Questo libro sembra un quadro di Edward Hopper. Lo riesco ad immaginare. Vedo uno scorcio di Fingerbone, una cittadina come ne esistono solo negli angoli sperduti degli USA, e c’è una casetta a due piani, anche quella tipicamente americana, poi un paio di figure femminili. Sullo sfondo un bosco, in distanza un lungo ponte ferroviario e, a dominare tutto, un lago. Anzi, il lago.

È lui il grande protagonista di Le cure domestiche, ghiacciato d’inverno, oscuro e profondo nelle altre stagioni, pronto a inondare le case che si radunano precarie, perennemente instabili, vicino alle sue rive. Misterioso ladro di vite, custode di tanti destini e corpi mai ritrovati. A Ruth, la voce narrante, ha portato via il nonno e la madre, l’uno in un incidente ferroviario divenuto leggenda a Fingerbone, l’altra a causa di un atto suicida.

È uno specchio silenzioso, il lago: riflette notti nerissime, il sole rassicurante, la luna estranea, riflette pensieri, ricettacolo di memorie, dolori, assenze. Riflette il racconto dell’infanzia e adolescenza di Ruth, abbandonata insieme alla sorella Lucille alle cure della nonna, poi di due vecchie zie zitelle, e infine a quelle di Sylvie, sorella della madre. Nessuna figura maschile, nell’esistenza selvatica e solitaria di questa ragazzina dall’anima già vecchia. A parte il ricordo quasi fantastico di quel nonno svanito nel lago insieme a un treno intero, solo donne, donne un po’ alla deriva, come i rami spezzati che galleggiano sull’acqua. E alla deriva è il loro modo di affrontare i giorni, i ricordi, i sentimenti, a volte allontanandosi, come Lucille che, crescendo, cerca una vita diversa, a volte concedendo un affetto apparentemente distratto come quello di Sylvie, eppure capace di rivelarsi forte e tenace quando le circostanze lo portano allo scoperto. Come una notte in barca sul lago nero, costrette a lasciarsi portare dalla corrente, ma pronte anche a spingere sui remi. Come un lungo buio percorso per attraversare il ponte ferroviario, verso una vita senza meta, perché dal lago si fugge soltanto lungo la linea sottile tra sogno e realtà ma poi ti rimarrà dentro, a governare i ritmi vitali con quelli liquidi dei suoi recessi segreti.

Il lago è la mente, con tutti i suoi volti perduti, i momenti, le cose lasciate andare e le cose da ritrovare.

Pubblicato nel 1980, questo romanzo di Marilynne Robinson non è facilmente definibile e non va definito. È come il lago di cui racconta, si affonda nella sua trama e si affonda nelle sue parole. Tenete sempre d’occhio la riva, ma non abbiate paura di scrutare sotto la superficie: forse, chissà, riuscirete a scorgere anche il treno scomparso.

Io non riesco ad assaggiare una tazza d’acqua senza ricordare che l’occhio del lago è quello di mio nonno, e che le acque pesanti, cieche e opprimenti del lago composero gli arti di mia madre, appesantirono i suoi indumenti, bloccarono il suo respiro e bloccarono la sua vista.

Edizioni Einaudi

Traduzione di Delfina Vezzoli

Pagine 208

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