Ladies Football Club: una piccola preziosa storia per ridere e pensare

Se undici operaie iniziano a giocare a football prendendo a calci una bomba per mezz’ora, puoi pensare che di lì in poi sia una storia regolare?

In questo strano periodo c’è più che mai bisogno di liberare la mente, alleggerirla. Per cui ho deciso di proporvi una brillante storia tutta da ridere. La storia di undici donne e di un pallone (che in verità, all’inizio, era una bomba).

Che io ami la scrittura di Stefano Massini non è una novità. Finora avevo conosciuto solo il suo lato drammatico, attraverso spettacoli e testi teatrali, ma con Ladies Football Club ho scoperto che è capace anche di divertire, e parecchio. Sempre con intelligenza, ovviamente. In questo libro breve, che si legge d’un fiato e si manda giù come rigenerante acqua fresca, Massini racconta le donne, con brio, ironia e tenerezza. I suoi undici – indimenticabili- personaggi, operaie in una fabbrica di bombe durante la prima guerra mondiale, sono inventati, ma richiamano e omaggiano quelle donne che davvero diedero vita alle prime squadre di calcio femminili, osando farsi strada in un mondo tutto al maschile e guadagnandosi il sostegno e l’affetto del pubblico. Perfettamente delineate, già pronte per essere portate in teatro (ne verrebbe fuori uno spettacolo esilarante). Ho amato in particolare Penelope, con le sue criptiche massime in penelopiano, di cui nessuno osa mai chiedere la spiegazione. E Sherill, così anonima e sullo sfondo che nessuno la vede mai. Lei c’è ma chissà dov’è, aleggia. Sono tutte deliziose, comunque.

Inizieranno da una partita improvvisata (con una bomba, appunto… ma dovete leggere per capire) e arriveranno a disputare un improbabile campionato. Soprattutto impareranno molto su se stesse. E qui si riconosce la qualità della narrazione e dell’introspezione di Massini: tra le risate e le situazioni surreali, riesce ad esprimere i sentimenti delle donne, di ieri e di oggi, il loro desiderio di essere qualcosa di più oltre ai ruoli assegnati dalla società e dalla famiglia.

Che sensazione travolgente, all’improvviso, trovarsi così, con un ruolo, una funzione, cose che finalmente non c’entravano un cavolo di nulla con tutto quello che stava fuori. Gli sembrò di ricordarsi, d’un tratto, che esistevano sul serio, per se stesse. Che fino a ora un ruolo ce l’avevano, certo, ma era il ruolo in fabbrica, nella catena di montaggio, oppure il ruolo in casa: figlia, moglie o mamma. Finalmente: aria nuova. Guarda tu che sorprese può farti una palla.

Le amerete. Amerete questa piccola storia. Riderete, da soli, lì mentre leggete. Penserete anche un po’, però con la testa più lieve. In questo giorni non è poco.

E, come dice la mitica Penelope:

La palla rotola, ma solo se la scalci: è la vittoria del mio piede.

Edizione ottobre 2019: Mondadori

Pagine 180

Vincent Van Gogh: il dubbio è un luogo bianco


《I colori ti entrano dagli occhi e riescono dalla punta del pennello. Chi dipinge non fa altro: si
lascia attraversare.》

Ferrara. Una luminosa domenica di gennaio, di quelle con i colori perfetti e sgargianti, che quasi fanno male agli occhi.
E poi le luci del Teatro Comunale, il buio che scende sulla sala e il bianco abbacinante della scena.
Un miscuglio di colori e impressioni, ideale per esplorare l’immaginario di un artista, per riuscire a comprendere, seppure in minima parte, l’assalto costante del mondo che subisce la sua sensibilità eccezionale, superiore.

《Era come se tutte le cose mi si lanciassero addosso, all’improvviso. Con violenza.》

Dopo una vita trascorsa a  farsi tramite di tinte, suoni, volti, ora Vincent Van Gogh è rinchiuso nel bianco immutabile di un istituto psichiatrico e brama una qualsiasi traccia di colore. Bianco, solo bianco, intorno a lui. Persino i fiori in un vaso, di cui ha atteso trepidante il dischiudersi, si sono rivelati bianchi.

Amo la scrittura di Stefano Massini, così evocativa e allo stesso tempo essenziale. Poetica e disperata questa incursione nella mente di Van Gogh: tra tutto quel bianco che destabilizza e annulla spigoli e ombre, i colori narrati e sognati sono crudelmente, appassionatamente vividi, tagliano più di un paio di forbici. E il dubbio… Il dubbio assume una disarmante, spietata semplicità. Un filo che si spezza, in maniera irrimediabile.

《Se scopri – e basta una volta – che la mente ti può ingannare… Be’, allora il filo si spezza: quando i tuoi occhi incontrano le cose, dovranno sempre e comunque dubitare.》

Nella bianca prigione di Van Gogh entrano via via suo fratello Theo, due inservienti poco affidabili, un medico detestabile, il sorprendente direttore dell’istituto… Ma cosa è vero e cosa non lo è, in quell’assenza di colore senza ombre? Chi è reale?

Alessandro Preziosi riesce a rendere tangibile questo dubbio, che piega, consuma, incattivisce, toglie voce e speranza. Lo interiorizza, si trasforma fisicamente. Ottimi anche gli altri interpreti, in particolare Francesco Biscione. Suggestivo il disegno luci  di Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta e struggente l’uso del Lohnegrin di Wagner.

Alla fine pare di risvegliarsi da una lunga, visionaria seduta psicanalita, quasi con il sollievo di poter uscire da quella bianca trappola. Magari con il desiderio di un’ultima salvifica pennellata, un nuovo colore da inventare, a renderci liberi. Noi, e Vincent.

《Quando mescoli le tinte nasce un colore nuovo. Non sai più ciò che c’era prima.》

(Fotografia di Francesca Fago)