West Side Story, un mese fa: ricordando la magia

Esistono combinazioni speciali per cui luoghi, artisti e opere che amiamo si riuniscono in un solo magico connubio. Come la ricetta di una torta indimenticabile. Nel mio caso, esattamente un mese fa, gli ingredienti del mio connubio perfetto erano Genova, il bellissimo teatro Carlo Felice, quel geniale capolavoro che è West Side Story e due dei miei performer preferiti in assoluto, Luca Giacomelli Ferrarini e Simona Distefano.

Devo precisare che il 5 gennaio non era la prima volta che vedevo West Side Story dal vivo. In realtà era l’undicesima volta, e, per l’esattezza, l’ottava nella versione prodotta da WEC con brani in lingua originale e dialoghi in italiano: l’avevo già applaudita proprio a Genova nella scorsa stagione e anche a dicembre 2018 al Teatro del Maggio Musicale di Firenze.

Pare che stia dando i numeri, ma lo preciso per spiegare che so di cosa parlo. Conosco la regia di Federico Bellone (ripresa nelle recenti repliche da Chiara Vecchi), conosco i dettagli, le battute, le sfumature e le caratteristiche di questo allestimento.

Eppure anche conoscendo praticamente ogni particolare, l’unicità irripetibile del teatro ha gettato su di me il suo incantesimo.

Quella stupefacente magia che il 5 gennaio mi ha fatto credere di non aver mai visto Tony e Maria innamorarsi prima. È il sublime inganno del teatro e degli attori di talento: ogni volta può tornare ad essere la prima, ogni volta pensi di avere visto l’apice e invece no, la volta dopo è ancora meglio.

A ogni replica penso che Luca Giacomelli Ferrarini non potrà superarsi nel cantare Maria… e invece poi lui ovviamente si supera, al punto da farmi scordare le insidie tecniche di quel brano (e dell’intera partitura di Bernstein), con la sua voce pazzesca che sembra capace di sedurre e conquistare anche le note più ostiche. E quanta disarmante spontaneità nel suo Tony, più che mai quel 5 gennaio. Gli ha dato vita con verità autentica (che può sembrare uno strano giro di parole, ma non lo è).

E la meravigliosa Anita, che non sa cosa ci sia sopra le nuvole, perché sono troppo lontane per lei. Se credevo di non poterla amare di più, di nuovo mi sbagliavo. Che esplosione di gioiosa e fiera sensualità in America! E che strappo al cuore per il suo abbraccio disperato con Maria e la sua lotta furiosa contro i Jets . Simona Distefano si conferma sempre una forza della natura in questo ruolo, pare che Anita l’abbiano creata per lei.

Ma come ha sottolineato con entusiasmo sui social il giovane e talentuoso direttore d’orchestra Alpesh Chauhan (che ha diretto l’orchestra e il coro del Carlo Felice), l’intero cast è stato – sue testuali parole – fantastico, appassionato, partecipe. E lui di certo lo può affermare anche meglio di me.

I Jets e gli Sharks, che ogni volta un po’ vorrei salvarli e un po’ prenderli a schiaffi. Da Riff a Bernardo, da Anibody a Action, questi ragazzi arrabbiati che in fondo, come dice Action (che grinta insuperabile quella di Samuele Cavallo), il mondo l’hanno trovato così, pieno di paura e violenza.

Un mondo diverso lo possono solo sognare, come accade in una delle scene che più amo dello spettacolo, la lunga parentesi onirica sulle note di Somewhere (bellissima, qui, la voce di Martina Cenere, che in scena ha il ruolo della divertente Rosalia).

Un gruppo affiatato e in sintonia. Un mese fa li guardavo e pensavo che mi pareva di essere al cinema.

E poi lei, Caterina Gabrieli, una presenza scenica delicata e incantevole. Una Maria dalla voce intensa e pulita: penso che la sua versione di I feel pretty sia una delle migliori che ho avuto modo di ascoltare in questi anni. Promossa anche nelle ardue imprese di I have a love e del tragico finale. E molto bella la sua intesa con Luca Giacomelli Ferrarini. Insieme hanno ricreato due innamorati davvero deliziosi. Brava e promettente, terrò d’occhio il suo percorso.

Perché sto scrivendo questo, dopo un mese?

A quest’ora, il 5 gennaio, passeggiavo per una Genova ancora illuminata dalle luci natalizie, carica di belle emozioni. Il tipo benevolo e positivo di emozioni che resta dentro, senza data di scadenza. Nutrimento a lungo termine.

Lo scrivo perché le combinazioni speciali, di luoghi, arte e persone, fanno bene all’anima e ciò che fa bene vale sempre la pena di essere raccontato e condiviso.

Il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano ma nell’intensità con cui vengono vissute. Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili.

Fernando Pessoa

(Fotografie Chloe Car e Marcello Orselli)

Don Chisciotte: per restare fedeli ai sogni serve coraggio

C’è un coraggio di cui si parla poco, dice Don Chisciotte a Sancho Panza: è il coraggio di restare fedeli ai sogni, specie ai sogni della giovinezza.

In effetti, quando si concepisce un sogno, si vedono cose invisibili agli altri. Ciò che per il sognatore diventa una questione di vita o di morte, una scelta fondamentale, per chi lo circonda può ridursi a una semplice burla, a una follia, a un errore. E a quel punto, solo con il suo sogno di cavaliere errante, il sognatore cosa deve fare? Insistere? Dubitare? Abiurare? Ritrovare il senno e liberarsi di tutto ciò che l’ha condotto a sfidare i mulini a vento in nome di un sentimento che solo lui comprende?

Ho riflettuto su questo ed altro, grazie a Don Chisciotte, in scena lo scorso 1 febbraio 2019 al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara. Un allestimento che mi ha conquistata con la sua atmosfera da teatro puro, antico, fatto di ingegno scenografico e immaginazione. Il tipo di teatro in grado di raccontare un’estasi onirica in fondo a un pozzo grazie a sagome femminili e floreali dipinte di colori fosforescenti, che con un cambio di luce o un semplice drappo che scende sul palcoscenico fa percorrere a personaggi e spettatori grandi distanze e solletica la fantasia. La sospensione dell’incredulità per eccellenza, con un tocco di poesia a metà tra Fellini e la drammaturgia di Lorca.

Bello. Perfetto per raccontare una favola, ma una favola dove il surreale sfocia nella realtà, dove il divertimento si stempera nella tristezza. Contrasto incarnato dai due protagonisti.

Alessio Boni interpreta Don Chisciotte con grande energia e passione, dando vita a un cavaliere errante tenace e determinato, buffo e tenero nella sua testardaggine. Serra Yilmaz, – attrice icona dei film di Ferzan Ozpeteck- è un originale e davvero convincente Sancho Panza, con la sua umanità così concreta, che come un’ancora trattiene a terra il padrone che rischia di essere trascinato via dai voli pindarici. E che però lo esorta a non smettere di sognare, quando lui sembra cedere all’amarezza della sconfitta.

Forse è questo il segreto: sognare, sempre, con un piede sulle nuvole e uno saldamente a terra. Lanciarsi contro i mulini a vento, ma accertandosi che il buon senso venga a raccattarci quando ci faremo male. Mai permettere però a chi non capisce di bruciare ciò che alimenta i nostri sogni o di schernirli.

《Mantengo sempre ciò che ho promesso》dice Don Chisciotte, 《anche se per gli altri è tutto uno scherzo》

Un adattamento più che riuscito, quindi, con un cast di bravi comprimari (quasi tutti impegnati in più di un ruolo), tra cui segnalo in particolare Nicolò Diana, che anima Ronzinante, cavallo meccanico (simile a quelli del musical War Horse) sorprendentemente realistico, al punto che ci si commuove quando Don Chisciotte lo lascia libero e lo costringe ad andarsene.

Il tour dello spettacolo proseguirà sino ad aprile compreso, toccando tante città italiane. Se volete godervi una serata che dia spazio e vitalità all’arte del teatro e del racconto, cercate Don Chisciotte e lanciatevi all’avventura con lui, Ronzinante e il simpatico Sancho.

E ricordate di non abiurare. Restate più che potete cavalieri erranti fedeli ai vostri sogni. Coraggiosamente, con un piede per terra e uno sulle nuvole. Anche e soprattutto quando per gli altri sarà tutto uno scherzo.

The deep blue sea: storia di una donna imperfetta

Quando ti trovi tra il diavolo e il profondo mare azzurro, il profondo mare azzurro ti appare invitante…

C’è qualcosa di intimo nel guardare una pièce teatrale dall’alto di un loggione vuoto, in un teatro antico e bellissimo. Una decisione dell’ultimo minuto, la platea e i palchi pieni e quella porzione laterale di loggione rimasta libera, lassù al quinto piano. Io sola soletta nel buio, con la sensazione di avere un angolo privilegiato tutto per me. Io, il mio luogo speciale e là, sul palco, la storia di una donna imperfetta, lunga un giorno e un atto.

Nella luce del primo mattino, Hester giace esanime sul tappeto del salotto dopo un tentativo fallito di suicidio. La salvano la padrona di casa e alcuni vicini e piano piano gli spettatori scoprono cosa c’è dietro la sua volontà di farla finita. Quasi un anno prima, Hester ha lasciato il facoltoso marito, giudice dell’alta corte, per andare a vivere con Freddie, un ex pilota di aerei più giovane di lei. Una relazione fortemente passionale che Hester vive con profonda intensità sino allo stremo, mentre Freddie, immaturo e più superficiale, non ricambia con pari impeto e resta più distaccato e distratto. Dopo dieci mesi lui è disoccupato e beve troppo, lei appunto è talmente logorata da volersi uccidere.

Il suicidio mancato e un possibile lavoro per Freddie in Sud America porteranno la situazione al punto di non ritorno, obbligando i due amanti al confronto e a drastiche decisioni.

Il drammaturgo inglese Terence Rattigan ha scritto The Deep Blue Sea nel 1952, pare ispirandosi in parte alla fine della relazione con un suo amante segreto, e da allora il dramma continua ad essere rappresentato in teatro, in tv e al cinema (la più recente versione cinematografica è del 2011, con Rachel Weisz, ma Hester fu interpretata sul grande schermo anche da Vivien Leigh). L’attuale versione teatrale italiana, a cui ho assistito lo scorso 28 ottobre 2018, al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara, è diretta da Luca Zingaretti e vede nei panni della protagonista Luisa Ranieri. L’attrice, fisicamente perfetta per gli abiti degli anni Cinquanta, ha offerto una prova notevole e sincera: Hester Collyer è un personaggio complesso e non facile, di certo una sfida stimolante per un’interprete, una figura femminile moderna e dalla forza dirompente sia sul piano narrativo che concettuale. Si spinge oltre i limiti trascinata da una passione cieca, stravolge se stessa e la propria vita, sino a perdere la speranza, a ritrovarsi d’un tratto senza un posto accettabile nella società perbenista e patriarcale in cui vive.

Proprio in questo, a me, è parso di cogliere il tratto maggiormente innovativo della scrittura di Rattigan: a una donna che ha peccato, che inseguendo il desiderio ha sbagliato e perso, mai davvero amata nel modo giusto, cosa resta?

La comprensione pietosa e un po’ ipocrita del vicinato? Il perdono del marito? La condanna di se stessa?

Forse invece potrebbe servirle semplicemente l’amicizia, ci dice Rattigan, uno sguardo simile, non giudicante. Di qualcuno che sa come si stia a toccare il fondo, a perdere, ad avere addosso le dita puntate, con i sussurri dietro le spalle.

A questo proposito va detto che l’intero cast diretto da Zingaretti è molto valido, dal giovane Giovanni Anzaldo nel ruolo di Freddie, a Luciano Scarpa in quello del marito giudice, passando per gli altri comprimari, Maddalena Amorini, Alessia Giuliani, Flavio Furno e Giovanni Serratore, ma di certo il personaggio che emerge su tutti è quello di Miller, affidato ad Aldo Ottobrino. Un ex medico che ha perso l’abilitazione per motivi non chiari (c’è chi suppone problemi legati all’orientamento sessuale) e che ora lavora per un allibratore: è lui a prendersi cura di Hester dopo il tentativo di suicidio, lui l’unico a guardarla davvero, senza pregiudizio, con reale solidarietà. Ottobrino rende bene il suo atteggiamento pacato e ironico e sin dalla prima entrata in scena cattura l’attenzione e la simpatia del pubblico. Fra le righe dei suoi commenti stringati emerge via via, sottile, la sensibilità senza fronzoli ma concreta di chi è caduto e conosce il sapore della polvere. Hester gli chiede cosa ci sia oltre la speranza, lui risponde che oltre la speranza c’è la vita.

Cosa farà dunque Hester?

Il giorno finisce, giunge la notte. Molte cose, dopo il suo suicidio fallito, sono accadute e sono state dette. Sceglierà ancora la morte? Resterà con Freddie o tornerà dal marito? Ascolterà il suo nuovo amico e prenderà un’altra via? Soccomberà o rinascerà?

Il tour italiano di The Deep Blue Sea è cominciato da poco e girerà per l’Italia, quindi potrete scoprirlo, se vorrete.

Dall’alto del mio posticino speciale in loggione, io davvero ve lo consiglio e concludo con una frase di Miller. Parole quanto mai vere, ieri come oggi.

Il mondo è talmente buio che anche una fiammella è la benvenuta.

Ai sogni non si dice addio (lettera aperta a Mercuzio)

La storia è giunta al suo epilogo.

Le voci si intrecciano, sul palco, e là, in alto, dove vanno i sogni, perché sono più leggeri di quanto noi che li concepiamo potremo mai essere, lassù tu e Paride avanzate insieme. Vi guardate, vi posate la mano sulla spalla a vicenda, un cenno reciproco, poi vi separate. Paride scompare alla mia vista e tu procedi, ti fermi sull’orlo del buio, ti appoggi alla parete, malinconico, fragile, bellissimo. Resti lì finché la luce si spegne. I miei occhi non ti abbandonano nemmeno quando di te non rimane che una vaga sagoma nell’oscurità.

In cinque anni ho contemplato questo momento finale molte volte. Ognuna con l’intimo desiderio di catturare quegli istanti e imprimerli nella memoria, sempre con una punta di tristezza. Ma questa volta, l’ultima, non ero triste. Ho assorbito quella bellezza e quella poesia, caro Mercuzio, felice e piena di gratitudine, con il cuore spalancato.

Ma come? Felice di dire addio?

No, nessun addio.

Non si dice addio ai sogni. Soprattutto a quelli che ci hanno cambiati, nutriti, ispirati. Sogni di questo genere si legano a noi per sempre.

Non credo che Shakespeare ti abbia mai detto addio. Non credo che ti possa dire veramente addio chiunque abbia trovato in te un significato, una fiamma, un senso di riconoscimento.

Mercuzio, sono sincera, non mi mancherai. Non vedo perché dovresti. Ti amavo già quand’ero bambina, poi il destino ha messo sulla mia strada l’attore che ha reso di te l’incarnazione perfetta e il mio mondo si è riempito di arte, energia e speranza.

Quindi perché dovresti mancarmi?

Amico tu sei qui, ti sento ridere, la tua risata di monellino veronese. E sorrido anch’io.

Patti Smith scrisse queste parole in riferimento a Robert Mapplethorpe e io le chiedo in prestito per te:

Little blue star that offers light…

Piccola stella blu che offri la luce, tu ci sei e resti qui, in quella parte di me che hai contribuito a cambiare. Sei e rimani nel battito dentro il petto del tuo grande, insostituibile interprete. Nei suoi occhi, nei suoi gesti, nella sua voce ci sarà sempre una tua scintilla.

E, immagina, Mercuzio, immagina in quanti fantastici universi lui ancora ci deve portare. Immagina quante emozioni, quante storie, quanta musica… Immagina, tu che sai parlare di sogni, e tieniti pronto. Il viaggio ci aspetta.

Grazie di esserci, Mercuzio.

Grazie, Shakespeare. Grazie Romeo e Giulietta-Ama e cambia il mondo.

E grazie moltiplicato all’infinito a quell’artista magico che si chiama Luca Giacomelli Ferrarini.

(Foto in bianco e nero Chloe Car

Foto a colori di Luca Giacomelli Ferrarini)

Artseasons Flowing Fest: un festival che non vuole essere il solito festival

Durante l’estate 2018 una nuova realtà artistica e culturale ha preso vita in Umbria: si tratta dell’ Artseasons Flowing Fest, che unendosi al già affermato Otricoli Music Festival, ha animato le serate dei comuni di Acquasparta, Otricoli, Avigliano Umbro, Sangemini, Narni e Amelia, dal 12 agosto all’8 settembre.

Ho avuto il piacere di parlarne con Paola Feliciotti, giovane e grintosa presidente dell’associazione Artseasons.

Parlami dell’Artseasons Flowing Fest: come è nato e in cosa consiste?

《Artseasons nasce soprattutto dalla voglia di promuovere il territorio della provincia di Terni, attraverso le arti e in particolare attraverso la musica vista in tutte le sue declinazioni. Abbiamo pensato di articolare la rassegna in due diversi momenti: la parte Academy e la parte Live.

Le lezioni dell’Academy si sono tenute ad Acquasparta ed hanno visto alternarsi numerosi docenti di altissima levatura, che poi, in tour, hanno suonato con i loro studenti nei comuni coinvolti, a partire dal concerto di apertura tenuto dai Solisti Aquilani.

La parte live invece è iniziata a Otricoli, grazie all’indispensabile collaborazione con l’Otricoli Music Festival, che ha visto numerosi artisti portare sul palco il loro repertorio acustico – che è la firma del festival – per poi tornare ad Acquasparta con un concerto di musica rock.》

Un bilancio di questa summer edition?

《Direi positivo. Abbiamo imparato tantissimo sull’organizzazione di un festival così articolato e siamo stati davvero felici di esserci fatti notare e, addirittura in qualche caso, amare. Di certo abbiamo chiuso con la voglia di fare di più e meglio.》

Cosa ti ha emozionata di più? E c’è qualcosa che invece rifaresti diversamente?

《Uno fra tutti: il concerto dei Solisti Aquilani. C’era un’atmosfera difficile da spiegare, ma carica di emozione e partecipazione. Come evento di apertura è stato davvero di buon auspicio. Ma devo ammettere che ogni evento ha portato con sé qualcosa di magico: da Syria ai Meganoidi, passando per Marco Conidi.

Cosa fare diversamente? Non crederei alle previsioni meteo e non mi farei condizionare dallo snobismo di alcune persone.》

Raccontami anche qualcosa dell’Artseasons Academy…

《L’Academy è stata un po’ il cuore della rassegna.

Al di là della preziosissima collaborazione con PROMU, una realtà romana in ascesa, è stato davvero un orgoglio aver creato qualcosa che ha messo in contatto docenti ed allievi e poter assistere a questo incredibile percorso di perfezionamento. Già dal workshop del musical mi è stato chiaro che la parte dell’Academy sarebbe stata la punta di diamante di questa edizione e che sarebbe diventata ancor più importante nella prossima!》

Progetti per il futuro del festival? Speranze? Sogni?

《Siamo al lavoro per capire se sarà possibile una piccola release invernale. Viviamo in una realtà piccola, che in inverno muore un po’ e sarebbe bello portare un po’ di vita attraverso le arti anche nel gelo di questa stagione.

Poi siamo gasatissimi per la prossima summer edition! Ci siamo già messi al lavoro per individuare date ed artisti da coinvolgere e mi auguro che tante delle nostre aspettative possano realizzarsi. Mi piacerebbe coinvolgere ospiti anche per l’Academy, mi piacerebbe che gli artisti del Live potessero confrontarsi con il pubblico prima dei concerti… Insomma vorremmo un festival che non sia il solito festival ma diventi qualcosa di nuovo. Non sarà facile ma per aspera ad astra!》

Grazie, Paola! In chiusura ti chiedo di dirmi perché bisogna venire all’Artseasons Flowing Fest, magari anche dalle altre regioni. Fai un invito che non si possa rifiutare!

《Al di là della line up che promette grandi cose, partecipare ad Artseasons significa avere la possibilità di assistere alle lezioni in prima persona e, dal prossimo anno, usufruire di uno dei pacchetti turistici che stiamo costruendo e che permetteranno ai visitatori non solo di assistere ai concerti, ma anche di visitare i luoghi più belli che caratterizzano questa parte dell’Umbria.》

Beh direi che è davvero un ottimo invito! Ringraziando nuovamente Paola Feliciotti per la disponibilità e per l’entusiasmo che ha messo e mette in questa impresa, consiglio di tenere d’occhio la pagina Facebook dell’ ArtSeasons Flowing Fest, certa che non mancheranno belle novità e sorprese.

E in bocca al lupo a tutti coloro che lavorano a questo festival appena nato: chiunque si adoperi per diffondere arte e bellezza, valorizzando il proprio territorio, merita sostegno e soddisfazioni.

(Foto di Fabio Oddi e Roberto Bertolle)

L’inaugurazione di un sogno: il Cerchio di Legno si avvera

9.9.18

Una data che, a leggerla così, in forma numerica, ha qualcosa di magico e artistico, una combinazione perfetta, quasi circolare. E quindi la migliore data possibile per inaugurare la sede di Il Cerchio di Legno, il laboratorio di teatro che Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz dirigeranno a Mozzecane, in provincia di Verona.

《Sono molto emozionato, perché oggi si realizza un sogno che è partito tanto tempo fa》, ha detto Luca Giacomelli Ferrarini, poco prima del taglio del nastro. 《 Tante persone che sono qui presenti lo sanno e ci hanno aiutati. Finalmente oggi questo nastro verrà tagliato ed entreremo in questo nostro – e vostro – sogno che è il Cerchio di Legno》.

Un sogno di legno, vetrate, specchi, luci e profumo d’arte, con un angolo pieno di libri a tema, locandine e ricordi artistici, dove su una parete campeggia il bellissimo motto #cerchiamo.

La prima parola che viene alla mente varcandone la soglia è accogliente.

Speriamo che vi piaccia, perché sarà un po’ la vostra casa》ha detto Cristian Ruiz ai futuri allievi. E davvero vi si respira aria di casa: soprattutto si percepisce che è considerata tale in primis proprio da Luca e Cristian, basta guardare la luce nei loro occhi per capire quanto siano orgogliosi di questo nido di arte e speranza.

Belle le parole del sindaco di Mozzecane, che ha parlato di dialogo, apertura e sostegno al mondo commerciale, associativo e scolastico. Il Cerchio di Legno ha sede infatti in un edificio che ospita altre attività di vario genere, compresa una ludoteca gestita dall’asilo nido della cittadina, Il Cavalluccio Marino, e che lo rende quindi un piccolo polo culturale, artistico e sociale che punta sui giovani e sulla collaborazione. Davvero un bell’esempio, di questi tempi.

Alla bella e affollata inaugurazione era presente anche l’assessore alla cultura di Mozzecane, che ha sottolineato il valore positivo dell’entusiasmo di Luca e Cristian, poiché fare cultura è difficile. E sicuramente lo è, specie in Italia. Ma è difficile anche sognare e rendere un sogno realtà . Occorrono coraggio, tenacia, lungimiranza, la voglia di crederci a dispetto di tutto. Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz hanno sicuramente tutte queste caratteristiche, a cui aggiungerei anche la generosità. Da artisti, condividono i sogni per cui lottano con gli altri, dando la possibilità di generare e alimentare altri sogni. Vale per i loro allievi ma anche per chi semplicemente li sostiene, perché il loro modo di concepire il lavoro e l’arte può essere un modello da seguire per chiunque di noi, in qualsiasi campo.

Il Cerchio di Legno ha iniziato ufficialmente le lezioni il 10 settembre, il giorno dopo l’inaugurazione. Proseguiranno ogni lunedì, dalle 17, fino a giugno 2019. Ad affiancare Luca e Cristian nell’insegnamento ci saranno anche Antonio Torella, Valentina Ragno e Francesco Ruiz.

In bocca al lupo dunque a tutti i docenti e agli allievi, a chiunque troverà casa al Cerchio di Legno.

E #cerchiamo, sempre.

Se puoi sognarlo, puoi farlo- Walt Disney

(Foto in bianco e nero di Roberto Ferrarini

Logo e foto a colori di Luca Giacomelli Ferrarini)

Giulietta e Romeo di Monteverde: il fascino senza tempo della reinvenzione

Il leggendario amore impossibile di Romeo e Giulietta è stato rivisitato e reinterpretato in mille modi e attraverso le più diverse espressioni artistiche. Qualche mese fa, il 29 marzo, al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara, ho avuto modo di assistere ad una delle sue rielaborazioni, nell’ambito della danza, più originali e innovative: quella del coreografo Fabrizio Monteverde, già un classico, considerando che debuttò nel 1989, eppure a tutt’oggi, nell’attuale versione presentata dal Balletto di Roma, ancora di una sconvolgente modernità.

La partitura è quella sontuosa e avvolgente di Sergej Prokof’ev, l’ambientazione è spostata dall’antica Verona a un sud Italia post bellico, che si rifà al cinema neorealista. Gli abiti però, soprattutto quelli maschili, rievocano anche West Side Story, così come il ballo a casa Capuleti, con quei velluti rosso scuro e quelle maschere e l’accompagnamento sensuale della celeberrima Danza dei cavalieri, ricorda quasi le atmosfere di Eyes Wide Shut.

La scenografia è fissa, un muro disastrato dalla guerra, in alto una nicchia che illumina un piccolo angelo. Un muro che si apre su di un’oscurità foriera di cattivi presagi e nella scena del balcone si divide invece in una breccia di luce, attraverso cui è Giulietta a scendere da Romeo e non viceversa. Perché è Giulietta, come sottolinea il titolo, con il suo nome per primo, lo spirito ribelle dell’interpretazione monteverdiana: Romeo è quello sedotto, conquistato, trascinato, lei è la forza motrice del loro amore, piccola e sottile ma furiosamente passionale e decisa. Mi è piaciuto che nella loro prima e unica notte insieme, sia Giulietta a scoprire il corpo di Romeo, pudicamente nascosto da un lenzuolo, come se fosse lei a spogliarlo dell’innocenza.

Monteverde elimina anche le figure paterne: in questo pulsante, sanguigno racconto il potere è matriarcale e di grande impatto risulta soprattutto Lady Montecchi, confinata su una sedia a rotelle e nonostante ciò la più forte, la più dominante. È lei stessa a portare in scena, all’inizio, il pugnale che, passando di mano in mano e seminando morte, giungerà fatalmente a Giulietta. Quella sedia a rotelle rende lady Montecchi a tratti anche sinistra, come il personaggio di un film horror e le sfumature dark sono in effetti un’altra caratteristica distintiva di questa versione di Monteverde. Un buon esempio è il frate, senza identità, il volto nascosto dal cappuccio di un saio rosso sangue che lo fa assomigliare più a un satanista che a un religioso. Nella scena in cui offre a Giulietta la mistura che le procurerà la morte apparente, è a torso nudo e si sta flagellando.

Poi penso alla impressionante morte di Mercuzio, con il sangue che gli esce dalla bocca o l’evidente panico di Giulietta che si risveglia nella tomba e batte i pugni contro il muro cercando impaurita di fuggire. O sempre lei, lady Montecchi, e le altre donne, in lutto, tutte con il viso completamente avvolto in un velo nero. Di primo acchito davvero una visione da incubo.

In definitiva questo Giulietta e Romeo dopo ben tre decenni colpisce ancora e ancora stupisce, mantenendo l’attenzione dello spettatore per entrambi gli atti, in una narrazione danzata fluida e seducente, che mescola tenebra e luce. Il fascino di una reinvenzione che credo resterà intatto e continuerà a resistere al tempo, tanto quanto l’opera shakespiriana da cui nasce.

Se vi capiterà l’occasione di vederne una replica, non perdetela!

Fotografia dalla pagina Facebook del Balletto di Roma