La classe operaia va in paradiso: un viaggio nel lavoro, attraverso le epoche e le arti

Oggi ci sono più di trenta gradi, è decisamente estate, ma appena un mese fa, lo scorso 12 maggio, era una domenica fredda e scura, di pioggia gelida e vento che ribaltava l’ombrello. Novembre in pratica. E non posso scordare quel giorno, perché, lottando contro le intemperie, ho raggiunto Ferrara e il suo splendido Teatro Comunale Claudio Abbado, per vedere La classe operaia va in paradiso.

Chiuso fuori il maggio impazzito, eccomi al sicuro nel loggione, catapultata per quasi tre ore in un viaggio sospeso tra teatro e cinema, passato e presente, declinazioni varie ed eventuali di una realtà – quella del lavoro – che non è poi tanto cambiata. Dal cottimo al precariato, passando per scioperi e sindacati, forse sono cambiati i termini usati, ma le problematiche restano le stesse. Forse rispetto agli anni Settanta, la nostra è una società più stanca e indifferente, aggressiva sulla carta ma meno pronta a manifestare per un ideale. Probabilmente a molti è proprio l’ideale che manca. Lo stipendio da portare a casa, con cui vivere e pagare le tasse, la ricerca della dignità e di un proprio posto nel mondo invece sono i medesimi.

Interessanti la regia di Claudio Longhi e l’idea di non limitarsi a un semplice remake teatrale dell’omonimo film di Elio Petri. Lo spettacolo racconta in effetti la vicenda dell’operaio Lulù Massa ma al contempo ne indaga le motivazioni e la costruzione della drammaturgia, abbatte la quarta parete e narra anche delle reazioni di chi lo ha visto al cinema nel corso dei decenni. Accompagna il film attraverso i mutamenti di costume, stili di vita, punti di vista degli italiani. Noi, diversi e uguali.

Perché gli anni passano ma sul palco c’è quella catena di montaggio che continua ad arrotolarsi su se stessa, a condurre sogni, speranze, drammi, illusioni e disillusioni.

Un allestimento complesso e ambizioso, quindi, non sempre facile da seguire ma avvincente, sostenuto da un cast solido e coinvolto. Ovviamente ha spiccato in particolare Lino Guanciale, nel ruolo di Lulù Massa, nell film interpretato dall’indimenticabile Gian Maria Volonté. Ammetto di conoscere poco Guanciale come attore, ho solo una vaga idea dei suoi ruoli televisivi, ma di certo in teatro mi ha sorpresa e impressionata, dando vita a una performance anche fisicamente impegnativa (ha recitato tutto il tempo modificando pesantemente la voce) e trasformandosi in maniera radicale rispetto alla tv. All’inizio confesso che non l’avevo proprio riconosciuto. Bravo davvero.

Voglio ricordare anche Diana Manea (nel ruolo che fu di Mariangela Melato) e Franca Penone (il folle – ma non poi tanto- Militina), fantastiche entrambe. Ma il cast merita di essere citato per intero, da Donatella Allegro a Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri, da Simone Francia e Eugenio Papalia a Simone Tangolo e Filippo Zattini.

Ci hanno creduto e mi ci hanno fatto credere. Ho lasciato il teatro con la sensazione di portarmi via ricordi di un’epoca lontana solo in apparenza. E con la consapevolezza di cose che già sapevo ma su cui spesso per comodità evito di soffermarmi.

Fuori di nuovo la primavera travestita d’autunno. È passato un mese. Il freddo e la pioggia quasi mi pare di averli sognati. La classe operaia va in paradiso no, è ancora ben presente nella mia memoria, reale e concreto. Una scelta che sono felice di aver fatto.

(Fotografia tratta dalla pagina Instagram di Emilia Romagna Teatro)

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