa così:

Lontano, lontano c’è un mare,

nel mare c’è un’isola,

nell’isola c’è una chiesa,

nella chiesa c’è una fontana,

nella fontana nuota un’anatra,

nell’anatra c’è un uovo…》

Sente che sta per piangere:

《Nell’uovo c’è il mio cuore》.

Editore: Ponte alle Grazie

Traduzione di Luigi Spagnol

Pagine 126

L’ora di Agathe: la vera solitudine è essere vuoti

Sono una solitaria, da tutta la vita. Figlia unica, introversa, poco portata per le attività di gruppo, la mia natura mi ha sempre spinta verso ciò che si può fare in solitudine. Probabilmente non è un caso che io ami scrivere. Non mi sono mai annoiata, però. Da bambina ho sempre beneficiato di una fervida immaginazione e di una mente iperattiva e crescendo la cosa non è cambiata. Non fraintendetemi, mi piace stare con gli altri, anche il mio lavoro è a stretto contatto con le persone, ma c’è una parte di me che prova sempre un brivido di segreto benessere quando, per esempio, salgo su un treno da sola o ceno fuori per i fatti miei.

E qui arrivo al perché di questo preambolo, ovvero qual è l’essenza della solitudine, nella sua accezione più negativa?

A questo interrogativo mi è parso che riesca a rispondere il breve e intenso L’ora di Agathe, opera d’esordio della danese Anne Cathrine Bomann. La storia è ambientata in Francia e racconta di uno psicanalista poco più che settantenne in procinto di andare in pensione. Ha persino avviato un conto alla rovescia, nell’attesa di questo momento tanto desiderato. Si potrebbe pensare perciò che sia pieno di progetti per la nuova vita da pensionato, ma in realtà non è così. Il nostro protagonista conduce un’esistenza piatta e ripetitiva, priva di scopo, di entusiasmi, del minimo palpito per qualcosa o qualcuno. Non solo non ha una vita sociale, ma gli manca proprio la vitalità interiore e, se brama il pensionamento, è perché anche sul lavoro ha perso ogni stimolo.

E così, in un modo o nell’altro, era passata un’altra ora della mia vita》

Saranno due imprevisti a scuoterlo e confonderlo: l’arrivo di Agathe, nuova paziente tedesca affetta da depressione, e la perdita, seppur temporanea, della sua fedele ed efficiente segretaria, che prende un periodo di aspettativa per occuparsi del marito malato. Due avvenimenti che infrangono la sua indifferente routine e innescano in lui meccanismi di emozioni troppo a lungo accantonate. La segretaria gli manca, da solo non sa fare quasi nulla. Agathe lo attrae e lo turba.

Mi sembra di provarci, ma la vita continua a sfuggirmi. Eppure è proprio lì: così vicina che ne sento l’odore. Ma non riesco a capire come si entra》

Questo dice Agathe e intanto lo psicanalista comincia a chiedersi la stessa cosa: come si entra nella vita?

Realizza concretamente di esserne rimasto fuori. Capisce di essersi sbarrato l’ingresso da sé. Ed eccola qui, secondo me, l’essenza della vera solitudine, quella negativa, triste: non vivere da soli, ma vivere senza vivere, vuoti, senza sogni, speranze, passioni. Un vuoto che non si può risolvere neppure circondati da decine di persone, perché dobbiamo essere noi stessi a colmarlo.

Io non ho mai amato nessuno》

《Non tutti abbiamo questa fortuna. Forse per lei sarebbe più facile morire》

《Forse. Ma mi è più difficile vivere》

《Può darsi che lei abbia ragione. Senza l’amore, in una vita non rimane molto》

Essere vuoti significa non provare amore. E non mi riferisco solo all’amore romantico, ovviamente, o a quello per i nostri cari, i nostri amici o i nostri cuccioli. È amore anche quello che mettiamo in un progetto, in ciò che ci appassiona delle cose del mondo, nella gioia per un viaggio, nella capacità di apprezzare la bellezza che ci circonda.

Forse non dovrei lucidare l’argenteria tutti i giorni, se amassi un po’ di più mio marito.

《Non dica così, signora. Io credo piuttosto che dovrebbe cercare di avere un po’ più d’amore per sé stessa》

L’amore indispensabile, quello per noi stessi: se non c’è, non ci può essere altro tipo di amore, solo surrogati a cui ci aggrappiamo per essere salvati.

Ho molto apprezzato lo stile dell’autrice: semplice e delicato, un procedere dolce, in una serie di dialoghi e momenti che delineano piano piano il percorso di consapevolezza del protagonista, portandoci dentro i suoi pensieri, le sue paure, i suoi attimi (evviva!) di meraviglia e autentica emozione. Come finirà per lui? A settantadue anni si può cambiare, rinascere ed entrare nella vita?

Dovete leggere L’ora di Agathe per scoprirlo, ma io dico… e perché no?

(Edizione: Iperborea

Traduzione di Maria Valeria D’Avino

Pagine 160)

La storia di un matrimonio: siamo uccellini rossi che tentano di liberarsi

… le persone sono un’illusione ottica, compresa quella che amiamo.

Leggo e non riesco a smettere. E mentre leggo, continuo a chiedermi chi sia davvero Holland Cook. Cosa provi, cosa voglia.

Il lettore di La storia di un matrimonio non ha mai un vero contatto con Holland. Di lui viene a sapere solo ciò che la moglie Pearlie e gli altri personaggi presumono dei suoi sentimenti e dei suoi desideri.

A Pearlie le zie di Holland hanno consigliato di preoccuparsi del suo sangue cattivo e del suo cuore inverso. Ed ecco che Pearlie si ingegna a proteggere il marito e questo suo cuore diverso dagli altri, per evitargli qualsiasi tipo di stress. Ma a ben vedere non c’è traccia, nella sua ricostruzione dei fatti, di un reale confronto in proposito con Holland.

Poi dal passato di Holland riemerge Buzz Drumer, che svela a Pearlie verità inaspettate e spiazzanti sul marito. E lei, pur essendone sconvolta e turbata, è disposta a stravolgere la propria esistenza solo sulla base di quanto le racconta Buzz, senza, di nuovo, parlarne con il diretto interessato. Anche nei momenti in cui scorge qualcosa negli occhi o nelle intenzioni di Holland, un punto di domanda, una richiesta, un tentativo di aprirsi, Pearlie non raccoglie, non capisce, interpreta a distanza. Anche Buzz dichiara spesso di sapere cosa Holland voglia, quali siano le sue scelte, ma il lettore non assiste mai realmente a un dialogo fra i due uomini, ha solo la versione di Buzz. Holland resta un attore non protagonista della propria stessa storia.

Crediamo di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vita è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi e ci abbiamo creduto.

Fantastico il lavoro psicologico che Andrew Sean Greer fa sui personaggi, Holland compreso, in un gioco di sottrazione che avvolge anche chi legge in una rete di dubbi, supposizioni e poche certezze ingannevoli. Lo avevo scoperto e amato molto con Less e questa sua opera precedente è un’altra piacevolissima avventura nell’animo umano. Così come in Less, anche qui colgo un respiro di delicata tenerezza nei confronti dei protagonisti e dei loro sforzi spesso fallimentari di far combaciare la loro percezione della realtà con la realtà altrui e quella oggettiva. Greer è molto bravo a ricordarci quanto possa essere distorto lo specchio attraverso cui misuriamo noi stessi e il prossimo. Aggiunge anche un contesto storico ben ricostruito, che si trascina dietro le conseguenze di una guerra e già fa i conti con un’altra, con le questioni razziali e politiche. Le fragilità dei suoi personaggi affondano le radici anche in questo.

L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo.

Leggo quasi tutto d’un fiato e mi resta impressa nella mente l’immagine dei guanti bianchi che Buzz regala a Pearlie: sul palmo c’è ricamato un uccellino rosso che pare appena catturato. Lo immagino muoversi ogni volta che lei stringe il pugno o rilassa le dita. Forse, a seconda dei movimenti, potrà sembrare che l’uccellino rosso provi a liberarsi e spiccare il volo. Forse è così per tutti noi, con la nostra gabbia mentale di illusioni, paure, intenzioni inespresse, supposizioni. Quelle cose che vorremmo dire e non diciamo, quelle che non vogliamo sentire o vedere, le maschere che indossiamo o mettiamo agli altri. Prigioni da cui forse potremmo volare via, dipende se vogliamo stringere il pugno o rilassare le dita.

Se è alla vostra portata, scegliete l’estasi; se appena potete scegliete l’amore. […] La pazzia non c’entra. Forse, nelle nostre vite ordinarie, è l’unico vero gesto di poesia.

(Editore: Adelphi

Traduzione di Giuseppina Oneto

Pagine 224 )

La memoria della cenere: la vita trova sempre il modo per accorciare la distanza

La distanza. Una delle sue forme, delle declinazioni possibili. La prima, a ben vedere. La distanza posta tra me e la vita per navigarla, non esserne mangiata viva, restituirla. La distanza messa di traverso tra me e gli altri per farlo: io dentro, voi tutti fuori a farvi guardare, mancare. Perché io qui sono sola e voi invece insieme stretti uniti sulla superficie dei nostri mondi.

Una scrittura che si dilata nel dentro e nel fuori, quella di Chiara Marchelli. Scende nel profondo dei sentimenti e dei pensieri dei personaggi ma sa spingersi anche all’esterno, in descrizioni di realistico impatto. Non tutti gli scrittori ne sono capaci, non con lo stesso grado di intensità e coinvolgimento. Qui tutto ha il medesimo potere di presa sul lettore.

Il dentro, un aneurisma che arriva a cambiare la vita di una scrittrice italiana, Elena, da anni newyorchese d’adozione insieme al compagno francese. Da quel brusco, pauroso cambiamento fisico si innesca una catena di cambiamenti emotivi ed esistenziali. Chiunque si sia confrontato anche in minima parte con la malattia, la consapevolezza della mortalità, del tempo che si accorcia e non ritorna, conosce bene la confusione psicologica che ne deriva.

Il fuori, un vulcano, poco distante dal paese del compagno di Elena, in Francia, che eruttando costringe la coppia e i genitori di lei a una convivenza forzata, a riflessioni scomode, a scoprire il non detto e il taciuto.

Dentro e fuori che si sovrappongono, si mescolano, si scambiano. Quel dentro che Elena vorrebbe riuscire a riversare sulla carta, tornando a scrivere, poche pagine alla volta. Quel dentro che deve guarire, trovare l’aria da respirare, liberarsi, in qualche modo anche assolversi. E quel fuori così vivido e vero, tanto che leggendo si sente la cenere nell’aria e lo spettacolo dell’eruzione è davanti ai nostri occhi, come se davvero potessimo affacciarci alla finestra e trovarlo lì, magnifico e terribile.

La memoria della cenere mi è parsa una storia sulla distanza. Quella che si mette tra noi e le nostre origini, le nostre scelte, la paura, le persone a noi più vicine, per non ammettere le loro e le nostre fragilità, per protezione, per mille e mille motivi che ognuno può adattare alla propria esperienza.

Poi la vita – un aneurisma, un vulcano, tutto può essere – cambia i parametri, accorcia questa distanza accuratamente spianata, ci imprigiona a stretto contatto con ciò che temiamo, che non avevamo considerato o non vogliamo guardare troppo nei dettagli.

Vivo da sempre nello stesso posto ma non serve andarsene per poter comprendere il senso della distanza. Io lo conoscevo già da molto piccola, l’ho coltivato consapevolmente. Per questo ho riconosciuto anche qualcosa di mio in Elena, nella cenere, in quella pagine da riempire.

Anche io ho le mie.

Tutto si ripete simile a se stesso per non confonderci troppo》 aveva sorriso quel pomeriggio 《anche se poi ci confondiamo ugualmente》

Edizione: NNEditore

Pagine 296

La figlia femmina: una storia che disturba, conquista e brucia

《Io il diavolo ce l’ho qua》. Si alzò in piedi e si indicò il petto. 《Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così》

È stato un rapporto controverso, quello fra me e questo libro. L’ho voluto da subito, appena ho visto la bellissima copertina con il discusso quadro di Balthus, eppure sono trascorsi mesi e mesi prima che lo comprassi, in una specie di inseguimento. Entravo nelle librerie e non lo trovavo, mi ripromettevo di ordinarlo ma succedeva sempre qualcosa per cui non lo facevo.

Poi finalmente eccolo, mio. E l’ho letto d’un fiato, come accade con certi liquori molto forti, che non si possono bere a piccoli sorsi ma devi mandarli giù in un colpo solo, sentendo le viscere che ti vanno a fuoco e anche con qualche lacrimuccia agli occhi. Ti riscaldano, però, ti danno una sferzata, ti risvegliano.

Ciò che mi ha conquistata di La figlia femmina è come Anna Giurickovic Dato abbia affrontato il tema estremamente rischioso e difficile della pedofilia senza scadere nei suoi aspetti più crudi e morbosi, senza cercare il facile sensazionalismo. Il suo approccio è più sottile e intimo, passa attraverso gli occhi di una moglie e madre che, come capita spesso, non vede o non vuole vedere quello che sta accadendo, sino a che la realtà non le viene sbattuta in faccia con violenza. L’autrice non giudica, non nasconde moniti fra le righe: con semplicità entra nei ricordi e nel presente della sua protagonista – divisi tra un Marocco splendidamente rievocato e Roma – e ne narra la cecità, l’inadeguatezza, i rimorsi, la confusione, la difficoltà ad affrontare la figlia, prima bambina di cui non ha colto il silenzioso grido di aiuto, poi adolescente distorta dal trauma.

Fino a una cena surreale, in cui ho stentato a comprendere cosa fosse vero e cosa invece un’interpretazione deviata e rielaborata dai sensi di colpa, dalle paure più profonde, dal peso di due vite strappate che non possono essere più le stesse.

Il silenzio che sento non è solo intorno, ma mi viene da dentro e mi paralizza. Sono io stessa il silenzio.

Alla fine si è sorpresi dalla disturbante consapevolezza che potrebbe accadere anche a noi. Che poco conta dirsi io lo avrei capito, me ne sarei accorta. Forse no, invece.

Un esordio potente, quindi, disturbante, lucido, umano. Che, da quel che ho letto seguendo il profilo Instagram di Anna Giurickovic Dato, è stato anche trasformato in copione teatrale. Attendo news a questo proposito e spero di avere prima o poi la possibilità di vedere La figlia femmina sul palcoscenico. È in effetti una trama perfetta per il teatro.

Soprattutto è un libro veramente ben scritto. Se non lo avete ancora fatto, leggetelo. Brucerà ma vi farà pensare.

(Editore: Fazi

Pagine: 191)

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)