Il mondo non è un posto silenzioso: la musica dei Noveis ha dentro il ritmo del viaggio

Li ho scoperti da pochissimo ma loro fanno musica da quasi vent’anni, in un percorso artistico che li ha portati ad esibirsi anche a Parigi e Londra.

Parlo dei Noveis, rock band proveniente dalla provincia di Vercelli, composta da Massimo Benedetti (voce), Andrea Deregibus (voce e chitarra ritmica), Lorenza Ronza (basso), Fabio Badano (batteria e percussioni), Umberto Capaldi (chitarra) e Matteo Sarasso (tastiera e pianoforte).

Il loro lavoro più recente, l’album Il mondo non è un posto silenzioso, è uscito lo scorso febbraio, prodotto dal Phonograph Recording Studio di Pietro Cuniberti, e il primo singolo ad esserne estratto è stato È solo un sogno. Ringrazio il gruppo per avermi dato l’opportunità di ascoltarlo in queste calde serate estive.

Nove brani con testi in italiano che hanno un po’ l’atmosfera della ballata e del racconto e con un sound davvero molto ricco e complesso: bellissimo, ad esempio, quello di Bisogno di niente, che mi ha rievocato certe sonorità degli U2. La band stessa conferma di ispirarsi a tanti gruppi del passato e del presente della musica inglese, ma – la mia è un’impressione del tutto soggettiva da ascoltatrice- io ho sentito nei loro pezzi anche tanta America. Ascoltavo e vedevo le infinite strade deserte degli States, immaginavo quelle note accompagnare un viaggio on the road, sotto cieli giganteschi, magari sostando in qualche bar o pub dove qualcuno potrebbe cantare canzoni come queste, che parlano di emozioni come sanno fare i cantastorie con poco bagaglio e molti sentieri battuti alle spalle. Forse non è un caso che la copertina di Il mondo non è un posto silenzioso (realizzata da Daniele Margara) raffiguri una ragazza in viaggio che ascolta musica con le cuffie, guardando dal finestrino (di un treno? Di un pullman?) un tramonto che ricorda tanto quelli dei panorami americani. Ma in fondo potrebbe essere anche un tramonto inglese o italiano, dietro casa nostra. È la musica a trasportare altrove e quella dei Noveis ha dentro il ritmo del viaggio.

Ascoltateli e capirete cosa intendo. Preparatevi ad andare lontano.

È solo un sogno e se starò sveglio a casa tornerò

(Potete seguire i Noveis su Facebook e Instagram)

Conversazione con Talija: sette canzoni da ascoltare camminandole accanto

Un pomeriggio ferrarese. Caffè, pasticcini, una gattina che ogni tanto viene a strusciarsi contro le mie gambe. E soprattutto lei, Talija (al secolo Giovanna Cardillo) che mi racconta del cd che porta il suo nome, prodotto da Michele Guberti per Massaga Produzioni e distribuito da (R)esisto. Non ho le competenze per scrivere di musica, ma di certo amo scrivere di sogni, in particolare i sogni degli artisti. La loro arte. E il sogno di Talija è nei suoi occhi, nel coinvolgimento con cui parla di questo album. Un punto di partenza, per lei. Ma anche un ritorno, alla musica, dopo che se ne era allontanata per molto tempo.

È stato difficile. Ho avuto molti dubbi e paure. Sarei stata ancora capace di cantare e di incidere? I miei testi sarebbero stati validi?

Timori legittimi, ma infondati. Il risultato c’è ed è di un livello molto alto, un lavoro che colpisce per la sua omogeneità.

《La cosa strana di questo cd è che le canzoni sono state tutte scritte in tempi diversi, eppure quasi per caso, senza che fosse voluto da parte mia, si sono raggruppate come in un puzzle. È quasi un’opera teatrale, ogni brano un atto》

Ed è un’opera che narra di violenza, soprattutto psicologica ed emotiva.

Mi interessava capire come questo possa interferire con la vita di una persona》

Nel procedere dei sette brani, Talija traccia un cammino che va dalla disillusione giovanile e ancora immatura di Fade to grey alla nuova consapevolezza di avere un amico in noi stessi di New friend, passando per le domande di Why o l’energia e la voglia di reagire di Strong, primo singolo diffuso, accompagnato da un notevole video in cui le protagoniste sono donne dai volti particolari e indimenticabili. Un percorso rievocato anche dalla bella copertina, dove una donna cammina solitaria ma dando l’impressione di non temere la strada che ha davanti. Un dipinto realizzato dal pittore Francesco Cardillo, padre della cantautrice, scomparso da alcuni anni. In questa immagine riconosceva sua figlia. Sempre a lui è dovuto anche il nome d’arte Talija, ispirato da una parola calabrese che significa sbirciare. Nei paesi dell’Est invece significa vita. Non fa una piega, secondo me: Talija sbircia la vita e ci offre sette spunti per percorrerla e affrontarla.

Da sola, in quel dipinto, ma avendo ben chiaro che degli altri abbiamo tutti bisogno.

《Nelle mie canzoni non viene mai espressa la qualità del rapporto. Potrebbe trattarsi di una storia d’amore, così come di un’amicizia o di un rapporto madre e figlia. Io racconto una sensazione, in cui ognuno può vedere ciò che vuole. Il mio album è uno spazio in cui accolgo le persone, un punto di incontro. Tu vieni, mi ascolti e poi decidi cosa vuoi mettere di te stessa nella storia che ti racconto》.

Di Talija mi piace il senso di ribellione, la sua critica ai dogmi e agli standard stereotipati che ci condizionano e ci imprigionano in caselle prestabilite che cancellano la bellezza speciale della nostra unicità. Anche questa è una forma di violenza. E chi ha deciso in fondo che dobbiamo essere in un certo modo e desiderare determinate cose?

Se volete ascoltarla dal vivo e conoscerla, potrete farlo il prossimo 9 agosto 2019, nell’ambito della rassegna di concerti estivi del Circolo Arci Black Star di Ferrara. Prossimamente sono in arrivo anche un secondo singolo estratto dall’album e il relativo video. E come ogni vero artista che si rispetti, già la sua creatività è in fermento per cose nuove. Lo dice ridendo.

Non ho ancora finito di promuovere questo album e già ho per la testa altre canzoni da scrivere》.

Io dico che vale la pena di tenerla d’occhio. E soprattutto di ascoltarla. La gattina ai nostri piedi fa le fusa: è d’accordo anche lei.

(Copertina di Francesco Cardillo

Fotografie di Ilaria Passiatore

Potete trovare Talija Official su Facebook, Instagram e Youtube)

Il pianoforte segreto: dove c’è un solo colore, l’Arte ne trova sette

Non so cosa sia un pianoforte. Ho poco più di tre anni e non ho mai visto nulla di simile. Mi incuriosisce. Mi domando da dove provenga quell’oggetto che parla quando lo tocchi.

Nasce così, molto presto, l’amore indissolubile tra la piccola Xiao-Mei e il pianoforte.

Una bambina dal talento innato e promettente. Una vita, la sua, che avrebbe potuto procedere lungo tappe serene e regolari: il conservatorio, una carriera in patria, la famiglia… Ma la prima giovinezza di Zhu Xiao-Mei coincide con l’avvento del regime di Mao Zedong e tutto viene stravolto.

La storia passa e scorre come un fiume e a volte solo il racconto crudo e diretto dei testimoni del suo percorso aiuta a capirne davvero le svolte più drammatiche. Ho sempre saputo chi fosse Mao, ovviamente, ma non mi ero mai soffermata sulla Cina di quei tempi, sul Libretto Rosso e la cosiddetta Rivoluzione Culturale.

Xiao-Mei mi ha aperto un mondo e non mi ha risparmiato nulla. Inquietante, pauroso vedere come un regime totalitario prenda lentamente piede fino a radicarsi al punto da generare un sistematico lavaggio del cervello di giovani e meno giovani. La cultura e l’arte negate, le famiglie divise, i campi di rieducazione, la violenza… La giovane Xiao-Mei che mette da parte la musica e si convince di voler essere una buona rivoluzionaria e le agghiaccianti autocritiche pubbliche, aberrante pratica che la perseguiterà per sempre, lasciandole sotto pelle un’inguaribile paura del giudizio negativo altrui. Perderà dieci anni della sua gioventù, in questo modo. E non solo.

Impossibile scordare la brillante, colta nonna di Xiao-Mei, che la portava a teatro e auspicava per lei una vita splendida come un ricamo, piena di colori.

《Sai, Xiao-Mei 》mi dice mia nonna con l’accenno di un sorriso, 《se la gente non mi rispetta, vuol dire che sarò io a rispettarmi》

Le dirà questo quando il regime la costringerà a lasciare Pechino. Fiera e coraggiosa, purtroppo destinata a una fine infelice.

Ma su quella vita piena di colori aveva dopotutto visto giusto. Perché neppure la cieca rieducazione e l’oscurantismo hanno potuto spegnere la scintilla dell’arte che ha sempre brillato naturalmente nel profondo di sua nipote. Credo che sarebbe stata fiera della forza con cui Xiao-Mei, già trentenne, in ritardo e svantaggiata rispetto a molti suoi coetanei, ha ripreso in mano la propria esistenza, affrontando vari trasferimenti in Giappone, negli Stati Uniti, in Francia, le difficoltà con lingue e culture diverse, i lavori più umili, la mancanza di denaro, cibo, stabilità… Una piccola, irriducibile, indomabile cinese tutta sola, con un pesante fardello di traumi e dubbi, che però non ha mai ceduto, non è mai tornata indietro. Mi ha colpita. Oh, se mi ha colpita.

《Quanti colori vedi in cielo?》

Guardo con attenzione, aggrotto le sopracciglia: ne vedo solo uno. Lui lo scruta a sua volta.

《Io ne vedo sette》.

Poiché continuo con mia grande disperazione a vederne solo uno, lui mi dà un consiglio che non dimenticherò mai.

《Ogni sera alza gli occhi, osserva, e finirai anche tu per vedere sette colori nel cielo》.

Per Xiao-Mei il grande cambiamento, quella magia che talvolta illumina il nostro sentiero e ci aiuta a scorgere più di un solo colore, è arrivata con Bach e le sue celeberrime Variazioni Goldberg.

Il libro stesso è suddiviso come il capolavoro di Bach: trenta capitoli come trenta sono le Variazioni, in apertura e chiusura un’aria. Nelle Goldberg Xiao-Mei ha trovato se stessa e il significato che andava cercando nel farsi interprete della musica. A quarant’anni ecco il successo, un pubblico, il ricongiugimento con la famiglia.

Tanta commozione nel leggere del suo pellegrinaggio alla tomba di Bach. Lacrime varie per vari motivi. E poi eccola, su Youtube, la piccola inarrestabile cinese che suona le Variazioni. Le ho potuto dare un volto e la posso anche ascoltare, ora. Adesso anche per me Bach ha un sapore nuovo, quelle Variazioni, che pure ben conoscevo, all’ascolto ora assumono sfumature che prima ignoravo. Le ho conosciute attraverso le parole e il tocco di Xiao-Mei. Ora ci vedo e ci sento molti più colori.

Questo fanno l’arte e gli artisti: là dove c’era un solo colore, loro ne trovano sette e molti di più. E li regalano al mondo.

Posso solo dire grazie.

《Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?》 mi domanda.

《Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach》.

(Edizione: Bollati Boringhieri

Traduzione di Tania Spagnoli

Pagine 288)

Just Kids: vissero d’arte, vissero d’amore

Oh, fagli una foto》 disse la donna al suo amato marito. 《Penso che siano degli artisti》

Oh, avanti》 fece lui scrollando le spalle. 《Sono soltanto ragazzini》

In una mattina di marzo del 1989, una donna si alza e sente che nel mondo è venuto a mancare qualcosa. Lui non c’è più. In tv trasmettono la Tosca di Puccini e arriva la telefonata, la conferma di una verità che l’anima già conosceva. Lui davvero se n’è andato.

In quel momento Tosca attaccava la grande aria Vissi d’arte. “Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ho chiuso gli occhi e intrecciato le mani. La provvidenza aveva decretato in quale modo gli avrei detto addio.

Lui era Robert Mapplethorpe, la donna è Patti Smith e così inizia Just Kids, il memoir in cui la celebre cantante racconta la sua storia d’amore, amicizia e affinità elettiva, con l’indimenticabile, controverso e geniale fotografo.

Come testimoniano le immagini presenti in questo articolo, pubblicate proprio da Patti Smith su Instagram, ieri – 23 ottobre 2018 – è uscita una nuova bellissima edizione illustrata del libro.

In qualsiasi versione, vecchia o nuova, io vi invito comunque a leggerlo. Perché?

Perché dentro c’è l’Arte. Quella dell’epoca mitica di Wharol, della Factory, di Jim Morrison e Janis Joplin, dei giorni del Chelsea Hotel, le vite consumate in fretta come fiammate troppo brillanti per durare, le lunghe notti a creare e a ispirarsi a vicenda nei loft. Quella visione speciale del mondo che solo loro, allora, potevano cogliere.

… lui sollevò lo sguardo e disse: 《Patti, l’arte si è impossessata di noi?》 […] 《Non lo so, Robert. Non lo so》

Forse era andata così, ma chi avrebbe potuto pentirsene? Soltanto un folle avrebbe potuto pentirsi di essersi lasciato possedere dall’arte; oppure un santo.

E soprattutto va letto perché racconta la storia di una ragazza innamorata di Rimbaud e di un ragazzo che preferiva scegliere colori che nessuno avrebbe scelto.

Di quello che è stato un vero Amore. L’amore che va oltre ogni legame tradizionale, oltre l’orientamento sessuale o le convenzioni. Prima amanti e conviventi, poi amici con vite separate, Patti e Robert hanno mantenuto un vincolo emotivo unico e particolare, fra due anime gemelle che si sono sempre riconosciute e comprese e che hanno condiviso il mistero sacro dell’essere artisti.

Il marito stesso di Patti, davanti ai ritratti di lei realizzati da Robert, disse :《Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui》.

Patti Smith narra di se stessa e di Mapplethorpe con estrema generosità e grande trasporto: ogni ricordo ha il calore intimo della vera emozione e la profondità dei sentimenti traspare tangibile, concreta. Giunti alla fine si prova il bisogno di ringraziarla per averci aperto uno spiraglio su una parte così personale della sua vita, donandosi con tanta sincerità.

Come molti altri negli anni Ottanta, Robert Mapplethorpe è morto di AIDS e Patti è stata onesta sino in fondo anche sul dolore di quei giorni. Le pagine in cui ripercorre la malattia, gli ultimi incontri, le riflessioni sul distacco imminente, l’impossibilità di impedire l’inevitabile, sono di struggente bellezza.

Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. […] … e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert.

Vennero le parole e poi una melodia.

La melodia in questione è il breve, delicato Memorial Tribute ( Little emerald bird), che ancora oggi la cantante intona con la voce che si incrina e la cui malinconica dolcezza fa sempre un po’ stringere il cuore.

Scelgo però di chiudere con queste parole di Patti concepite mentre vegliava Robert malato e addormentato.

Ho imparato a guardare attraverso i tuoi occhi e non ho mai scritto un verso né disegnato una curva che non muovesse dalla consapevolezza di essermi ispirata agli attimi preziosi trascorsi insieme. […] … di tutte le tue opere, tu sei la più meravigliosa. L’opera più meravigliosa di tutte.

Vissero d’arte. Vissero d’amore.

(Fotografie di Patti Smith

Edizione italiana Feltrinelli

Traduzione di A.Mari

Pagine 319)

Artseasons Flowing Fest: un festival che non vuole essere il solito festival

Durante l’estate 2018 una nuova realtà artistica e culturale ha preso vita in Umbria: si tratta dell’ Artseasons Flowing Fest, che unendosi al già affermato Otricoli Music Festival, ha animato le serate dei comuni di Acquasparta, Otricoli, Avigliano Umbro, Sangemini, Narni e Amelia, dal 12 agosto all’8 settembre.

Ho avuto il piacere di parlarne con Paola Feliciotti, giovane e grintosa presidente dell’associazione Artseasons.

Parlami dell’Artseasons Flowing Fest: come è nato e in cosa consiste?

《Artseasons nasce soprattutto dalla voglia di promuovere il territorio della provincia di Terni, attraverso le arti e in particolare attraverso la musica vista in tutte le sue declinazioni. Abbiamo pensato di articolare la rassegna in due diversi momenti: la parte Academy e la parte Live.

Le lezioni dell’Academy si sono tenute ad Acquasparta ed hanno visto alternarsi numerosi docenti di altissima levatura, che poi, in tour, hanno suonato con i loro studenti nei comuni coinvolti, a partire dal concerto di apertura tenuto dai Solisti Aquilani.

La parte live invece è iniziata a Otricoli, grazie all’indispensabile collaborazione con l’Otricoli Music Festival, che ha visto numerosi artisti portare sul palco il loro repertorio acustico – che è la firma del festival – per poi tornare ad Acquasparta con un concerto di musica rock.》

Un bilancio di questa summer edition?

《Direi positivo. Abbiamo imparato tantissimo sull’organizzazione di un festival così articolato e siamo stati davvero felici di esserci fatti notare e, addirittura in qualche caso, amare. Di certo abbiamo chiuso con la voglia di fare di più e meglio.》

Cosa ti ha emozionata di più? E c’è qualcosa che invece rifaresti diversamente?

《Uno fra tutti: il concerto dei Solisti Aquilani. C’era un’atmosfera difficile da spiegare, ma carica di emozione e partecipazione. Come evento di apertura è stato davvero di buon auspicio. Ma devo ammettere che ogni evento ha portato con sé qualcosa di magico: da Syria ai Meganoidi, passando per Marco Conidi.

Cosa fare diversamente? Non crederei alle previsioni meteo e non mi farei condizionare dallo snobismo di alcune persone.》

Raccontami anche qualcosa dell’Artseasons Academy…

《L’Academy è stata un po’ il cuore della rassegna.

Al di là della preziosissima collaborazione con PROMU, una realtà romana in ascesa, è stato davvero un orgoglio aver creato qualcosa che ha messo in contatto docenti ed allievi e poter assistere a questo incredibile percorso di perfezionamento. Già dal workshop del musical mi è stato chiaro che la parte dell’Academy sarebbe stata la punta di diamante di questa edizione e che sarebbe diventata ancor più importante nella prossima!》

Progetti per il futuro del festival? Speranze? Sogni?

《Siamo al lavoro per capire se sarà possibile una piccola release invernale. Viviamo in una realtà piccola, che in inverno muore un po’ e sarebbe bello portare un po’ di vita attraverso le arti anche nel gelo di questa stagione.

Poi siamo gasatissimi per la prossima summer edition! Ci siamo già messi al lavoro per individuare date ed artisti da coinvolgere e mi auguro che tante delle nostre aspettative possano realizzarsi. Mi piacerebbe coinvolgere ospiti anche per l’Academy, mi piacerebbe che gli artisti del Live potessero confrontarsi con il pubblico prima dei concerti… Insomma vorremmo un festival che non sia il solito festival ma diventi qualcosa di nuovo. Non sarà facile ma per aspera ad astra!》

Grazie, Paola! In chiusura ti chiedo di dirmi perché bisogna venire all’Artseasons Flowing Fest, magari anche dalle altre regioni. Fai un invito che non si possa rifiutare!

《Al di là della line up che promette grandi cose, partecipare ad Artseasons significa avere la possibilità di assistere alle lezioni in prima persona e, dal prossimo anno, usufruire di uno dei pacchetti turistici che stiamo costruendo e che permetteranno ai visitatori non solo di assistere ai concerti, ma anche di visitare i luoghi più belli che caratterizzano questa parte dell’Umbria.》

Beh direi che è davvero un ottimo invito! Ringraziando nuovamente Paola Feliciotti per la disponibilità e per l’entusiasmo che ha messo e mette in questa impresa, consiglio di tenere d’occhio la pagina Facebook dell’ ArtSeasons Flowing Fest, certa che non mancheranno belle novità e sorprese.

E in bocca al lupo a tutti coloro che lavorano a questo festival appena nato: chiunque si adoperi per diffondere arte e bellezza, valorizzando il proprio territorio, merita sostegno e soddisfazioni.

(Foto di Fabio Oddi e Roberto Bertolle)