La statua di sale: quando il sogno si rivela illusione

È stato un romanzo scandalo. Con una prosa asciutta, diretta e sincera, nel 1948 Gore Vidal parlò esplicitamente di omosessualità senza alcun fronzolo o edulcorato abbellimento, disvelando all’America tradizionalista e pudicamente girata dall’altra parte il mondo nascosto in cui doveva – e in molti casi deve ancora- muoversi chi aveva un orientamento sessuale diverso dall’unico accettabile che la società concepiva.

Trovo però che il fulcro della storia non riguardi soltanto la sessualità del protagonista, quando piuttosto il suo modo di vivere i sentimenti. Ovvero Jim Willard avrebbe potuto anche essere eterosessuale ma l’equazione non sarebbe cambiata: a volte le nostre emozioni creano convinzioni pericolose, illusioni destinate ad infrangersi contro il muro poco misericordioso della realtà.

Jim si innamora di un suo compagno di scuola, passano una notte d’amore insieme. Jim è solo un ragazzo, un belloccio qualunque con una famiglia di media infelicità e bravo a giocare a tennis. Non sa nemmeno bene lui come definire se stesso ma vede Bob come un suo gemello, l’affinità elettiva della sua vita e anche se le loro strade si dividono, Jim continuerà a coltivare la tenace certezza che si rivedranno e staranno insieme. È solo questione di tempo, tempo che Jim impiega attraversando relazioni varie senza mai darsi davvero o concedere a questi rapporti una possibilità di crescita. Lui sta aspettando fiducioso Bob, cristallizzato nel proprio sogno come la statua di sale del titolo italiano (l’originale è The city and the pillar) che riprende la citazione biblica iniziale: la moglie di Lot che si trasforma in una statua di sale voltandosi indietro. Anche Jim guarda all’indietro, senza mai andare veramente avanti, rivolto a quell’unica notte per lui fondamentale. Per lui soltanto, però. Quando ritroverà Bob, infatti, il suo sogno si sgretolerà miseramente, perché per Bob quella lontana notte non ha avuto lo stesso significato. La morte del sogno di Jim è difficile da leggere: nella prefazione scritta dallo stesso Vidal, si scopre che il finale della prima versione del romanzo era ancora più spietato, ma anche quello attuale è brutale, si sporca di crudeltà gratuita, del veleno dell’umiliazione. Succede quando si è vissuto per una mera illusione.

Un editore disse a Vidal che non sarebbe stato perdonato per questo libro, anche a distanza di vent’anni. Invece ne sono passati settanta e La statua di sale è ancora una storia viva e vivida, che fa riflettere sotto molti punti di vista e soprattutto sottolinea come l’amore sia sempre lo stesso, a prescindere dalla sessualità e dall’epoca, qualcosa di imperscrutabile che può elevarci a immense altezze ma anche mandarci a fondo, specie se si tratta di un’illusione a senso unico.

Io vorrei dei soldi》, disse Jim. 《Almeno abbastanza per poterci vivere》.

Tutto lì? 》.

Beh, c’è un’altra cosa》.

Cioè? 》.

È il mio segreto》. E rise.

Edizione (bellissima!) Fazi Editore, traduzione di Alessandra Osti, pagine 227

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