L’Arte della Gioia: un capolavoro dal cuore pulsante

《Dormi, Modesta?》

《No》

Pensi?》

Sì》

Racconta, Modesta, racconta》

Ci sono personaggi letterari così vivi, vibranti e iconici da trascendere il romanzo stesso di cui fanno parte. Escono dalle pagine, sono loro a nutrire e condurre la storia e alla fine li si lascia andare con riluttanza, anche se esistono in maniera talmente prepotente da non andarsene mai davvero. Rimangono con chi li ha letti.

È il caso di Modesta, la protagonista di L’Arte della Gioia, di Goliarda Sapienza. Un nome, Modesta, che paradossalmente è tutto il contrario dell’incredibile donna che lo porta: lei di modesto non ha proprio nulla, in nessun senso.

Così come del resto la sua creatrice, Goliarda Sapienza, anche attrice teatrale e cinematografica, che impiegò nove anni a scrivere L’Arte della Gioia, dal 1967 al 1976, e non riuscì a trovare un editore che volesse pubblicarlo. Ci furono solo una pubblicazione parziale nel 1994 ed una completa ma in poche copie nel 1998, a cura del marito Angelo Pellegrino, due anni dopo la morte della scrittrice. Nel frattempo l’opera fu scoperta dai francesi, dai tedeschi, dagli spagnoli e solo nel 2008, finalmente ebbe un’adeguata pubblicazione in Italia.

Più di trent’anni dopo essere stata ultimata. Perché questa difficoltà?

Perché L’Arte della Gioia e la sua grande protagonista erano troppo fuori dagli schemi. Per molti versi lo sono tuttora.

Goliarda Sapienza ha scritto in piena, totale libertà, anche stilistica, creando una donna a sua volta incarnazione di libertà assoluta. Una donna, la sua Mody, che nasce in Sicilia nella data emblematica del primo gennaio del 1900 e che attraversa più di mezzo secolo di storia italiana, a modo suo, con lucida intelligenza e carnale passionalità, senza risparmiarsi nulla, neanche i gesti più estremi, lasciando un segno indelebile nelle vite che ruotano intorno alla sua come satelliti.

Raccontando Modesta e la sua esistenza appassionante, l’autrice tocca le tematiche più disparate e delicate, dalla politica alla guerra, dalla disabilità alla famiglia allargata, dalla sessualità nelle sue varie sfumature al delitto e alla violenza, senza alcun artificio o sovrastruttura.

Tu sei sempre bella! Ed è vera bellezza anche quando non sorridi》

《No, tu sei più bella, sempre》

E va bene. Vieni su di me e ci mischiamo e facciamo una sola bellezza》

Erotismo che prorompe da un semplice dialogo, più vivido di chissà quante pagine piene di descrizioni esplicite.

È ciò che colpisce e innamora di L’Arte della Gioia: la scrittura è come un frutto fragrante e maturo in un’estate rovente, lo mordi e ti esplode tra i denti, scivolandoti dappertutto lussurioso. Riesco a descrivere la mia impressione solo così. E capisco che un’arte tanto dirompente e selvatica abbia messo in allarme un certo mondo letterario ancora bigotto e preda dei pregiudizi. Soprattutto provenendo quest’arte da una donna.

Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo l’amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare.

Personalmente sono stata conquistata dalla naturalezza disarmante con cui Goliarda Sapienza ha parlato della bisessualità di Modesta: nessun giudizio, nessuna cervellotica analisi, Modesta ama e basta, tanto gli uomini quanto le donne, li desidera con la medesima passione, non si pone problemi di genere.

Sono donna, e per me la normalità è amare l’uomo e la donna.

È così, Modesta, libera e liberatoria. Viva nella maniera più piena.

Potrei parlare all’infinito di L’Arte della Gioia e comunque mi sembrerebbe di non averne parlato abbastanza. Probabilmente anche tutto quello che ho scritto in questa mia riflessione vale poco o nulla per descriverne l’essenza. Bisogna leggerlo, punto e basta. E allora non serviranno spiegazioni.

Voglio chiudere con le parole di Angelo Pellegrino, dalla prefazione:

Goliarda scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme.

E il battito cardiaco di L’Arte della Gioia è forte e vigoroso. Pulsa come quel frutto succoso che aspetta di essere morso.

Edizioni Einaudi

Pagine 540

La creatura del desiderio: un libro bizzarro per una bizzarra ossessione

Sono di mese in mese sempre più impaziente di vedere questa creatura del desiderio…》

Bizzarro. È stato l’aggettivo che mi ha risuonato in testa per tutta lettura di questo breve libro. Bizzarra la storia, un po’ bizzarra pure la struttura del libro stesso.

L’autore è quell’ Andrea Camilleri che la maggioranza del pubblico conosce per i gialli del commissario Montalbano e, in questa occasione, si misura con la storia vera di un’ossessione amorosa sfociata in qualcosa di… beh di decisamente bizzarro, lo ribadisco. Nonché inquietante, morboso, aggiungerei anche delirante. Forse persino con un pizzico di genialità.

Si tratta della passione folle che il pittore austriaco Oskar Kokoschka sviluppò per Alma Mahler. Lei, vedova del compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler, amava essere amante e musa degli artisti. Lui, pittore impressionista dallo stile senza regole, veniva definito dai suoi contemporanei selvaggio (ed era l’epiteto più gentile).

Ma la parte interessante della loro vicenda non è tanto la bruciante e controversa relazione che li legò, quanto piuttosto ciò che accadde dopo che le loro strade si separarono.

Alma lasciò Kokoschka e lui, distrutto, partì volontario per la prima guerra mondiale. Una volta tornato, incapace di rassegnarsi, il pittore contattò Hermine Moos, una modista e creatrice di bambole, e le commissionò, con lettere colme di disegni e minuziose istruzioni, una bambola a grandezza naturale con le fattezze di Alma. Più che una bambola, una sorta di feticcio o simulacro della donna, con tanto di genitali femminili, lingua, denti, e fatta di un tessuto che si avvicinasse il più possibile alla consistenza della pelle umana. Il risultato fu grottesco e le foto della bambola sono abbastanza raccapriccianti, ma, sebbene nella propria biografia, Kokoschka tenda a minimizzare sulla faccenda, pare che per un po’ abbia persino portato la bambola in società, presentandola agli amici, e che ne abbia anche fatto la propria modella. Se infatti la vera Alma gli ispirò il celebre dipinto La sposa del vento, il suo doppio è protagonista del quadro Donna in blu.

L’inquietante idillio terminò in modo violento (e un tantino tragicomico), quando Kokoschka decapitò la bambola e la gettò nuda in giardino. Essendo la bambola sporca di vino, venne scambiata dal postino per un vero cadavere ed intervenne la polizia, che poi chiarì l’equivoco.

Ammetto che ho trovato un po’ confuso l’approccio scelto da Camilleri nel narrare questa storia incredibile. All’inizio si può pensare di trovarsi di fronte a un saggio che riporta in modo classico e puntuale l’incontro e l’evoluzione del rapporto tra Kokoschka e Alma, poi però si passa a una sorta di ricostruzione romanzata della convivenza tra il pittore e la bambola, in cui l’autore ha creato i dialoghi estrapolando i testi da alcune opere teatrali scritte da Kokoschka stesso, I bambini sognanti e Assassino, speranza delle donne.

Personalmente ho preferito la seconda parte, più immersiva e intrigante.

In definitiva questo probabilmente non è uno dei migliori libri di Camilleri, ma ha in sé un certo fascino un po’ oscuro ed è una lettura godibile e perfetta magari per un pomeriggio piovoso, in cui sarà anche più facile immergersi nelle sue atmosfere morbose e cupe.

Oskar: 《Quanto ti ho aspettata nelle mie sere blu, solo, su questa coperta… Quanto ho desiderato di risentire le oscure parole della tua pelle…》

Alma: 《Eccomi tutta a te, carezzami con le tue mani rosse…》

Oskar: 《Mi piacerebbe passeggiarti nel sangue》

Edizioni Skira

Pagine 144

Il lungo sguardo: la vita non si legge in una sola direzione

Lui disse con garbo: 《Ma non è ancora finita: anzi, forse è solo l’inizio》.

È nota e amata in particolare per la saga dei Cazalet e oggi, 6 settembre, esce in libreria, edito da Fazi, il suo Cambio di rotta. Si tratta naturalmente di Elizabeth Jane Howard ed io voglio raccontarvi del libro che me l’ha fatta scoprire, ovvero Il lungo sguardo.

Come mi è già capitato di affermare in passato, sono affascinata dalla struttura narrativa con cui un autore sceglie di costruire una storia. E quella di Il lungo sguardo sorprende. A prima vista infatti i capitoli di apertura sembrano quelli di un normale romanzo che racconta di una donna, Mrs Fleming e della sua famiglia: siamo nel 1950, c’è una cena per il figlio in procinto di sposarsi, la figlia invece, dalla vita un po’ tormentata, ha un problema, ed è chiaro anche che il matrimonio dei coniugi Fleming non se la passa bene. Alla fine della prima parte Mrs Fleming sa cosa l’aspetta.

Dorothy aveva apparecchiato per una persona sola.

La mia nuova vita》,pensò, e si sedette a consumarla.

E letto questo anche io pensavo di sapere che cosa aspettarmi. Ma ecco che mi accorgo che la seconda parte si svolge nel 1942, otto anni prima.

Questa è la scelta narrativa di Elizabeth Jane Howard: raccontare la storia della sua protagonista a ritroso, via via lungo il suo controverso matrimonio, gli incontri, le scelte, le rinunce e gli alti e bassi di un’esistenza, sino al 1926, quando la giovanissima Antonia non ha ancora conosciuto il suo futuro marito e sperimenta il primo amore. E forse, tra tutte, quest’ultima è la parte più intensa e coinvolgente, perché è in quell’epoca lontana, nei fatti accaduti, che si capiscono tante cose della donna di cui già conosciamo le svolte esistenziali, senza però averne potuto cogliere in pieno i motivi di fondo. Vediamo la sua versione ancora ingenua e inesperta scontrarsi brutalmente con la durezza della realtà e di varie verità poco piacevoli, riguardo ai suoi genitori e ai lati negativi dell’amore.

Sei proprio una bambina. Esiste al mondo qualcosa che possa farti crescere?》

Gli rispose con fermezza: 《Qualcosa c’è 》.

È questo il lungo sguardo, alla fine. Il lungo sguardo a ritroso sulla strada di una donna, con figli grandi, un matrimonio finito, e una vita che è tutto un affare indiretto. Uno scambio di occhiate con tutte le diverse donne che è stata, sino agli occhi ancora innocenti della prima giovinezza, quando certi veli non erano caduti e le decisioni fatidiche non erano state prese.

Il viaggio all’indietro nelle stagioni di Mrs Fleming offre qualche risposta sui perché del suo presente ma lascia anche delle domande. Questa è la vita, anche se ci voltiamo a guardare noi stessi, spesso il nostro percorso è pervaso di mistero, anche se questa storia dimostra come esso possa essere letto in più di una direzione.

La penna di Elizabeth Jane Howard ha una chiarezza cristallina e un’eleganza seducente: amo i suoi dialoghi spesso ridotti al minimo ma con singole frasi che da sole valgono un discorso intero. Un’autrice capace di ritrarre le anime e i caratteri con la precisione raffinata di un orafo. E così i suoi romanzi sono come gioielli d’epoca, di quelli che non passano di moda. Per chi ancora non la conosce, che decidiate di cominciare da Cambio di rotta, in uscita oggi, da Il lungo sguardo o da qualsiasi altra sua opera, non importa: poi vorrete comunque leggere tutto quello che ha scritto!

Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.

Edizioni Fazi

Traduzione di Manuela Francescon

Pagine 512

L’Arminuta: il mare senza approdi dell’abbandono

… oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Sono figlia unica, cresciuta in una casa molto grande, con tanto spazio a disposizione e una solitudine tutta mia che non mi è mai dispiaciuta. E ho avuto una madre – purtroppo già da molto tempo perduta- a cui mi legava una complicità profonda.

Stando a queste premesse, credo sia facile comprendere lo sconvolgimento interiore che mi ha procurato L’Arminuta. Una storia in cui all’inizio si entra confusi e sconcertati, quasi quanto la giovanissima protagonista, e poi via via se ne viene catturati, in un susseguirsi di onde emotive, che a volte travolgono, a volte schiaffeggiano, a volte restituiscono relitti a cui aggrapparsi.

Il mondo che avevo conosciuto precipitava intorno, pezzi di cielo si abbattevano su di me come scenografie leggere.

Come ci si può sentire, a soli tredici anni, nello scoprire che i propri genitori in realtà sono cugini di quelli veri? E nel venire rispediti alla famiglia originaria come un pacco, senza alcuna spiegazione, ritrovandosi in una vita del tutto diversa?

Me lo sono chiesto e non ho trovato risposta, solo smarrimento e impotenza.

L’arminuta (in dialetto abruzzese significa ritornata) passa dall’essere una figlia unica che frequenta corsi di danza e nuoto e va alle feste con le amiche, ad una casa povera, affollata di fratelli, dove regnano metodi violenti e per lo più rozzi e ignoranti. Traumatico, anche per il lettore.

In questa storia gli adulti non ne escono bene. A parte alcune figure a margine, come l’insegnante o la signora Bice, ci si trova di fronte a uomini e donne incapaci di comunicare, di assumersi la responsabilità di affrontare una bambina. Fa riflettere, questo libro, sull’egoismo di certi adulti, su quanto spesso si tende a scordare che i figli non hanno chiesto di essere messi al mondo, e che avendoli voluti e fatti nascere si ha il dovere di pensare ai loro diritti prima che ai nostri.

In contrapposizione a questi adulti così manchevoli, la trama delinea personaggi di grande impatto tra i fratelli della protagonista. Dal piccolo Giuseppe, con una forma di ritardo mentale, per cui lei avrà da quasi subito e per sempre un debole e un istintivo senso di protezione, al selvaggio e ribelle Vincenzo, con cui nasce un’attrazione che sfiora l’incesto. A lui sono dedicate alcune delle pagine più struggenti. E poi la sorella, minore di pochi anni, Adriana, il personaggio che più colpisce e conquista.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.

Adriana, così forte e così matura, così tenace, sempre paragonata a una gatta. Il suo rapporto con la sorella è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere. Una piccola boa che non affonda nel mare in tempesta.

Continuo a citare il mare perché in effetti la scrittura di Donatella Di Pietrantonio mi fa pensare all’acqua, in certi momenti dura, in altri dolce. Di certo ha il dono del saper raccontare. Sembra scontato in uno scrittore ma non lo è.

Ed è un mare oscuro il suo racconto. Un mare senza approdi, l’abbandono. Un moto ondoso inquietante l’assenza di risposte, di una vera appartenenza. Del sentirsi voluti. È un naufragio la parola madre, quando perde il suo significato. Si è destinati a non ritrovarsi più davvero.

Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. (…) Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.

Onda su onda, fino a due bambine che si ancorano l’una all’altra al limite delle acque sicure.

Nella complicità ci siamo salvate.

Edizioni Einaudi

Pagine 162

Le nostre anime di notte: ovvero come innamorarsi di Holt

Sto parlando di attraversare la notte insieme.

Il colpo di fulmine esiste.

Io l’ho sperimentato con Kent Haruf e questa piccola grande storia. Letta quasi per caso, ma spesso per caso avvengono le cose migliori. Non ero mai stata a Holt, la cittadina statunitense immaginaria dove Haruf ha ambientato il suo mondo letterario… ora è un po’ anche casa mia, uno di quei luoghi in cui, anche se non ci sei nato, fai sempre ritorno volentieri, conosci le sue strade, le sue case, quella quiete che ritrovi solo lì.

Lungo quelle vie mi è capitato di conoscere Addie e Louis. Anziani, entrambi vedovi, con i figli lontani. Non si sono mai frequentati ma lei un giorno si presenta alla sua porta e gli fa una proposta: dormire insieme, farsi compagnia e condividere le lunghe notti tanto difficili per entrambi.

Da quel momento prende il via una delicata e dolce storia di amicizia e di amore. Una connessione, un contatto sincero in un’età in cui la società e gli stereotipi vedono per lo più solo conclusioni e mai nuovi inizi.

Vuoi dell’altra birra?

No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.

Non tutti lo capiranno, perché come succede spesso, in ciò che non rispecchia i classici standard si finisce col voler vedere qualcosa di sporco e sbagliato, anche se invece è quanto di più bello e giusto al mondo e non fa male a nessuno. Ma quando si osa colorare fuori dai margini c’è sempre chi si arma di gomma per cancellare e pregiudizi.

Credo che le sia giunta voce di noi due. Probabilmente vuole che mi comporti bene.

E tu cosa ne pensi?

Del comportarsi bene? Io mi sto comportando bene. Sto facendo ciò che desidero senza fare del male a nessuno. E spero che sia così anche per te.

Non succede davvero molto in questa storia, apparentemente: ci sono un uomo, una donna, un bambino, un cane. Il vicinato, i parenti. Notti da attraversare, giorni da condividere. Vita, in altre parole. Quindi in realtà in questa storia succede tutto.

Succede la poesia dell’incontro, delle piccole cose. Di quelle emozioni che ci salvano dalla paura, dallo smarrimento, dalla malinconia.

Haruf racconta con una semplicità talmente spoglia e disarmante da diventare grazia. E davvero l’innamoramento per il suo stile, per la sua Holt così vivida e vitale, è inevitabile.

Netflix ha anche prodotto un film tratto da questo libro, con Robert Redford e Jane Fonda. Non l’ho visto e non posso esprimermi in merito. Un po’ mi chiedo quanto dell’atmosfera peculiare della scrittura di Haruf si possa riuscire a tradurre in un film, ma chissà… In ogni caso secondo me bisogna arrivare a Holt prima di tutto via carta, accompagnati dalle immagini della prosa del suo creatore.

Io vi parlerò ancora di Holt e dei suoi abitanti: Kent Haruf purtroppo non c’è più ma le sue storie gli sopravvivono e hanno ancora destini da narrarci.

Ma stiamo andando avanti, non è vero? disse lei Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.

Edizioni NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Pagine 171

Sofia si veste sempre di nero: tante donne complicate e un uomo semplice

《Sofia》, disse l’infermiera a voce alta, 《lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra》

Il mio motto di lettrice è “chi legge piano va sano e va lontano”, quindi raramente mi ritrovo a leggere titoli appena pubblicati. Più spesso accumulo libri e li leggo guidata dall’istinto, indipendentemente dalla data di uscita, pescando nel mucchio e nelle emozioni del momento.

Così mi ritrovo a leggere qualcosa di Paolo Cognetti solo ora e comincio da Sofia si veste sempre di nero, il cui principale pregio, almeno per ciò che mi riguarda è la struttura.

Da narratrice trovo che capire come strutturare una storia sia una delle parti più interessanti: la divisione in capitoli, se titolare o meno ogni eventuale capitolo, la narrazione in prima o terza (o anche seconda) persona, se scrivere al passato o al presente… Sono tante le opzioni e attraverso queste scelte la storia narrata assume una personalità e uno stile diversi.

Nel caso di Sofia si veste sempre di nero, ho trovato piuttosto originale e convincente la scelta di strutturarlo in una serie di racconti: volendo ogni racconto potrebbe essere anche letto a sé stante, conservando un suo senso compiuto, ma letti tutti insieme compongono la storia di un gruppo di personaggi, avanti e indietro nel tempo nell’arco di circa tre decenni. La Sofia del titolo, i suoi genitori Roberto e Rossana, la zia Marta e vari altri che entrano ed escono dalle loro vite, da quando Sofia nasce fino a che, da adulta, lascia l’Italia per gli USA. Davvero interessante come approccio stilistico, l’ho molto apprezzato.

Sul piano puramente narrativo, devo onestamente ancora capire se mi sia piaciuta o no la rappresentazione delle donne di questo libro. In realtà non so neanche se sia voluta, o se sia qualcosa che ci leggo solo io, ma la maggioranza delle figure femminili mi pare emotivamente chiusa e in fuga da contatti autentici, non sole perché libere ma della loro solitudine prede e prigioniere.

《[…] il tuo Inferno deve essere così. Un posto dove ti perdi sempre》

A partire da Sofia, prima adolescente problematica e poi donna complicata e sfuggente, e continuando con la zia Marta dall’esistenza volutamente solitaria, o ancora Emma, che è amante di un uomo sposato e dedita a una madre obesa che sembra quasi un alibi per non vivere in modo diverso, fino a Rossana, con i suoi sbalzi d’umore che ne condizionano la vita di moglie e madre e la consacrazione poi a un’attesa perenne da vedova. Tutte in modi diversi mi sembrano in lotta con sé stesse e in fuga da qualcosa. Una visione un po’ triste.

Tra tutte queste donne “interrotte” (per citare un vecchio film), ho provato molta simpatia per Roberto: un personaggio, il suo, molto umano, di una fallibile semplicità quasi tenera. Si può dire che faccia del suo meglio, in tutti i frangenti della sua esistenza imperfetta: con la moglie, con la figlia, con l’amante, sul lavoro. Ci prova, non sempre ci riesce. Potrebbe essere un nostro vicino di casa, un collega, anche un amico. Uno qualsiasi con i problemi di tanti, che alla fine suscita solidarietà. Il mio racconto preferito è quello in cui si ritrova in vacanza al lago con la figlia e condividono un momento di serenità in un vecchio salotto, bevendo lei succo di ribes e lui prosecco e ascoltando Edith Piaf.

… si convinse di essere un uomo semplice in mezzo a donne complicate: a lui bastava davvero poco per stare bene.

In conclusione un buon libro e una lettura gradevole. Lo stile di Cognetti è realistico e piacevole. Di lui leggerò sicuramente altro.

Edizioni Minimum Fax

Pagine 205

Gli Autunnali: lo sguardo della m(ed)usa

E gli autunnali ? Come sono gli autunnali?》chiese Gittani impaziente.

Hai davvero il coraggio di domandarmelo? Gli autunnali siamo noi》.

È stata la copertina a farmi decidere di leggere Gli autunnali. Non conoscevo nulla della trama ma ho visto il titolo, il colore rosso e poi quella foto davvero seducente, una donna stesa a terra che, schermandosi gli occhi con una mano, guarda di tra le dita l’uomo che la sovrasta. Non so di preciso perché ma tutto questo mi ha fatto pensare ad un altro libro, Fantasma d’amore di Mino Milani, e ho scoperto in seguito che questo spontaneo collegamento mentale non era poi tanto ozioso, dato che entrambe le storie si svolgono in autunno e ruotano intorno ad un’ossessione amorosa.

Questo preambolo per dire che a volte un libro ci arriva così, per istinto e per un intreccio casuale di immagini, colori e ricordi. Cosa penserebbe Gittani di tutto ciò? Forse ci tossirebbe sopra.

Chi è Gittani?

L’amico del protagonista, l’unico personaggio che io abbia trovato davvero simpatico, nell’intero libro (oltre al gatto). Il che non rappresenta un fattore negativo. Non sempre i personaggi di un libro devono piacerci, in certi casi il nostro interesse è mantenuto e stimolato proprio da ciò che ce li rende fastidiosi. Tolti Gittani e il gatto, quindi, cosa mi disturba di tutti gli altri e soprattutto del protagonista?

Tante cose e nessuna. Si tratta di una sensazione sotto pelle, di origine non ben identificata. Forse è quel senso diffuso di decadenza emotiva, quella stanchezza generale, il vuoto esistenziale di significati che conduce al cinismo e contro cui mi ribello con energia, nonostante la mia non più verdissima età. Ma, gradevole o no, potevo io non trovare morbosamente affascinante un uomo che si innamora di una fotografia? Potevo non appassionarmi a un’ossessione che sprofonda sempre più in una spirale oscura e autodistruttiva?

Se scrivo una storia d’amore e di fantasmi, posso dare una spiegazione razionale solo ai fantasmi.

Nel libro è citato Guy De Maupassant e vengono in mente anche Poe e Baudelaire e certi vecchi racconti gotici incentrati su donne amate e defunte (non sempre in quest’ordine). E Fantasma d’amore, come dicevo. O ancora Il ritratto di Jennie, dove un pittore ritrae una ragazza e se ne innamora, per poi scoprire che è morta da tempo. Attrazione a tinte fosche, poesia delirante dal sapore rosso profondo e nero come un frutto marcito.

Nel caso di Gli Autunnali, l’oggetto del desiderio, sotto forma di fotografia, è nientemeno che Jeanne Hebuterne, musa e amante di Modigliani, che conquista e incanta uno scrittore di mezza età, svuotato di emozioni, interessi e motivi, in cerca di un sentimento totalizzante che non trova più nel suo matrimonio ormai in stato vegetativo. Di colpo lei, dal fondo di quella foto, diventa tutto. E ha perfettamente senso, a pensarci: a questo servono le muse.

Dunque amavo una foto piegata in quattro che tenevo in tasca, e per giunta pretendevo di esserne ricambiato? Tutto sommato era una condizione più solida di tante altre coppie che incrociavo per la strada.

Luca Ricci, autore soprattutto di racconti, convince pienamente anche nel romanzo. Pur attingendo, come detto, a una tematica ben nota se non abusata, ha il pregio di non indugiare nel già visto e rivisto o nel romanticismo tragico sino a banalizzarlo, ma costruisce una vicenda bizzarra che morde con la dose giusta di sarcasmo e anche autoironia, surreale e allo stesso tempo così realistica da farvi pensare che potreste davvero incontrare Gittani, con il suo loden, girato l’angolo. E non punta ad assolvere il suo protagonista, anzi gli fa toccare il fondo a più riprese senza misericordia. Quasi mi pare di vedere la bocca di Jeanne, nella fotografia incriminata, consumata e sbiadita, che si piega in un vago, lusingato sorriso un po’ inquietante. Caro il mio scrittore io mi sarò pure buttata da una finestra per Modì, ma tu per me ti sei ridotto peggio. Sono soddisfazioni.

Eccolo lì, lo sguardo della musa. Anzi della medusa. Se lo ricambiate, come lo scrittore del romanzo, potreste precipitare in una spirale di febbrile follia romantica.

Non scordiamo la copertina, però (per inciso un’opera fotografica di Saul Leiter del 1947, dal titolo Sunday morning at the Cloisters): lì è la figura femminile a proteggersi gli occhi e lo sguardo che incombe è quello dell’uomo. Anche il nostro, di noi che la guardiamo attraverso lui. Ed è questa l’essenza dell’ossessione amorosa, no?

La medusa ci fissa e noi stessi diventiamo medusa. Il riflesso che ci pietrifica a vicenda, che confonde chi desidera con chi è desiderato, li mischia, li scambia.

Pare che Ricci intenda scrivere una quadrilogia “stagionale” e che quindi in futuro arriveranno, non si sa ancora in quale ordine, altri tre libri, sugli estivi, gli invernali e la mia categoria, ovvero i primaverili: dire che sono curiosa è un eufemismo, ma sono piuttosto certa che tutto sarà sorprendente e per nulla scontato.

Nell’attesa dedico a Luca Ricci una strofa tratta dalla canzone Dancing barefoot, che Patti Smith scrisse proprio ispirandosi a Jeanne Hebuterne e Modigliani e che ben sintentizza anche l’anima narrativa di Gli Autunnali: The plot of our life sweats in the dark like a face.

La trama della nostra vita trasuda dal buio come un viso.

Già.

Edizioni La nave di Teseo

Pagine 212