Giulietta e Romeo di Monteverde: il fascino senza tempo della reinvenzione

Il leggendario amore impossibile di Romeo e Giulietta è stato rivisitato e reinterpretato in mille modi e attraverso le più diverse espressioni artistiche. Qualche mese fa, il 29 marzo, al Teatro dei Fluttuanti di Argenta, in provincia di Ferrara, ho avuto modo di assistere ad una delle sue rielaborazioni, nell’ambito della danza, più originali e innovative: quella del coreografo Fabrizio Monteverde, già un classico, considerando che debuttò nel 1989, eppure a tutt’oggi, nell’attuale versione presentata dal Balletto di Roma, ancora di una sconvolgente modernità.

La partitura è quella sontuosa e avvolgente di Sergej Prokof’ev, l’ambientazione è spostata dall’antica Verona a un sud Italia post bellico, che si rifà al cinema neorealista. Gli abiti però, soprattutto quelli maschili, rievocano anche West Side Story, così come il ballo a casa Capuleti, con quei velluti rosso scuro e quelle maschere e l’accompagnamento sensuale della celeberrima Danza dei cavalieri, ricorda quasi le atmosfere di Eyes Wide Shut.

La scenografia è fissa, un muro disastrato dalla guerra, in alto una nicchia che illumina un piccolo angelo. Un muro che si apre su di un’oscurità foriera di cattivi presagi e nella scena del balcone si divide invece in una breccia di luce, attraverso cui è Giulietta a scendere da Romeo e non viceversa. Perché è Giulietta, come sottolinea il titolo, con il suo nome per primo, lo spirito ribelle dell’interpretazione monteverdiana: Romeo è quello sedotto, conquistato, trascinato, lei è la forza motrice del loro amore, piccola e sottile ma furiosamente passionale e decisa. Mi è piaciuto che nella loro prima e unica notte insieme, sia Giulietta a scoprire il corpo di Romeo, pudicamente nascosto da un lenzuolo, come se fosse lei a spogliarlo dell’innocenza.

Monteverde elimina anche le figure paterne: in questo pulsante, sanguigno racconto il potere è matriarcale e di grande impatto risulta soprattutto Lady Montecchi, confinata su una sedia a rotelle e nonostante ciò la più forte, la più dominante. È lei stessa a portare in scena, all’inizio, il pugnale che, passando di mano in mano e seminando morte, giungerà fatalmente a Giulietta. Quella sedia a rotelle rende lady Montecchi a tratti anche sinistra, come il personaggio di un film horror e le sfumature dark sono in effetti un’altra caratteristica distintiva di questa versione di Monteverde. Un buon esempio è il frate, senza identità, il volto nascosto dal cappuccio di un saio rosso sangue che lo fa assomigliare più a un satanista che a un religioso. Nella scena in cui offre a Giulietta la mistura che le procurerà la morte apparente, è a torso nudo e si sta flagellando.

Poi penso alla impressionante morte di Mercuzio, con il sangue che gli esce dalla bocca o l’evidente panico di Giulietta che si risveglia nella tomba e batte i pugni contro il muro cercando impaurita di fuggire. O sempre lei, lady Montecchi, e le altre donne, in lutto, tutte con il viso completamente avvolto in un velo nero. Di primo acchito davvero una visione da incubo.

In definitiva questo Giulietta e Romeo dopo ben tre decenni colpisce ancora e ancora stupisce, mantenendo l’attenzione dello spettatore per entrambi gli atti, in una narrazione danzata fluida e seducente, che mescola tenebra e luce. Il fascino di una reinvenzione che credo resterà intatto e continuerà a resistere al tempo, tanto quanto l’opera shakespiriana da cui nasce.

Se vi capiterà l’occasione di vederne una replica, non perdetela!

Fotografia dalla pagina Facebook del Balletto di Roma

Inferno-Le dannate dantesche: una “discesa” nel teatro e nel cuore delle donne

Il teatro è un mondo complesso e coinvolgente, i cui confini si spingono ben al di là del palcoscenico, fino ai camerini, alle sale prove, alle ore, le settimane, i mesi di studio e fatica per arrivare a quel momento, in cui il sipario si apre e ci si gioca il tutto e per tutto a confronto col pubblico.

Qualcosa che le allieve del corso di musical della L.C. Art di Roma hanno decisamente imparato sulla propria pelle. Dal 19 al 22 luglio, hanno concluso il percorso formativo durato dieci mesi sotto l’abile direzione degli attori Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz e, come spettatrice, ho avuto l’opportunità di assistere all’affascinante genesi del loro spettacolo. Prima tre giorni di prove intensive nella sede del Teatro If e poi un ultimo, frenetico ed entusiasmante giorno nel luogo della messa in scena, il suggestivo Teatro Sala Uno, ricavato nella navata centrale della cripta della Scala Santa, in piazza Porta San Giovanni. Oscurità di pietra e legno e soffocante caldo estivo, l’adrenalina della prova generale, i costumi, il trucco… Un turbine davvero emozionante, che ha condotto alle due uniche repliche di uno spettacolo originale, di indubbia complessità e profondità: Inferno-Le dannate dantesche.

Da Aracne a Circe, da Semiramide a Medea, passando per Francesca da Rimini e Pentesilea, l’opera creata dalle allieve e dai loro insegnanti è stata un omaggio alla donna attraverso alcune delle più celebri figure storiche femminili che Dante ha relegato nel girone infernale della sua Divina Commedia. Uno sforzo collettivo (le studentesse hanno scelto i propri personaggi curandone costumi e testi), ben strutturato, con un buon ritmo e una colonna sonora di brani celebri della musica italiana abbinati con intelligenza alle vicende delle protagoniste (un esempio su tutti, la toccante L’amore rubato di Barbarossa cantata da Medusa). Vari i punti in cui riflettere e commuoversi, messi di fronte al prezzo che le donne hanno pagato e ancora pagano per essere se stesse. Lo spettacolo ha reso questo concetto in maniera emotivamente forte, specie nel finale. E, come detto dagli insegnanti stessi, nel mettersi in gioco, le allieve hanno dimostrato coraggio e vero amore per il teatro, affrontando il sudore, il trucco che cola, gli incidenti, gli errori e i rimproveri, l’ansia ma anche la gioia della meta raggiunta e di quegli istanti in cui esiste solo il palcoscenico e ci si offre agli spettatori.

Il teatro è tutto questo, con gli alti e i bassi, la magia e i sacrifici. Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz sanno bene come insegnarlo e non posso che ringraziarli, insieme alle loro allieve, per questa esperienza immersiva nella creatività e nell’arte. Vanno doverosamente citate anche Cristiana Corongiu e Paola La Rocca, infaticabili creatrici dell’associazione culturale L.C. Art, in perenne movimento come api operaie, a cui va il plauso di lavorare costantemente per offrire questa bella opportunità di studio e condivisione.

È già pronta a partire, infatti, da settembre, una nuova avventura formativa. Quest’anno ci hanno portato all’inferno: e l’anno prossimo?

Se volete scoprirlo e, soprattutto imparare e crescere, iscrivetevi!!

Locandina dello spettacolo di Luca Giacomelli Ferrarini e L.C. Art

Fotografie di Luca Giacomelli Ferrarini

Locandina del corso 2018/2019 di L.C. Art

Il Cerchio di Legno: un sogno che inizia

Tutti i sogni hanno un inizio e questo di cui vi racconto comincia da un cerchio di legno. Il grande William Shakespeare definiva in questo modo il palcoscenico, piattaforma di sogni per eccellenza: in quel magico spazio vivono, creano e sognano da sempre Luca Giacomelli Ferrarini e Cristian Ruiz. A chi se non a loro, artisti con la A maiuscola e stelle del teatro musicale italiano, spetta il diritto e, perché no, il dovere di costruire sogni e diffonderli?

Li seguo e sostengo da tanto tempo e, credetemi, di sogni ne hanno concepiti e donati tanti, sempre preziosi. Il prossimo, dato che sono anche ottimi insegnanti, sarà una scuola, che si chiamerà appunto Il Cerchio di Legno. Sta per nascere in provincia di Verona, a Mozzecane, ed è pronta ad accogliere allievi da formare nelle varie materie legate alle tre discipline base del musical: recitazione, canto e danza. Grazie a un team di professionisti del settore si spazierà dal canto corale al tip tap, passando per storia del teatro, solfeggio e molto altro. Un percorso didattico completo, che consentirà agli studenti di ottenere la preparazione necessaria per proseguire sulla strada del difficile mestiere del performer. Come preannunciato dagli stessi Luca e Cristian, il Cerchio di Legno significherà ricerca, ispirazione, bellezza, impegno, collaborazione, dialogo, necessità… e chissà quanto altro. Sarà una grande avventura.

Chi vuole farne parte deve però superare una prova attitudinale, perché si tratta di un’avventura da prendere seriamente. Scrivete all’indirizzo email ilcerchiodilegno@libero.it entro e non oltre le ore 20.00 del 31 luglio 2018 per iscrivervi alla prova e ricevere tutte le informazioni che vi servono. E seguite Il Cerchio di Legno su Facebook, Instagram e Twitter: Luca e Cristian hanno ideato il bellissimo hashtag #cerchiAMO, un perfetto simbolo degli intenti e dell’anima di questa nuova scuola. Consiglio loro di stamparlo su magliette e spillette. CerchiAMO, facciamolo tutti.

Io da questa finestra sto guardando un sogno che inizia.