Stanno sparando sulla nostra canzone: una black comedy che colpisce al cuore (ma non fa male, anzi…)

Questi nostri anni Venti hanno molto in comune con quelli del secolo scorso: anche allora il mondo aveva dovuto fronteggiare, oltre a una guerra, i tempi bui di una pandemia ed è proprio in quell’epoca, in cui si cercava di ricominciare e tornare alla normalità, che Giovanna Gra ha ambientato Stanno sparando sulla nostra canzone, la black comedy musicale di cui è anche regista insieme a Walter Mramor: in pieno proibizionismo, in un’America dalle atmosfere urbane e notturne che si sta riprendendo dal primo conflitto mondiale e dall’influenza spagnola, si intrecciano le sorti di una fioraia spacciatrice d’oppio, un giocatore d’azzardo e un gangster senza scrupoli, in cerca di nuove speranze, amore e potere, guidati dalla passione e dalla rinnovata voglia di vivere e vincere. Il tutto in un turbinio coinvolgente di canzoni di ogni genere riarrangiate da Alessandro Nidi, dai Queen a Michael Jackson, passando per Renato Zero e Prince. Una storia divertente e intelligente, che ho avuto modo di apprezzare di persona lo scorso 1 aprile, quando, reduce da un tour di successo partito a febbraio (e che in questi giorni approda a Torino, fino al 10 aprile), ha fatto tappa anche ad Argenta, in provincia di Ferrara, dove vivo, al Teatro dei Fluttuanti.

Fotografia di Renzo Daneluzzi

Nei panni di Jenny Talento, la fioraia che oltre ai fiori vende oppio, splende Veronica Pivetti, che ritrae con partecipazione e fascino la figura dolce e seducente di una donna appassionata che si innamora ma non perde se stessa e anzi regala al pubblico un’evoluzione sorprendente e per niente banale. È stata una bella conferma scoprire Veronica Pivetti dal vivo, in veste di attrice teatrale: forte presenza scenica, molta ironia e quel suo caldo timbro di voce che mi è sempre piaciuto tanto, notevole anche nel canto.

Accanto a lei, due volti noti del musical nostrano: Brian Boccuni e Cristian Ruiz.

Brian Boccuni interpreta il giovane e prestante giocatore d’azzardo Nino Miseria, che intraprende con Jenny una travolgente e burrascosa storia d’amore. A suo agio anche nei personaggi drammatici (lo ricordo nel bellissimo Il bacio della donna ragno), questo ruolo gli consente di sfoggiare il suo lato brillante (come già accadde con Processo a Pinocchio) e mostra davvero una bella chimica con Veronica Pivetti. Bellissima la sua delicata versione di Moon River.

Fotografia di Renzo Daneluzzi

L’ammaliante e luciferino gangster Mickey Malandrino sembra invece scritto apposta per Cristian Ruiz. Dopo averlo visto esibirsi in tanti teatri italiani, negli ultimi otto anni, è stato davvero speciale ritrovarlo qui, sul palco del teatro di casa mia. Questa è una stagione in stato di grazia per lui: dopo i trionfi milanesi di Pretty Woman, di nuovo porta in scena – con molta generosità – un altro personaggio che gli calza a pennello. La sua interpretazione di I wanna be loved by you di Marilyn Monroe è indimenticabile.

Fotografia di Luca Giacomelli Ferrarini

Molto emozionante la chiusura dello spettacolo: finita la storia, finita la musica, sono rimaste solo le luci e le voci dei tre protagonisti, a intonare C’era un ragazzo accompagnate dal battito delle mani del pubblico. E direi anche dal battito dei cuori. Un modo perfetto e toccante per concludere una serata ricca di risate ma anche riflessioni su un tempo che ci assomiglia, su sentimenti che ancora ci appartengono.

Consiglio a chi è di Torino e dintorni di non perdersi la possibilità di vedere Stanno sparando sulla nostra canzone, al Teatro Gioiello fino al 10 aprile, e mi auguro che lo spettacolo continui il tour anche nella prossima stagione. Lo rivedrei più che volentieri.

Noi spariamo, ma non pallottole: emozioni. Perché il teatro ti stende, ma non ti ferisce mai (Cristian Ruiz)

Caro Pier Paolo: l’intimità di una vera amicizia

Curioso come le amicizie a volte si dipanino attraverso gli sguardi. Quante cose contengono quelle due pupille pronte a ingoiare il tempo. Ora vivi, infatti, solo nei miei occhi interni e ti muovi dentro lo straordinario spazio che lo sguardo degli occhi chiusi comprende.

Chiunque di noi abbia perso un vero amico sa cosa significhi ritrovarlo di tanto in tanto nei sogni, nei ricordi che ritornano improvvisi. Quel desiderio persistente di raccontargli ogni novità, il chiedersi cosa penserebbe, cosa direbbe di certe nostre scelte, di cambiamenti sociali e storici, di un libro o di un film. Sarebbe bello potergli scrivere… E a volte magari lo facciamo davvero, in un diario, in lettere che non spediremo.

È così strano che dopo tanti anni, nel sonno, io trovi ancora il modo di ricordarti e di vederti.

Lo sguardo che Dacia Maraini posa sul ricordo di Pier Paolo Pasolini è delicato, dolce, carico di affetto. Attraverso il mezzo evocativo delle lettere, con cui sceglie di riallacciare un ideale dialogo unilaterale, compone una raccolta di memorie sparse, una sorta di passeggiata senza meta sulla sabbia del passato, camminando piano, a piedi nudi, ogni impronta un’immagine che riemerge. Nel mosaico di frammenti che va a formarsi c’è senza dubbio il Pasolini ben noto, l’autore, il poeta, il regista, il personaggio scomodo, le sue idee, il suo linguaggio, la sua morte ancora misteriosa, ma soprattutto si delinea il volto privato di Pier Paolo, l’uomo, mite e sensibile, l’amico pieno di contraddizioni e inquietudine, con cui era semplicemente bello condividere ispirazione, viaggi, una casa…

Ricordo che una volta, credo fossimo in Congo, davanti a un paesaggio grandioso, arcaico, dalle profondità azzurrine, mi hai detto che avevi capito cosa fosse l’immortalità. […] L’immortalità è un atto di fiducia bellissimo, un impeto di struggente amore per la vita, che è la cosa meno immortale che conosciamo. Contraddizione che solo un poeta può intendere.

Mi ritrovo nella decrizione di questo momento, così come in tanti altri sparsi per il libro. Pezzi di vita vissuta con qualcuno che ora non c’è più, riflessioni fatte insieme, non davanti a un panorama africano ma su una meno poetica panchina romana. Però noi stavamo ammirando la distesa dei Fori Imperiali, quindi l’immortalità ci faceva ugualmente compagnia. A ripensarci mi si gonfia il cuore… È quel tipo di istante prezioso di cui si riconosce la ricchezza molto di più a posteriori, con gratitudine e una punta di rimpianto.

Forse uno dei sentimenti che si respira con maggiore intensità in Caro Pier Paolo è proprio quello della nostalgia. Per gli amici andati via che – come scrive Dacia Maraini – muoiono e ci fanno sentire più soli, per un’epoca in cui scrittori, artisti, intellettuali, si incontravano per il puro piacere di trovarsi insieme, per i viaggi pieni di avventure e suggestioni, le sceneggiature scritte a quattro mani, le confidenze al buio di una diva che in quel momento era solo una donna innamorata… Alla fine queste lettere restituiscono non solo una ricostruzione personale e intima dell’uomo che fu Pasolini, ma anche uno scorcio del mondo interiore di Dacia Maraini stessa. Perché in fondo raccontando i nostri amici, ciò che amiamo ed abbiamo amato di loro, raccontiamo anche un po’ di noi.

Ringrazio Dacia Maraini per la generosità nel concedersi e nel donarci questa visione privilegiata del suo caro Pier Paolo. Mi ha coinvolta e commossa, toccando le corde di una mancanza profonda che mi porto dentro. Forse anche io ora scriverò le mie lettere alla persona che ormai posso incontrare solo nei sogni. Di certo so che, se fosse qui, le regalerei questo libro.

E voltandoci rimangono le fotografie, vere o della mente. Ogni tanto le accarezziamo, con gentilezza, per non sgualcirle.

Ho in mente una bellissima fotografia di te, solitario come al solito, che cammini, no forse corri, sui dossi di Sabaudia, con il vento che ti fa svolazzare un cappotto leggero sulle gambe. Il volto serio, pensoso, gli occhi accesi. Il tuo corpo esprimeva qualcosa di risoluto e doloroso. Eri tu, in tutta la tua terribile solitudine e profondità di pensiero. Ecco, io ti immagino ora così, in corsa sulle dune di un cielo che non ti è più ostile.

(Edizione Neri Pozza marzo 2022

Pagine 240)

Possiedo la mia anima: Virginia, lei, la cosa stessa

Chi è Virginia Woolf ? direi – una creatura umana libera, coraggiosa. E se è finita in vicoli ciechi, erano strade che cercava – molte delle quali ha lasciato aperte per noi.

Più o meno proprio a marzo di un anno fa, questo libro è stato il mio fedele compagno durante un periodo complicato e faticoso. Mi svegliavo prestissimo in una casa non mia e, approfittando del tranquillo lasso di tempo in cui ero l’unica ad essere in piedi, mi sedevo in una poltrona, nella cucina silenziosa, con un caffè caldo, pronta per leggere. Ogni giorno lo iniziavo insieme a Virginia.

Ho voluto che la mia biografia di Virginia Woolf, più che il racconto dettagliato dei suoi giorni, fosse un ritratto che si fondava su dettagli di prima mano – i diari, le lettere, i romanzi, i frammenti autobiografici, le sue prime prove di scrittura poi raccolte postume. E questo perché mentre scrivevo non potevo smettere di sentire la sua voce così sospettosa dello stile “biografico”.

Possiedo la mia anima era già stato pubblicato nel 2006 e, a quindici anni di distanza,  Feltrinelli lo ha riproposto in una bella edizione tascabile, con una copertina in cui dominano i colori tenui del giallo e dell’azzurro polvere e il celebre profilo di Virginia Woolf, in uno dei suoi ritratti fotografici giovanili più noti e più utilizzati. L’impressione generale è di grazia e quiete,  le stesse sensazioni che ho provato io leggendo, in quelle mattine solitarie, e l’atmosfera che permea l’intero libro. Una vita raccontata con gentilezza ed empatia. Nadia Fusini ci immerge nella vita di Virginia come in un romanzo appassionante e soprattutto ne rievoca la voce, la sua esistenza si ricostruisce come nei suoi scritti, attraverso di essi, lungo flussi di ricordi, esperienze, persone, ispirazioni, luoghi. Virginia rivive e comprendiamo qualcosa di più, solo un po’, della sua complessità, accompagnandola, camminando accanto ai suoi pensieri.

Questa è certamente, credo, l’ultima ora di pace.

Tra le pagine che mi hanno suscitato l’emozione più profonda, ci sono quelle – tristemente attuali – della parte finale, quando la guerra cala sulla quotidianità di Virginia come un’ombra oscura e minacciosa. Il suo smarrimento, la sua angoscia sono palpabili e commuovono, fanno male. Virginia che immagina come possa essere venire colpiti da una bomba, che non può più viaggiare per incontrare gli amici, che si sente privata dei suoi lettori in un momento in cui nessuno ha tempo per leggere… Via via, è come se venisse svuotata di tutto ciò che la nutriva e sosteneva. Un anno fa mi aveva colpito al cuore, oggi, per ovvi motivi, mi turba ancora di più. Alla luce di ciò Tra un atto e l’altro, ultimo romanzo di Virginia pubblicato postumo, assume     ulteriori suggestivi  significati. Mi ha affascinata scoprire che una delle sue scene più inquietanti e disturbanti – il serpente e il rospo – riproduce qualcosa che la scrittrice aveva veramente visto nel proprio giardino. La sua abilità nell’utilizzare e trasformare a livello narrativo quell’immagine carica di metafore toglie il fiato. Era immensa, senza se e senza ma.

Virginia scrive per salvarsi l’anima. La propria. Ma anche per salvare la nostra.

In quella cucina di una casa non mia leggevo di Virginia ogni mattina e quel libro dai colori tenui giallo e blu polvere resta un caro ricordo. Aperto e riaperto, sottolineato (sì, io lo faccio). Vissuto. Sta lì, sullo scaffale dedicato ai titoli a tema, che continuano ad aumentare, perché il tempo passa ma il mondo non vuole smettere di leggere le sue opere e di scrivere su di lei.

Cara Virginia, te ne sei andata da ottantun anni e le tue parole ci salvano ancora.

L’intero mondo è un’opera d’arte. E noi ne siamo parte. Amleto, o un quartetto di Beethoven, sono la verità di quel vasto insieme che chiamiamo mondo. Ma non c’è Shakespeare, non c’è Beethoven, non c’è Dio, noi siamo parole, noi siamo la musica. Noi la cosa stessa.

(Edizione Feltrinelli febbraio 2021

Pagine 390)

Leggiadra stella: il cuore di un poeta

Mai una mente più inappagata ed inquieta della mia fu posta in un corpo troppo piccolo per contenerla. Mai ho sentito la mia mente riposare con gioia totale e serena su alcuna cosa – su alcuna persona tranne te.

Era un giorno d’estate quando vidi la stanza dove, a Roma il 23 febbraio 1821, morì John Keats. Ricordo di aver provato, dentro di me, un misto di emozioni confuse: commozione, certamente, soggezione, rispetto, ma anche altro, qualcosa di inafferrabile legato all’atmosfera del luogo. Nonostante i tanti turisti che mi circondavano e distraevano, la Keats-Shelley Memorial House riusciva a mantenere intatto il suo fascino, la sua capacità di comunicare. Avevo l’impressione che ci fossero parole ovunque, echi di pensieri, sogni e arte. Avrei voluto silenzio, per ascoltarle meglio. E una luce più dolce, su quel letto in cui era morto un ragazzo di appena venticinque anni.

Tutta la voglia di vivere, amare e creare straripante da quell’esistenza spenta troppo presto è raccontata nelle poche ma preziose pagine di Leggiadra stella, che raccoglie le lettere scritte da Keats a Fanny Brawne.

La mia mente è tutta un tremito, non so dire che cosa sto scrivendo.

Non abbiamo le risposte di Fanny. Keats chiese che tutte le lettere ricevute da lei fossero distrutte dopo la sua morte e i suoi amici lo accontentarono. Come spiega Nadia Fusini nella prefazione, probabilmente lo fecero anche con una certa soddisfazione. La giovane non era ben vista da molti degli amici di Keats, considerata colpevole di sviarlo dalla totale devozione per la poesia, di turbarlo. Anche quando le lettere del poeta, che Fanny aveva conservato, furono vendute all’asta dai figli della donna ormai defunta e poi raccolte in un libro, lettori e critici puntarono il dito contro di lei, accusandola di aver danneggiato la fama di Keats, di essere indegna di lui. Troppo trasporto in quelle lettere, troppo impeto, eccesso. Nell’epoca vittoriana in cui i sentimenti maschili dovevano apparire dominati e sotto controllo, John Keats si era esposto, perdutamente abbagliato, senza curarsi di nascondere la gelosia, le contraddizioni, la febbre che lo pervadevano.

Tu sei sempre nuova.

Cosa aspettarsi, del resto, dall’esperienza dell’amore in un uomo come John Keats?

Poteva viverla solo così, con tutto il variegato universo emotivo che si portava dentro, amplificato dalla consapevolezza della malattia e del destino segnato. Keats aveva studiato medicina, non poteva che riconoscere con lucidità i sintomi. E così amò più forte, come un fiore che brucia, persino invidiando la vita nella sua amata. Una volta partito per Roma, andando incontro ai suoi ultimi giorni, decise di non leggere più le lettere di Fanny, non le aprì neppure. Doveva recidere con decisione il legame per sopportare la fine. Eppure, come riferisce l’amico Joseph Severn che lo vegliò nell’agonia, tenne sempre in mano sino alla morte la corniola bianca che lei gli aveva regalato.

Vorrei che fossimo farfalle e vivessimo tre soli giorni d’estate

Sono belle, queste lettere. Molto vere, struggenti. Ci consegnano, intatto, il cuore di un poeta. Un privilegio.

Ho amato il principio della bellezza in tutte le cose e se avessi avuto tempo mi sarei fatto ricordare.

Edizione maggio 2021 Archinto

Prefazione di Nadia Fusini

Traduzione di Eleonora Carantini

Pagine 83

L’Arte della Gioia: un capolavoro dal cuore pulsante

《Dormi, Modesta?》

《No》

Pensi?》

Sì》

Racconta, Modesta, racconta》

Ci sono personaggi letterari così vivi, vibranti e iconici da trascendere il romanzo stesso di cui fanno parte. Escono dalle pagine, sono loro a nutrire e condurre la storia e alla fine li si lascia andare con riluttanza, anche se esistono in maniera talmente prepotente da non andarsene mai davvero. Rimangono con chi li ha letti.

È il caso di Modesta, la protagonista di L’Arte della Gioia, di Goliarda Sapienza. Un nome, Modesta, che paradossalmente è tutto il contrario dell’incredibile donna che lo porta: lei di modesto non ha proprio nulla, in nessun senso.

Così come del resto la sua creatrice, Goliarda Sapienza, anche attrice teatrale e cinematografica, che impiegò nove anni a scrivere L’Arte della Gioia, dal 1967 al 1976, e non riuscì a trovare un editore che volesse pubblicarlo. Ci furono solo una pubblicazione parziale nel 1994 ed una completa ma in poche copie nel 1998, a cura del marito Angelo Pellegrino, due anni dopo la morte della scrittrice. Nel frattempo l’opera fu scoperta dai francesi, dai tedeschi, dagli spagnoli e solo nel 2008, finalmente ebbe un’adeguata pubblicazione in Italia.

Più di trent’anni dopo essere stata ultimata. Perché questa difficoltà?

Perché L’Arte della Gioia e la sua grande protagonista erano troppo fuori dagli schemi. Per molti versi lo sono tuttora.

Goliarda Sapienza ha scritto in piena, totale libertà, anche stilistica, creando una donna a sua volta incarnazione di libertà assoluta. Una donna, la sua Mody, che nasce in Sicilia nella data emblematica del primo gennaio del 1900 e che attraversa più di mezzo secolo di storia italiana, a modo suo, con lucida intelligenza e carnale passionalità, senza risparmiarsi nulla, neanche i gesti più estremi, lasciando un segno indelebile nelle vite che ruotano intorno alla sua come satelliti.

Raccontando Modesta e la sua esistenza appassionante, l’autrice tocca le tematiche più disparate e delicate, dalla politica alla guerra, dalla disabilità alla famiglia allargata, dalla sessualità nelle sue varie sfumature al delitto e alla violenza, senza alcun artificio o sovrastruttura.

Tu sei sempre bella! Ed è vera bellezza anche quando non sorridi》

《No, tu sei più bella, sempre》

E va bene. Vieni su di me e ci mischiamo e facciamo una sola bellezza》

Erotismo che prorompe da un semplice dialogo, più vivido di chissà quante pagine piene di descrizioni esplicite.

È ciò che colpisce e innamora di L’Arte della Gioia: la scrittura è come un frutto fragrante e maturo in un’estate rovente, lo mordi e ti esplode tra i denti, scivolandoti dappertutto lussurioso. Riesco a descrivere la mia impressione solo così. E capisco che un’arte tanto dirompente e selvatica abbia messo in allarme un certo mondo letterario ancora bigotto e preda dei pregiudizi. Soprattutto provenendo quest’arte da una donna.

Ma l’amore non è assoluto e nemmeno eterno, e non c’è solo l’amore fra uomo e donna, possibilmente consacrato. Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare.

Personalmente sono stata conquistata dalla naturalezza disarmante con cui Goliarda Sapienza ha parlato della bisessualità di Modesta: nessun giudizio, nessuna cervellotica analisi, Modesta ama e basta, tanto gli uomini quanto le donne, li desidera con la medesima passione, non si pone problemi di genere.

Sono donna, e per me la normalità è amare l’uomo e la donna.

È così, Modesta, libera e liberatoria. Viva nella maniera più piena.

Potrei parlare all’infinito di L’Arte della Gioia e comunque mi sembrerebbe di non averne parlato abbastanza. Probabilmente anche tutto quello che ho scritto in questa mia riflessione vale poco o nulla per descriverne l’essenza. Bisogna leggerlo, punto e basta. E allora non serviranno spiegazioni.

Voglio chiudere con le parole di Angelo Pellegrino, dalla prefazione:

Goliarda scriveva come leggeva, da lettrice, scriveva per i lettori più puri e lontani, con abbandono lucido e insieme passionale, affettuoso e sensuoso, attenta ai battiti cardiaci di un’opera, più che ai concetti e alle forme.

E il battito cardiaco di L’Arte della Gioia è forte e vigoroso. Pulsa come quel frutto succoso che aspetta di essere morso.

Edizioni Einaudi

Pagine 540

La creatura del desiderio: un libro bizzarro per una bizzarra ossessione

Sono di mese in mese sempre più impaziente di vedere questa creatura del desiderio…》

Bizzarro. È stato l’aggettivo che mi ha risuonato in testa per tutta lettura di questo breve libro. Bizzarra la storia, un po’ bizzarra pure la struttura del libro stesso.

L’autore è quell’ Andrea Camilleri che la maggioranza del pubblico conosce per i gialli del commissario Montalbano e, in questa occasione, si misura con la storia vera di un’ossessione amorosa sfociata in qualcosa di… beh di decisamente bizzarro, lo ribadisco. Nonché inquietante, morboso, aggiungerei anche delirante. Forse persino con un pizzico di genialità.

Si tratta della passione folle che il pittore austriaco Oskar Kokoschka sviluppò per Alma Mahler. Lei, vedova del compositore e direttore d’orchestra Gustav Mahler, amava essere amante e musa degli artisti. Lui, pittore impressionista dallo stile senza regole, veniva definito dai suoi contemporanei selvaggio (ed era l’epiteto più gentile).

Ma la parte interessante della loro vicenda non è tanto la bruciante e controversa relazione che li legò, quanto piuttosto ciò che accadde dopo che le loro strade si separarono.

Alma lasciò Kokoschka e lui, distrutto, partì volontario per la prima guerra mondiale. Una volta tornato, incapace di rassegnarsi, il pittore contattò Hermine Moos, una modista e creatrice di bambole, e le commissionò, con lettere colme di disegni e minuziose istruzioni, una bambola a grandezza naturale con le fattezze di Alma. Più che una bambola, una sorta di feticcio o simulacro della donna, con tanto di genitali femminili, lingua, denti, e fatta di un tessuto che si avvicinasse il più possibile alla consistenza della pelle umana. Il risultato fu grottesco e le foto della bambola sono abbastanza raccapriccianti, ma, sebbene nella propria biografia, Kokoschka tenda a minimizzare sulla faccenda, pare che per un po’ abbia persino portato la bambola in società, presentandola agli amici, e che ne abbia anche fatto la propria modella. Se infatti la vera Alma gli ispirò il celebre dipinto La sposa del vento, il suo doppio è protagonista del quadro Donna in blu.

L’inquietante idillio terminò in modo violento (e un tantino tragicomico), quando Kokoschka decapitò la bambola e la gettò nuda in giardino. Essendo la bambola sporca di vino, venne scambiata dal postino per un vero cadavere ed intervenne la polizia, che poi chiarì l’equivoco.

Ammetto che ho trovato un po’ confuso l’approccio scelto da Camilleri nel narrare questa storia incredibile. All’inizio si può pensare di trovarsi di fronte a un saggio che riporta in modo classico e puntuale l’incontro e l’evoluzione del rapporto tra Kokoschka e Alma, poi però si passa a una sorta di ricostruzione romanzata della convivenza tra il pittore e la bambola, in cui l’autore ha creato i dialoghi estrapolando i testi da alcune opere teatrali scritte da Kokoschka stesso, I bambini sognanti e Assassino, speranza delle donne.

Personalmente ho preferito la seconda parte, più immersiva e intrigante.

In definitiva questo probabilmente non è uno dei migliori libri di Camilleri, ma ha in sé un certo fascino un po’ oscuro ed è una lettura godibile e perfetta magari per un pomeriggio piovoso, in cui sarà anche più facile immergersi nelle sue atmosfere morbose e cupe.

Oskar: 《Quanto ti ho aspettata nelle mie sere blu, solo, su questa coperta… Quanto ho desiderato di risentire le oscure parole della tua pelle…》

Alma: 《Eccomi tutta a te, carezzami con le tue mani rosse…》

Oskar: 《Mi piacerebbe passeggiarti nel sangue》

Edizioni Skira

Pagine 144

Il lungo sguardo: la vita non si legge in una sola direzione

Lui disse con garbo: 《Ma non è ancora finita: anzi, forse è solo l’inizio》.

È nota e amata in particolare per la saga dei Cazalet e oggi, 6 settembre, esce in libreria, edito da Fazi, il suo Cambio di rotta. Si tratta naturalmente di Elizabeth Jane Howard ed io voglio raccontarvi del libro che me l’ha fatta scoprire, ovvero Il lungo sguardo.

Come mi è già capitato di affermare in passato, sono affascinata dalla struttura narrativa con cui un autore sceglie di costruire una storia. E quella di Il lungo sguardo sorprende. A prima vista infatti i capitoli di apertura sembrano quelli di un normale romanzo che racconta di una donna, Mrs Fleming e della sua famiglia: siamo nel 1950, c’è una cena per il figlio in procinto di sposarsi, la figlia invece, dalla vita un po’ tormentata, ha un problema, ed è chiaro anche che il matrimonio dei coniugi Fleming non se la passa bene. Alla fine della prima parte Mrs Fleming sa cosa l’aspetta.

Dorothy aveva apparecchiato per una persona sola.

La mia nuova vita》,pensò, e si sedette a consumarla.

E letto questo anche io pensavo di sapere che cosa aspettarmi. Ma ecco che mi accorgo che la seconda parte si svolge nel 1942, otto anni prima.

Questa è la scelta narrativa di Elizabeth Jane Howard: raccontare la storia della sua protagonista a ritroso, via via lungo il suo controverso matrimonio, gli incontri, le scelte, le rinunce e gli alti e bassi di un’esistenza, sino al 1926, quando la giovanissima Antonia non ha ancora conosciuto il suo futuro marito e sperimenta il primo amore. E forse, tra tutte, quest’ultima è la parte più intensa e coinvolgente, perché è in quell’epoca lontana, nei fatti accaduti, che si capiscono tante cose della donna di cui già conosciamo le svolte esistenziali, senza però averne potuto cogliere in pieno i motivi di fondo. Vediamo la sua versione ancora ingenua e inesperta scontrarsi brutalmente con la durezza della realtà e di varie verità poco piacevoli, riguardo ai suoi genitori e ai lati negativi dell’amore.

Sei proprio una bambina. Esiste al mondo qualcosa che possa farti crescere?》

Gli rispose con fermezza: 《Qualcosa c’è 》.

È questo il lungo sguardo, alla fine. Il lungo sguardo a ritroso sulla strada di una donna, con figli grandi, un matrimonio finito, e una vita che è tutto un affare indiretto. Uno scambio di occhiate con tutte le diverse donne che è stata, sino agli occhi ancora innocenti della prima giovinezza, quando certi veli non erano caduti e le decisioni fatidiche non erano state prese.

Il viaggio all’indietro nelle stagioni di Mrs Fleming offre qualche risposta sui perché del suo presente ma lascia anche delle domande. Questa è la vita, anche se ci voltiamo a guardare noi stessi, spesso il nostro percorso è pervaso di mistero, anche se questa storia dimostra come esso possa essere letto in più di una direzione.

La penna di Elizabeth Jane Howard ha una chiarezza cristallina e un’eleganza seducente: amo i suoi dialoghi spesso ridotti al minimo ma con singole frasi che da sole valgono un discorso intero. Un’autrice capace di ritrarre le anime e i caratteri con la precisione raffinata di un orafo. E così i suoi romanzi sono come gioielli d’epoca, di quelli che non passano di moda. Per chi ancora non la conosce, che decidiate di cominciare da Cambio di rotta, in uscita oggi, da Il lungo sguardo o da qualsiasi altra sua opera, non importa: poi vorrete comunque leggere tutto quello che ha scritto!

Il desiderio di tornare indietro, di rifugiarsi nella vita di un tempo, era assai forte. Ma lei era in vita e perciò non poteva sfuggire alla gravità passionale del presente, che è sempre, fisicamente, adesso.

Edizioni Fazi

Traduzione di Manuela Francescon

Titolo originale The long view

Pagine 512

L’Arminuta: il mare senza approdi dell’abbandono

… oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. (…) La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Sono figlia unica, cresciuta in una casa molto grande, con tanto spazio a disposizione e una solitudine tutta mia che non mi è mai dispiaciuta. E ho avuto una madre – purtroppo già da molto tempo perduta- a cui mi legava una complicità profonda.

Stando a queste premesse, credo sia facile comprendere lo sconvolgimento interiore che mi ha procurato L’Arminuta. Una storia in cui all’inizio si entra confusi e sconcertati, quasi quanto la giovanissima protagonista, e poi via via se ne viene catturati, in un susseguirsi di onde emotive, che a volte travolgono, a volte schiaffeggiano, a volte restituiscono relitti a cui aggrapparsi.

Il mondo che avevo conosciuto precipitava intorno, pezzi di cielo si abbattevano su di me come scenografie leggere.

Come ci si può sentire, a soli tredici anni, nello scoprire che i propri genitori in realtà sono cugini di quelli veri? E nel venire rispediti alla famiglia originaria come un pacco, senza alcuna spiegazione, ritrovandosi in una vita del tutto diversa?

Me lo sono chiesto e non ho trovato risposta, solo smarrimento e impotenza.

L’arminuta (in dialetto abruzzese significa ritornata) passa dall’essere una figlia unica che frequenta corsi di danza e nuoto e va alle feste con le amiche, ad una casa povera, affollata di fratelli, dove regnano metodi violenti e per lo più rozzi e ignoranti. Traumatico, anche per il lettore.

In questa storia gli adulti non ne escono bene. A parte alcune figure a margine, come l’insegnante o la signora Bice, ci si trova di fronte a uomini e donne incapaci di comunicare, di assumersi la responsabilità di affrontare una bambina. Fa riflettere, questo libro, sull’egoismo di certi adulti, su quanto spesso si tende a scordare che i figli non hanno chiesto di essere messi al mondo, e che avendoli voluti e fatti nascere si ha il dovere di pensare ai loro diritti prima che ai nostri.

In contrapposizione a questi adulti così manchevoli, la trama delinea personaggi di grande impatto tra i fratelli della protagonista. Dal piccolo Giuseppe, con una forma di ritardo mentale, per cui lei avrà da quasi subito e per sempre un debole e un istintivo senso di protezione, al selvaggio e ribelle Vincenzo, con cui nasce un’attrazione che sfiora l’incesto. A lui sono dedicate alcune delle pagine più struggenti. E poi la sorella, minore di pochi anni, Adriana, il personaggio che più colpisce e conquista.

Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza.

Adriana, così forte e così matura, così tenace, sempre paragonata a una gatta. Il suo rapporto con la sorella è una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere. Una piccola boa che non affonda nel mare in tempesta.

Continuo a citare il mare perché in effetti la scrittura di Donatella Di Pietrantonio mi fa pensare all’acqua, in certi momenti dura, in altri dolce. Di certo ha il dono del saper raccontare. Sembra scontato in uno scrittore ma non lo è.

Ed è un mare oscuro il suo racconto. Un mare senza approdi, l’abbandono. Un moto ondoso inquietante l’assenza di risposte, di una vera appartenenza. Del sentirsi voluti. È un naufragio la parola madre, quando perde il suo significato. Si è destinati a non ritrovarsi più davvero.

Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. (…) Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.

Onda su onda, fino a due bambine che si ancorano l’una all’altra al limite delle acque sicure.

Nella complicità ci siamo salvate.

Edizioni Einaudi

Pagine 162

Le nostre anime di notte: ovvero come innamorarsi di Holt

Sto parlando di attraversare la notte insieme.

Il colpo di fulmine esiste.

Io l’ho sperimentato con Kent Haruf e questa piccola grande storia. Letta quasi per caso, ma spesso per caso avvengono le cose migliori. Non ero mai stata a Holt, la cittadina statunitense immaginaria dove Haruf ha ambientato il suo mondo letterario… ora è un po’ anche casa mia, uno di quei luoghi in cui, anche se non ci sei nato, fai sempre ritorno volentieri, conosci le sue strade, le sue case, quella quiete che ritrovi solo lì.

Lungo quelle vie mi è capitato di conoscere Addie e Louis. Anziani, entrambi vedovi, con i figli lontani. Non si sono mai frequentati ma lei un giorno si presenta alla sua porta e gli fa una proposta: dormire insieme, farsi compagnia e condividere le lunghe notti tanto difficili per entrambi.

Da quel momento prende il via una delicata e dolce storia di amicizia e di amore. Una connessione, un contatto sincero in un’età in cui la società e gli stereotipi vedono per lo più solo conclusioni e mai nuovi inizi.

Vuoi dell’altra birra?

No, ma se tu vuoi un altro po’ di vino, sto qui con te mentre lo bevi. Ti guardo e basta.

Non tutti lo capiranno, perché come succede spesso, in ciò che non rispecchia i classici standard si finisce col voler vedere qualcosa di sporco e sbagliato, anche se invece è quanto di più bello e giusto al mondo e non fa male a nessuno. Ma quando si osa colorare fuori dai margini c’è sempre chi si arma di gomma per cancellare e pregiudizi.

Credo che le sia giunta voce di noi due. Probabilmente vuole che mi comporti bene.

E tu cosa ne pensi?

Del comportarsi bene? Io mi sto comportando bene. Sto facendo ciò che desidero senza fare del male a nessuno. E spero che sia così anche per te.

Non succede davvero molto in questa storia, apparentemente: ci sono un uomo, una donna, un bambino, un cane. Il vicinato, i parenti. Notti da attraversare, giorni da condividere. Vita, in altre parole. Quindi in realtà in questa storia succede tutto.

Succede la poesia dell’incontro, delle piccole cose. Di quelle emozioni che ci salvano dalla paura, dallo smarrimento, dalla malinconia.

Haruf racconta con una semplicità talmente spoglia e disarmante da diventare grazia. E davvero l’innamoramento per il suo stile, per la sua Holt così vivida e vitale, è inevitabile.

Netflix ha anche prodotto un film tratto da questo libro, con Robert Redford e Jane Fonda. Non l’ho visto e non posso esprimermi in merito. Un po’ mi chiedo quanto dell’atmosfera peculiare della scrittura di Haruf si possa riuscire a tradurre in un film, ma chissà… In ogni caso secondo me bisogna arrivare a Holt prima di tutto via carta, accompagnati dalle immagini della prosa del suo creatore.

Io vi parlerò ancora di Holt e dei suoi abitanti: Kent Haruf purtroppo non c’è più ma le sue storie gli sopravvivono e hanno ancora destini da narrarci.

Ma stiamo andando avanti, non è vero? disse lei Stiamo continuando a parlare. Fin quando potremo. Finché dura.

Edizioni NN Editore

Traduzione di Fabio Cremonesi

Titolo originale Out souls at night

Pagine 171

Sofia si veste sempre di nero: tante donne complicate e un uomo semplice

《Sofia》, disse l’infermiera a voce alta, 《lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra》

Il mio motto di lettrice è “chi legge piano va sano e va lontano”, quindi raramente mi ritrovo a leggere titoli appena pubblicati. Più spesso accumulo libri e li leggo guidata dall’istinto, indipendentemente dalla data di uscita, pescando nel mucchio e nelle emozioni del momento.

Così mi ritrovo a leggere qualcosa di Paolo Cognetti solo ora e comincio da Sofia si veste sempre di nero, il cui principale pregio, almeno per ciò che mi riguarda è la struttura.

Da narratrice trovo che capire come strutturare una storia sia una delle parti più interessanti: la divisione in capitoli, se titolare o meno ogni eventuale capitolo, la narrazione in prima o terza (o anche seconda) persona, se scrivere al passato o al presente… Sono tante le opzioni e attraverso queste scelte la storia narrata assume una personalità e uno stile diversi.

Nel caso di Sofia si veste sempre di nero, ho trovato piuttosto originale e convincente la scelta di strutturarlo in una serie di racconti: volendo ogni racconto potrebbe essere anche letto a sé stante, conservando un suo senso compiuto, ma letti tutti insieme compongono la storia di un gruppo di personaggi, avanti e indietro nel tempo nell’arco di circa tre decenni. La Sofia del titolo, i suoi genitori Roberto e Rossana, la zia Marta e vari altri che entrano ed escono dalle loro vite, da quando Sofia nasce fino a che, da adulta, lascia l’Italia per gli USA. Davvero interessante come approccio stilistico, l’ho molto apprezzato.

Sul piano puramente narrativo, devo onestamente ancora capire se mi sia piaciuta o no la rappresentazione delle donne di questo libro. In realtà non so neanche se sia voluta, o se sia qualcosa che ci leggo solo io, ma la maggioranza delle figure femminili mi pare emotivamente chiusa e in fuga da contatti autentici, non sole perché libere ma della loro solitudine prede e prigioniere.

《[…] il tuo Inferno deve essere così. Un posto dove ti perdi sempre》

A partire da Sofia, prima adolescente problematica e poi donna complicata e sfuggente, e continuando con la zia Marta dall’esistenza volutamente solitaria, o ancora Emma, che è amante di un uomo sposato e dedita a una madre obesa che sembra quasi un alibi per non vivere in modo diverso, fino a Rossana, con i suoi sbalzi d’umore che ne condizionano la vita di moglie e madre e la consacrazione poi a un’attesa perenne da vedova. Tutte in modi diversi mi sembrano in lotta con sé stesse e in fuga da qualcosa. Una visione un po’ triste.

Tra tutte queste donne “interrotte” (per citare un vecchio film), ho provato molta simpatia per Roberto: un personaggio, il suo, molto umano, di una fallibile semplicità quasi tenera. Si può dire che faccia del suo meglio, in tutti i frangenti della sua esistenza imperfetta: con la moglie, con la figlia, con l’amante, sul lavoro. Ci prova, non sempre ci riesce. Potrebbe essere un nostro vicino di casa, un collega, anche un amico. Uno qualsiasi con i problemi di tanti, che alla fine suscita solidarietà. Il mio racconto preferito è quello in cui si ritrova in vacanza al lago con la figlia e condividono un momento di serenità in un vecchio salotto, bevendo lei succo di ribes e lui prosecco e ascoltando Edith Piaf.

… si convinse di essere un uomo semplice in mezzo a donne complicate: a lui bastava davvero poco per stare bene.

In conclusione un buon libro e una lettura gradevole. Lo stile di Cognetti è realistico e piacevole. Di lui leggerò sicuramente altro.

Edizioni Minimum Fax

Pagine 205