La Canzone di Achille: c’era una volta un uomo qualunque che amava un eroe

Dimmi il nome di un eroe che è stato felice.

Ricordo che era notte quando ho terminato La canzone di Achille. Oggi, in questi giorni particolari di quarantena, ho la lacrima piuttosto facile, ma in quei tempi non sospetti, qualche mese fa, ero ancora tutta d’un pezzo e molto raramente una storia d’amore arrivava a farmi piangere sul serio. Eppure con le ultime pagine di questo libro è successo. Lì nel buio, sola con la luce del tablet e la voce narrante, la commozione mi ha sorpresa, davanti a un gesto inatteso, che non avevo calcolato.

Qualcuno si potrebbe chiedere cosa ci possa essere di inatteso nella storia di Achille e Patroclo, dato che si sa bene come va a finire. Ma, in effetti, la bravura di un buon scrittore può stare anche nel prendere una storia nota, rivisitata mille volte, e narrarla da un punto di vista nuovo o comunque differente. E Madeline Miller, a mio avviso, ha fatto esattamente questo.

Vi sono da sempre opinioni controverse sulla vera natura del rapporto tra Achille e Patroclo: l’autrice ha scelto di raccontarli come innamorati e, nonostante la presenza di tutti gli elementi classici del mito – divinità, creature mitologiche ed eroi – la vicenda risulta molto umana e vera.

Forse perché umana e vera è la voce narrante di Patroclo, nato figlio di re ma fondamentalmente un ragazzo qualunque. Impossibile per lui evitare di innamorarsi dello straordinario Achille, semidio bellissimo e inarrivabile. Facile per il lettore empatizzare con le sue emozioni e le sue paure, mettersi nei suoi panni: come si ama qualcuno di tanto superiore, dal carattere complicato e impetuoso, destinato a diventare un eroe da leggenda, con per madre una terrificante ninfa del mare che disapprova questo amore?

Un’impresa difficile. Incredibile, insuperabile Achille, ma è a Patroclo che ci si affeziona sinceramente, dolce, inadeguato, lui che sa di non voler essere un soldato e come un soldato morirà. Si partecipa al suo amore, che sboccia adolescente e incerto, quando i due giovani sono ancora studenti, fino a diventare solido e maturo, durante l’assedio di Troia, dove Patroclo sarà per Achille un compagno fedele e paziente, tra gli alti e bassi tipici di un legame coniugale. Madeline Miller lo descrive con delicatezza e trasporto sinceri che coinvolgono e scaldano. Tutto ha un sapore autentico, anche gli altri personaggi, fra i quali spicca un indimenticabile Odisseo.

Ma Patroclo è davvero, alla fine, un uomo qualunque?

Non dovevo guadagnarmi l’immortalità con la guerra. Mi accontentavo della pace.

Lui si crede tale, ma no, non lo è. Per certi versi saprà dimostrare più carattere del suo (quasi) invincibile amante. Di certo chiunque lo incontra e lo legge non può rimanere indifferente al suo cuore e alla sua capacità di conoscere Achille, nel bene e nel male, come solo qualcuno che ama davvero può fare.

Insomma, se volete emozionarvi e rivivere una storia conosciuta con occhi nuovi, ve lo consiglio. Sì, sapete già come finisce, ma, credetemi, c’è più di quel che vi aspettate.

Le loro mani si incontrano e la luce si riversa inondando ogni cosa, come cento urne d’oro che, aperte, fanno uscire il sole.

Edizione 2019 Marsilio, Collana economica Feltrinelli

Traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini

Pagine 382

Rent 2020: l’Amore e la Bellezza esistono, li ho visti riempire un teatro

Viviamo in un periodo scoraggiante, in cui dilagano odio, pregiudizio, paura. A volte la sfiducia, la voglia di non credere più in un mondo diverso prevalgono…

Poi arriva una serata come quella del 3 febbraio 2020 al Teatro Duse di Bologna. Un evento unico che travolge emozioni e dubbi con tutta la sua colorata, vibrante energia. E di colpo la Bellezza e l’Amore diventano di nuovo possibili.

Rent 2020 non è stato solo la celebrazione di un’epoca e di uno spettacolo storico, con uno sguardo affettuoso a come eravamo, ma ha parlato anche al nostro presente e soprattutto al futuro, che può ancora cambiare, che è ancora da raccontare, sognare, costruire.

La poesia si è alternata alla gioia, la commozione alle risate, i ricordi ai sogni. Su tutto ha trionfato un senso profondo di coesione e lo spirito della vie boheme si è propagato come un’onda per tutto il teatro.

Eravamo tanti, tantissimi. Quelli che c’erano vent’anni fa, al debutto italiano di Rent e che hanno vissuto e accompagnato lo spettacolo nel suo percorso. Quelli che non c’erano e magari, come me, hanno imparato ad amare Rent e i suoi personaggi attraverso il film.

Tutti fantastici e appassionati gli artisti sul palco, lì a loro spese, animati dal puro desiderio di condividere emozioni. Colpevolmente molti non li conoscevo, mentre altri, tra cui la sempre incredibile Francesca Taverni e il grande Cristian Ruiz, sono performer che seguo e apprezzo da tempo.

Per fortuna o destino, proprio Cristian Ruiz vestiva i panni sgargianti di Angel, il personaggio di Rent che più amo, quello per cui, a ogni visione del film, ho sempre consumato un sacco di fazzoletti. Le lacrime sono arrivate anche questa volta, lacrime diverse, speciali, perché Angel non solo è tornato a vivere – più che mai!- ma ha fatto vivere e esplodere di gioia ed energia tutti noi. La quarta parete si è dissolta, palco e platea si sono mescolati. Un momento straordinario.

Un momento che non dovrebbe durare solamente lo spazio di una notte, di un ricordo. Dovremmo avere la capacità di portarne l’essenza con noi, di renderla nostra.

In questi vent’anni tanti passi avanti sono stati fatti contro l’Aids, contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, contro le chiusure mentali, la disinformazione e il bigottismo, ma le barriere da abbattere restano ancora molte, troppe. Servono la tenacia e l’ispirazione con cui Jonathan Larson ha creato Rent e l’audacia con cui Nicoletta Mantovani lo ha portato in Italia. Abbiamo bisogno di questo tipo di creatività coraggiosa, di qualcuno che non tema le sfide. Dobbiamo svegliarci, crescere, smettere di avere paura, scrollarci di dosso il peso morto dell’ignoranza.

Un evento come Rent 2020 ci ricorda quanto alimentare il cambiamento sia fondamentale, urgente, necessario.

Ancora in preda all’entusiasmo di questa grande serata, mi sto illudendo?

Voglio credere di no. L’Amore e la Bellezza esistono. Io li ho visti riempire un teatro. E se è successo, ci deve essere una speranza. Per l’Arte, per la società. Per chi c’era, per chi non c’è più, per chi ci sarà.

#notdaybuttoday

(Fotografie di Luca Bazzi)

Sentinella della pioggia: la vita è un grande fiume e a volte esonda portandoci via

Perché quel “solo noi quattro” suonava così rassicurante e sinistro?

Curioso il mio incontro con questo libro. Lo avevo appena preso, a istinto, come faccio quasi sempre, attratta dalla copertina e incoraggiata dalla casa editrice, che di solito pubblica titoli che apprezzo. Ed ecco che mi capita di leggere per puro caso una recensione che lo demolisce del tutto, definendolo noiosissimo e lento. Lì per lì ci sono rimasta un po’ male, ma di base mi faccio influenzare dalle recensioni solo fino a un certo punto e… per farla breve, dato che, come sosteneva una persona a me molto cara, non tutti i gusti sono alla menta, è andata a finire che io invece l’ho divorato d’un fiato, in una sola sera, incapace di staccarmi dalla storia.

Una storia di per sé piuttosto classica, la tipica vicenda di una famiglia (in questo caso francese) con rapporti più o meno irrisolti, che si ritrova a doverli affrontare costretta dagli eventi. Un figlio che si è costruito una vita dall’altra parte dell’oceano e non ha mai veramente parlato con il padre della propria omosessualità. Una figlia con un matrimonio difficile, che non ha mai superato davvero un trauma del passato. Una madre americana, bellissima e poco empatica. Un padre più connesso con gli alberi, il suo mestiere, il suo grande amore, che con i propri congiunti. La morte di una zia di cui non si parla e che genera sensi di colpa. Cose non dette, ferite non rimarginate, rapporti bloccati dalla distanza e dai silenzi. Una trama già nota, in effetti, ma come ben sa chi ama leggere, spesso in un libro più del “cosa” conta il “come”. E in questo caso anche il “dove” e il “quando”.

La famiglia protagonista infatti si riunisce, in occasione di un compleanno, a Parigi, proprio quando la pioggia incessante e torrenziale provoca una catastrofica esondazione della Senna. E questo è proprio ciò che mi ha tenuta incollata alle pagine sino alla fine. Tatiana De Rosnay mi ha fatto sentire la pioggia fin nelle ossa, quella pioggia che non smette, tanto che persino la respiri. E poi l’attesa, la sensazione di catastrofe incombente, la Senna che invade Parigi mentre la famiglia Malegarde è alle prese con sé stessa e con l’improvviso, grave malore che colpisce uno dei suoi componenti. Una metafora neppure molto nascosta ma efficace: la vita a volte esonda, ci sommerge, allagando i nostri luoghi oscuri, sfrattandoci dalle zone di conforto, portando a galla ciò che volevamo scordare. E questo si ricollega all’altro punto forte della trama: alla storia principale, capitolo dopo capitolo, si intrecciano frammenti di un misterioso racconto legato al passato che solo alla fine rivelerà il proprio significato.

Insomma, a me è piaciuto. Tra l’altro è una lettura tristemente perfetta proprio per questi giorni, in cui l’Italia è flagellata dal maltempo e città come Venezia e Matera sono devastate dall’acqua. Questo libro racconta in modo veramente realistico il dramma di un’inondazione in una grande città (davvero impressionante la parte che descrive l’evacuazione dell’ospedale in cui è ricoverato uno dei personaggi). Catartico, forse, o una maniera in più per comprendere meglio.

A quanto pare la pioggia è diventata parte integrante della sua vita. E se il cielo restasse eternamente bagnato e grigio? E se il sole non apparisse mai più?

Edizione agosto 2019 La Nave di Teseo

Traduzione di Tiziana Lo Porto

Pagine 311

Miss Islanda: alla ricerca di uno spazio in cui essere liberi

Metto la macchina da scrivere sul tavolo e inserisco un foglio. Impugno la bacchetta del direttore d’orchestra. Posso accendere una stella nel firmamento nero. Posso anche spegnerla. Il mondo è una mia invenzione.

E Miss Islanda racconta proprio questo : il bisogno di inventare un nuovo mondo, di crearsi uno spazio in cui poter essere liberi, se stessi, anche soltanto immaginare un luogo della mente in cui trovare respiro.

Lo stile è asciutto ed essenziale, nordico, e ben si accorda con la personalità della voce narrante, Heckla, che ha il nome di un vulcano, e si trasferisce a Reykjavik decisa ad aprirsi una strada come scrittrice, nell’Islanda di sessant’anni fa, ancora fortemente maschilista e patriarcale.

I poeti erano maschi. Dal che avevo imparato a non svelare a nessuno le mie intenzioni.

Heckla porta i pantaloni, dà alla gatta un nome maschile, ammette serenamente di desiderare gli uomini per il loro corpo e rifiuta a più riprese di concorrere per il titolo di Miss Islanda. Soprattutto osserva, da scrittrice autentica, offre poco di sé ma registra con lucidità chi e cosa le sta intorno.

Più fragili e viscerali i suoi amici, ancora più difficile per loro inventarsi un mondo su misura.

Isey, sposata e madre di una bambina piccola, subisce il mondo altrui e ha il terrore di avere tanti figli. Unica via di fuga in un diario, su cui scrive quasi sentendosi in colpa. La sua lotta interiore contro la rassegnazione a una vita ormai prestabilita è toccante, come quando riconosce nella vicina di casa la propria solitudine.

… ho notato che anche la donna stava lì alla finestra della cucina e guardava fuori nel buio. Mi è sembrato che avesse un’espressione molto molto triste. Mi sono vista specchiata nel vetro e anche lei si è specchiata nel vetro di casa sua, due donne insonni, e per un attimo le immagini dei nostri visi si sono sovrapposte e ho avuto come l’impressione che lei fosse nella mia cucina e io nella sua, riesci a farti un’idea della balordaggine che c’è in me?

E poi Jón John, il personaggio che più ho amato. Costretto a fare il marinaio per vivere ma con l’intimo sogno di realizzare costumi per i musical. Il mondo che vorrebbe inventarsi è quello in cui un ragazzo come lui possa liberamente amare altri ragazzi. Non lo crede possibile e si autodefinisce invertito, consumato dall’amara convinzione di non poter vivere la propria sessualità e voglia di amare alla luce del sole.

Conosco diecimila sentimenti, connessi con il vuoto.

Il suo rapporto con Heckla è profondo e delicato quanto lui e probabilmente rappresenta anche il sentimento più vero che lei stessa abbia mai provato. Di certo, a modo loro, si amano e si sostengono. Jón John non crede in se stesso eppure crede in Heckla.

Anche se nel mondo non c’è spazio per un finocchio, Heckla, c’è però spazio per una scrittrice.

Ci si affeziona a questi personaggi, ci si chiede cosa ne sarà di loro. Io non sono riuscita ad abbandonarli e ho divorato il libro in una sera, conquistata.

Il finale può sorprendere o meno, dipende dal punto di vista soggettivo del lettore: la linea che separa e al contempo unisce i sogni e i compromessi può essere molto sottile. Sicuramente l’intera storia offre uno spunto per riflettere su quante cose siano cambiate in sei decenni e quante, dopotutto, non siano poi molto diverse. In ogni caso, oggi, come allora, quel che conta è continuare a battersi, anche fallendo ma mai rinunciando, per quel luogo in cui potremo essere veramente e totalmente noi stessi.

Non posso mollare la presa. Scrivere. È questo che mi tiene ancorata alla vita. Non ho nient’altro. Tutto quello che ho è l’immaginazione.

Edizione settembre 2019: Einaudi

Pagine: 208

Traduzione di Stefano Rosatti

La storia di un matrimonio: siamo uccellini rossi che tentano di liberarsi

… le persone sono un’illusione ottica, compresa quella che amiamo.

Leggo e non riesco a smettere. E mentre leggo, continuo a chiedermi chi sia davvero Holland Cook. Cosa provi, cosa voglia.

Il lettore di La storia di un matrimonio non ha mai un vero contatto con Holland. Di lui viene a sapere solo ciò che la moglie Pearlie e gli altri personaggi presumono dei suoi sentimenti e dei suoi desideri.

A Pearlie le zie di Holland hanno consigliato di preoccuparsi del suo sangue cattivo e del suo cuore inverso. Ed ecco che Pearlie si ingegna a proteggere il marito e questo suo cuore diverso dagli altri, per evitargli qualsiasi tipo di stress. Ma a ben vedere non c’è traccia, nella sua ricostruzione dei fatti, di un reale confronto in proposito con Holland.

Poi dal passato di Holland riemerge Buzz Drumer, che svela a Pearlie verità inaspettate e spiazzanti sul marito. E lei, pur essendone sconvolta e turbata, è disposta a stravolgere la propria esistenza solo sulla base di quanto le racconta Buzz, senza, di nuovo, parlarne con il diretto interessato. Anche nei momenti in cui scorge qualcosa negli occhi o nelle intenzioni di Holland, un punto di domanda, una richiesta, un tentativo di aprirsi, Pearlie non raccoglie, non capisce, interpreta a distanza. Anche Buzz dichiara spesso di sapere cosa Holland voglia, quali siano le sue scelte, ma il lettore non assiste mai realmente a un dialogo fra i due uomini, ha solo la versione di Buzz. Holland resta un attore non protagonista della propria stessa storia.

Crediamo di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vita è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi e ci abbiamo creduto.

Fantastico il lavoro psicologico che Andrew Sean Greer fa sui personaggi, Holland compreso, in un gioco di sottrazione che avvolge anche chi legge in una rete di dubbi, supposizioni e poche certezze ingannevoli. Lo avevo scoperto e amato molto con Less e questa sua opera precedente è un’altra piacevolissima avventura nell’animo umano. Così come in Less, anche qui colgo un respiro di delicata tenerezza nei confronti dei protagonisti e dei loro sforzi spesso fallimentari di far combaciare la loro percezione della realtà con la realtà altrui e quella oggettiva. Greer è molto bravo a ricordarci quanto possa essere distorto lo specchio attraverso cui misuriamo noi stessi e il prossimo. Aggiunge anche un contesto storico ben ricostruito, che si trascina dietro le conseguenze di una guerra e già fa i conti con un’altra, con le questioni razziali e politiche. Le fragilità dei suoi personaggi affondano le radici anche in questo.

L’oggetto del nostro amore esiste soltanto per frammenti, una decina se la storia è appena cominciata, un migliaio se lo abbiamo sposato, e con questi frammenti il nostro cuore fabbrica una persona intera. Ciò che creiamo, supplendo alle lacune con l’immaginazione, è l’uomo che vorremmo.

Leggo quasi tutto d’un fiato e mi resta impressa nella mente l’immagine dei guanti bianchi che Buzz regala a Pearlie: sul palmo c’è ricamato un uccellino rosso che pare appena catturato. Lo immagino muoversi ogni volta che lei stringe il pugno o rilassa le dita. Forse, a seconda dei movimenti, potrà sembrare che l’uccellino rosso provi a liberarsi e spiccare il volo. Forse è così per tutti noi, con la nostra gabbia mentale di illusioni, paure, intenzioni inespresse, supposizioni. Quelle cose che vorremmo dire e non diciamo, quelle che non vogliamo sentire o vedere, le maschere che indossiamo o mettiamo agli altri. Prigioni da cui forse potremmo volare via, dipende se vogliamo stringere il pugno o rilassare le dita.

Se è alla vostra portata, scegliete l’estasi; se appena potete scegliete l’amore. […] La pazzia non c’entra. Forse, nelle nostre vite ordinarie, è l’unico vero gesto di poesia.

(Editore: Adelphi

Traduzione di Giuseppina Oneto

Pagine 224 )

Just Kids: vissero d’arte, vissero d’amore

Oh, fagli una foto》 disse la donna al suo amato marito. 《Penso che siano degli artisti》

Oh, avanti》 fece lui scrollando le spalle. 《Sono soltanto ragazzini》

In una mattina di marzo del 1989, una donna si alza e sente che nel mondo è venuto a mancare qualcosa. Lui non c’è più. In tv trasmettono la Tosca di Puccini e arriva la telefonata, la conferma di una verità che l’anima già conosceva. Lui davvero se n’è andato.

In quel momento Tosca attaccava la grande aria Vissi d’arte. “Vissi d’arte, vissi d’amore”. Ho chiuso gli occhi e intrecciato le mani. La provvidenza aveva decretato in quale modo gli avrei detto addio.

Lui era Robert Mapplethorpe, la donna è Patti Smith e così inizia Just Kids, il memoir in cui la celebre cantante racconta la sua storia d’amore, amicizia e affinità elettiva, con l’indimenticabile, controverso e geniale fotografo.

Come testimoniano le immagini presenti in questo articolo, pubblicate proprio da Patti Smith su Instagram, ieri – 23 ottobre 2018 – è uscita una nuova bellissima edizione illustrata del libro.

In qualsiasi versione, vecchia o nuova, io vi invito comunque a leggerlo. Perché?

Perché dentro c’è l’Arte. Quella dell’epoca mitica di Wharol, della Factory, di Jim Morrison e Janis Joplin, dei giorni del Chelsea Hotel, le vite consumate in fretta come fiammate troppo brillanti per durare, le lunghe notti a creare e a ispirarsi a vicenda nei loft. Quella visione speciale del mondo che solo loro, allora, potevano cogliere.

… lui sollevò lo sguardo e disse: 《Patti, l’arte si è impossessata di noi?》 […] 《Non lo so, Robert. Non lo so》

Forse era andata così, ma chi avrebbe potuto pentirsene? Soltanto un folle avrebbe potuto pentirsi di essersi lasciato possedere dall’arte; oppure un santo.

E soprattutto va letto perché racconta la storia di una ragazza innamorata di Rimbaud e di un ragazzo che preferiva scegliere colori che nessuno avrebbe scelto.

Di quello che è stato un vero Amore. L’amore che va oltre ogni legame tradizionale, oltre l’orientamento sessuale o le convenzioni. Prima amanti e conviventi, poi amici con vite separate, Patti e Robert hanno mantenuto un vincolo emotivo unico e particolare, fra due anime gemelle che si sono sempre riconosciute e comprese e che hanno condiviso il mistero sacro dell’essere artisti.

Il marito stesso di Patti, davanti ai ritratti di lei realizzati da Robert, disse :《Non so come ci riesce, ma in tutte le sue fotografie tu sembri lui》.

Patti Smith narra di se stessa e di Mapplethorpe con estrema generosità e grande trasporto: ogni ricordo ha il calore intimo della vera emozione e la profondità dei sentimenti traspare tangibile, concreta. Giunti alla fine si prova il bisogno di ringraziarla per averci aperto uno spiraglio su una parte così personale della sua vita, donandosi con tanta sincerità.

Come molti altri negli anni Ottanta, Robert Mapplethorpe è morto di AIDS e Patti è stata onesta sino in fondo anche sul dolore di quei giorni. Le pagine in cui ripercorre la malattia, gli ultimi incontri, le riflessioni sul distacco imminente, l’impossibilità di impedire l’inevitabile, sono di struggente bellezza.

Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. […] … e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert.

Vennero le parole e poi una melodia.

La melodia in questione è il breve, delicato Memorial Tribute ( Little emerald bird), che ancora oggi la cantante intona con la voce che si incrina e la cui malinconica dolcezza fa sempre un po’ stringere il cuore.

Scelgo però di chiudere con queste parole di Patti concepite mentre vegliava Robert malato e addormentato.

Ho imparato a guardare attraverso i tuoi occhi e non ho mai scritto un verso né disegnato una curva che non muovesse dalla consapevolezza di essermi ispirata agli attimi preziosi trascorsi insieme. […] … di tutte le tue opere, tu sei la più meravigliosa. L’opera più meravigliosa di tutte.

Vissero d’arte. Vissero d’amore.

(Fotografie di Patti Smith

Edizione italiana Feltrinelli

Traduzione di A.Mari

Pagine 319)

Garcia Lorca: Federico è tutti

Si deve sognare. Povero colui che non sogna, poiché non vedrà mai la luce…

Agosto è il mese in cui il genio del grande Federico Garcia Lorca è stato spento. Come si spegne una stella troppo brillante e bella. Il giorno preciso non si conosce, gli studiosi restano tuttora indecisi tra il 17, il 18 e il 19. Poco importa, alla fine. La vita di Federico si è fermata alle prime luci di un’alba d’estate del 1936, pare vicino a un vecchio ulivo nei pressi della Fuente Grande, l’antica Ainadamar o Fontana delle lacrime, a poca distanza da Viznar.

Gabriele Morelli lo racconta nell’ultimo capitolo della bella biografia dedicata al poeta e drammaturgo andaluso. Pagine che non si vorrebbero leggere, che fanno male. Soprattutto dopo averne percorso la breve, tormentata esistenza, ricostruita con scrupoloso rispetto da Morelli, attraverso carteggi epistolari, diari e aneddoti di Federico stesso e delle persone vissute accanto a lui.

《Il mio giardino è il giardino delle possibilità, il giardino di ciò che non è, ma avrebbe potuto (e talora) avrebbe dovuto essere, il giardino delle teorie che passarono senza essere viste e dei bambini che non sono nati》

Così scriveva Federico nel 1923 ad un paio di amici. Controverso, fragile Federico, che dietro la facciata carismatica e brillante, celava un carattere complesso e drammatico, l’ossessione della paura della morte e tormenti interiori legati alla sua vita sentimentale e al suo bisogno di amore.

Ana Maria Dalì (sorella del grande Salvador, che fu legato a Lorca da un appassionato e conflittuale rapporto di amicizia e forse non solo) racconta di come, quando Federico cantava, suonava o recitava poesie, “la bocca e gli occhi splendevano in modo così straordinario che era impossibile restare indifferenti al magnetismo che emanava la sua persona. La sua voce era di un incanto particolare e la sua presenza, così come fa il cigno nel lago, illuminava quanto era intorno”.

Tanti, da Pablo Neruda a Bunuel sottolineano la grande forza di attrazione che esercitava. Significativo però ciò che scrive il poeta sivigliano Vicente Aleixandre: “(…) andava e veniva davanti ai suoi amici con qualcosa del genio alato che dispensa grazia, che rende felice un momento e poi fugge come fa la luce. (…) io amo a volte ricordare in solitudine un altro Federico, un’immagine che non tutti hanno visto: il nobile Federico della tristezza, l’uomo della solitudine e della passione che all’apice della sua vita di successo difficilmente si poteva indovinare. (…) Il suo cuore non era certo felice. (…) Amò molto, qualità che alcune persone superficiali non gli vollero riconoscere. E soffrì per amore, ciò che probabilmente nessuno seppe.

La biografia studia con cura tutto il percorso artistico di Lorca, da quello poetico a quello drammaturgico. In particolare ho amato l’approfondimento della passione che Federico nutriva per il teatro. La Barraca, la compagnia itinerante con cui girò la Spagna portando l’arte teatrale ai contadini e alla gente semplice dei piccoli villaggi, rappresenta ancora oggi un esempio di genuino amore per questa forma artistica e l’impegno entusiasta nel condividerla.

La Barraca è per me tutta la mia opera, l’opera che mi interessa, che mi esalta ancor più della mia opera letteraria, poiché per essa ho molte volte trascurato di scrivere un verso o di concludere una commedia (…) per lanciarmi attraverso le terre di Spagna, in una di queste stupende peregrinazioni del “mio teatro”.

Le rappresentazioni della Barraca erano sempre gratuite e i componenti della compagnia, in genere studenti universitari, lavoravano gratis.

Qui non esistono né primi né secondi attori; non si ammettono divi.

Lorca viaggiava e lavorava con i suoi ragazzi vestito di una semplice tuta da operaio. Metteva tutto se stesso nell’impresa, curando regia, scenografie, musiche, ogni aspetto degli allestimenti. Con l’intima soddisfazione di ricevere in cambio grandi emozioni, come illustra questo suo prezioso ricordo di una sera di pioggia.

Ricordo di aver vissuto ad Almazan una delle emozioni più intense della mia vita. Rappresentavamo all’aperto “La vida es sueño”. Cominciò a piovere. Si udiva solo il rumore della pioggia che cadeva sul palco, i versi di Calderon e la musica che li accompagnava, e tutt’intorno l’emozione dei contadini.

Una biografia, quindi, quella firmata da Morelli, che ricostruisce l’artista mostrandone anche i conflitti di uomo e la straordinaria sensibilità, che lo ha fatto vivere in maniera tanto viscerale e profonda. Il racconto necessario di una vita e di un destino, per poterne comprendere appieno le luci e le ombre, il genio, il crudele assassinio. Per non dimenticare, si potrebbe aggiungere, ma Federico Garcia Lorca è impossibile da scordare.

E se la morte è la morte che ne sarà dei poeti e delle cose addormentate che nessuno più ricorda?

Federico dorme ma il suo fuoco creativo seguita a bruciare in ogni emozione che le sue parole sanno trasmettere, in ogni sogno che alimentano e accendono.

Come sta scritto su una stele di pietra lungo la strada per Alcafar, là dove da qualche parte ancora giacciono mai trovate le sue spoglie, Lorca eran todos.

Lorca era tutti.

Tutti gli uomini uccisi durante la guerra civile. Tutti coloro che sono sepolti con lui a Viznar.

Federico è nella polvere, nell’erba, nel vento, nella pioggia.

Voglio dormire un momento,/ un momento, un minuto, un secolo;/ ma tutti sappiamo che non sono morto;/ che c’è una stalla d’oro sulle mie labbra;/ che sono il piccolo amico del vento dell’Ovest;/ che sono l’ombra immensa delle mie lacrime

Federico È tutti. Anche ora. Adesso. È tutti noi che aspiriamo al sogno.

Edizioni Salerno Editrice

Pagine 315

Versi tratti dai poemi Cancion otonal e Gacela de la muerte oscura