Gli Autunnali: lo sguardo della m(ed)usa

E gli autunnali ? Come sono gli autunnali?》chiese Gittani impaziente.

Hai davvero il coraggio di domandarmelo? Gli autunnali siamo noi》.

È stata la copertina a farmi decidere di leggere Gli autunnali. Non conoscevo nulla della trama ma ho visto il titolo, il colore rosso e poi quella foto davvero seducente, una donna stesa a terra che, schermandosi gli occhi con una mano, guarda di tra le dita l’uomo che la sovrasta. Non so di preciso perché ma tutto questo mi ha fatto pensare ad un altro libro, Fantasma d’amore di Mino Milani, e ho scoperto in seguito che questo spontaneo collegamento mentale non era poi tanto ozioso, dato che entrambe le storie si svolgono in autunno e ruotano intorno ad un’ossessione amorosa.

Questo preambolo per dire che a volte un libro ci arriva così, per istinto e per un intreccio casuale di immagini, colori e ricordi. Cosa penserebbe Gittani di tutto ciò? Forse ci tossirebbe sopra.

Chi è Gittani?

L’amico del protagonista, l’unico personaggio che io abbia trovato davvero simpatico, nell’intero libro (oltre al gatto). Il che non rappresenta un fattore negativo. Non sempre i personaggi di un libro devono piacerci, in certi casi il nostro interesse è mantenuto e stimolato proprio da ciò che ce li rende fastidiosi. Tolti Gittani e il gatto, quindi, cosa mi disturba di tutti gli altri e soprattutto del protagonista?

Tante cose e nessuna. Si tratta di una sensazione sotto pelle, di origine non ben identificata. Forse è quel senso diffuso di decadenza emotiva, quella stanchezza generale, il vuoto esistenziale di significati che conduce al cinismo e contro cui mi ribello con energia, nonostante la mia non più verdissima età. Ma, gradevole o no, potevo io non trovare morbosamente affascinante un uomo che si innamora di una fotografia? Potevo non appassionarmi a un’ossessione che sprofonda sempre più in una spirale oscura e autodistruttiva?

Se scrivo una storia d’amore e di fantasmi, posso dare una spiegazione razionale solo ai fantasmi.

Nel libro è citato Guy De Maupassant e vengono in mente anche Poe e Baudelaire e certi vecchi racconti gotici incentrati su donne amate e defunte (non sempre in quest’ordine). E Fantasma d’amore, come dicevo. O ancora Il ritratto di Jennie, dove un pittore ritrae una ragazza e se ne innamora, per poi scoprire che è morta da tempo. Attrazione a tinte fosche, poesia delirante dal sapore rosso profondo e nero come un frutto marcito.

Nel caso di Gli Autunnali, l’oggetto del desiderio, sotto forma di fotografia, è nientemeno che Jeanne Hebuterne, musa e amante di Modigliani, che conquista e incanta uno scrittore di mezza età, svuotato di emozioni, interessi e motivi, in cerca di un sentimento totalizzante che non trova più nel suo matrimonio ormai in stato vegetativo. Di colpo lei, dal fondo di quella foto, diventa tutto. E ha perfettamente senso, a pensarci: a questo servono le muse.

Dunque amavo una foto piegata in quattro che tenevo in tasca, e per giunta pretendevo di esserne ricambiato? Tutto sommato era una condizione più solida di tante altre coppie che incrociavo per la strada.

Luca Ricci, autore soprattutto di racconti, convince pienamente anche nel romanzo. Pur attingendo, come detto, a una tematica ben nota se non abusata, ha il pregio di non indugiare nel già visto e rivisto o nel romanticismo tragico sino a banalizzarlo, ma costruisce una vicenda bizzarra che morde con la dose giusta di sarcasmo e anche autoironia, surreale e allo stesso tempo così realistica da farvi pensare che potreste davvero incontrare Gittani, con il suo loden, girato l’angolo. E non punta ad assolvere il suo protagonista, anzi gli fa toccare il fondo a più riprese senza misericordia. Quasi mi pare di vedere la bocca di Jeanne, nella fotografia incriminata, consumata e sbiadita, che si piega in un vago, lusingato sorriso un po’ inquietante. Caro il mio scrittore io mi sarò pure buttata da una finestra per Modì, ma tu per me ti sei ridotto peggio. Sono soddisfazioni.

Eccolo lì, lo sguardo della musa. Anzi della medusa. Se lo ricambiate, come lo scrittore del romanzo, potreste precipitare in una spirale di febbrile follia romantica.

Non scordiamo la copertina, però (per inciso un’opera fotografica di Saul Leiter del 1947, dal titolo Sunday morning at the Cloisters): lì è la figura femminile a proteggersi gli occhi e lo sguardo che incombe è quello dell’uomo. Anche il nostro, di noi che la guardiamo attraverso lui. Ed è questa l’essenza dell’ossessione amorosa, no?

La medusa ci fissa e noi stessi diventiamo medusa. Il riflesso che ci pietrifica a vicenda, che confonde chi desidera con chi è desiderato, li mischia, li scambia.

Pare che Ricci intenda scrivere una quadrilogia “stagionale” e che quindi in futuro arriveranno, non si sa ancora in quale ordine, altri tre libri, sugli estivi, gli invernali e la mia categoria, ovvero i primaverili: dire che sono curiosa è un eufemismo, ma sono piuttosto certa che tutto sarà sorprendente e per nulla scontato.

Nell’attesa dedico a Luca Ricci una strofa tratta dalla canzone Dancing barefoot, che Patti Smith scrisse proprio ispirandosi a Jeanne Hebuterne e Modigliani e che ben sintentizza anche l’anima narrativa di Gli Autunnali: The plot of our life sweats in the dark like a face.

La trama della nostra vita trasuda dal buio come un viso.

Già.

Edizioni La nave di Teseo

Pagine 212

Le regole del fuoco: una storia di donne “notevoli”

Che cosa si intendesse all’epoca con l’espressione ‘donna notevole’, non mi è facile spiegarlo, ma una cosa sicuramente : una donna diversa dalle altre e cioè, data la misoginia diffusa e la scarsa considerazione che le donne stesse avevano di sé, una donna libera, coraggiosa, non incline a seguire la regola perbene femminile del matrimonio e della famiglia, ma neanche la regola permale trasgressiva della seduttrice un po’ puttana. Forse, in poche parole, una che aveva scelto la sua vita, fregandosene di quello che gli altri si aspettavano da lei.

Le donne notevoli di questa storia sono due. Maria Rosa, la voce narrante, e Eugenia. L’una napoletana, l’altra di un paese vicino al lago di Como, si incontrano in un ospedale del Carso, dove vanno volontarie come infermiere crocerossine, durante la Grande Guerra del 1915-18. Molto diverse per carattere e approccio alla nuova difficile esistenza, dopo quella che pare una iniziale antipatia reciproca, finiscono invece non solo col piacersi, ma anche con l’innamorarsi.

mi sono appoggiata al muro prima di svenire, tu sei arrivata in un lampo e mi hai trascinata davanti ad una finestra. Io stavo tra le tue braccia come nei quadri la fanciulla salvata dal drago sta tra le braccia del forte cavaliere, solo che io ero alta come il cavaliere e tu piccola come la fanciulla.

Un amore raccontato e vissuto con semplicità e naturalezza: pacata e riservata Eugenia, i cui sentimenti si rivelano più nei gesti che nelle parole, piena di slancio passionale Maria Rosa. Le lettere in cui lei trascrive testi di canzoni d’amore napoletane per sostenere Eugenia, ancora al fronte, sono tra le pagine più delicate e dolci del libro.

Ma chi si aspetta che il fulcro della vicenda sia l’amore saffico, rimarrà deluso. Quello tra Maria Rosa e Eugenia è un amore. Punto. Non importa fra chi. Non è l’omosessualità a rendere notevoli le due protagoniste. Ciò che le rende tali sono gli scopi, le motivazioni, la volontà di allontanarsi dagli schemi prestabiliti. Maria Rosa che va in guerra per non seguire il volere della madre, a cui interessa solo vederla al più presto sposata. Eugenia che è decisa a diventare medico, a dispetto dei pregiudizi e delle difficoltà che la attendono. Giovani donne che vogliono colorare fuori dai margini e con colori inusuali.

E non dimentichiamo che questa è una storia di donne in guerra. L’autrice si è documentata con veri diari di crocerossine e nulla viene risparmiato al lettore di ciò che queste infermiere dovevano affrontare ogni giorno: orrori fisici e psicologici che richiedevano davvero una forza non comune.

La prosa di Elisabetta Rasy è semplice, scorrevole e diretta, con un ritmo che spinge a proseguire pagina dopo pagina, per non abbandonare il flusso di pensieri e ricordi di Maria Rosa, voce narrante.

Anzi, Alba Rosa, come la chiama Eugenia. E come lei sceglierà di chiamarsi per sempre. Una delle tante scelte da donna notevole.

Perché come recita la citazione iniziale di Ezra Pound, ciò che amiamo non ci viene strappato ma è la nostra vera eredità.

L’inferno sono gli altri, diceva Sartre. Sono anche il paradiso, a volte, ma certo per le donne sono spesso l’inferno. Una donna notevole era qualcuno che era stato all’inferno e ritorno, senza farsi piegare dalle sue leggi.

Edizioni Rizzoli

Pagine 180

Le cure domestiche: sulle rive della mente

Questo libro sembra un quadro di Edward Hopper. Lo riesco ad immaginare. Vedo uno scorcio di Fingerbone, una cittadina come ne esistono solo negli angoli sperduti degli USA, e c’è una casetta a due piani, anche quella tipicamente americana, poi un paio di figure femminili. Sullo sfondo un bosco, in distanza un lungo ponte ferroviario e, a dominare tutto, un lago. Anzi, il lago.

È lui il grande protagonista di Le cure domestiche, ghiacciato d’inverno, oscuro e profondo nelle altre stagioni, pronto a inondare le case che si radunano precarie, perennemente instabili, vicino alle sue rive. Misterioso ladro di vite, custode di tanti destini e corpi mai ritrovati. A Ruth, la voce narrante, ha portato via il nonno e la madre, l’uno in un incidente ferroviario divenuto leggenda a Fingerbone, l’altra a causa di un atto suicida.

È uno specchio silenzioso, il lago: riflette notti nerissime, il sole rassicurante, la luna estranea, riflette pensieri, ricettacolo di memorie, dolori, assenze. Riflette il racconto dell’infanzia e adolescenza di Ruth, abbandonata insieme alla sorella Lucille alle cure della nonna, poi di due vecchie zie zitelle, e infine a quelle di Sylvie, sorella della madre. Nessuna figura maschile, nell’esistenza selvatica e solitaria di questa ragazzina dall’anima già vecchia. A parte il ricordo quasi fantastico di quel nonno svanito nel lago insieme a un treno intero, solo donne, donne un po’ alla deriva, come i rami spezzati che galleggiano sull’acqua. E alla deriva è il loro modo di affrontare i giorni, i ricordi, i sentimenti, a volte allontanandosi, come Lucille che, crescendo, cerca una vita diversa, a volte concedendo un affetto apparentemente distratto come quello di Sylvie, eppure capace di rivelarsi forte e tenace quando le circostanze lo portano allo scoperto. Come una notte in barca sul lago nero, costrette a lasciarsi portare dalla corrente, ma pronte anche a spingere sui remi. Come un lungo buio percorso per attraversare il ponte ferroviario, verso una vita senza meta, perché dal lago si fugge soltanto lungo la linea sottile tra sogno e realtà ma poi ti rimarrà dentro, a governare i ritmi vitali con quelli liquidi dei suoi recessi segreti.

Il lago è la mente, con tutti i suoi volti perduti, i momenti, le cose lasciate andare e le cose da ritrovare.

Pubblicato nel 1980, questo romanzo di Marilynne Robinson non è facilmente definibile e non va definito. È come il lago di cui racconta, si affonda nella sua trama e si affonda nelle sue parole. Tenete sempre d’occhio la riva, ma non abbiate paura di scrutare sotto la superficie: forse, chissà, riuscirete a scorgere anche il treno scomparso.

Io non riesco ad assaggiare una tazza d’acqua senza ricordare che l’occhio del lago è quello di mio nonno, e che le acque pesanti, cieche e opprimenti del lago composero gli arti di mia madre, appesantirono i suoi indumenti, bloccarono il suo respiro e bloccarono la sua vista.

Edizioni Einaudi

Traduzione di Delfina Vezzoli

Titolo Originale Housekeeping

Pagine 208