Benedizione: i libri raccontano anche la nostra vita

Devo ammettere che è difficile per me scrivere di Benedizione. Troppo simile alla vita vera. Alla mia.

Tra i vari personaggi di questo terzo capitolo della Trilogia della Pianura, ce n’è uno malato terminale. Lo veniamo a sapere da subito, dal primo capitolo, e la sua malattia attraversa tutto il tempo del libro, il tempo di un’estate. Fino a un giorno d’agosto.

Era estate anche nella mia vita. Anche nel mio caso tutto è finito in un giorno di agosto. E Kent Haruf è stato – come sempre- spietatamente realistico nel descrivere quegli ultimi momenti. Lo so perché ha descritto con dolorosa precisione tutto quello a cui io stessa ho dovuto assistere. Lo ha fatto nel suo classico modo scarno e diretto, nessun eccesso, nessuna enfasi letteraria. Solo la fine e basta, così come arriva nella realtà. Pagine per me davvero pesanti da leggere. Ho pianto tutte le mie lacrime. E non credo che avrò la forza di rileggere Benedizione.

Dicendo questo vorrei che fosse chiaro che faccio un complimento a Kent Haruf, così abile nel raccontare le vite dei suoi personaggi che, quasi per naturale conseguenza, prima o poi finisce col raccontare anche la nostra. Prima o poi troveremo qualcosa del nostro percorso lungo i percorsi di Holt. Prima o poi ci riconosceremo nell’esistenza di uno dei suoi abitanti.

Non fraintendetemi, però. Anche se probabilmente non riuscirò a rileggerlo, ho amato questo libro, forse più degli altri, proprio per questo motivo così personale. Ho amato la sincerità priva di abbellimenti di Haruf, la sua capacità di scavare nei rimpianti, nelle scelte sbagliate, nelle perdite, riuscendo ogni volta a trovare un momento di luce, di pace, di sollievo. Nonostante tutte le lacrime, non scorderò l’immagine splendente e luminosa di tre donne e una bambina che fanno il bagno nude nell’abbeveratoio delle mucche, godendosi un giorno d’estate. La benedizione dell’amicizia e di poche ore dorate che dilatano i pensieri e il cuore.

Tutta la vita trascorre nell’infelicità per un motivo o per l’altro, no?

Non so. Un tempo non la pensavo così.

Però c’è anche del buono, disse Willa. Ci tengo a sottolinearlo.

Ci sono dei brevi dei momenti, disse Alene. Questo è uno.

(Edizioni: NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 277)

L’animale femmina: le contraddizioni e le fragilità non hanno sesso

Leggere un libro d’un fiato, praticamente nell’arco di un pomeriggio, e poi la sera ritrovarsi ad ascoltare la sua autrice mentre ne parla ad una presentazione.

Mi è capitato una settimana fa, il 12 novembre 2018, grazie alla libreria Giralibri di Argenta, in provincia di Ferrara, dove vivo, che ha ospitato Emanuela Canepa, presentando il suo libro d’esordio L’animale femmina, vincitore del Premio Calvino.

Un incontro molto stimolante, che ha fornito interessanti spunti di riflessione. Emanuela Canepa è una donna di grande personalità, con le idee chiare e una grintosa energia che suscita simpatia immediata.

Il suo L’animale femmina mi ha sorpresa. Avevo iniziato a leggerlo aspettandomi qualcosa che poi invece ha rivelato qualcos’altro. Mi aspettavo quel che emergeva dai primi capitoli: Rosita, che viene da un piccolo paese vicino Caserta, vive a Padova per studiare medicina ma, dopo alcuni anni, la situazione è sempre più difficile, lo studio va a rilento, ha un lavoro pessimo e mal pagato, una relazione saltuaria con un uomo sposato e l’insopportabile madre le fa continue pressioni perché rinunci e torni a casa. Poi l’incontro con un anziano avvocato, Ludovico Lepore, e la svolta: l’uomo le offre un lavoro migliore e la possibilità di studiare più serenamente. Lepore si rivela però un misogino e un manipolatore, con una poco lusinghiera opinione delle donne, che si compiace di sottoporre a giochetti psicologici, studiandone le capacità di reazione e gli atteggiamenti. Rosita sopporta perché crede di non avere altra scelta, inconsapevole del proprio valore.

Ma non è tutto qui. C’è altro che via via apre prospettive diverse sulla storia e i personaggi. Qualcosa che mescola le carte e ridistribuisce i ruoli. E che ovviamente non svelo per non rovinare la scoperta a chi non ha ancora letto il libro.

L’autrice ha raccontato che l’ispirazione per questa storia è scaturita da una riflessione sul tipo di educazione e retaggio culturale che può portare le donne ad avere difficoltà nel manifestare autorevolezza, anche quando altamente competenti in un campo, quasi sentendosi abusive rispetto agli uomini. Ha ammesso anche che in lei c’è un po’ della rabbia di Lepore, naturalmente una rabbia positiva, rispetto a quella negativa dell’avvocato, ma presente perché sa quanto le donne valgono e le vede buttarsi via. Un punto di vista molto intrigante, su cui si potrebbe discutere all’infinito: la mancanza di autorevolezza è davvero un problema di genere?

Immagino non esista un’unica verità in materia ma differenti sfumature legate al vissuto e all’ambiente di ognuno.

Resta il fatto che in L’animale femmina – come sempre la mia è un’interpretazione del tutto soggettiva e personale – ho visto proprio la dimostrazione che certe contraddizioni, certi meccanismi emotivi, non hanno sesso e sono semplicemente umani. Senza spoilerare troppo, posso dire che leggendo ci si rende conto, per esempio, di come talune caratteristiche, che Lepore rimprovera alle donne, appartengano in realtà anche a lui, o meglio di come lui stesso, nell’arco della sua storia privata, manifesti le medesime fragilità che con tanta ostentata superiorità maschile attribuisce alle femmine.

Mi viene da pensare che alla fine le emozioni ci fregano e conducono sempre, uomini o donne, autorevoli o meno. E forse è proprio questo a doverci fare capire che siamo in grado di valere quanto chiunque altro.

Tutto ciò per dire che questo libro, quale che sia la nostra opinione o interpretazione, vale la pena di essere letto, soprattutto proprio per via dei suoi personaggi, veri, vivi, complessi, tutti, anche quelli non protagonisti, comunque dotati di un loro spessore e con un significato da trasmettere.

E mi complimento per l’uso, affascinante e simbolico, di L’ombra della sera, nota e antica statuetta etrusca proveniente da Volterra: una sua riproduzione ha un peso fondamentale nella vicenda, l’oggetto bellissimo e inquietante che farà da catalizzatore nel percorso e nell’incontro-scontro di Rosita e Lepore.

A chi ha apprezzato o apprezzerà la scrittura di Emanuela Canepa, farà poi piacere sapere che sta lavorando al suo secondo libro, di cui non ha voluto anticipare nulla, tranne che ci sarà una suora di clausura. Lei stessa intende trascorrere qualche giorno in clausura prossimamente, affascinata dall’esperienza del silenzio. Per questo attuale nuovo lavoro, sta facendo molto riferimento a Elizabeth Strout, ma, in generale, tra i suoi modelli ha citato anche Margaret Atwood.

Attendo quindi con molta curiosità questa sua nuova prova: l’esordio mi ha decisamente conquistata.

Il momento in cui cominci a capire chi sei è lo stesso in cui diventa superfluo spiegarlo a chiunque.

(Edizioni: Einaudi

Pagine 259 )

Trascurate Milano: Luca Ricci e le declinazioni delle decadenza

La vita di sopra non è fatta per noi, io sono quella di sotto, quella della metro.

Da Roma a Milano, dall’autunno al Natale, la mia – personalissima – impressione è che Luca Ricci abbia intrapreso una sorta di discesa nelle viscere del male di vivere. Noi lettori siamo Dante e l’autore un Virgilio che ci accompagna a frugare nelle pieghe delle anime stanche.

Dopo il ritmo lento della caduta delle foglie e della spirale oscura di una passione immaginaria in Gli Autunnali, questa volta la discesa è letterale e concreta, nel sottosuolo milanese, sino alle linee della metropolitana, dove i protagonisti vanno in cerca di un contatto idealmente trasgressivo e proibito che riempia il loro vuoto esistenziale. Idealmente perché nel mondo di oggi anche la trasgressione è una mera illusione. Il senso del proibito è stato sdoganato e svalutato insieme a quello del pudore ed è diventato un cimelio vintage come le immagini delle pin up anni Cinquanta. La trasgressione oggi ha quasi un rugginoso sapore romantico, tenero, come il vecchio che, anche se scoperto, la mano dal didietro della sciura non la vorrebbe togliere e preferirebbe lasciarla lì fino alla fine dei suoi giorni… tanto quanto potrà mai mancare?

Ma la paura che fa novanta, la stanchezza delle dinamiche umane non è solo una questione di età che avanza, di tempo che scivola via: lo testimonia il personaggio di Martina, che è giovanissima eppure già così simile al vecchio che non vorrebbe togliere la mano.

Se la discesa proseguirà, quanto in profondità si spingeranno le declinazioni della decadenza di Luca Ricci? Usciremo a rivedere le stelle?

Come sempre attendo curiosa. E aggiungo che, fra tutti i personaggi di questo racconto, il mio preferito è stato Toto, che riempie quadernetti a centinaia come il killer del film Seven. Uno con del potenziale.

Concludo con una mia oziosa riflessione riguardo alla lista delle cose più odiose delle feste natalizie, che compare nel racconto, in cui vengono citate le lucine degli alberi perché escono dagli scatoloni sempre fulminate rispetto all’anno prima.

Sulle prime sono rimasta perplessa, perché tutti sanno che la vera tragedia delle lucine è che escono dagli scatoloni aggrovigliate. Tu le hai riposte con meticolosità chirurgica e l’anno dopo misteriosamente le ritrovi in un groviglio tale che cominci a credere negli extraterrestri. Questa è una delle grandi terribili leggi natalizie.

Poi però mi sono detta che in una storia di anime decadenti, anche le lucine devono esserlo e quindi inseguire la loro privata illusione trasgressiva, dicendo no al groviglio e fulminandosi.

Tutto torna. Penso alla matrioska infinita citata in Gli Autunnali e capisco che in fondo l’uomo e la ragazza della metropolitana, il vecchio con la mano morta, forse anche Toto e i suoi quadernetti, stanno facendo quello che fanno le lucine. Cercano un modo per uscire dagli scatoloni, fulminati da una scossa di vita.

(Edizione: La Nave di Teseo

Pagine: 86)

L’Arte della Gioia: un capolavoro dal cuore pulsante

《Dormi, Modesta?》

《No》

Pensi?》

Sì》

Racconta, Modesta, racconta》

Ci sono personaggi letterari così vivi, vibranti e iconici da trascendere il romanzo stesso di cui fanno parte. Escono dalle pagine, sono loro a nutrire e condurre la storia e alla fine li si lascia andare con riluttanza, anche se esistono in maniera talmente prepotente da non andarsene mai davvero. Rimangono con chi li ha letti.

È il caso di Modesta, la protagonista di L’Arte della Gioia, di Goliarda Sapienza. Un nome, Modesta, che paradossalmente è tutto il contrario dell’incredibile donna che lo porta: lei di modesto non ha proprio nulla, in nessun senso.

Così come del resto la sua creatrice, Goliarda Sapienza, anche attrice teatrale e cinematografica, che impiegò nove anni a scrivere L’Arte della Gioia, dal 1967 al 1976, e non riuscì a trovare un editore che volesse pubblicarlo. Ci furono solo una pubblicazione parziale nel 1994 ed una completa ma in poche copie nel 1998, a cura del marito Angelo Pellegrino, due anni dopo la morte della scrittrice. Nel frattempo l’opera fu scoperta dai francesi, dai tedeschi, dagli spagnoli e solo nel 2008, finalmente ebbe un’adeguata pubblicazione in Italia.

Più di trent’anni dopo essere stata ultimata. Perché questa difficoltà?

Perché L’Arte della Gioia e la sua grande protagonista erano troppo fuori dagli schemi. Per molti versi lo sono tuttora.

Goliarda Sapienza ha scritto in piena, totale libertà, anche stilistica, creando una donna a sua volta incarnazione di libertà assoluta. Una donna, la sua Mody, che nasce in Sicilia nella data emblematica del primo gennaio del 1900 e che attraversa più di mezzo secolo di storia italiana, a modo suo, con lucida intelligenza e carnale passionalità, senza risparmiarsi nulla, neanche i gesti più estremi, lasciando un segno indelebile nelle vite che ruotano intorno alla sua come satelliti.

Raccontando Modesta e la sua esistenza appassionante, l’autrice tocca le tematiche più disparate e delicate, dalla politica alla guerra, dalla disabilità alla famiglia allargata, dalla sessualità nelle sue varie sfumature al delitto e alla violenza, senza alcun artificio o sovrastruttura.

Tu sei sempre bella! Ed è vera bellezza anche quando non sorridi》

《No, tu sei più bella, sempre》

E va bene. Vieni su di me e ci mischiamo e facciamo una sola bellezza》

Erotismo che prorompe da un semplice dialogo, più vivido di chissà quante pagine piene di descrizioni esplicite.

È ciò che colpisce e innamora di L’Arte della Gioia: la scrittura è come un frutto fragrante e maturo in un’estate rovente, lo mordi e ti esplode tra i denti, scivolandoti dappertutto lussurioso. Riesco a descrivere la mia impressione solo così. E capisco che un’arte tanto dirompente e selvatica abbia messo in allarme un certo mondo letterario ancora bigotto e preda dei pregiudizi. Soprattutto provenendo quest’arte da una donna.

Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo l’amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare.

Personalmente sono stata conquistata dalla naturalezza disarmante con cui Goliarda Sapienza ha parlato della bisessualità di Modesta: nessun giudizio, nessuna cervellotica analisi, Modesta ama e basta, tanto gli uomini quanto le donne, li desidera con la medesima passione, non si pone problemi di genere.

Sono donna, e per me la normalità è amare l’uomo e la donna.

È così, Modesta, libera e liberatoria. Viva nella maniera più piena.

Potrei parlare all’infinito di L’Arte della Gioia e comunque mi sembrerebbe di non averne parlato abbastanza. Probabilmente anche tutto quello che ho scritto in questa mia riflessione vale poco o nulla per descriverne l’essenza. Bisogna leggerlo, punto e basta. E allora non serviranno spiegazioni.

Voglio chiudere con le parole di Angelo Pellegrino, dalla prefazione:

Goliarda scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme.

E il battito cardiaco di L’Arte della Gioia è forte e vigoroso. Pulsa come quel frutto succoso che aspetta di essere morso.

Edizioni Einaudi

Pagine 540

La creatura del desiderio: un libro bizzarro per una bizzarra ossessione

Sono di mese in mese sempre più impaziente di vedere questa creatura del desiderio…》

Bizzarro. È stato l’aggettivo che mi ha risuonato in testa per tutta lettura di questo breve libro. Bizzarra la storia, un po’ bizzarra pure la struttura del libro stesso.

L’autore è quell’ Andrea Camilleri che la maggioranza del pubblico conosce per i gialli del commissario Montalbano e, in questa occasione, si misura con la storia vera di un’ossessione amorosa sfociata in qualcosa di… beh di decisamente bizzarro, lo ribadisco. Nonché inquietante, morboso, aggiungerei anche delirante. Forse persino con un pizzico di genialità.

Si tratta della passione folle che il pittore austriaco Oskar Kokoschka sviluppò per Alma Mahler. Lei, vedova del compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler, amava essere amante e musa degli artisti. Lui, pittore impressionista dallo stile senza regole, veniva definito dai suoi contemporanei selvaggio (ed era l’epiteto più gentile).

Ma la parte interessante della loro vicenda non è tanto la bruciante e controversa relazione che li legò, quanto piuttosto ciò che accadde dopo che le loro strade si separarono.

Alma lasciò Kokoschka e lui, distrutto, partì volontario per la prima guerra mondiale. Una volta tornato, incapace di rassegnarsi, il pittore contattò Hermine Moos, una modista e creatrice di bambole, e le commissionò, con lettere colme di disegni e minuziose istruzioni, una bambola a grandezza naturale con le fattezze di Alma. Più che una bambola, una sorta di feticcio o simulacro della donna, con tanto di genitali femminili, lingua, denti, e fatta di un tessuto che si avvicinasse il più possibile alla consistenza della pelle umana. Il risultato fu grottesco e le foto della bambola sono abbastanza raccapriccianti, ma, sebbene nella propria biografia, Kokoschka tenda a minimizzare sulla faccenda, pare che per un po’ abbia persino portato la bambola in società, presentandola agli amici, e che ne abbia anche fatto la propria modella. Se infatti la vera Alma gli ispirò il celebre dipinto La sposa del vento, il suo doppio è protagonista del quadro Donna in blu.

L’inquietante idillio terminò in modo violento (e un tantino tragicomico), quando Kokoschka decapitò la bambola e la gettò nuda in giardino. Essendo la bambola sporca di vino, venne scambiata dal postino per un vero cadavere ed intervenne la polizia, che poi chiarì l’equivoco.

Ammetto che ho trovato un po’ confuso l’approccio scelto da Camilleri nel narrare questa storia incredibile. All’inizio si può pensare di trovarsi di fronte a un saggio che riporta in modo classico e puntuale l’incontro e l’evoluzione del rapporto tra Kokoschka e Alma, poi però si passa a una sorta di ricostruzione romanzata della convivenza tra il pittore e la bambola, in cui l’autore ha creato i dialoghi estrapolando i testi da alcune opere teatrali scritte da Kokoschka stesso, I bambini sognanti e Assassino, speranza delle donne.

Personalmente ho preferito la seconda parte, più immersiva e intrigante.

In definitiva questo probabilmente non è uno dei migliori libri di Camilleri, ma ha in sé un certo fascino un po’ oscuro ed è una lettura godibile e perfetta magari per un pomeriggio piovoso, in cui sarà anche più facile immergersi nelle sue atmosfere morbose e cupe.

Oskar: 《Quanto ti ho aspettata nelle mie sere blu, solo, su questa coperta… Quanto ho desiderato di risentire le oscure parole della tua pelle…》

Alma: 《Eccomi tutta a te, carezzami con le tue mani rosse…》

Oskar: 《Mi piacerebbe passeggiarti nel sangue》

Edizioni Skira

Pagine 144

L’Arminuta: il mare senza approdi dell’abbandono

… oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Sono figlia unica, cresciuta in una casa molto grande, con tanto spazio a disposizione e una solitudine tutta mia che non mi è mai dispiaciuta. E ho avuto una madre – purtroppo già da molto tempo perduta- a cui mi legava una complicità profonda.

Stando a queste premesse, credo sia facile comprendere lo sconvolgimento interiore che mi ha procurato L’Arminuta. Una storia in cui all’inizio si entra confusi e sconcertati, quasi quanto la giovanissima protagonista, e poi via via se ne viene catturati, in un susseguirsi di onde emotive, che a volte travolgono, a volte schiaffeggiano, a volte restituiscono relitti a cui aggrapparsi.

Il mondo che avevo conosciuto precipitava intorno, pezzi di cielo si abbattevano su di me come scenografie leggere.

Come ci si può sentire, a soli tredici anni, nello scoprire che i propri genitori in realtà sono cugini di quelli veri? E nel venire rispediti alla famiglia originaria come un pacco, senza alcuna spiegazione, ritrovandosi in una vita del tutto diversa?

Me lo sono chiesto e non ho trovato risposta, solo smarrimento e impotenza.

L’arminuta (in dialetto abruzzese significa ritornata) passa dall’essere una figlia unica che frequenta corsi di danza e nuoto e va alle feste con le amiche, ad una casa povera, affollata di fratelli, dove regnano metodi violenti e per lo più rozzi e ignoranti. Traumatico, anche per il lettore.

In questa storia gli adulti non ne escono bene. A parte alcune figure a margine, come l’insegnante o la signora Bice, ci si trova di fronte a uomini e donne incapaci di comunicare, di assumersi la responsabilità di affrontare una bambina. Fa riflettere, questo libro, sull’egoismo di certi adulti, su quanto spesso si tende a scordare che i figli non hanno chiesto di essere messi al mondo, e che avendoli voluti e fatti nascere si ha il dovere di pensare ai loro diritti prima che ai nostri.

In contrapposizione a questi adulti così manchevoli, la trama delinea personaggi di grande impatto tra i fratelli della protagonista. Dal piccolo Giuseppe, con una forma di ritardo mentale, per cui lei avrà da quasi subito e per sempre un debole e un istintivo senso di protezione, al selvaggio e ribelle Vincenzo, con cui nasce un’attrazione che sfiora l’incesto. A lui sono dedicate alcune delle pagine più struggenti. E poi la sorella, minore di pochi anni, Adriana, il personaggio che più colpisce e conquista.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.

Adriana, così forte e così matura, così tenace, sempre paragonata a una gatta. Il suo rapporto con la sorella è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere. Una piccola boa che non affonda nel mare in tempesta.

Continuo a citare il mare perché in effetti la scrittura di Donatella Di Pietrantonio mi fa pensare all’acqua, in certi momenti dura, in altri dolce. Di certo ha il dono del saper raccontare. Sembra scontato in uno scrittore ma non lo è.

Ed è un mare oscuro il suo racconto. Un mare senza approdi, l’abbandono. Un moto ondoso inquietante l’assenza di risposte, di una vera appartenenza. Del sentirsi voluti. È un naufragio la parola madre, quando perde il suo significato. Si è destinati a non ritrovarsi più davvero.

Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. (…) Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.

Onda su onda, fino a due bambine che si ancorano l’una all’altra al limite delle acque sicure.

Nella complicità ci siamo salvate.

Edizioni Einaudi

Pagine 162

Garcia Lorca: Federico è tutti

Si deve sognare. Povero colui che non sogna, poiché non vedrà mai la luce…

Agosto è il mese in cui il genio del grande Federico Garcia Lorca è stato spento. Come si spegne una stella troppo brillante e bella. Il giorno preciso non si conosce, gli studiosi restano tuttora indecisi tra il 17, il 18 e il 19. Poco importa, alla fine. La vita di Federico si è fermata alle prime luci di un’alba d’estate del 1936, pare vicino a un vecchio ulivo nei pressi della Fuente Grande, l’antica Ainadamar o Fontana delle lacrime, a poca distanza da Viznar.

Gabriele Morelli lo racconta nell’ultimo capitolo della bella biografia dedicata al poeta e drammaturgo andaluso. Pagine che non si vorrebbero leggere, che fanno male. Soprattutto dopo averne percorso la breve, tormentata esistenza, ricostruita con scrupoloso rispetto da Morelli, attraverso carteggi epistolari, diari e aneddoti di Federico stesso e delle persone vissute accanto a lui.

《Il mio giardino è il giardino delle possibilità, il giardino di ciò che non è, ma avrebbe potuto (e talora) avrebbe dovuto essere, il giardino delle teorie che passarono senza essere viste e dei bambini che non sono nati》

Così scriveva Federico nel 1923 ad un paio di amici. Controverso, fragile Federico, che dietro la facciata carismatica e brillante, celava un carattere complesso e drammatico, l’ossessione della paura della morte e tormenti interiori legati alla sua vita sentimentale e al suo bisogno di amore.

Ana Maria Dalì (sorella del grande Salvador, che fu legato a Lorca da un appassionato e conflittuale rapporto di amicizia e forse non solo) racconta di come, quando Federico cantava, suonava o recitava poesie, “la bocca e gli occhi splendevano in modo così straordinario che era impossibile restare indifferenti al magnetismo che emanava la sua persona. La sua voce era di un incanto particolare e la sua presenza, così come fa il cigno nel lago, illuminava quanto era intorno”.

Tanti, da Pablo Neruda a Bunuel sottolineano la grande forza di attrazione che esercitava. Significativo però ciò che scrive il poeta sivigliano Vicente Aleixandre: “(…) andava e veniva davanti ai suoi amici con qualcosa del genio alato che dispensa grazia, che rende felice un momento e poi fugge come fa la luce. (…) io amo a volte ricordare in solitudine un altro Federico, un’immagine che non tutti hanno visto: il nobile Federico della tristezza, l’uomo della solitudine e della passione che all’apice della sua vita di successo difficilmente si poteva indovinare. (…) Il suo cuore non era certo felice. (…) Amò molto, qualità che alcune persone superficiali non gli vollero riconoscere. E soffrì per amore, ciò che probabilmente nessuno seppe.

La biografia studia con cura tutto il percorso artistico di Lorca, da quello poetico a quello drammaturgico. In particolare ho amato l’approfondimento della passione che Federico nutriva per il teatro. La Barraca, la compagnia itinerante con cui girò la Spagna portando l’arte teatrale ai contadini e alla gente semplice dei piccoli villaggi, rappresenta ancora oggi un esempio di genuino amore per questa forma artistica e l’impegno entusiasta nel condividerla.

La Barraca è per me tutta la mia opera, l’opera che mi interessa, che mi esalta ancor più della mia opera letteraria, poiché per essa ho molte volte trascurato di scrivere un verso o di concludere una commedia (…) per lanciarmi attraverso le terre di Spagna, in una di queste stupende peregrinazioni del “mio teatro”.

Le rappresentazioni della Barraca erano sempre gratuite e i componenti della compagnia, in genere studenti universitari, lavoravano gratis.

Qui non esistono né primi né secondi attori; non si ammettono divi.

Lorca viaggiava e lavorava con i suoi ragazzi vestito di una semplice tuta da operaio. Metteva tutto se stesso nell’impresa, curando regia, scenografie, musiche, ogni aspetto degli allestimenti. Con l’intima soddisfazione di ricevere in cambio grandi emozioni, come illustra questo suo prezioso ricordo di una sera di pioggia.

Ricordo di aver vissuto ad Almazan una delle emozioni più intense della mia vita. Rappresentavamo all’aperto “La vida es sueño”. Cominciò a piovere. Si udiva solo il rumore della pioggia che cadeva sul palco, i versi di Calderon e la musica che li accompagnava, e tutt’intorno l’emozione dei contadini.

Una biografia, quindi, quella firmata da Morelli, che ricostruisce l’artista mostrandone anche i conflitti di uomo e la straordinaria sensibilità, che lo ha fatto vivere in maniera tanto viscerale e profonda. Il racconto necessario di una vita e di un destino, per poterne comprendere appieno le luci e le ombre, il genio, il crudele assassinio. Per non dimenticare, si potrebbe aggiungere, ma Federico Garcia Lorca è impossibile da scordare.

E se la morte è la morte che ne sarà dei poeti e delle cose addormentate che nessuno più ricorda?

Federico dorme ma il suo fuoco creativo seguita a bruciare in ogni emozione che le sue parole sanno trasmettere, in ogni sogno che alimentano e accendono.

Come sta scritto su una stele di pietra lungo la strada per Alcafar, là dove da qualche parte ancora giacciono mai trovate le sue spoglie, Lorca eran todos.

Lorca era tutti.

Tutti gli uomini uccisi durante la guerra civile. Tutti coloro che sono sepolti con lui a Viznar.

Federico è nella polvere, nell’erba, nel vento, nella pioggia.

Voglio dormire un momento,/ un momento, un minuto, un secolo;/ ma tutti sappiamo che non sono morto;/ che c’è una stalla d’oro sulle mie labbra;/ che sono il piccolo amico del vento dell’Ovest;/ che sono l’ombra immensa delle mie lacrime

Federico È tutti. Anche ora. Adesso. È tutti noi che aspiriamo al sogno.

Edizioni Salerno Editrice

Pagine 315

Versi tratti dai poemi Cancion otonal e Gacela de la muerte oscura