Caro Pier Paolo: l’intimità di una vera amicizia

Curioso come le amicizie a volte si dipanino attraverso gli sguardi. Quante cose contengono quelle due pupille pronte a ingoiare il tempo. Ora vivi, infatti, solo nei miei occhi interni e ti muovi dentro lo straordinario spazio che lo sguardo degli occhi chiusi comprende.

Chiunque di noi abbia perso un vero amico sa cosa significhi ritrovarlo di tanto in tanto nei sogni, nei ricordi che ritornano improvvisi. Quel desiderio persistente di raccontargli ogni novità, il chiedersi cosa penserebbe, cosa direbbe di certe nostre scelte, di cambiamenti sociali e storici, di un libro o di un film. Sarebbe bello potergli scrivere… E a volte magari lo facciamo davvero, in un diario, in lettere che non spediremo.

È così strano che dopo tanti anni, nel sonno, io trovi ancora il modo di ricordarti e di vederti.

Lo sguardo che Dacia Maraini posa sul ricordo di Pier Paolo Pasolini è delicato, dolce, carico di affetto. Attraverso il mezzo evocativo delle lettere, con cui sceglie di riallacciare un ideale dialogo unilaterale, compone una raccolta di memorie sparse, una sorta di passeggiata senza meta sulla sabbia del passato, camminando piano, a piedi nudi, ogni impronta un’immagine che riemerge. Nel mosaico di frammenti che va a formarsi c’è senza dubbio il Pasolini ben noto, l’autore, il poeta, il regista, il personaggio scomodo, le sue idee, il suo linguaggio, la sua morte ancora misteriosa, ma soprattutto si delinea il volto privato di Pier Paolo, l’uomo, mite e sensibile, l’amico pieno di contraddizioni e inquietudine, con cui era semplicemente bello condividere ispirazione, viaggi, una casa…

Ricordo che una volta, credo fossimo in Congo, davanti a un paesaggio grandioso, arcaico, dalle profondità azzurrine, mi hai detto che avevi capito cosa fosse l’immortalità. […] L’immortalità è un atto di fiducia bellissimo, un impeto di struggente amore per la vita, che è la cosa meno immortale che conosciamo. Contraddizione che solo un poeta può intendere.

Mi ritrovo nella decrizione di questo momento, così come in tanti altri sparsi per il libro. Pezzi di vita vissuta con qualcuno che ora non c’è più, riflessioni fatte insieme, non davanti a un panorama africano ma su una meno poetica panchina romana. Però noi stavamo ammirando la distesa dei Fori Imperiali, quindi l’immortalità ci faceva ugualmente compagnia. A ripensarci mi si gonfia il cuore… È quel tipo di istante prezioso di cui si riconosce la ricchezza molto di più a posteriori, con gratitudine e una punta di rimpianto.

Forse uno dei sentimenti che si respira con maggiore intensità in Caro Pier Paolo è proprio quello della nostalgia. Per gli amici andati via che – come scrive Dacia Maraini – muoiono e ci fanno sentire più soli, per un’epoca in cui scrittori, artisti, intellettuali, si incontravano per il puro piacere di trovarsi insieme, per i viaggi pieni di avventure e suggestioni, le sceneggiature scritte a quattro mani, le confidenze al buio di una diva che in quel momento era solo una donna innamorata… Alla fine queste lettere restituiscono non solo una ricostruzione personale e intima dell’uomo che fu Pasolini, ma anche uno scorcio del mondo interiore di Dacia Maraini stessa. Perché in fondo raccontando i nostri amici, ciò che amiamo ed abbiamo amato di loro, raccontiamo anche un po’ di noi.

Ringrazio Dacia Maraini per la generosità nel concedersi e nel donarci questa visione privilegiata del suo caro Pier Paolo. Mi ha coinvolta e commossa, toccando le corde di una mancanza profonda che mi porto dentro. Forse anche io ora scriverò le mie lettere alla persona che ormai posso incontrare solo nei sogni. Di certo so che, se fosse qui, le regalerei questo libro.

E voltandoci rimangono le fotografie, vere o della mente. Ogni tanto le accarezziamo, con gentilezza, per non sgualcirle.

Ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi. Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e doloroso. Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero. Ecco, io ti immagino ora così, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è più ostile.

(Edizione Neri Pozza marzo 2022

Pagine 240)

Possiedo la mia anima: Virginia, lei, la cosa stessa

Chi è Virginia Woolf ? direi – una creatura umana libera, coraggiosa. E se è finita in vicoli ciechi, erano strade che cercava – molte delle quali ha lasciato aperte per noi.

Più o meno proprio a marzo di un anno fa, questo libro è stato il mio fedele compagno durante un periodo complicato e faticoso. Mi svegliavo prestissimo in una casa non mia e, approfittando del tranquillo lasso di tempo in cui ero l’unica ad essere in piedi, mi sedevo in una poltrona, nella cucina silenziosa, con un caffè caldo, pronta per leggere. Ogni giorno lo iniziavo insieme a Virginia.

Ho voluto che la mia biografia di Virginia Woolf, più che il racconto dettagliato dei suoi giorni, fosse un ritratto che si fondava su dettagli di prima mano – i diari, le lettere, i romanzi, i frammenti autobiografici, le sue prime prove di scrittura poi raccolte postume. E questo perché mentre scrivevo non potevo smettere di sentire la sua voce così sospettosa dello stile “biografico”.

Possiedo la mia anima era già stato pubblicato nel 2006 e, a quindici anni di distanza,  Feltrinelli lo ha riproposto in una bella edizione tascabile, con una copertina in cui dominano i colori tenui del giallo e dell’azzurro polvere e il celebre profilo di Virginia Woolf, in uno dei suoi ritratti fotografici giovanili più noti e più utilizzati. L’impressione generale è di grazia e quiete,  le stesse sensazioni che ho provato io leggendo, in quelle mattine solitarie, e l’atmosfera che permea l’intero libro. Una vita raccontata con gentilezza ed empatia. Nadia Fusini ci immerge nella vita di Virginia come in un romanzo appassionante e soprattutto ne rievoca la voce, la sua esistenza si ricostruisce come nei suoi scritti, attraverso di essi, lungo flussi di ricordi, esperienze, persone, ispirazioni, luoghi. Virginia rivive e comprendiamo qualcosa di più, solo un po’, della sua complessità, accompagnandola, camminando accanto ai suoi pensieri.

Questa è certamente, credo, l’ultima ora di pace.

Tra le pagine che mi hanno suscitato l’emozione più profonda, ci sono quelle – tristemente attuali – della parte finale, quando la guerra cala sulla quotidianità di Virginia come un’ombra oscura e minacciosa. Il suo smarrimento, la sua angoscia sono palpabili e commuovono, fanno male. Virginia che immagina come possa essere venire colpiti da una bomba, che non può più viaggiare per incontrare gli amici, che si sente privata dei suoi lettori in un momento in cui nessuno ha tempo per leggere… Via via, è come se venisse svuotata di tutto ciò che la nutriva e sosteneva. Un anno fa mi aveva colpito al cuore, oggi, per ovvi motivi, mi turba ancora di più. Alla luce di ciò Tra un atto e l’altro, ultimo romanzo di Virginia pubblicato postumo, assume     ulteriori suggestivi  significati. Mi ha affascinata scoprire che una delle sue scene più inquietanti e disturbanti – il serpente e il rospo – riproduce qualcosa che la scrittrice aveva veramente visto nel proprio giardino. La sua abilità nell’utilizzare e trasformare a livello narrativo quell’immagine carica di metafore toglie il fiato. Era immensa, senza se e senza ma.

Virginia scrive per salvarsi l’anima. La propria. Ma anche per salvare la nostra.

In quella cucina di una casa non mia leggevo di Virginia ogni mattina e quel libro dai colori tenui giallo e blu polvere resta un caro ricordo. Aperto e riaperto, sottolineato (sì, io lo faccio). Vissuto. Sta lì, sullo scaffale dedicato ai titoli a tema, che continuano ad aumentare, perché il tempo passa ma il mondo non vuole smettere di leggere le sue opere e di scrivere su di lei.

Cara Virginia, te ne sei andata da ottantun anni e le tue parole ci salvano ancora.

L’intero mondo è un’opera d’arte. E noi ne siamo parte. Amleto, o un quartetto di Beethoven, sono la verità di quel vasto insieme che chiamiamo mondo. Ma non c’è Shakespeare, non c’è Beethoven, non c’è Dio, noi siamo parole, noi siamo la musica. Noi la cosa stessa.

(Edizione Feltrinelli febbraio 2021

Pagine 390)

Leggiadra stella: il cuore di un poeta

Mai una mente più inappagata ed inquieta della mia fu posta in un corpo troppo piccolo per contenerla. Mai ho sentito la mia mente riposare con gioia totale e serena su alcuna cosa – su alcuna persona tranne te.

Era un giorno d’estate quando vidi la stanza dove, a Roma il 23 febbraio 1821, morì John Keats. Ricordo di aver provato, dentro di me, un misto di emozioni confuse: commozione, certamente, soggezione, rispetto, ma anche altro, qualcosa di inafferrabile legato all’atmosfera del luogo. Nonostante i tanti turisti che mi circondavano e distraevano, la Keats-Shelley Memorial House riusciva a mantenere intatto il suo fascino, la sua capacità di comunicare. Avevo l’impressione che ci fossero parole ovunque, echi di pensieri, sogni e arte. Avrei voluto silenzio, per ascoltarle meglio. E una luce più dolce, su quel letto in cui era morto un ragazzo di appena venticinque anni.

Tutta la voglia di vivere, amare e creare straripante da quell’esistenza spenta troppo presto è raccontata nelle poche ma preziose pagine di Leggiadra stella, che raccoglie le lettere scritte da Keats a Fanny Brawne.

La mia mente è tutta un tremito, non so dire che cosa sto scrivendo.

Non abbiamo le risposte di Fanny. Keats chiese che tutte le lettere ricevute da lei fossero distrutte dopo la sua morte e i suoi amici lo accontentarono. Come spiega Nadia Fusini nella prefazione, probabilmente lo fecero anche con una certa soddisfazione. La giovane non era ben vista da molti degli amici di Keats, considerata colpevole di sviarlo dalla totale devozione per la poesia, di turbarlo. Anche quando le lettere del poeta, che Fanny aveva conservato, furono vendute all’asta dai figli della donna ormai defunta e poi raccolte in un libro, lettori e critici puntarono il dito contro di lei, accusandola di aver danneggiato la fama di Keats, di essere indegna di lui. Troppo trasporto in quelle lettere, troppo impeto, eccesso. Nell’epoca vittoriana in cui i sentimenti maschili dovevano apparire dominati e sotto controllo, John Keats si era esposto, perdutamente abbagliato, senza curarsi di nascondere la gelosia, le contraddizioni, la febbre che lo pervadevano.

Tu sei sempre nuova.

Cosa aspettarsi, del resto, dall’esperienza dell’amore in un uomo come John Keats?

Poteva viverla solo così, con tutto il variegato universo emotivo che si portava dentro, amplificato dalla consapevolezza della malattia e del destino segnato. Keats aveva studiato medicina, non poteva che riconoscere con lucidità i sintomi. E così amò più forte, come un fiore che brucia, persino invidiando la vita nella sua amata. Una volta partito per Roma, andando incontro ai suoi ultimi giorni, decise di non leggere più le lettere di Fanny, non le aprì neppure. Doveva recidere con decisione il legame per sopportare la fine. Eppure, come riferisce l’amico Joseph Severn che lo vegliò nell’agonia, tenne sempre in mano sino alla morte la corniola bianca che lei gli aveva regalato.

Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo tre soli giorni d’estate

Sono belle, queste lettere. Molto vere, struggenti. Ci consegnano, intatto, il cuore di un poeta. Un privilegio.

Ho amato il principio della bellezza in tutte le cose e se avessi avuto tempo mi sarei fatto ricordare.

Edizione maggio 2021 Archinto

Prefazione di Nadia Fusini

Traduzione di Eleonora Carantini

Pagine 83

Un anno con Mozart: bellezza per ogni giorno

Se un brano vi parla, per qualsiasi motivo, chiunque siate, la vostra reazione è valida: quello che significa per voi rappresenta il suo significato.

Wolfgang Amadeus Mozart nasceva oggi, il 27 gennaio 1756. Trovo suggestivo che la nascita di un genio capace di toccare vette di incomparabile bellezza coincida con la Giornata della Memoria, emblema di uno dei crimini più orripilanti e tragici mai commessi contro l’umanità. Fa riflettere. E c’è una storia che è davvero perfetta per questo giorno. Una storia che parla di arte, condivisione e speranza nonostante l’orrore.

Nel gennaio del 1942 una partitura del Requiem di Verdi venne introdotta di nascosto nel campo di concentramento di Theresienstadt (Terezín) e centocinquanta prigionieri ebrei, capeggiati dall’ex direttore d’orchestra e compositore Rafael Schächter, si riunirono per cantarlo. Fu eseguito almeno sedici volte, giorno dopo giorno, mentre i coristi venivano deportati in altri campi e diminuivano. Non smisero di cantare, fino all’ultimo. Schächter, che morì ad Auschwitz nel 1945, disse 《Canteremo ai nazisti ciò che non possiamo dire

Lo racconta Clemency Burton-Hill in Un anno con Mozart, lettura preziosissima che mi ha accompagnata per l’intero 2021. L’autrice, pluripremiata violinista, collaboratrice della BBC e patrona di organizzazioni benefiche per l’educazione artistica e musicale, propone un brano per ogni giorno dell’anno (qualsiasi anno, è presente anche un pezzo per il 29 febbraio), corredandolo di aneddoti legati alle vite dei compositori o episodi significativi come quello, struggente, che ho citato.

Il libro, il cui titolo originale è Year of wonder, diventa una sorta di bibbia artistica, da consultare e tenere a portata di mano, per ritrovare, riscoprire, imparare, meravigliarsi, emozionarsi, sognare e, come nel caso dei prigionieri coristi di Theresienstadt, anche commuoversi. Da Mozart, Bach e Beethoven, fino a Verdi e Puccini, da Morricone a Bernstein, sino alle reinterpretazioni contemporanee di Max Ritcher, pezzi leggendari e altri, sconosciuti e sorprendenti. E le compositrici, quelle che mi hanno stupita e affascinata maggiormente: da Ildegarda di Bingen a Clara Schumann, da Fanny Mendelssohn a Francesca Caccini, da Florence Price alle sorelle Boulanger, da Isabella Leonarda a Barbara Strozzi, una moltitudine di donne straordinarie che hanno saputo superare le barriere della condizione femminile in tempi in cui la musica era predominio degli uomini, lasciandoci opere meravigliose.

E di meraviglia c’è sempre bisogno. Oggi più che mai e in ogni giorno dell’anno.

Credo che vi sia ben poco nella vita che questa musica non sappia accompagnare in modo adeguato. E spero soprattutto che vi approprierete di questi pezzi, perché chiunque siate, qualunque sia la vostra origine o il vostro percorso per giungere fin qui, sappiate che ora vi appartengono.

Edizione Novembre 2020 Neri Pozza

Titolo originale: Year of wonder, classical music for every day

Traduzione di Maddalena Togliani

Pagine 453

Virginia Woolf a fumetti: intensità, poesia e colore

Pur non essendo un’esperta in materia di graphic novel, amo i libri illustrati e quando ho saputo di questa novità sono corsa subito a prenotarla dal mio libraio di fiducia: non potevo perdermi una biografia a fumetti di Virginia Woolf!

Credo che già basti questo scorcio tratto dalle prime pagine per dimostrare quanto i disegni e i colori siano suggestivi. La biografia inizia così, nel giorno della morte di Virginia, con queste tonalità cupe eppure splendenti e quella figura solitaria che cammina lungo la riva, a un passo dalle acque in cui scomparirà.

Sembra di vedere l’aria che muove l’erba e increspa il fiume, non vi pare?

Liuba Gabriele, giovane artista laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha realizzato un’opera molto elegante e delicata, in cui predominano colori vivi e corposi, dal rosso al verde e al giallo, sino al blu profondo, con testi essenziali e poetici che ben rievocano la personalità e lo stile di Virginia Woolf. Illustrazione dopo illustrazione, la vita della scrittrice viene ripercorsa attraverso le sue fasi salienti,  il ricordo delle persone care e perdute, la sorella Vanessa e il circolo di Bloosmbury, la creazione di alcuni dei suoi libri più famosi, e soprattutto i legami fondamentali con il marito Leonard e l’amante e amica Vita Sackville-West. Ho amato in particolare, nella parte finale, quegli ultimi sguardi di Virginia all’ignaro Leonard e la sorta di fatale consapevolezza che coglie Vita. Toccante, coinvolgente.

Come potete vedere in questa fotografia dove l’autrice in persona mostra il libro con la copertina completamente estesa, il lavoro grafico è davvero di notevole bellezza e lo rende un piccolo gioiello da collezione per chi ama Virginia Woolf. Può però essere un’occasione anche per chi non la conosce, un modo diverso di accostarsi alla sua figura e di cominciare a scoprirla.

Si legge velocemente ma resta nel cuore e negli occhi.

Scrivo questo romanzo febbrilmente. Il disegno si precisa rapido, feroce, fulgido. Sono concentrata, una freccia ben puntata, irrigidita, mentre questo formicolio mi attraversa. Sono lontanissima da ogni cosa, da Leonard, anche da te, Vita. Le parole elastiche, translucide, colorate, le parole sonore si agganciano le une alle altre, formano catene, formano maglie. E le impressioni preziosissime racchiudono il tutto, ciò che devo salvare, che sfugge, che vuol finire, che imbroglierò per sempre. Ti ho preso, ti ho catturato, in un giorno. Piango e rido.

Edizione 2021: Becco Giallo

Pagine 128

(Le immagini provengono dalle pagine Twitter e Instagram di Becco Giallo e Liuba Gabriele)

Cose che succedono la notte: inquietante come una sottile crepa nella porcellana

Lascia stare, non importa. Sono cose che succedono la notte.

Questo è il primo libro di Peter Cameron che leggo. È raro – anzi negli ultimi tempi decisamente impossibile- che io scriva un commento a un libro subito dopo averlo finito, ma in questo caso ho pensato che fosse fondamentale parlarne subito, per non smarrire la scia di confusa fascinazione che mi ha lasciato. È stato come ritrovarsi in un episodio di Twin Peaks.

Erano diretti in un posto ai confini del mondo.

Ci sono un uomo e una donna, non sapremo mai i loro nomi. Sono una coppia sposata e vengono da New York: in una notte nevosa arrivano in treno in un luogo lontano e sperduto, a quanto sembra nell’estremo Nord di un imprecisato paese nordico. Hanno affrontato questo lungo viaggio per un motivo ben preciso, ma quel che colpisce nell’immediato di loro è la profonda solitudine di entrambi. La malattia di lei, terminale, li divide: la donna è chiusa nella propria personale dimensione finale fatta di paura, rabbia e speranza, mentre l’uomo è disarmato e impotente, la ama senza sapere come comprenderla o aiutarla.

Sono cose che succedono la notte. Le persone spariscono, sempre che ci siano mai state.

Questo posto che hanno raggiunto, ai confini del mondo, assomiglia a un limbo, soprattutto l’hotel in cui soggiornano, che pare davvero uscito da una fantasia di David Lynch, popolato da personaggi pittoreschi dai comportamenti ambigui. Sono reali (si presume) ma mi hanno fatto pensare a fantasmi, che esistono solo dietro quelle porte, tra la neve, in giorni dalle notti lunghissime, e non possono, oppure non vogliono o non riescono ad andarsene. Una sorta di decadente, surreale purgatorio che gioca con la mente, in cui ci si può perdere, abbandonarsi.

L’uomo scrutò il proprio riflesso, che lo guardava con una fissità ancora maggiore, e per un istante perse il senso del proprio corpo e si chiese da quale parte dello specchio si trovasse in realtà.

Ecco, leggendo mi sono sentita proprio come il protagonista, il personaggio che più coinvolge. Come un insetto sotto un bicchiere, annaspa e sbatte contro il vetro, cercando risposte, rassicurazioni, un contatto umano, l’illusione di amare senza sbagliare, il sole prima che sparisca… Presto o tardi, tutti quanti sperimentiamo questo smarrimento esistenziale, il desiderio di uscire da noi stessi.

Vorrei sottolineare che, pur essendo una storia cupa e bizzarra, non è priva di speranza, ma questa speranza bisogna saperla rintracciare, interpretare. Dovete credere che l’unico ponte per andare via non sia crollato.

Consiglio la lettura quando fuori è buio. Che faccia caldo o freddo non conta, vi assicuro che sentirete comunque profumo di neve. Suggerisco anche musica di sottofondo, magari qualcosa di Angelo Badalamenti, cantato da Julee Cruise. Se poi avete delle tende rosse l’atmosfera sarà perfetta.

Non fatevi troppe domande. Salite sul treno. E immaginate che l’amore sia anche in un paio di guanti per scaldare mani gelide e in un dolce da mangiare, nascosto in tasca.

Una sottilissima crepa in un bell’oggetto di porcellana è più inquietante dell’oggetto in frantumi sul pavimento.

Edizione Adelphi agosto 2020

Titolo originale: What happens at night

Traduzione di Giuseppina Oneto

Pagine 241

Gotico americano: il sogno e la disillusione

Se almeno l’America di oggi non assomigliasse ancora così tanto al quadro di Grant Wood, American Gothic, facce bianche di vecchi impauriti che pensano di proteggere il loro mondo con un forcone, ma il loro mondo già non esiste più.

Oggi, mentre tutti si interrogano sull’esito delle elezioni americane, è il giorno perfetto per parlare di Gotico Americano che inizia nel 2016, proprio all’alba della vittoria di Donald Trump. Così come l’autrice Arianna Farinelli (che vive negli USA ormai da vent’anni) anche la protagonista, Bruna, ha lasciato da tempo l’Italia per New York e insegna scienze politiche in un college. Mentre sta per prendere il via l’era Trump, Bruna è a un punto di svolta della propria vita, costretta dagli eventi a mettere in discussione scelte, convinzioni, ambizioni e prospettive future. A partire, per esempio, dal matrimonio deludente con Tom, italoamericano proveniente da una famiglia di fervidi conservatori, che non si è  mai emancipato dal ruolo di figlio (lui, la sorella e la madre hanno gli stessi nomi dei personaggi di Un Tram chiamato desiderio di Tennessee Williams). Poi ci sono il lavoro e la carriera che non hanno dato i frutti sperati e il piccolo Mario, suo figlio, anima femminile imprigionata in un corpo maschile. E infine Yunus, uno dei suoi studenti, controverso e misterioso giovane afroamericano con cui ha intrapreso una relazione.

È l’amore incondizionato  che cerchiamo per tutta la vita. A volte lo troviamo ma non riusciamo a riconoscerlo. Altre volte non possiamo o non sappiamo riceverlo. Quasi mai riusciamo a donarlo. Io lo volevo da te. Tu da tuo marito. Tuo marito da sua madre.

Attraverso le vicende  private di Bruna e dei personaggi a lei legati, Arianna Farinelli affronta tanti temi importanti, dalla fragilità del sogno americano all’ipocrisia della mentalità conservatrice, dall’Isis alle differenze religiose, razziali e sociali, sino all’immigrazione e alla disforia di genere, quasi troppi argomenti, in un calderone che a volte perde un po’ di coesione e da cui emerge  un’immagine zoppicante e profondamente imperfetta degli USA. Se Tom risulta a tratti caricaturale, Bruna mi ha lasciata in bilico, ancora non ho deciso cosa penso del suo modo di vedere e affrontare le cose. Mi ha commossa invece Mario, già così consapevole del suo sentirsi femmina, indifeso in un mondo di adulti che lo rifiutano o lo accettano solo in superficie senza capirlo davvero, eppure tanto coraggioso, tanto se stesso. Anzi se stessa. E ho amato Yunus, il personaggio che per me è valso l’intero libro, con la storia migliore e più complessa.

Alla fine, era giunta la balena che mi aveva dato la caccia per tutta la vita. La stessa che aveva inghiottito mio padre. Sapevo che prima o poi sarei finito nel suo ventre, sotto tre strati di oscurità.

Il memoriale di Yunus è probabilmente la parte più avvincente del romanzo: dal destino crudele di suo padre sino al suo arruolamento nell’Isis, Yunus rappresenta il lato scomodo degli ideali americani, ricorda a Bruna di guardare al di là della sua bolla privilegiata, fatta di persone bianche e benestanti e di convinzioni fasulle e ipocrite. Tutto il suo percorso di vita è segnato dal colore della pelle e dalla mancanza di inclusione, di possibilità autentiche. Si potrebbe facilmente giudicarlo per l’adesione all’Isis ma l’autrice è molto abile nel costruire le sfumature dei suoi motivi.

Solo pochi capiranno che tutto questo è già accaduto: non è finzione ma verità storica e ancora una volta dalla storia non abbiamo imparato nulla.

Gotico Americano ha i suoi difetti, proprio come l’America che descrive, e probabilmente proprio per questo si tratta di imperfezioni inevitabili. Di certo fa riflettere, soprattutto su ciò che potremmo essere e su ciò che invece ci ostiniamo a rimanere. C’era una volta il sogno americano, poi, al risveglio, la disillusione.

Fuori la città si muoveva convulsamente come ogni giorno. Ma io e te eravamo fermi proprio come l’acqua del fiume quando le maree smettono di tormentarla.

Edizione gennaio 2020 Bompiani

Pagine 288

Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe: mai sottovalutare le donne, soprattutto se leggono

《Voi, signore, leggete uno strano assortimento di libri》 osservò James Harris.                              《Siamo uno strano assortimento di donne》

Il 31 ottobre non si può evitare di proporre una lettura da brivido e così oggi torno sul blog per raccontarvi quello che si può considerare a tutti gli effetti un libro horror. Orrore intelligente, attenzione, di quelli con vari sottotesti, metafore di concetti tutt’altro che soprannaturali. Immaginate dunque una sorta di crossover tra la serie tv Desperate Housewives e Le Notti di Salem di Stephen King: le protagoniste di Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe sono un gruppo di donne dalle vite ordinarie e mediamente ipocrite, che vivono in uno di quei tipici quartieri americani dove si può uscire senza chiudere a chiave la porta e ci si scambia ricette e inviti per il barbecue. Una pace apparente e fasulla in cui all’improvviso si insinua qualcosa di stonato, irrazionale, sinistro. Ma l’autore Grady Hendrix, nella prefazione, spiega cosa intendo molto meglio di me.

Con questo libro ho voluto mettere a confronto un uomo emancipato da ogni responsabilità, tranne i propri appetiti, e le donne le cui vite sono plasmate da una serie infinita di responsabilità. Ho voluto contrapporre Dracula a mia madre.

Esattamente. Devo dirlo, questa storia l’ha scritta un uomo ma gli uomini non ne escono bene. Dal mostro della situazione – il vampiro che si trasferisce nel quartiere – ai mariti delle protagoniste, gli uomini di Hendrix sembrano concentrati solo su se stessi, sui propri appetiti da soddisfare, siano essi sessuali, finanziari, di carriera. Pensano a lavorare, investire, perseguire il lusso, il successo, ne sono anche facilmente sedotti, e le loro donne vengono considerate accessori, le madri di famiglia che devono starsene a casa, pronte ad accudire coniuge, prole e anche suocera senza discutere. Se poi si mettono strane idee in testa ci sono sempre le pillole di calmanti.

Voi donne avete tutte una mente acuta, e so quanto sia difficile trovare stimoli intellettuali in un posto del genere. Aggiungete i libri malsani che leggete nel vostro club letterario ed ecco la ricetta perfetta per una sorta di isteria di gruppo.

Le nostre miti casalinghe sottovalutate hanno in effetti un club del libro, che si dedica soprattutto ai romanzi e ai saggi che ricostruiscono efferati delitti e casi di cronaca nera (vengono citati titolo famosissimi come Helter Skelter e A sangue freddo): sarà questo a spingerle a comprendere che sta accadendo qualcosa di spaventoso. Potrebbero fingere di non vedere, la tentazione è forte, ma invece sceglieranno di agire, di non arrendersi. Grady Hendrix, anche sceneggiatore, confeziona una trama brillante e ben calibrata, che dosa i momenti di dubbio e quelli di tensione, con almeno un paio di situazioni davvero horror. Più che paura, gli eventi generano in chi legge lo stesso senso di minaccia, incredulità, smarrimento (in alcuni casi disgusto) delle protagoniste. Il vampirismo è un pretesto per raccontare di una società che guarda dall’altra parte mentre i più deboli ed emarginati soccombono e che si lascia conquistare dal guadagno e dai privilegi. Ed è anche una riflessione sulla condizione delle donne, sulla loro forza e la volontà che le spinge a lottare per liberarsi degli stereotipi e dalle false etichette.

Piccola curiosità: l’autore ha all’attivo anche un romanzo di fantasmi ambientato in un punto vendita di mobili scandinavo, Horrorstör.

Insomma se siete in vena di brividi che fanno riflettere e vi piacciono le storie di coraggio e riscatto femminile, Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe è l’ideale per voi. E forse chissà vi verrà anche voglia di creare un club letterario: leggere fa bene!

Pensa che siamo una mandria di casalinghe perfette… Pensa che siamo come appariamo all’esterno: graziose signore del Sud. Lascia che ti dica una cosa… non c’è niente di grazioso nelle signore del Sud.

(Edizione luglio 2020 Mondadori

Traduzione di Rosa Prencipe

Pagine 456

La Ricamatrice di Winchester: le donne di Tracy Chevalier non si arrendono mai

A volte basta un filo a cambiare la trama.

Provo un affetto particolare per questo libro. Chi lo sa, forse se lo avessi letto in un altro momento mi avrebbe fatto un effetto diverso. Invece ha finito con l’essere il mio compagno fidato di diverse notti insonni durante il lockdown. E ricordo con piacere anche gli scambi di opinioni con chi me l’aveva consigliato. Se penso a La Ricamatrice di Winchester mi viene da sorridere.

Consideratemi un canovaccio ancora vuoto, senza punti da disfare.

C’è da dire che mi è piaciuta tanto la protagonista, Violet. Per gli standard dell’epoca in cui vive, tra le due guerre mondiali del secolo scorso, viene considerata una donna in eccedenza, nubile e difficilmente destinata a sposarsi. Ha perso il fidanzato nel primo conflitto bellico e, ormai vicina ai quarant’anni, il suo destino pare segnato: dato che il padre e un fratello sono morti e l’altro fratello è sposato con prole, ci si aspetta che tocchi a lei restare a occuparsi della madre, autoritaria e anafettiva. Ma questo è un romanzo di Tracy Chevalier e praticamente mai i suoi personaggi femminili fanno quello che il mondo si aspetta dalle donne.

Ma è questo che ci si aspetta da noi donne, no? Dobbiamo dare, dare, e aiutare gli altri, qualunque sia il nostro stato d’animo. È stancante e ingrato, a volte. Vorrei poter fare come te, salire sulla torre e non pensare ad altro, non sentire altro che il suono delle campane che vibra dentro di me. Penso che mi sentirei in Paradiso.

Non sempre sono stata d’accordo con lei, ma ho amato lo spirito ribelle di Violet. Che cade però si rialza, che spesso non può evitare di sentirsi in colpa anche se non dovrebbe. Perché a noi donne capita, il mondo ci spinge a dubitare di noi stesse, della validità dei nostri desideri. Eppure Violet non molla. Vuole l’indipendenza, una vita sessuale, la possibilità di fare esperienze, di innamorarsi, di valicare limiti. Dall’inizio alla fine del libro, l’ho vista compiere uno dopo l’altro tanti piccoli, grandi, a volte immensi, atti di libertà. Per certi versi mi è quasi parso che l’autrice qua e là le abbia fatto pagare pegno, ma Violet ne è uscita vincitrice. Una donna che si è rifiutata di restare dentro la casella assegnata dalla società.

Naturalmente aveva sentito parlare di quel tipo di donne e delle amicizie carnali che venivano attribuite alla scarsità di uomini, un tentativo disperato di fuggire dalla solitudine. Però guardando Gilda e Dorothy non si aveva quella sensazione: sembravano semplicemente fatte l’una per l’altra.

Inserendo nella trama anche la storia omosessuale di Gilda e Dorothy, Tracy Chevalier ha guadagnato ai miei occhi  almeno mille punti. Colpisce allo stomaco  leggere della convinzione  che l’attrazione fra donne fosse dovuta alla mancanza di uomini… La stessa Violet, quando realizza l’inclinazione dell’amica Gilda, sembra sulle prime non riuscire a crederla reale. Un tipico effetto del pensiero patriarcale, purtroppo. Ma, proprio come Violet, anche Gilda e Dorothy sono donne che non si piegano e lottano per difendere e mantenere il loro legame, vero e meritevole di essere considerato tale come qualsiasi altro amore. Peccato solo che la loro sia una vicenda secondaria.

Al di là delle vicissitudini  dei personaggi, si sa che ogni libro di Tracy Chevalier è anche una festa di dettagli storici curati e affascinanti. In questo caso, oltre alle tetre ma dovute riflessioni sul nazismo che si stava tristemente affermando, si parla dell’arte del ricamo e di quella campanaria. Il ricamo, lo ammetto, non fa per me, anche se mi piacerebbe vedere i cuscini ricamati della cattedrale di Winchester,  ma i concerti di campane mi hanno veramente conquistata. Le scene in cima al campanile sono tra le mie preferite. 

Violet guardava gli uomini in movimento e ascoltava i rintocchi delle campane, e per qualche istante suoni e gesti diventarono una cosa sola. Era come guardare un balletto e allo stesso tempo ascoltare un concerto.

Il ricamo comunque è alla base della storia. Le nostre vite sono un disegno complesso e, come recita il titolo originale, basta un filo, un unico filo per modificare l’intera immagine. Questo ha fatto Violet, questo hanno fatto Gilda e Dorothy. Hanno osato ricamare in libertà.

E poi ecco una splendida coincidenza: proprio quando io sto divorando tutta la produzione di Tracy Chevalier, per festeggiare i vent’anni del suo più grande successo, La ragazza con l’orecchino di perla, Neri Pozza da oggi, 3 settembre, ripubblica i suoi romanzi con una nuova veste grafica e le copertine realizzate da gatsby_books, già autore anche della bellissima copertina di La Ricamatrice di Winchester.

L’illustratore – seguitelo su Instagram, fa cose stupende! – ha raccontato di avere avuto la consulenza e l’approvazione di Tracy Chevalier in persona per i dettagli di ogni singola copertina. Io conto di collezionarle tutte e di recensirvi i titoli per farvele ammirare meglio.

Per chi non conosce questa autrice è il momento giusto per scoprirla. Magari iniziando proprio da La Ricamatrice di Winchester.

Edizione gennaio 2020 Neri Pozza

Traduzione di Massimo Ortelio

Pagine 289

Le confessioni di Frannie Langton: del nero e del bianco, del rosso come il sangue, dell’amore, che ha più sfumature

E cosa fanno due donne in una stanza tutta per loro? Non è forse questa la domanda che turba di più i miei accusatori?

C’è qualcosa di molto seducente in questa storia. Una seduzione di stampo gotico, oscura e insieme dolce. Quel senso di passione profonda che  rievoca velluti e intimità nascoste, mescolato all’inquietudine generata da ciò che è corrotto e deviato. Me ne sono innamorata.

Un uomo scrive per distinguersi dalla storia collettiva. Una donna per poterne far parte. Quali sono le mie intenzioni nello scrivere queste pagine? La risposta è semplice: si tratta della mia vita, e voglio essere io stessa a metterne insieme i pezzi.

Incontriamo Frances Langton nel carcere londinese di Newgate. Sta per essere processata per omicidio plurimo, rischia la condanna a morte. Su richiesta del suo avvocato difensore, in cerca di appigli per aiutarla, si mette a scrivere la propria verità, racconta di se stessa, sin dall’infanzia. È nata schiava ma è istruita e con un passato molto più complicato di quel che si potrebbe credere.

Le confessioni di Frannie Langton è quindi un thriller storico? Una storia di delitti, sangue e misteri?

Questa però è una storia d’amore, e non solo la cronaca di un assassinio, anche se non so se è la storia che ti aspetti.

Sì, questa è anche, forse soprattutto, una storia d’amore. Un amore proibito in praticamente tutti i modi possibili, tragico sin dall’inizio. Nella Londra del primo Ottocento, la passione nasce fra due donne, una mulatta e una bianca, una cameriera che è stata schiava e la sua padrona. Una presunta omicida e la sua vittima. Nessun incauto spoiler da parte mia: il lettore sa fin dalle prime pagine che Frances è accusata di avere ucciso la sua Madame. E sa che lei l’amava.

Io avevo un ago di felicità nel petto, un dolore così acuto che temevo potesse uccidermi, la mente ancora infuocata da ciò che Madame e io stavamo facendo fino a pochi minuti prima.

Ho amato molto questa relazione già segnata, priva di equilibrio eppure così perfetta. Frances, impetuosa, introversa, indurita dall’esistenza ma anche capace di un amore spontaneo, affamato, sfacciato nella sua purezza. E Meg – Madame – affascinante e fragile, colma di contraddizioni e vuoti da riempire, bella e interessante come il quadro di un pittore ribelle, come il demonio. E come il demonio, pare, altrettanto dolce. Separate dalle origini e dalle circostanze, ma anche ugualmente prigioniere della loro condizione, del loro genere, degli obblighi e della solitudine. Sara Collins ha saputo costruire fra loro qualcosa di carnale, delicato e intossicante. Qualcosa che, nel bene e nel male, assomiglia all’oppio, da cui entrambe le donne sono dipendenti.

Prima che cominci a divorarti dall’interno, l’oppio è come una fiamma. È pura energia, e nello stesso tempo calma assoluta. Contrae le maglie del cervello. La gioia si trasforma in estasi. Ma la cosa migliore è che fa defluire via il mondo.

In questo libro, però, oltre alla passione e al mistero, ci sono anche disturbanti, acuti spunti di riflessione sul razzismo e sulla diversità. Si parla di sperimentazioni sulle persone di colore per scoprire e confermare differenze fisiche, cerebrali e cognitive, e sono pagine davvero inquietanti. Il velo di mistero sulle atrocità a cui Frances ha dovuto assistere in Giamaica le rende ancora più spaventose e aberranti. Bastano pochi dettagli, barlumi di procedimenti indicibili nel segreto di un capanno e la pelle si accapona, il senso di orrore è inevitabile.

Sapevo anche troppo bene che gli occhi hanno solo due scelte. Aprirsi o chiudersi. Quando si spalancano troppo e diventano troppo neri, è perché non possono fare spazio a tutto ciò che hanno visto.

Le confessioni di Frannie Langton è, alla fine, la storia dolorosa e struggente di una donna, la cui voce ci raggiunge attraverso il tempo e le pagine e ci racconta cosa significa essere tutto ciò che il mondo e gli uomini ritengono sbagliato. Merita di essere ascoltata.

Ebbene, la mia colpa è questa: sono una donna che si è innamorata di un’altra donna, il peggiore tra i peccati femminili, insieme alla sterilità e al raziocinio.

(Edizione gennaio 2020: Einaudi

Traduzione di Federica Oddera

Pagine 432 )