Cose che succedono la notte: inquietante come una sottile crepa nella porcellana

Lascia stare, non importa. Sono cose che succedono la notte.

Questo è il primo libro di Peter Cameron che leggo. È raro – anzi negli ultimi tempi decisamente impossibile- che io scriva un commento a un libro subito dopo averlo finito, ma in questo caso ho pensato che fosse fondamentale parlarne subito, per non smarrire la scia di confusa fascinazione che mi ha lasciato. È stato come ritrovarsi in un episodio di Twin Peaks.

Erano diretti in un posto ai confini del mondo.

Ci sono un uomo e una donna, non sapremo mai i loro nomi. Sono una coppia sposata e vengono da New York: in una notte nevosa arrivano in treno in un luogo lontano e sperduto, a quanto sembra nell’estremo Nord di un imprecisato paese nordico. Hanno affrontato questo lungo viaggio per un motivo ben preciso, ma quel che colpisce nell’immediato di loro è la profonda solitudine di entrambi. La malattia di lei, terminale, li divide: la donna è chiusa nella propria personale dimensione finale fatta di paura, rabbia e speranza, mentre l’uomo è disarmato e impotente, la ama senza sapere come comprenderla o aiutarla.

Sono cose che succedono la notte. Le persone spariscono, sempre che ci siano mai state.

Questo posto che hanno raggiunto, ai confini del mondo, assomiglia a un limbo, soprattutto l’hotel in cui soggiornano, che pare davvero uscito da una fantasia di David Lynch, popolato da personaggi pittoreschi dai comportamenti ambigui. Sono reali (si presume) ma mi hanno fatto pensare a fantasmi, che esistono solo dietro quelle porte, tra la neve, in giorni dalle notti lunghissime, e non possono, oppure non vogliono o non riescono ad andarsene. Una sorta di decadente, surreale purgatorio che gioca con la mente, in cui ci si può perdere, abbandonarsi.

L’uomo scrutò il proprio riflesso, che lo guardava con una fissità ancora maggiore, e per un istante perse il senso del proprio corpo e si chiese da quale parte dello specchio si trovasse in realtà.

Ecco, leggendo mi sono sentita proprio come il protagonista, il personaggio che più coinvolge. Come un insetto sotto un bicchiere, annaspa e sbatte contro il vetro, cercando risposte, rassicurazioni, un contatto umano, l’illusione di amare senza sbagliare, il sole prima che sparisca… Presto o tardi, tutti quanti sperimentiamo questo smarrimento esistenziale, il desiderio di uscire da noi stessi.

Vorrei sottolineare che, pur essendo una storia cupa e bizzarra, non è priva di speranza, ma questa speranza bisogna saperla rintracciare, interpretare. Dovete credere che l’unico ponte per andare via non sia crollato.

Consiglio la lettura quando fuori è buio. Che faccia caldo o freddo non conta, vi assicuro che sentirete comunque profumo di neve. Suggerisco anche musica di sottofondo, magari qualcosa di Angelo Badalamenti, cantato da Julee Cruise. Se poi avete delle tende rosse l’atmosfera sarà perfetta.

Non fatevi troppe domande. Salite sul treno. E immaginate che l’amore sia anche in un paio di guanti per scaldare mani gelide e in un dolce da mangiare, nascosto in tasca.

Una sottilissima crepa in un bell’oggetto di porcellana è più inquietante dell’oggetto in frantumi sul pavimento.

Edizione Adelphi agosto 2020

Titolo originale: What happens at night

Traduzione di Giuseppina Oneto

Pagine 241

La Canzone di Achille: c’era una volta un uomo qualunque che amava un eroe

Dimmi il nome di un eroe che è stato felice.

Ricordo che era notte quando ho terminato La canzone di Achille. Oggi, in questi giorni particolari di quarantena, ho la lacrima piuttosto facile, ma in quei tempi non sospetti, qualche mese fa, ero ancora tutta d’un pezzo e molto raramente una storia d’amore arrivava a farmi piangere sul serio. Eppure con le ultime pagine di questo libro è successo. Lì nel buio, sola con la luce del tablet e la voce narrante, la commozione mi ha sorpresa, davanti a un gesto inatteso, che non avevo calcolato.

Qualcuno si potrebbe chiedere cosa ci possa essere di inatteso nella storia di Achille e Patroclo, dato che si sa bene come va a finire. Ma, in effetti, la bravura di un buon scrittore può stare anche nel prendere una storia nota, rivisitata mille volte, e narrarla da un punto di vista nuovo o comunque differente. E Madeline Miller, a mio avviso, ha fatto esattamente questo.

Vi sono da sempre opinioni controverse sulla vera natura del rapporto tra Achille e Patroclo: l’autrice ha scelto di raccontarli come innamorati e, nonostante la presenza di tutti gli elementi classici del mito – divinità, creature mitologiche ed eroi – la vicenda risulta molto umana e vera.

Forse perché umana e vera è la voce narrante di Patroclo, nato figlio di re ma fondamentalmente un ragazzo qualunque. Impossibile per lui evitare di innamorarsi dello straordinario Achille, semidio bellissimo e inarrivabile. Facile per il lettore empatizzare con le sue emozioni e le sue paure, mettersi nei suoi panni: come si ama qualcuno di tanto superiore, dal carattere complicato e impetuoso, destinato a diventare un eroe da leggenda, con per madre una terrificante ninfa del mare che disapprova questo amore?

Un’impresa difficile. Incredibile, insuperabile Achille, ma è a Patroclo che ci si affeziona sinceramente, dolce, inadeguato, lui che sa di non voler essere un soldato e come un soldato morirà. Si partecipa al suo amore, che sboccia adolescente e incerto, quando i due giovani sono ancora studenti, fino a diventare solido e maturo, durante l’assedio di Troia, dove Patroclo sarà per Achille un compagno fedele e paziente, tra gli alti e bassi tipici di un legame coniugale. Madeline Miller lo descrive con delicatezza e trasporto sinceri che coinvolgono e scaldano. Tutto ha un sapore autentico, anche gli altri personaggi, fra i quali spicca un indimenticabile Odisseo.

Ma Patroclo è davvero, alla fine, un uomo qualunque?

Non dovevo guadagnarmi l’immortalità con la guerra. Mi accontentavo della pace.

Lui si crede tale, ma no, non lo è. Per certi versi saprà dimostrare più carattere del suo (quasi) invincibile amante. Di certo chiunque lo incontra e lo legge non può rimanere indifferente al suo cuore e alla sua capacità di conoscere Achille, nel bene e nel male, come solo qualcuno che ama davvero può fare.

Insomma, se volete emozionarvi e rivivere una storia conosciuta con occhi nuovi, ve lo consiglio. Sì, sapete già come finisce, ma, credetemi, c’è più di quel che vi aspettate.

Le loro mani si incontrano e la luce si riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole.

Edizione 2019 Marsilio, Collana economica Feltrinelli

Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini

Titolo originale The Song of Achilles

Pagine 382

L’estate incantata: verrà l’inverno e avremo sorsi di estate da bere

Non ho mai saputo spiegare il mio sentimento ambivalente nei confronti dell’estate. Ho sempre pensato che sia la stagione più cupa. Un oscuro splendore, il suo, come l’oro antico, con una luminosità fatta di zone d’ombra. Forse perché tanto mi ha dato ma tanto mi ha tolto.

Poi ecco che scopro che già nel 1957 qualcuno aveva saputo raccontare in un libro l’essenza misteriosa di questa stagione contraddittoria. E, nonostante ci sia arrivata con colpevole ritardo, è stato subito amore.

Conoscevo Ray Bradbury soprattutto come autore di fantascienza ( celebre il suo Fahrenheit 451 e anche le Cronache Marziane), ma, nel caso di L’estate incantata, ha scritto una storia di formazione, un racconto corale, sulla crescita, l’invecchiamento, le speranze e le paure del vivere, il mistero sottile che lega vita e morte.

Se ne stava seduto sul portico, davanti alla zanzariera, e fissava il cielo che si dava un’aria innocente, come se tutto fosse tranquillo, mentre in realtà tutto correva. Ma se si chiudevano gli occhi e ci si sdraiava immobili, allora sì che si sentiva il mondo girare come una trottola, e le orecchie si riempivano dell’eco cavernosa di un mare nero che le invadeva e si frangeva su scogliere inesistenti.

Ecco… questo, per esempio, nelle sere d’estate non vi è mai successo? Sotto un portico, su un terrazzo, il grande cielo stellato sopra di noi, tutte le altre vite, chissà quali, chissà di chi, dietro le finestre accese nel buio, e i pensieri che vanno verso distanze assurde… In inverno non può accadere, siamo protetti nella relativa sicurezza dei salotti, il camino acceso. Solo l’estate ha questo potere di allargare gli spazi, di estendere le percezioni. E Bradbury ha saputo esprimerlo totalmente, con una prosa che ho amato tanto, a tratti poetica, colma di immagini evocative, colori, sapori e odori, della luce particolare delle estati che tutti ci portiamo dentro. La luce di quando eravamo bambini, che non sarà mai più la stessa. E quella di quando il tempo ormai si assottiglia, forse la più vivida.

In questa storia i giovani acquistano la consapevolezza di essere vivi e poi capiscono che un giorno dovranno morire. E i vecchi sono come viaggi all’indietro, macchine del tempo viventi, portatori di memorie ancora così intense da fare persino innamorare.

E poi ci sono i denti di leone.

Vino di dente di leone. Parole che significavano estate. Il vino era l’estate catturata e messa in bottiglia.

Il titolo originale del romanzo è Dandelion Wine, quel vino che il nonno del piccolo Douglas ricava dai denti di leone del giardino e imbottiglia metodicamente per tutta l’estate, così che in inverno ci sarà un po’ d’estate da bere ogni giorno. Pensateci, file di bottiglie dorate, file di momenti, ricordi, sorsi di sole, stelle, temporali. Gocce della stagione che dona e che toglie.

L’estate non finisce mai del tutto.

Edizione 2019 Mondadori

A cura di Giuseppe Lippi

Titolo originale Dandelion wine

Pagine 267

La storia di un matrimonio: siamo uccellini rossi che tentano di liberarsi

… le persone sono un’illusione ottica, compresa quella che amiamo.

Leggo e non riesco a smettere. E mentre leggo, continuo a chiedermi chi sia davvero Holland Cook. Cosa provi, cosa voglia.

Il lettore di La storia di un matrimonio non ha mai un vero contatto con Holland. Di lui viene a sapere solo ciò che la moglie Pearlie e gli altri personaggi presumono dei suoi sentimenti e dei suoi desideri.

A Pearlie le zie di Holland hanno consigliato di preoccuparsi del suo sangue cattivo e del suo cuore inverso. Ed ecco che Pearlie si ingegna a proteggere il marito e questo suo cuore diverso dagli altri, per evitargli qualsiasi tipo di stress. Ma a ben vedere non c’è traccia, nella sua ricostruzione dei fatti, di un reale confronto in proposito con Holland.

Poi dal passato di Holland riemerge Buzz Drumer, che svela a Pearlie verità inaspettate e spiazzanti sul marito. E lei, pur essendone sconvolta e turbata, è disposta a stravolgere la propria esistenza solo sulla base di quanto le racconta Buzz, senza, di nuovo, parlarne con il diretto interessato. Anche nei momenti in cui scorge qualcosa negli occhi o nelle intenzioni di Holland, un punto di domanda, una richiesta, un tentativo di aprirsi, Pearlie non raccoglie, non capisce, interpreta a distanza. Anche Buzz dichiara spesso di sapere cosa Holland voglia, quali siano le sue scelte, ma il lettore non assiste mai realmente a un dialogo fra i due uomini, ha solo la versione di Buzz. Holland resta un attore non protagonista della propria stessa storia.

Crediamo di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vita è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi e ci abbiamo creduto.

Fantastico il lavoro psicologico che Andrew Sean Greer fa sui personaggi, Holland compreso, in un gioco di sottrazione che avvolge anche chi legge in una rete di dubbi, supposizioni e poche certezze ingannevoli. Lo avevo scoperto e amato molto con Less e questa sua opera precedente è un’altra piacevolissima avventura nell’animo umano. Così come in Less, anche qui colgo un respiro di delicata tenerezza nei confronti dei protagonisti e dei loro sforzi spesso fallimentari di far combaciare la loro percezione della realtà con la realtà altrui e quella oggettiva. Greer è molto bravo a ricordarci quanto possa essere distorto lo specchio attraverso cui misuriamo noi stessi e il prossimo. Aggiunge anche un contesto storico ben ricostruito, che si trascina dietro le conseguenze di una guerra e già fa i conti con un’altra, con le questioni razziali e politiche. Le fragilità dei suoi personaggi affondano le radici anche in questo.

L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo.

Leggo quasi tutto d’un fiato e mi resta impressa nella mente l’immagine dei guanti bianchi che Buzz regala a Pearlie: sul palmo c’è ricamato un uccellino rosso che pare appena catturato. Lo immagino muoversi ogni volta che lei stringe il pugno o rilassa le dita. Forse, a seconda dei movimenti, potrà sembrare che l’uccellino rosso provi a liberarsi e spiccare il volo. Forse è così per tutti noi, con la nostra gabbia mentale di illusioni, paure, intenzioni inespresse, supposizioni. Quelle cose che vorremmo dire e non diciamo, quelle che non vogliamo sentire o vedere, le maschere che indossiamo o mettiamo agli altri. Prigioni da cui forse potremmo volare via, dipende se vogliamo stringere il pugno o rilassare le dita.

Se è alla vostra portata, scegliete l’estasi; se appena potete scegliete l’amore. […] La pazzia non c’entra. Forse, nelle nostre vite ordinarie, è l’unico vero gesto di poesia.

(Editore: Adelphi

Traduzione di Giuseppina Oneto

Titolo originale: Story of a marriage

Pagine 224 )

Amy e Isabelle: l’imperfetta linea nera tesa tra una figlia e una madre

Ad Amy sembrava che una linea nera le tenesse collegate, una linea non più pesante di un tratto di matita, forse, ma una linea che era sempre presente.

Una manciata di parole, eppure con dentro un intero mondo. Il buono e il cattivo, l’amore e il dolore del rapporto tra Amy e Isabelle. Quella linea nera che pare così fragile e invece le tiene insieme, con forza, per forza. In apparenza tanto diverse e in realtà l’una lo specchio dell’altra: Amy, la figlia, e Isabelle, la madre, più simili di quanto credano o di quanto possano accettare.

Una banalità, in fondo. Quante storie di rapporti come questo abbiamo letto?

Ma la forza della scrittura di Elizabeth Strout – in un libro d’esordio che non sembra tale, tanta è la sua sorprendente maturità – sta proprio in questo: la solita cittadina della provincia americana, i soliti scontri tra una madre impeccabile e rigida e una figlia adolescente alle prime esperienze, le solite contraddizioni, le solite illusioni… tutto già visto, però raccontato e scritto bene. Anzi benissimo.

Pare scontato invece vale tutto.

Lo stile della Strout è realistico, affilato e al medesimo tempo corposo, pieno di sfumature. La struttura del romanzo è costruita sul presente di un’estate opprimente, tanto nel clima quanto nei pensieri carichi di ansie e private sofferenze dei personaggi, con incursioni nell’inverno appena trascorso, a scrutare i turbamenti e i sogni che hanno anticipato il precipitare degli eventi.

… negli anni a venire, da adulta, ne avrebbe parlato con parecchie persone, prima di rendersi conto, alla fine, che era solo una storia come tante e che in fondo non interessava a nessuno. Ma per loro, per Amy e Isabelle, aveva un’importanza cruciale…

Una vicenda come tante appunto, narrata con forza e profondità. Le emozioni di Amy e Isabelle, le esperienze, le speranze, le delusioni, la rabbia, le bugie, i voli pindarici, le cadute e le risalite, ogni loro sentimento è vissuto anche dal lettore. Non ci sono colpe da attribuire o alibi da trovare, è solo la vita con le sue umane incomprensioni e quella fatica che i legami forti a volte costano.

Ma che ci potevi fare? Solo tirare avanti. La gente tirava avanti; lo faceva da migliaia di anni. Facevi tesoro della gentilezza che ti veniva offerta, lasciandotela filtrare dentro il più possibile, e con gli anfratti che restavano oscuri cercavi di conviverci, sapendo che col tempo si sarebbero potuti trasformare in qualcosa di quasi sopportabile.

E verso la fine credo che questo libro contenga una delle pagine di solidarietà e unione femminile più belle e commoventi che mi sia capitato di leggere. Un salotto, Isabelle, Dottie, Bev: donne, semplicemente donne, messe alla prova, ferite, smarrite, che in una manifestazione di amicizia sincera trovano una bolla di conforto e accettazione.

In definitiva, se non avete ancora letto qualcosa di Elizabeth Strout, rimediate e fatelo. E non perché abbia vinto un Pulitzer.

Proprio perché è davvero brava.

(Edizione: Fazi

Traduzione di Martina Testa

Pagine 474)

Il Sognatore: una fiaba sulla forza dei sogni e le radici dell’odio

L’odio era nero e la paura rossa, il tormento invece era blu.

Oggi non festeggio San Valentino ma qualcosa da festeggiare ce l’ho comunque, ovvero l’uscita nelle librerie di La Musa degli incubi di Laini Taylor, attesissimo seguito di Il Sognatore.

E proprio di Il Sognatore voglio parlarvi oggi. Nel giorno in cui si celebra l’amore, trovo che sia interessante scegliere un libro che racconta di sogni e sentimenti ma che ragiona anche sulle radici dell’odio, sulla paura e la chiusura che esso genera.

Non sapevo molto di questo libro quando ho iniziato a leggerlo, il mese scorso, molto in ritardo rispetto al resto dei lettori. L’incipit mi ha però subito conquistata. Non mi avventuravo in un fantasy da tempo ma in quelle prime pagine, nell’uso evocativo di immagini e parole, ho ritrovato certe atmosfere amate in passato, specie grazie a Tanith Lee e alla sua Saga della Terra Piatta. Qualcosa mi ha suggerito che mi sarei trovata bene nel mondo creato da Laini Taylor e non mi sbagliavo. Anzi più proseguivo la lettura più restavo piacevolmente stupita. L’autrice ha dato vita a una trama dall’impalcatura complessa ma molto ben costruita e solida, delineata con i tempi giusti. Praticamente nulla arriva prima del dovuto, ma quando arriva il lettore si rende conto di come tutti i pezzi si incastrino e di come il disegno si completi.

E che fantasia. Non scendo in dettagli per non togliere la sorpresa a chi ancora non conosce il libro, ma certi particolari, certe svolte, – per esempio le falene, l’angelo – mi hanno davvero affascinata.

Una fiaba variopinta in cui si possono immergere le mani e tirarle poi fuori piene di ogni sfumatura, traendone i più disparati significati.

Da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Due le principali riflessioni a cui mi ha condotta. La prima riguarda i sogni. La fede in un sogno, la forza di perseguirlo anche quando nessun altro ci crede, il coraggio di affrontarlo, perché non sempre ciò che abbiamo sognato a lungo poi si dimostra all’altezza dei nostri ideali. Difficile non empatizzare con Lazlo Strange, il Sognatore, cresciuto tra i libri e le storie, con i sogni come unica ricchezza e compagnia. E impossibile anche non amare Sarai, la Musa degli incubi, un po’ il riflesso opposto e complementare di Lazlo, non vista, segnata dal pregiudizio, con i sogni come unica via per partecipare alla vita, solo come spettatrice. Molti di noi sono stati o sono siano l’uno che l’altra, vero?

Le cose che avevano fatto, gli dei, gli uomini. Niente poteva scacciarle.

E poi, come dicevo, l’odio e tutti i suoi dolorosi effetti collaterali. Fino a dove è lecito spingersi facendo giustizia? Un eroe è anche un carnefice? Quanto a fondo possono radicarsi l’odio e la paura? Quanta cecità e pregiudizio possono causare?

Domande che non appartengono solo alle favole, purtroppo. Non ci sono buoni o cattivi nel mondo di Il Sognatore, solo vittime, in varie forme. Molte di loro prigioniere del rancore e della paura. Alcune per fortuna sanno ancora sognare.

So di non avere detto nulla della trama, credo che l’opera di Laini Taylor debba essere scoperta così come si entra in un sogno, ignari e aperti alla meraviglia.

Adesso mi aspetta La Musa degli Incubi. Vi saprò dire presto se questo secondo capitolo sarà all’altezza del primo.

La Musa degli Incubi》, le disse. 《Sembra il titolo di una poesia》

(Edizioni: Fazi

Traduzione di D.Rizzati

Titolo originale: Strange the Dreamer

Pagine 524)

Vincoli: un libro da ascoltare

Certo che non è giusto. Niente in questa faccenda è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che tu lo sappia subito.

Inizio il 2019 parlando dell’autore che ho scoperto e amato nel 2018. Nell’anno appena concluso, ho cominciato a leggere Kent Haruf dal suo ultimo libro, pubblicato postumo, Le nostre anime di notte, passando poi per la Trilogia della Pianura, sino a Vincoli, il suo libro d’esordio. Un cammino a ritroso, attraverso il mondo di un autentico storyteller, nel senso più puro e onesto del termine.

Questa sua essenza di narratore vero emerge in modo molto potente proprio in Vincoli. Agli esordi, Haruf affida il racconto ad uno dei personaggi e la vicenda acquista più che mai un sapore genuino e diretto.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

Così Sanders Roscoe inizia la storia. Ed è una storia su cui una recensione non deve scendere in dettagli, perché, per essere capita, va letta fino fino in fondo. E anche idealmente ascoltata, magari sotto un portico o in una cucina, davanti a un caffè nero o a una birra.

Posso dire che ascolterete di Holt quando c’erano solo quindici o venti case, tre negozi, una pensione, un bar e un cimitero. E conoscerete nel profondo, fino alle sue radici più crudeli e intime, il significato della parola vincolo. Qualcosa che a volte è catena, speranza, necessità, illusione, destino, scelta.

Soprattutto incontrerete un altro gruppo di personaggi memorabili, che lasciano il segno come solo i personaggi di Haruf sanno fare. Lei, in particolare, Edith Goodnough.

Edith, che si può solo amare. E la si ama sino all’ultima frase del libro (così bella da essere continuamente citata – io non lo faccio per lasciare integro il piacere di scoprire quelle parole e portarsele poi nel cuore).

Edith, viva e vera, come tutti gli altri. Il gusto di quel caffè nero o di quella birra, bevuti mentre Sanders racconta, lo sentirete sulla lingua. E fuori ci sarà la pianura, più in là le strade di Holt, memorie nell’aria.

Io me ne sto lì, seduta a quel tavolo, o forse sotto un portico. Vi aspetto. E intanto ascolto Sanders, la sua voce che da burbera si fa a tratti più morbida, con una nota dolce. Di speranza.

… non so se quella sera per loro ci fosse la luna oppure no. Ma spero di sì, una luna piena, perché almeno una volta nella vita Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Titolo originale: The tie that binds

Pagine 260)

Benedizione: i libri raccontano anche la nostra vita

Devo ammettere che è difficile per me scrivere di Benedizione. Troppo simile alla vita vera. Alla mia.

Tra i vari personaggi di questo terzo capitolo della Trilogia della Pianura, ce n’è uno malato terminale. Lo veniamo a sapere da subito, dal primo capitolo, e la sua malattia attraversa tutto il tempo del libro, il tempo di un’estate. Fino a un giorno d’agosto.

Era estate anche nella mia vita. Anche nel mio caso tutto è finito in un giorno di agosto. E Kent Haruf è stato – come sempre- spietatamente realistico nel descrivere quegli ultimi momenti. Lo so perché ha descritto con dolorosa precisione tutto quello a cui io stessa ho dovuto assistere. Lo ha fatto nel suo classico modo scarno e diretto, nessun eccesso, nessuna enfasi letteraria. Solo la fine e basta, così come arriva nella realtà. Pagine per me davvero pesanti da leggere. Ho pianto tutte le mie lacrime. E non credo che avrò la forza di rileggere Benedizione.

Dicendo questo vorrei che fosse chiaro che faccio un complimento a Kent Haruf, così abile nel raccontare le vite dei suoi personaggi che, quasi per naturale conseguenza, prima o poi finisce col raccontare anche la nostra. Prima o poi troveremo qualcosa del nostro percorso lungo i percorsi di Holt. Prima o poi ci riconosceremo nell’esistenza di uno dei suoi abitanti.

Non fraintendetemi, però. Anche se probabilmente non riuscirò a rileggerlo, ho amato questo libro, forse più degli altri, proprio per questo motivo così personale. Ho amato la sincerità priva di abbellimenti di Haruf, la sua capacità di scavare nei rimpianti, nelle scelte sbagliate, nelle perdite, riuscendo ogni volta a trovare un momento di luce, di pace, di sollievo. Nonostante tutte le lacrime, non scorderò l’immagine splendente e luminosa di tre donne e una bambina che fanno il bagno nude nell’abbeveratoio delle mucche, godendosi un giorno d’estate. La benedizione dell’amicizia e di poche ore dorate che dilatano i pensieri e il cuore.

Tutta la vita trascorre nell’infelicità per un motivo o per l’altro, no?

Non so. Un tempo non la pensavo così.

Però c’è anche del buono, disse Willa. Ci tengo a sottolinearlo.

Ci sono dei brevi dei momenti, disse Alene. Questo è uno.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Titolo originale: Benediction

Pagine 277)

Crepuscolo: la vita ci svezza e qualche volta ci insegna a ballare

Non riesco ad immaginare qualcosa o qualcuno che possa esserne contento. Ma ogni essere vivente a questo mondo prima o poi va svezzato.

Sono tante le situazioni tutt’altro che piacevoli, in questo secondo capitolo della Trilogia della Pianura di Kent Haruf. Diversi tipi di disagio, solitudine, infelicità, dolore. Lungo le strade di Holt si incrociano destini e personaggi, come sempre raccontati con il disarmante realismo tipico dell’autore.

Ci sono genitori fragili e incapaci e bambini costretti a crescere prima del tempo. Donne sole e uomini che conoscono solo il linguaggio della violenza e del sopruso.

E c’è una morte, che fa davvero male. Una morte che lascia un’assenza pesante, un vuoto che rimane lì, presente in un angolo, fino all’ultima pagina, come poi accade anche nella vita di tutti noi, quando viene a mancare qualcuno a cui abbiamo voluto bene. Andiamo avanti, con un vuoto silenzioso ma persistente, in un angolo del cuore.

Però Crepuscolo dona anche tanta delicata bellezza. Quella semplice, delle piccole cose che rendono speciali certi attimi, certe amicizie, qualcuno dei nostri giorni.

Quindi, tra le sue pagine, ci sono anche scorci di nuove intese e nuovi inizi, rifugi dove poter sognare, gesti di vero affetto, sprazzi di sincera sensibilità.

Soprattutto c’è un vecchio che impara a ballare. Ad innamorarsi, anche. A sentirsi fortunato. Lo amo, questo vecchio che sta ancora imparando.

E ringrazio Kent Haruf per questa lezione di poetica verità: in mezzo a tutto ciò che ci fa male, resta ancora tanto da imparare. Le piccole nuove esperienze di cui non dobbiamo smettere di avere sete, mai. Quelle che mescolano qualche goccia di alba al crepuscolo.

… si sarebbe alzato il vento, avrebbe soffiato negli spazi aperti senza trovare ostacoli sui vasti campi di grano invernale, sugli antichi pascoli e sulle strade sterrate, portando con sé una polvere pallida mentre il buio si avvicinava e scendeva la notte.

E loro erano ancora seduti insieme nella stanza, in silenzio, il vecchio con questa donna gentile tra le braccia, in attesa.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Titolo originale: Eventide

Pagine 315)

Less: come si fa a non amarlo?

Sia benedetto Arthur Less, davvero. Quante risate, dolci e amare, mi ha regalato. Abbiamo trascorso insieme alcune notti, in giro per il mondo, con i nostri bagagli scomodi non poi molto dissimili e la conseguente scia di voli pindarici e inevitabili, patetiche riflessioni.

Assomiglia un po’ a un romanzo di viaggi ottocentesco, Less, uno di quelli in cui i personaggi partivano per lunghe peregrinazioni nelle città d’arte europee e intanto, tra carrozze e crinoline, si sviluppavano intrecci, educazioni sentimentali, epifanie esistenziali.

Anche se non oso immaginare a quali pasticci e traversie sarebbe andato incontro Arthur Less viaggiando nell’Ottocento…

proprio perché ha paura di tutto, nulla gli risulta più difficile di qualcos’altro. Fare il giro del mondo non lo terrorizza più che comprare un pacchetto di gomme. La dose quotidiana di coraggio.

Ho amato Arthur perché è uno di noi. Noi, gli eterni insicuri, quelli che convivono per tutta la vita con il senso di inadeguatezza, con la paura di sbagliare, con l’ansia. Noi che siamo goffi e ci complichiamo il percorso anche su una strada sgombra e diritta. Non possiamo farne a meno. E siamo anche piuttosto ciechi, con i paraocchi come i cavalli da tiro: raramente ci accorgiamo dello sguardo di chi riesce ad apprezzarci. Se ce ne rendiamo conto spesso non ci crediamo, perché ci aspettiamo sempre la fregatura nascosta (o un ago nel piede, fate voi). Less si crede un inetto. Un cattivo scrittore, un cattivo amico, un cattivo amante. A un certo punto lo convincono pure di essere un cattivo gay (e ammetto che sul giardino dei cattivi gay ho riso per dieci minuti, perché davvero solo lui poteva immaginarsi un luogo simile). Non è nessuna di queste cose in realtà, ma non lo sa.

La città della giovinezza, la campagna dell’età avanzata. Ma in mezzo dove sta vivendo ora Less, in questa periferia residenziale dell’esistenza? Com’è che non ha mai imparato ad abitarla?

E l’ansia del cinquantesimo compleanno. Non ci sono poi tanto lontana nemmeno io e quindi, caro Less, quanto ti ho capito anche in questo. Tutta quella strada alle nostre spalle, passata incredibilmente in fretta, e l’incognita del percorso che ci attende, noi che abbiamo ancora l’incertezza dei ragazzini ma non lo siamo più.

Less ha vinto il Pulitzer 2018: non scelgo i libri in base ai premi, né seguo granché i criteri con cui vengono assegnati, ma posso dire che Andrew Sean Greer ha scritto una storia che mi ha sinceramente divertita, mi ha fatto riflettere e che mi è dispiaciuto di aver finito giunta all’ultima pagina. Una storia che mi fa questo effetto per me ha già vinto tutto.

E a proposito del finale – che non svelo- resta uno dei più delicati e teneri che mi sia capitato di leggere da molto tempo. E anche inaspettato, perché, trascinata dalle peripezie tragicomiche di Arthur, ed assomigliandogli molto, proprio non avevo capito qualcosa che il resto del mondo, tranne noi due, forse aveva intuito dall’inizio.

Insomma è stato davvero bello viaggiare con Less, principe ereditario dell’innocenza. Che, a dispetto di tutti i difetti veri e presunti, non rinuncia mai a sognare. Un sognatore, uno vero, magari vestito di blu (blu lessiano!), come si fa a non amarlo?

(Edizioni: La Nave di Teseo

Traduzione di Elena Dal Pra

Titolo originale: Less: a novel

Pagine 292)